Nell’articolo precedente abbiamo fatto riferimento a coloro che sostengono esserci una somiglianza tra il volto della sfinge e quello del faraone Chefren che si riscontra sulle statue dello stesso faraone. Personalmente propendo più verso quegli studiosi che questa somiglianza trovano azzardata. Ma allora a chi appartengono i lineamenti del volto umano della sfinge? E’ realmente l’immagine del faraone Chefren oppure, come sostengono altri è quella del grande Cheope? Secondo l’egittologo Rainer Stadelmann, il volto della sfinge sarebbe il ritratto di Cheope. Diversi altri egittologi concordano con Stadelmann ritenendo che l’ipotesi più classica (ma ancora oggi valida) si basi su argomentazioni piuttosto vaghe. Questa nuova ipotesi si sta ormai affermando a tal punto da porre in seri dubbi quello che era ormai considerato un dogma accademico. Va comunque precisato che ci troviamo sempre nel campo delle ipotesi e nulla ci consente di dire con certezza chi si nasconde dietro quel volto che da millenni sembra sorridere al visitatore mantenendo lo sguardo fisso all’orizzonte, verso il sole nascente, rivolto al mondo dei vivi.
Soffermiamoci ora ad osservare con attenzione la Grande Sfinge di Giza, è stata ricavata da una collinetta emergente nella cava dove si presume siano stati estratti i blocchi di calcare per la piramide di Cheope, cava che venne successivamente abbandonata poiché il calcare si rivelava di pessima qualità. Se non lo avete mai fatto provate a soffermarvi ad osservarla con attenzione, ad un osservatore attento non può sfuggire che la testa della statua è piccola, decisamente sproporzionata rispetto al resto del corpo del leone. Pensando alla cura con cui gli antichi egizi rispettavano le proporzioni, viene da chiedersi se è possibile che abbiano commesso un simile errore. Appare inoltre evidente che la testa si presenta molto meno erosa rispetto al resto del corpo ed anche delle pareti del recinto che la racchiude. Se si considera che, il corpo come il recinto sono stati quasi sempre sommersi dalla sabbia, la testa è da millenni esposta ad ogni tipo di erosione, basti pensare agli effetti che può provocare l’azione della sabbia sollevata dal Khamsin, il vento del deserto che per circa 50 giorni (da marzo a maggio) ogni anno tormenta l’Egitto. Nell’antichità questo vento tempestoso veniva associato al dio Seth, simbolo delle forze più oscure della natura. Tutto ciò fa supporre che originariamente la statua avesse un’altra testa, più antica, che fu poi “riscolpita”. A questo punto, visto lo stato in cui si trova il resto del corpo viene da chiedersi se la sfinge non sia stata costruita molto tempo prima e che la sua testa (magari molto danneggiata) sia stata successivamente adattata al regnante di turno.
Voglio ricordare che due egittologi di primissimo piano quali i famosi Auguste Mariette e Gaston Maspero furono tra i primi a sostenere che la sfinge di Giza doveva risalire ad un periodo storico di molto precedente, almeno al predinastico. Mariette affermò: “Questa colossale effigie era, quindi, già esistente prima dell’epoca di Cheope. Essa è di conseguenza più antica della piramide”. Un altro particolare che sfugge ai più, se non osservata con cura, è il fatto che il volto della Sfinge (escluse le orecchie) è posto un po di traverso, se confrontato con l’insieme della testa: l’occhio sinistro è situato leggermente più in alto del destro ed il punto centrale della bocca, come il resto del viso, si volgono un poco. Certo oggi il volto si presenta parecchio danneggiato ma la causa non è tutta da attribuire al deterioramento naturale, anche qui l’uomo ci ha messo del suo. Il naso è completamente mancante. Contrariamente però a quanto si pensa, non furono le truppe di Napoleone a distruggerlo e neppure quelle mamelucche. Nel 1757 il viaggiatore danese Frederick Louis Norden pubblicò gli schizzi fatti da lui a Giza, e il naso non c’era già più. Napoleone nacque il 15 agosto 1769. Una versione comprovata è espressa nel lavoro dello storico arabo al-Makrizi, egli scrive: “……….fu un fanatico religioso, lo Shayk sufi Muhammad Sa im al Dahr che, nel 1378, irritato perché i contadini adoravano ed offrivano doni ad Abul-Hol (la Sfinge), anziché alla sua confraternita, fece distruggere il naso…….”. Torniamo ai vari misteri che parlando della sfinge non scarseggiano di certo, abbiamo in precedenza accennato che per gli egizi del Nuovo Regno la sfinge rappresentava “Hor em achet” (Horus all’orizzonte) ma veniva comunemente chiamata “Quello/a del luogo eletto”. Da notare però che stiamo parlando del Nuovo Regno, ovvero decine di secoli dopo il regno di Cheope e Chefren, ovvio che questi nomi attribuiti alla sfinge non ci possono aiutare a ricostruirne le vere origini. L’egittologa Zivie-Coche, che ha studiato a fondo l’altopiano di Giza, sostiene che durante l’Antico Regno non si riscontra l’assegnazione di un nome preciso alla sfinge in quanto: “nessun testo di quell’epoca vi fa riferimento”. La spiegazione potrebbe essere che gli Egizi delle prime dinastie non conoscevano nulla sulle origini di quella enorme statua situata sull’altopiano di Giza e che pensavano fosse appartenuta ad un’altra cultura molto più antica le cui origini risalivano alla notte dei tempi. In quanto tale era considerata un simbolo sacro, del quale nulla sapevano, per cui non gli attribuirono alcun nome.
Forse la stessa cosa dovettero pensare gli storici coevi di Plinio che nel I sec. d.C. preferirono addirittura tacerne l’esistenza. Va detto che fin da quando si iniziò a studiarla si fece strada l’ipotesi che la Sfinge fosse molto più antica dell’epoca in cui viene collocata e che, in occasione di un suo precedente restauro, presentandosi ormai corrosa dal tempo, Chefren (o Cheope), fece modificare la testa, che forse in precedenza rappresentava effettivamente quella di un leone, dandogli le sembianze del faraone. Non vi sono dubbi sul fatto che almeno la testa risalga alla IV dinastia, lo si deduce da alcuni particolari tipici di quel periodo storico, il copricapo “nemes” con la piega sul capo, gli svolazzi triangolari dietro le orecchie, l'”uraeus sulla fronte, gli occhi e le labbra denunciano chiaramente la medesima configurazione che troviamo in statue di altri sovrani , Gedefre, Khafre e Menkaure.
Fonti e bibliografia:
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Roma, Newton Compton Editori, 2006
Maurizio Damiano-Appia, “I tesori del Nilo”, Giunti Multimedia, 1997
Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
Elio Moschetti, Mario Tosi, “Thutmosi IV un sogno all’ombra della sfinge”, Ananke, 2004
Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961, (Einaudi, Torino 1997
Tiziana Giuliani, “Il Viale delle Sfingi che collega Karnak a Luxor”, da Mediterraneo Antico, 2017
Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Nrwton & Compton editori, 1999
Fugazza Stefano, “Simbolismo”, Arnoldo Mondadori arte, 1991)
Si conoscono più porti dei faraoni sul Mar Rosso, possibili basi di partenza per le spedizioni verso sud.
Parliamo qui di due scali che precedono Hatshepshut e di uno suo contemporaneo.
Il più antico porto al mondo, inteso nel senso moderno , con diga foranea, magazzini, locali equipaggi, è Wadi Al Jarf (vedi pianta qui allegata) cui dette grande impulso Snefru attorno al 2600 a.C. Snefru è lo stesso che la Pietra di Palermo cita per l’importazione di legname dal Libano con 40 navi (una rotta di 500 Km da Byblos al Delta). Non sappiamo di quanto si siano spinti verso Sud nel Mar Rosso gli equipaggi di Snefru o del suo successore Cheope, cui appartengono le ultime testimonianze regali in questo porto. Come dice Tallet “siamo autorizzati a domandarci se da qui partirono spedizioni più ambiziose…forse anche verso il lontano paese di Punt “.
Successivamente il porto dei Faraoni diviene Ayn Soukna, più vicino alla capitale Menfi. La prima testimonianza scritta di una spedizione a Punt è ancora dalla Pietra di Palermo e riguarda il faraone Sahura della V Dinastia. La datiamo attorno al 2480 a.C. Sono anche noti i bassorilievi della rampa di accesso alla Piramide di Abusir che commemorano l’evento. L’importanza dei beni esotici arrivati è esplicita nella raffigurazione di Sahura accanto all’albero trapiantato nel suo giardino (nell’immagine).
Le spedizioni nel Mar Rosso verso Sud divengono poi più frequenti. Il porto di partenza per la XII dinastia è Mersa/Wadi Gawasis con svariate testimonianze. Un periodo in cui sembrano arrestarsi è il Secondo Intermedio, finchè il dinamismo di Hatshepsut non rinnova dopo molto tempo questa avventura.
Mersa/Wadi Gawasis è probabilmente il porto di partenza per la spedizione ordinata dalla Regina, anche se in seguito, durante il Nuovo Regno questo scalo è soggetto ad un progressivo insabbiamento e verrà abbandonato. Da qui era semplice raggiungere la capitale Tebe.
La Sfinge, in generale, è una figura mitologica rappresentata da un animale col corpo di leone e la testa di un altro animale, falco, ariete, ecc. o, spesso di un uomo o donna; in alcune culture viene anche rappresentata con le ali. Scolpita o dipinta sulle pareti di tombe, templi e stele o raffigurata nella statuaria, la Sfinge compare un po’ in tutte le culture dell’antichità lontana ma anche più vicina a noi. Cosa gli antichi intendessero rappresentare con la figura di un mostro con le sembianze umane innestate su quelle animali non ci è dato a sapere, si può supporre di tutto ma non esiste alcuna prova concreta in proposito. Va notato che in genere, nell’antico Egitto, la figura della sfinge, a tutto tondo o dipinta, in genere è presente nelle strutture architettoniche religiose come le tombe o i templi. Singolare il “Viale delle Sfingi”, che collega Karnak a Luxor, voluto dal faraone Amenhotep III (XVIII dinastia 1386-1349 a.C.).
La più antica raffigurazione di una Sfinge è stata rinvenuta nel sito di Nevali Cori, vicino a Gobekli Tepe in Turkia ed è stata datata al 9500 a.C. Nella mitologia egizia la Sfinge rappresentava forse un simbolo di protezione nei confronti del faraone per la sua vita nell’aldilà. Il nome Sfinge, così come lo si pronuncia in generale, deriva dal greco Σφίγξ “Sphynx”, nella linguistica greca antica fu messo in relazione con il verbo σφίγγω che significa “strangolare”, quindi “strangolatore” o “strangolatrice”. Alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che si possa invece trattare di un adattamento fonetico dell’antico egizio dove era chiamata col termine traslitterato “Shespankh” col significato di “statua vivente”, nome col quale venivano chiamate tutte le statue a forma di leone con testa umana, (vedi la scritta completa in geroglifico, foto…..) dove il geroglifico che raffigura il leone (o cane) è sovente sostituito dall’immagine della Sfinge stessa. Gli antichi egizi la identificavano con “Hor em alchet”, in greco Harmakis-Khepri-Ra-Atum, (traduz. di Edda Bresciani dalla Stele del Sogno di Thutmosi IV), oggi gli arabi la chiamano Abu el-Hol che significa “Il padre della paura”. A testimonianza del terrore che la rappresentazione della Sfinge, sotto ogni forma, riusciva ad incutere nelle popolazioni antiche esistono numerose leggende. Il mito più conosciuto è quello che ci riporta, nella sua opera “Edipo Re”, il drammaturgo greco antico Sofocle, anche se con lui molti altri autori greci ne parlano, il mito di “Edipo e l’enigma della Sfinge”. Si raccontava che esistesse a Tebe, sul monte Ficio, appollaiata su una colonna, una Sfinge inviata da Era la quale strangolava tutti quelli che gli passavano davanti a meno che non riuscissero a risolvere un difficile enigma. L’enigma ci è giunto in diverse versioni, Pseudo-Apollodoro così lo descrive: << Chi, pur avendo una sola voce, si trasforma in quadrupede, bipede e tripede? >>, Diodoro Siculo propone una versione simile: << Chi è contemporaneamente quadrupede bipede e tripede? >>. Ne esistono altre versioni ma il significato non cambia. Edipo riuscì a risolvere l’enigma, spiegando che la risposta era “l’uomo”, gattona da neonato, cammina su due gambe da adulto e si appoggia ad un bastone da anziano. La Sfinge, sconfitta non resse al dolore e si suicidò gettandosi dall’acropoli.
A questo punto ritengo doveroso fare una precisazione per coloro che ancora non lo sanno poiché mi è stato più volte chiesto, come riportato sopra, la Sfinge dell’enigma non riguarda la Grande Sfinge di Giza ma una Sfinge che si trovava all’ingresso della città greca di Tebe e che era rappresentata con il corpo di un leone, le ali di uccello ed il volto di donna. Gli studiosi pensano che a questo tipo di statue, col corpo di leone e testa di uomo (o animale), gli antichi egizi volessero attribuire un significato simbolico che consisteva nel rappresentare, nel caso della Sfinge di Giza, la potenza del leone unita all’intelligenza del re. La più antica Sfinge che compare in Egitto pare sia quella che raffigura la Regina Hetepheres I, probabile moglie del faraone Snefru, (IV dinastia, 2630-2589 a.C.), e madre di Cheope. L’importanza di questa regina è dovuta anche al fatto che la sua tomba è fra le rarissime sepolture reali dell’antico Egitto ritrovate intatte, l’unica inviolata fra quelle dell’Antico Regno. Successivamente il ritrovamento di una testa del faraone Djedefra, figlio di Cheope, (IV dinastia, 2566-2558 a.C.), analizzata attentamente, in modo particolare nel profilo, lascia intendere che si tratti della testa di una Sfinge. Numerose sono le testimonianze di sfingi rappresentate da molte civiltà del passato e non solo, a partire da quella mesopotamica, alla greca, romana fino alle civiltà dell’Indo ed ai giorni nostri. Ma noi non andiamo oltre, quella che esamineremo sotto tutti gli aspetti, è la più grande, misteriosa e famosa del mondo, la Grande Sfinge che si trova nella necropoli di Giza in Egitto accanto alle stupende piramidi di Cheope, Chefren e Micerino. Si tratta della più grande statua monolitica dell’intero Egitto, lunga 73 metri, alta 20 e larga 19, solo la testa è alta 4 metri. Rappresenta una figura mitologica con il corpo di un leone accovacciato e la testa di un uomo con i tratti somatici di un sovrano egizio, l’acconciatura tipica con il nemes, l’ureo sulla fronte e la barba cerimoniale, oggi mancante, i frammenti della quale sono stati ritrovati ai piedi della sfinge e sono ora conservati British Museum a Londra e parte al Museo Egizio del Cairo. Secondo gli archeologi all’epoca della sua costruzione doveva presentarsi dipinta con colori sgargianti dei quali oggi rimangono solo deboli tracce.
Riguardo alla costruzione della Sfinge di Giza sono state formulate numerose teorie, secondo gli egittologi accademici la sua costruzione viene attribuita al faraone Chefren che l’avrebbe fatta scolpire davanti alla sua piramide a protezione del suo riposo eterno. A riprova di ciò sarebbe la somiglianza che secondo gli archeologi si nota tra il volto della Sfinge e quello del faraone Chefren così come appare scolpito su diverse statue. Altri studiosi trovano questa teoria azzardata e priva di riscontro reale in quanto non concordano nel vedere una somiglianza. Negli articoli che seguiranno esamineremo più nel dettaglio tutti i misteri che la Grande Sfinge ci riserva, primi fra tutti quando e chi costruì questa meraviglia.
Fonti e bibliografia:
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Roma, Newton Compton Editori, 2006
Maurizio Damiano-Appia, “I tesori del Nilo”, Giunti Multimedia, 1997
Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
Elio Moschetti, Mario Tosi, “Thutmosi IV un sogno all’ombra della sfinge”, Ananke, 2004
Martin Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961, (Einaudi, Torino 1997
Tiziana Giuliani, “Il Viale delle Sfingi che collega Karnak a Luxor”, da Mediterraneo Antico, 2017
Paul Jordan, “Gli enigmi della Sfinge”, Nrwton & Compton editori, 1999
Fugazza Stefano, “Simbolismo”, Arnoldo Mondadori arte, 1991)
A Djedkara Isesi successe il figlio Unas, (o Unis), che, dopo un regno durato circa 30 anni segnerà la fine della V dinastia. Poco si sa del suo regno che fu molto travagliato con l’aggiunta di una grave crisi economica. A questo va aggiunto che l’accentuarsi della dispersione del potere a favore dei nomarchi locali, che sempre più si staccarono dall’influenza del potere centrale, comporterà un progressivo deterioramento nell’amministrazione statale che porterà presto al collasso dell’Antico Regno sfociando poi, due secoli dopo, nel caos del Primo Periodo Intermedio.
Di Unas sappiamo che ebbe due mogli, le regine Nebet e Khemut che furono sepolte in una doppia mastaba presso la sua piramide. La discendenza di Unas è incerta anche se pare che la prima moglie, Nebet, gli abbia dato un figlio, il principe Unisankh la cui paternità pare suggerita dal nome e dai titoli di cui si fregiava, Figlio del Re, Ciambellano Reale, Sacerdote di Maat e Ispettore per l’Alto Egitto. Gli vengono attribuiti anche altri due figli, Nebkauor e Shepsespuptah anche se il legame di parentela rimane molto dubbio. Ebbe anche cinque figlie delle quali non si conoscono i nomi mentre è incerta la paternità della regina Iput I futura sposa di Teti, primo faraone della VI dinastia. La testimonianza che anche durante il suo regno l’Egitto mantenne rapporti commerciali sia con le zone più interne dell’Africa che con i paesi dell’area mediterranea si evince dalla rappresentazione di una giraffa su un rilievo e dalla presenza a Biblo di vasi con il nome di Unas.
Vaso a nome del re Unas. V Dinastia, 2380-2350 A.C. Alabastro. – Museo del Louvre di Parigi.
Stranamente fu il faraone più venerato dell’antico Egitto, il suo culto funerario sopravvisse alla fine traumatica dell’Antico Regno e al caos del Primo Periodo Intermedio tanto che, limitatamente alla zona di Saqqara, continuò ad essere venerato addirittura fino alla fine del Periodo tardo, (664 – 332 a.C.), ben 2000 anni dopo la sua morte. Manetone colloca la fine della V dinastia alla morte di Unas poiché questi non aveva altri eredi maschi dopo la prematura morte di Unisankh. Forse questa fu la causa di una crisi di successione sottolineata dal fatto che il suo successore, Teti, assunse il nome di “Seheteptawy”, che significa “Colui Che riconcilia le Due Terre”. Forse Teti rivendicò il trono per aver sposato Iput, possibile figlia di Unas. A questo proposito però molti egittologi si oppongono ritenendo che il trono dei faraoni non fosse trasmissibile per linea femminile. Gia a partire dal regno di Djedkara Isesi, che si accentua ancor più sotto Unas, assistiamo ad un periodo di profondi mutamenti della antica religione egizia e della ideologia regale. Da molte testimonianze si evidenzia un sempre più accentuato declino del culto del faraone durante il regno di Unas, che continuò durante il regno del successore Teti, inoltre è percepibile un calo dell’influenza del sovrano e della sua presenza nell’amministrazione, a favore del clero e dei governatori locali. L’egittologo tedesco Hartwig Altenmuller pone in evidenza il fatto che il culto di Osiride cominciava ad assumere una notevole importanza, fino a sostituire il faraone nel ruolo di garante della vita dei sudditi dopo la loro morte.
Unas si fece costruire la sua piramide a nord di Saqqara senza eccessi, la sua è la più piccola di tutto l’Antico Regno, con una base quadrata di 57,7 metri per lato, con un’altezza di 43 metri. Le dimensioni della piramide non sono da attribuire a questioni temporali, il suo regno fu abbastanza lungo, bensì alla scarsità di risorse a disposizione. Curioso il fatto che durante il livellamento del terreno vennero coperte tombe più antiche, fra cui quella del faraone Hotepsekhemwy.
Quella che un tempo era chiamata pomposamente “Splendidi sono i luoghi (di culto) di Unas” oggi si presenta come un cumulo di pietre inchinate umilmente alla piramide a gradoni di Djoser. Osservata superficialmente da Perrin prima poi da Lepsius, che gli assegnò il numero XXXV, venne esplorata al suo interno solo nel 1881 da Maspero, sempre alla ricerca dei testi delle piramidi già rinvenuti nelle piramidi di Pepi I e di Merenre. L’ingresso si trova sul lato nord, sotto ai resti della cappella votiva; da qui parte un corridoio discendente che dopo poco si estende in orizzontale dove, un po prima della metà si trovano tre blocchi di chiusura a saracinesca.
Proseguendo si sbuca nell’anticamera e da questa, attraverso una porta oggi danneggiata, si entra nella camera funeraria, sia l’anticamera che la camera presentano il tetto ad una sola capriata di lastroni di calcare. La parete occidentale della camera funeraria è interamente rivestita in alabastro con il motivo sfarzoso di facciata di palazzo, presenta una stupenda policromia con cinque colori di base, bianco, nero, giallo, blu e rosso. Lungo la parete è collocato un sarcofago in grovacca grigio-nero. Uno stipo per i canopi era incassato nel pavimento nell’angolo sud-est del sarcofago. Furono rinvenuti solo resti insignificanti della sepoltura, due frammenti di mummia, (pezzi del braccio destro, del teschio e della tibia), e due piccoli manici di coltello, forse impiegati nella cerimonia dell’apertura della bocca.
Ma la cosa più importante di questa piccola piramide è che è la prima che presenta le pareti dell’anticamera e della camera funeraria interamente ricoperte dai Testi delle Piramidi, fra i più antichi testi religiosi egizi giunti sino a oggi, scolpiti in bassorilievo e ricoperti di colore verde-blu, simbolo di lutto e di fede nella resurrezione.
Da considerare che il linguaggio arcaico di alcune sezioni ne suggerisce l’appartenenza a un’epoca di molto precedente allo stesso Unas. Entrambi i soffitti erano decorati con stelle gialle su sfondo blu. Facendo incidere tali numerose colonne di testo sulle pareti delle sue camere sepolcrali, Unas diede inizio a una tradizione che fu seguita dai re, (e da alcune regine), della VI dinastia nelle loro piramidi fino alla fine dell’Antico Regno, due secoli dopo.
Dal libro di Rundle Clark “Mito e simbolo nell’antico Egitto” nei testi delle Piramidi ho tratto questo passo, n. 264:
<<……..I fiori sbocciati dalla pura terra sono Unas……ed è Unas al naso del Grande e Potente Dio. Unas brilla come Nefertum (dio dei profumi), come il fiore di loto alla narice di Ra quando appare ogni giorno all’orizzonte e gli dei vengono purificati al suo sguardo……..>>.
Con la morte del faraone Unas, Manetone mette fine alla V dinastia anche se gli antichi egizi non percepirono sicuramente alcun cambiamento particolare nel passaggio da una dinastia all’altra.
Fonti e bibliografia:
Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Gardiner Martin, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia,
Guy Rachet, ”Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore
John A. Wilson, “Egitto – I Propilei”, volume I, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008
Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
R. T. Rundle Clark, “Myth and Symbol in Ancient Egypt”, Thames & Hudson, 1978
La Cappella Rossa di Hatshepsut, il cui nome originario è “Luogo dell’amore di Amon”, risale alla XVIII dinastia; probabilmente sorgeva nei pressi del quinto pilone e serviva da luogo di sosta per la barca sacra di Amon; alla morte della sovrana fu completata da Thutmosis III, che aggiunse probabilmente le ultime due file di blocchi nei quali è rappresentato da solo e che in seguito decise di smantellarla e di sostituirla con una cappella propria.
I blocchi furono utilizzati da Amenhotep III come materiale di riempimento del terzo pilone e per ristrutturazioni interne; la cappella è stata ricostruita riassemblando quelli rinvenuti ed integrandoli con altri moderni del medesimo materiale.
Essa è realizzata in quarzite rossa salvo il basamento e le porte che sono in granodiorite grigia; è lunga m. 17,54, larga m. 6,17 ed alta m. 5,64, termina con modanatura a gola egizia ed è composta da un vestibolo a cielo aperto nel quale è posta una vasca, in origine parte di un piedistallo per la barca sacra e da un santuario anch’esso a cielo aperto con due piedistalli, accessibili tramite brevi rampe su entrambi i lati e comunicanti grazie ad una porta interna.
L’esterno della Cappella. Foto: Olaf Tausch
E’ probabilmente il primo “prefabbricato” in pietra della storia, in quanto i blocchi misurano tutti un cubito di altezza ed erano assemblati mediante tacche e tenuti insieme con code di rondine; inoltre, ognuno di essi era concepito come un elemento decorativo indipendente, che presenta uno o più scene complete ed è stato decorato prima del montaggio.
Nelle immagini, l’interno del monumento ed uno schizzo di H. Chevrier che illustra il montaggio e l’ancoraggio dei singoli blocchi
UN’ANALISI ICONOGRAFICA
La base in granodiorite della cappella rossa di Hatshepsut reca un fregio di divinità simili ad Hapi e di fanciulle che portano offerte ad Amon dai distretti dell’Egitto (la cosiddetta “passeggiata geografica”, foto a sinistra in basso).
I rilievi sui lati esterni mostrano l’innalzamento degli obelischi della regina nel tempio di Karnak (foto al centro in basso), la corsa rituale e le danze in occasione della festa del suo giubileo (foto in alto), la processione della bella festa della valle e della festa di Opet (in basso a destra).
Foto: kairoinfo4u
Foto: kairoinfo4u
LA BELLA FESTA DELLA VALLE E LA FESTA DI OPET
I rilievi sui lati esterni della cappella rossa mostrano, come già sottolineato, la processione della bella festa della valle e della festa di Opet: più in particolare sono rappresentati la regina e Thutmosis III che compiono le celebrazioni ed i sacerdoti che trasportano su piattaforme sostenute da lunghi pali il tabernacolo nel quale era custodita la statua del dio.
Esso era a forma di piccola barca, caratterizzata da una polena sia a prua che a poppa; la barca di Amon aveva teste di ariete, Mut la testa di una donna con la doppia corona e Khonsu la testa di falco con mezzaluna e dischi lunari.
In svariati punti l’immagine di Hatshepsut è stata scalpellata (si veda, ad esempio, l’immagine in basso): alcuni sostengono che Thutmosis III abbia voluto condannare all’oblio la regina che lo aveva vessato per anni; altri pensano semplicemente che abbia voluto usurpare la cappella cercando di sostituire la propria immagine a quella della matrigna, senza riuscire nell’intento a causa della durezza della quarzite, che non ha consentito di ottenere un nuovo rilievo là dove era stato abraso quello preesistente. Nella pagina dedicata ad Hatshepsut nella rubrica “Donne di potere sulle rive del Nilo”, cercheremo di capire se damnatio memoriae vi fu e perché.
Provenienza: Meydum, mastaba di Nefermaat e Atet (o Itet). Inizi IV Dinastia databile all’incirca al 2600 a.C. Calcare dipinto. Altezza: cm. 27 Lunghezza cm. 172. Ubicazione attuale: Museo Egizio del Cairo.
Il sito da cui proviene il dipinto è ubicato presso la necropoli, risalente alla III Dinastia, a Nord della piramide di Meydum che oggi si presenta in una forma particolarissima dal momento che è stata interessata da crolli e sfruttamento coma cava. Il nucleo interno di questo monumento ci ha rivelato una struttura che è un’ottima testimonianza del passaggio dalla piramide a gradoni a quella propriamente detta.La grande mastaba in oggetto, è appartenuta a Nefermaat e a sua moglie Atet. Le iscrizioni ci informano che egli fu “Sacerdote di Min”, Profeta di Bastet e Shesmetet”, visir e “primogenito del re Snefru”. Nefermaat, dichiara di aver inventato un metodo di pittura “che nessuno può cancellare”. In sostanza, si incidevano i contorni delle figure nella parete calcarea. Questi venivano riempiti con una resina che avrebbe dovuto assicurare la presa degli impasti di colore. In realtà, gli impasti una volta disseccati, si sono staccati e ciò deve essere avvenuto in breve tempo, dal momento che la tecnica fu ben presto abbandonata. Le celeberrime oche, hanno sempre destato meraviglia per l’equilibrio della composizione, il gioco dei colori e la raffinata cura dei particolari (si osservi il dettaglio del piumaggio).
Si possono distinguere tre generi di questi uccelli: alle estremità, in posa diversa per movimentare la scena, ma perfettamente simmetrica per mantenerne la stabilità, osserviamo due Anser fabalis, centralmente a sinistra una coppia di Anser albifrons, riconoscibili, come suggerisce il nome, per il contorno bianco dove il becco si inserisce nella fronte dell’animale, e infine al centro a destra due Branta ruficollis caratterizzate dalle macchie rosse sul petto e vicino l’occhio.
Ed eccoci alla trattazione dell’ipotesi del prof. Francesco Tiradritti, che nel 2015, pose in dubbio l’autenticità del reperto. Per brevità schematizzo i punti salienti dell’intervista in cui vengono sottolineate quelle che sarebbero le “prove” a sostegno. (Ma chi fosse interessato può facilmente trovare in rete l’intero articolo).
Le oche alle due estremità “Anser fabalis” e le due dal petto rosso “Branta ruficollis” non risultano attestate in altre opere d’arte egizia.
Le oche alle estremità sono più grandi rispetto a quelle centrali.
Le Anser albifrons (quelle con il contorno bianco intorno al becco) e le Branta ruficollis sono specie diffuse a latitudini più elevate.
Il tipo di stesura è possibile solo con l’uso di pennelli moderni.
Albert Daninos nel suo resoconto afferma che il dipinto fu staccato dalla parete dal milanese Luigi Vassalli ma non viene da lui menzionato nei suoi rapporti. Probabilmente, essendo anche pittore, fu lui a dipingerlo o ridipingerlo
In un frammento di intonaco anch’esso proveniente dalla cappella di Atet, compaiono una coppia di geroglifici, un cestino ed un avvoltoio, corrispondenti alle lettere A e K (o G) che sembrerebbero indicare un monogramma. Vassalli aveva sposato in seconde nozze una tale Angiola Gagliati ed ecco che il dipinto potrebbe essere spiegato come un tributo di Vassalli alla sua sposa.
Ora veniamo brevemente a ciò che ci dicono in concreto le fonti disponibili e, per questo, mi avvalgo della trattazione dell’argomento fatta dal prof. Maurizio Damiano nel suo volume Antico Egitto (sezione L’Antico Regno dalla IV alla VI Dinastia) edito da Electa. Allego anche la ricostruzione della decorazione della parete nord dell’ingresso ingresso in mattoni crudi da cui provengono diversi frammenti, tra cui anche le famose oche in oggetto.
La mastaba di Nefermaat e Atet fu documentata nei diari di scavo sin da XIX secolo; prima da Mariette nel 1871 e, successivamente, nel 1891 da Petrie, che la studiarono sul posto. Lo stesso Petrie staccò i dipinti su richiesta di Gaston Maspero nel 1910 e furono portati al Museo del Cairo e in altri Musei. In particolare i frammenti dei musei inglesi e americani sono stati oggetto di serissime analisi che ne confermano la datazione, ove mai ce ne fosse stato bisogno, data la documentazione relativa alla scoperta in situ.
Ora, se osserviamo la ricostruzione dell’intera parete salta immediatamente all’occhio come la scena rappresentata sia perfettamente coerente sia dal punto di vista stilistico, sia da quello artistico, formale e strutturale. Oltretutto è anche visibile uno dei due frammenti conservati al British, da me postati in precedenza, in cui è lampante, nella colorazione e nei dettagli del piumaggio dell’anatra la perfetta analogia con le oche dipinte più in basso. (Consiglio, a tal proposito di visitare la pagina Facebook del prof. Damiano, ove tale ricostruzione è a colori e quindi di più facile e immediata lettura).Quando sono venuto a conoscenza delle ipotesi ventilate circa la falsità di questo prezioso reperto, non nascondo di esserne stato profondamente turbato: hanno esercitato su di me un fascino prepotente e vederne messa in dubbio l’autenticità mi ha dato molto da pensare, pertanto concludo, per quello che possono valere, con le mie impressioni circa le ipotesi di Tiradritti.
Il fatto che le due specie non siano attestate in altre opere d’arte egizia, a mio parere vuol dire ben poco. Non credo sia questo l’unico caso di unicità, né si può escludere che magari in futuro verranno riportate alla luce reperti simili. Del resto è come se si volesse affermare, tanto per fare un esempio, che siccome di Cheope è conosciuta un’unica statuetta alta poco più di un soldo di cacio, si tratti di un falso, oppure che l’esistenza del faraone sia quanto meno da mettere in dubbio.
la differenza di proporzioni delle due oche all’estremità può essere spiegata (come afferma, del resto, lo stesso Tiradritti), con l’intento di dare stabilità e profondità alla composizione, ma anche, aggiungo, semplicemente con il fatto che quella specie avesse delle dimensioni maggiori. Non dimentichiamo che gli egizi erano attentissimi osservatori.
Le due specie al centro potrebbero benissimo non essere più presenti oggi in Egitto, ma al tempo si. Altrimenti le scene di caccia all’ippopotamo, la rappresentazioni di coccodrilli, antilopi, dovrebbero portare alle stesse conclusioni, visto che non sono più presenti.
La stesura possibile solo con pennelli moderni, mi lascia esterrefatto. Gli egizi ci hanno lasciato capolavori, come ad esempio la splendida statua di Chefren lavorata nella durissima diorite, giusto per dirne una, figuriamoci se un pennello poteva costituire un ostacolo insormontabile alla stesura particolare dei colori.
Il fatto che il dipinto sia stato consegnato da Luigi Vassalli contraddice clamorosamente che sia stato staccato da Flinders Petrie, nel 1910. In altra parte dell’articolo rilasciato da Tiradritti, si afferma che il dipinto fu staccato subito dalla parete e, forse, ridipinto dallo stesso Vassalli . Ora, questo “subito” deve essere stato poco dopo la scavo di Mariette, avvenuto come abbiamo detto nel 1871, essendo il Vassalli (che tra l’altro era anche pittore), morto nel 1887. L’incongruenza mi pare fin troppo evidente. E ammesso e non concesso, come sarebbe stato possibile non notare una manipolazione così recente? Oltretutto avrebbe dipinto lui un capolavoro e per quanto mi son sforzato di cercare non ho trovato alcuna opera memorabile a lui ascrivibile.
La dedica alla moglie Angiola Gagliati, poi mi sembra proprio la classica ciliegina sulla torta, che neanche credo sia il caso di essere presa in considerazione.
Sono ben consapevole che potrebbe sembrare presuntuoso contraddire le conclusioni di uno studioso: niente di tutto ciò. Vi assicuro che non ho alcun titolo per arrogarmi un simile onere, ma credo sia legittimo porsi delle domande anche se si è un soltanto un umile e semplice appassionato.
P.S. Un ringraziamento speciale al Prof. Maurizio Damiano, che è già intervenuto gentilmente sulla prima parte del mio post, e mi ha fornito le dritte giuste affinché potessi affrontare con sufficiente serenità un argomento così delicato.
Fonti:
Maurizio Damiano , Antico Egitto . 2001 by Electa, Milano Edmond Editori Associati.
Per l’intervista al Prof. Tiradritti, Il giornale dell’Arte, ricerca effettuata in rete
Poiché seguo l’ordine adottato dal prof. Miroslav Verner nel suo libro “Il mistero delle piramidi”, (sempre citato in fonte), prima di trattare l’ultimo faraone della V dinastia vorrei parlare di quella che l’autore cita come la piramide della “Regina senza nome”. Si tratta di un modesto complesso piramidale situato all’angolo nord-est del muro di cinta che racchiude la piramide ed il tempio funerario di Djedkara Isesi a Saqqara. La piramide si presenta praticamente in rovina, priva di rampa cerimoniale né di un tempio a valle, comprende solo la piramide ed il tempio funerario racchiusi in un muro di cinta.
La sua ubicazione, praticamente inclusa nel complesso di Djedkara, lascerebbe intuire che si possa trattare della moglie del sovrano. Il suo nome però non compare in alcuno dei frammenti di rilievi ritrovati nei dintorni. L’archeologa Vivienne Callender sollevò l’ipotesi che Merensankh IV, madre del principe Raemka, avrebbe potuto essere la moglie di Djedkara Isesi, ma la tomba della regina è stata ritrovata a Saqqara, (classificata da Auguste Mariette come D5), e si trova a nord della piramide di Djoser. In questo caso si potrebbe pensare che si tratti di un’altra moglie del faraone. Lepsius e Perring passarono poco tempo ad esaminare il monumento, fu solo nel 1952 che il grande archeologo egiziano Ahmed Fakhri intraprese un’indagine più approfondita che però non portò mai a termine. I dati in nostro possesso, anche se incompleti, li dobbiamo a Maragioglio e Rinaldi che esplorarono il sito negli anni ’60.
La piramide comprendeva un nucleo centrale formato da tre gradoni, costruiti con lo stesso metodo di quella di Djedkara Isesi. Oggi è possibile vedere un immenso cratere tra le rovine che conduce ad una profonda fossa da nord.
Per quanto riguarda il tempio funerario, al quale si accedeva da ovest, a causa della sua ubicazione, questo si evidenzia per l’insolita dotazione di un portico colonnato settentrionale. Una sala era situata fra l’ingresso ed il cortile aperto anch’esso colonnato, dove cinque colonne papiriformi con sei stele si presentavano disposte su un’unica fila al centro della sala. La corte aperta, con sedici colonne papiriformi a sei stele, era orientata nel senso nord-sud e un gruppo di dieci camere deposito si trovava a nord. Il complesso comprendeva anche una piramide cultuale situata in corrispondenza dell’angolo sud-est della piramide stessa.
L’egittologo austriaco Peter Jánosi fece notare che il complesso si presentava difforme da quello delle altre regine dell’epoca per cui lo assegnò sicuramente alla moglie di Djedkara Isesi. Si ma quale?
Il tempio denuncia una insolita grandezza per le sue decorazioni e l’originalità tali da far pensare che sicuramente sia appartenuto ad una donna che godeva di una posizione sociale significativa. L’egittologo Klaus Baer ha dedotto che gli aggiustamenti ed i rifacimenti visibili in molti rilievi stanno ad indicare che la regina dovette aver regnato per un certo periodo dopo la morte del marito prima dell’incoronazione del figlio, Unas (?). E’ però possibile anche il contrario, Djedkhara Isesi, potrebbe aver legittimato la sua incoronazione grazie al matrimonio con questa donna, cosa non certo inconsueta nella storia egizia. Durante gli scavi nella tomba di un dignitario della V Dinastia, di nome Khuwy, situata nei pressi della piramide di Djedkara, nel 2019 venne fatta una scoperta che pare possa risolvere il mistero del nome della regina, una colonna in granito rosso di Assuan recante l’iscrizione:
<< Colei che vede Horus e Seth, la grande dello scettro-hetes, la grande di preghiera, moglie del re, sua amata Setibhor >>.
Un ritrovamento molto importante secondo l’egittologo Mohamed Megahed, che aiuta a comprendere meglio il periodo tra la V e la VI Dinastia che vede una radicale trasformazione del credo religioso egizio oltre alla fine della pratica di costruire templi solari.
Setibhor risulta quindi il nome di una regina finora sconosciuta, sposa di Djedkara Isesi ed, a questo punto, proprietaria del complesso funerario che era ancora anonimo. Il complesso, che si presenta come il più grande per una regina dell’Antico Regno, è il primo realizzato a Saqqara Sud nella forma riservata ai soli re, come le colonne papiriformi nel tempio funerario.
Secondo Mohamed Megahed, che era a capo della missione ceca, il complesso sarebbe stato realizzato dallo stesso Djedkara Isesi in contemporanea al suo poiché entrambe presentano le stesse caratteristiche architettoniche. Aggiunge inoltre Megahed: “A giudicare dalle dimensioni della piramide di Setibhor e del suo tempio, crediamo che abbia avuto un ruolo molto importante nella vita di Djedkara Isesi stesso, probabilmente aiutandolo ad ascendere al trono dell’Antico Egitto”. In ogni caso questo complesso piramidale di una regina della V dinastia non può che confermare il crescente ruolo svolto dalla regina in questo turbolento periodo che segnerà la fine della V dinastia con il faraone Unas.
Fonti e bibliografia:
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Djed Medu, Blog di egittologia, articolo di Mattia Mancini pubblicato il 12 gennaio 2018
Web, bluplanetheart, archeologia e misteri, 7 aprile 2019
A Menkauhor successe il figlio Djedkara Isesi. Sul fatto che fosse realmente il figlio esistono ancora forti dubbi, secondo alcuni i due sovrani erano fratelli, (figli di Niuserra), per altri invece sarebbero stati cugini, (figli di Neferefra di Niuserra). Qualunque sia stata la reale discendenza di Djedkara Isesi è però certo che il suo diritto al trono fu appoggiato e sostenuto con fermezza dalla sua sposa reale, questa è l’interpretazione che viene data basandosi sul significato di un grande complesso piramidale della sposa, degno di una regina, che vedremo in seguito. Djedkara Isesi, (Tancheres, Makara, Djed, Izozi, Horo Djedkhau), regnò intorno al 2380 a.C. per un periodo abbastanza lungo. Manetone gli attribuisce 44 anni mentre il Canone Reale di Torino riporta una durata di 28 anni, (38 secondo alcuni studiosi). Dai riscontri archeologici risulta che la data più alta corrisponderebbe alla ventitreesima conta del bestiame, poiché la prima conta avveniva l’anno dell’incoronazione considerato come primo anno, se le conte si sono tenute regolarmente ogni due anni, Djedkara Isesi dovrebbe aver governato per 44 anni.
Durante il suo regno assistiamo ad un ulteriore aumento del potere dei vari nomarchi a scapito del potere centrale, questo fatto è testimoniato dall’aumento nella sontuosità delle loro tombe mediante l’utilizzo di materiale sempre più pregiato e dal fatto che i loro nomi compaiono sempre più frequentemente. Per la sua piramide, che chiamò “Splendido è Djedkara”, scelse un altopiano di roccia, al quale si accede attraverso una rampa, a Saqqara sud. Gli arabi oggi la chiamano “Haram esh-Shawaf”, (Piramide della Sentinella).
Perring fu il primo a visitarla subito seguito da Lepsius ma fu solo nel 1880 che Gaston Maspero, sempre alla ricerca di “Testi delle piramidi”, penetrò nella sua piramide senza però raggiungere risultati di rilievo. Un’indagine archeologica sistematica venne effettuata però solo alla metà degli anni ’40 del XX secolo e fu accompagnata da una serie di circostanze sfortunate. Alexandre Varille con Abdel Salam Hussain effettuarono alcune ricerche che però dovettero interrompere bruscamente verso la fine degli anni ’40 con la perdita di tutta la documentazione di scavo. Un’avventura simile capitò pure a Fakhri agli inizi degli anni ’50. Verso metà degli anni ’80, l’archeologo egiziano Mahmud Abdel Rasek, iniziò la sua campagna di scavi partendo dalla rampa cerimoniale e dal tempio funerario. Dalle rovine del tempio funerario, non ancora studiato a fondo, apparve evidente l’impossibilità di effettuare uno studio archeologico approfondito a causa della devastazione subita e dell’incompletezza della documentazione. Veniamo ora alla sua piramide, in essa sono presenti importanti cambiamenti dal punto di vista concettuale che caratterizzeranno anche quelle dei suoi successori. La prima cosa che salta all’occhio è che, a differenza delle piramidi della IV dinastia, ed in parte anche della V, dove il megalitismo del nucleo spiccava, qui passa in secondo piano. Per la costruzione dei sei gradoni, alti fino a 7 metri di cui era composta, sono stati utilizzati piccoli ed irregolari pezzi di calcare cementati con malta argillosa.
Oggi di gradoni ne esistono solo più tre e la parte rimasta raggiunge un’altezza di circa 24 metri. Nonostante i saccheggiatori l’abbiano privata di gran parte del paramento di fine calcare bianco, la struttura si presenta in uno stato di conservazione eccellente in modo particolare sul lato nord. L’ingresso era situato sul lato nord ma non come per le precedenti piramidi, si trovava nel cortile sotto il pavimento della cappella votiva a circa 2,5 metri verso ovest dell’asse nord-sud forse coperto dal blocco che ancora oggi giace vicino all’entrata e che presenta una decorazione di stelle. Da qui si diparte un corridoio che, deviando anch’esso leggermente verso est, come quello delle altre piramidi viste in precedenza, scende finendo in un piccolo vestibolo, qui sono stati trovati resti di vasi in frantumi.
E’ molto probabile che in questo luogo si celebrassero i rituali funebri chiamati la “Frantumazione dei vasi rossi”. Passato il vestibolo si presentava subito una barriera composta da tre macigni a caduta di granito rosa, dopo di che il cunicolo proseguiva orizzontalmente ed alla fine si trovava l’ultima barriera di granito. Quindi si accedeva all’anticamera e da questa alla camera funeraria e, a differenza delle precedenti piramidi, ad una terza camera con tre nicchie, probabilmente con funzione di deposito che presentava un soffitto piatto. Il soffitto dell’anticamera e della camera funeraria era formato, come per le altre piramidi di Abusir, da una capriata composta da tre strati sovrapposti di possenti blocchi di calcare. L’interno è, come sempre, completamente devastato, non permettendo una ricostruzione della pianta originaria. Tra le macerie sono stati rinvenuti frammenti del sarcofago completamente distrutto e di vasi canopi.
Scavando tra il cumulo di detriti sono emersi i resti di una mummia appartenente ad un uomo di circa 50 anni. Stante che i saccheggiatori non hanno rimosso le barriere di granito ma le hanno aggirate scavando angusti cunicoli si potrebbe presumere che la mummia sia appartenuta allo stesso Djedkara Isesi il quale sarebbe salito al trono abbastanza giovane e quindi abbia raggiunto un’età avanzata.
Ovviamente queste congetture sono tutte da verificare in funzione del torbido periodo che intercorse tra il regno di Niuserra e quello di Djedkara Isesi. La circostanza che anche Djedkara Isesi, (come il suo predecessore Menkauhor), non costruì un tempio solare porta ad ipotizzare che dopo Niuserra si siano verificati mutamenti importanti nella teologia solare o, comunque, nella politica religiosa della dinastia facendo si che il culto di Ra sia andato via via perdendo importanza, pur senza scomparire del tutto, (il nome del sovrano contiene ancora la particella Ra). Una citazione di questo sovrano la troviamo su un frammento di vaso di alabastro, rinvenuto a Biblo nella tomba del cancelliere del re Baurdjeded, che dichiara di aver riportato, per ordine di Djedkara Isesi, un danzatore nano da Punt.
Fonti e bibliografia:
Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Gardiner Martin, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
Guy Rachet, ”Dizionario Larousse della civiltà egizia”, Gremese Editore
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975
Djed Medu, Blog di egittologia, articolo di Mattia Mancini pubblicato il 12 gennaio 2018
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008
Web, “I Faraoni” By Luckvior
Wilkinson Richard H., “The Complete Temples of Ancient Egypt”, Thames & Hudson, New York, 2000)
Dalla sequenza dei sarcofagi reali dell’inizio della XVIII dinastia stabilita da Hayes.
Il primo sarcofago di Hatshepsut è stato denominato “A”. Si tratta di una contenitore rettangolare con i lati lunghi divisi in tre pannelli, tutti privi di immagini, tranne che per gli occhi geroglifici udjat incisi sul lato sinistro. Quattro bande trasversali verticali di testo decorano i lati lunghi, e due, alle estremità della testa e dei piedi. Un cartiglio è inciso sulla parte superiore del coperchio, circondando una colonna verticale di testo. Con l’eccezione di una rappresentazione della dea del cielo Nut sulla parte superiore del coperchio, non ci sono figure sulle pareti sarcofago.
Il sarcofago “A”, al Cairo
Dopo essere stata incoronata faraone, Hatshepsut avvertì la necessità di avere una nuova tomba reale, questa volta, come si addice a un faraone, nella Valle dei Re. La tomba precedente fu abbandonata, e iniziarono i lavori di scavo per creare quella che oggi è conosciuta come la tomba KV20 nella Valle dei Re. Questo imponente sepolcro fu scavato per oltre 960 m sotto la superficie, sullo stesso asse del tempio mortuario della regina di Deir el Bahari.
Sfortunatamente, la scarsa qualità della pietra costrinse i costruttori a modificare il tracciato. Nessuna decorazione sopravvive oggi sulle pareti, anche se vi sono stati trovati quindici blocchi di rivestimento con testi religiosi.
La nuova tomba fu dotata di un nuovo sarcofago di quarzite per il “re donna”. Questo sarcofago, il secondo di Hatshepsut, è il sarcofago di Boston, ora noto nella sequenza di Hayes come sarcofago “C”. Questo pezzo fu tagliato, decorato, iscritto e completamente preparato per Hatshepsut.
La situazione avrebbe dovuto essere risolta qui. Ma molti cambiamenti di piano dovevano ancora seguire.
All’inizio del regno, Hatshepsut potrebbe aver avuto difficoltà a legittimare la sua pretesa al trono. Mentre un grande sentimento verso suo padre, il da tempo defunto Thutmose I, rende possibile un’interpretazione romantica degli eventi che seguirono, è più probabile che sia stata una pura motivazione propagandistica a causare un cambiamento dei piani mortuari di Hatshepsut. Abbiamo già menzionato di sfuggita le scene di nascita divina di Hatshepsut nel suo tempio mortuario a Deir el-Bahari, e la rappresentazione politicamente motivata della benedizione di Thutmose I che la annuncia come “prossimo” faraone (ignorando convenientemente il regno intermedio di Thutmose II).
Probabilmente tra gli anni 4 e 7 Hatshepsut decise di espandere la sua associazione con il suo defunto padre. Ordinò la rimozione del corpo di Thutmose I dalla, nella Valle dei Re (tomba KV 38), e la sua risepoltura accanto al suo sarcofago nella sua seconda tomba (KV 20), ancora in costruzione. Forse la risepoltura fu accompagnata da una “seconda” processione funebre per suo padre, intesa a riaffermare pubblicamente il legame di legittimità politica tra padre e figlia.
Il sarcofago “C”, a Boston
Ella “regalò” il suo secondo sarcofago (il sarcofago “C” di Boston) a Thutmose I, e ordinò che fosse riallestito per ospitare il suo corpo mummificato e la sua originale bara antropoide di legno. Come vedremo, questo richiese un completo ridimensionamento e ridisegno del pezzo. Ora si hanno due sarcofagi, ma ancora per Hatshepsut manca quello per la propria eventuale mummificazione e sepoltura.Hatshepsut ordinò allora un terzo sarcofago per sé, ora noto come sarcofago “D” (fig. 8), un pezzo simile, anche se più grande ed elaborato del sarcofago di Boston.
Il sarcofago “D”, al Cairo
Alla fine, lo scavo della tomba di Hatshepsut KV 20 fu abbastanza profondo da permettere a entrambi i faraoni, Hatshepsut e Thutmose I, di essere sepolti nella camera più interna. Entrambi i sarcofagi potrebbero essere stati posti nella tomba nello stesso momento (le scale della tomba mostrano gradini solo su un lato, per permettere la discesa scorrevole dei sarcofagi. Ma a un certo punto, durante il reinserimento della mummia di Thutmose I, si scoprì improvvisamente che la sua bara originale in legno antropoide era troppo grande per entrare nel nuovo sarcofago “C” di Hatshepsut. Con apparente fretta, le estremità interne della testa e dei piedi del sarcofago furono allargate, cancellando la decorazione aggiunta per Thutmose I e danneggiando i testi sulla parte superiore delle pareti del sarcofago, anch’essi recentemente modificati da Hatshepsut a beneficio di Thutmose I. La decorazione fu frettolosamente riapplicata alle estremità superiori della testa e dei piedi, la bara di legno del re fu posta all’interno e il coperchio fu chiuso sopra di lui.
In tempi moderni, la tomba KV 20, la seconda tomba (reale) di Hatshepsut, fu esaminata per la prima volta da James Burton nel 1824. Poi, nel 1903, Howard Carter, lavorando nella Valle dei Re per conto dell’avvocato e imprenditore di Newport, Rhode Island, Theodore M. Davis, ha ripulito la tomba di Hatshepsut.
I maggiori ritrovamenti furono i due sarcofagi reali in quarzite “C” e “D”, e il contenitore canopo della regina. Il sarcofago “C” era stato ribaltato e giaceva sul lato est contro uno dei tre pilastri della camera, mentre il suo coperchio era stato accuratamente lasciato appoggiato al muro. Il sarcofago più grande “D” era capovolto, con il suo coperchio rovesciato sulla schiena sul pavimento a diversi metri di distanza. Entrambi i sarcofagi erano vuoti, ed entrambi furono rimossi da Carter dalla tomba. Mentre il terzo e ultimo sarcofago “D” di Hatshepsut andò al Museo del Cairo, il direttore del Servizio Egiziano delle Antichità, Gaston Maspero, propose il sarcofago “C” di Thutmose I a Davis. Egli a sua volta lo donò nel 1904 al Museum of Fine Art di Boston, insieme a numerosi reperti di un’altra stagione di lavoro nella tomba KV 43, la tomba di Thutmose IV. Il sarcofago fu spedito a Boston, e da allora è rimasto in mostra al Museum of Fine Arts della città.
P.S.: per un facile riconoscimento. a parte il primo (A) che non ha sostegni ai quattro angoli per il coperchio, si riconosce quello del Cairo (D) da quello di Boston (C) dai vetri di protezione presenti.
L’argomento della spedizione commerciale a Punt organizzata da Hatshepsut nell’anno nono del suo regno è già stato magistralmente affrontato da Nico Pollone, che ci ha regalato anche la traduzione del testo geroglifico che accompagna il ciclo di rilievi che la rievocano e che si trova sulla parete del portico sito sulla parte sinistra della seconda terrazza del tempio di Deir el-Bahari: potrete trovare l’articolo nel nostro sito web alla voce “testi”.
Il mio contributo è molto meno specialistico, e vuole essere un’analisi dei rilievi stessi, così come ricostruiti sulla base dei disegni eseguiti all’epoca della loro scoperta, prima che la maggior parte di essi venisse rubata subito dopo l’apertura del sito da parte di Mariette, avvenuta nel 1858.
Fonti epigrafiche e documentali certificano che già nell’Antico Regno Cheope e Pepi II intrattennero proficui scambi commerciali con il leggendario Paese di Punt, la cui esatta localizzazione è ancora oggi controversa anche se è certo che dovesse trovarsi a sud della valle del Nilo, nella zona indicata dalla cartina; tali contatti proseguirono anche nel Medio regno con Mentuhotep III e ripresero 500 anni dopo nel Nuovo Regno, prima con Hatshepsut e poi con Thutmosis III ed Amenhotep III; Amenhotep II, Ramses II e Ramses III inoltre ebbero relazioni diplomatiche con quelle genti, ricevendo le loro delegazioni.
LA DISLOCAZIONE DEI RILIEVI NEL TEMPIO
Le rappresentazioni della spedizione della grande sovrana iniziano sul registro inferiore posto sul lato meridionale della parete e continuano sulla parte inferiore del muretto meridionale e nei registri superiori della parete posteriore; il seguente diagramma, tratto da un articolo di Karl H. Leser trovato in rete, mostra la disposizione delle scene nel portico, ormai poco visibili e molto lacunose.
1 – la flotta arriva a Punt
2 – la spedizione è accolta a Punt
3 – Scambio di doni; sopra al n. 3 uomini trasportano alberi comprese le radici
4 – le navi vengono caricate con il “tributo” di Punt
5 – il ritorno della spedizione
6 – doni per il Signore di Punt
7 – Hatshepsut presenta ad Amon i doni portati da Punt
7a – Hatshepsut
7b – tre grandi alberi
8 – Pesatura e conteggio dei beni
8a – mucchi di mirra tra i registri 8 e 9 c’è solo testo
9 – il successo della spedizione a Punt è annunciato davanti ad Amon
9a – Thutmosis III offre incenso ad Amon
9b – Hatshepsut in piedi davanti ad Amon
9c – Amon in trono
10 – il successo della spedizione è annunciato alla corte reale
Nelle immagini, pianta del sito di Deir El-Bahari elaborata da Golvin, ove il portico di Punt è indicato da una freccia da me apposta
L’ORDINE DI AMON A SUA FIGLIA HATSHEPSUT
Dalle iscrizioni del portico si apprende che lo stesso Amon aveva dato ad Hatshepsut l’ordine di organizzare il viaggio garantendole il successo nell’impresa che avrebbe confermato la benevolenza divina nei suoi confronti.
“Detto da Amon, Signore dei troni delle Due Terre: “Vieni, vieni in pace, figlia mia, la bella, che sei nel mio cuore, Faraone Maatkare… io ti darò Punt, tutta quanta… Guiderò [i tuoi soldati] per terra e per mare, sulle rive misteriose che conducono ai porti dell’incenso, il territorio sacro della terra divina, la mia dimora di delizie…”
La spedizione era finalizzata a procurarsi beni pregiati come olibano, mirra, incenso, ebano, oro, avorio, e pelli di ghepardo scambiandoli con prodotti egizi, ed il tesoriere Nehesj aveva avuto l’ordine di importare anche alberi completi di radici da ripiantare e coltivare in patria: a Deir el-Bahari, infatti, sul lato destro e sinistro della prima rampa che porta alla terrazza centrale sono stati trovati bacini all’interno dei quali vi sono dei ceppi che si suppone possano essere i resti degli alberi portati da Punt.
“Prenderanno quanto incenso vorranno. Caricheranno le loro navi di alberi di incenso ancora verde [cioè fresco] e di tutte le cose buone di quella terra fino a soddisfare pienamente i loro cuori”.
Nelle immagini, uno dei ceppi ritrovati a Deir el-Bahari e l’albero dell’incenso (boswellia sacra).
LA PREPARAZIONE DELLE NAVI ED IL VIAGGIO
La regina fece quindi allestire cinque grandi navi a vela, rappresentate con la prua rivolta a sud, nell’atto di partire:
“Partenza dei soldati del Signore delle Due Terre che attraverseranno il Grande Mare sulla Giusta Via verso la Terra degli Dei, in obbedienza del volere del re degli Dei, Amon di Tebe. Egli comandò che gli venissero portati i meravigliosi prodotti della Terra di Punt, per questo egli ama la Regina Hatshepsut più di tutti gli altri re che hanno governato queste terre”.
Le imbarcazioni erano dotate di un solo albero alto circa otto metri, di una singola vela quadra e di due pennoni a cui legarla; erano lunghe circa 20 – 25 metri, con poppa e prua molto alte sopra l’acqua ed erano prive di cabina; a poppa ed a prua una piattaforma rialzata protetta da una balaustra serviva da postazione di vedetta e probabilmente sotto di essa era previsto un riparo per gli ufficiali.
Esse non avevano ponti, in quanto i rematori, quindici per lato, erano posizionati in coperta; il timone, formato da due lunghi remi fissati ad un supporto sulla piattaforma posteriore, era manovrato da due timonieri con un lungo bastone curvo; l’equipaggio era completato da quattro addetti a tenere il ritmo di vogata, un pilota, un sorvegliante dei rematori, un capitano ed una scorta armata composta da otto o dieci soldati e da un ufficiale.
La spedizione consisteva quindi di circa 210 persone distribuite su cinque navi: il rilievo mostra i rematori ai remi; i capivoga in piedi alle loro spalle sulla piattaforma di prua; il timoniere a poppa; il capitano, riconoscibile dal bastone del comando, in piedi sulla piattaforma a prua che guarda nella direzione verso cui è diretta la nave.
Il testo esplicativo non contiene informazioni sul viaggio ma si limita a registrare il felice approdo a Punt; la rotta seguita dagli egizi, anch’essa controversa, sarà oggetto di un distinto post, che ci verrà regalato dal nostro esperto di navigazione Sandro Barucci.
Nelle immagini, la nave: il rilievo originale e il disegno a suo tempo eseguito da Naville, che documentò alla fine del 1800 tutto il sito.
Il Porto di imbarco
A cura di Sandro Barucci
Come ho scritto nel post sui porti del Mar Rosso, il luogo di partenza e di arrivo al ritorno, ben documentato fino dalla XII dinastia, è Mersa/Wadi Gawasis, che si trova alla latitudine della città di Tebe , ben raggiungibile attraverso la pista nel Deserto orientale. Vi è consenso fra gli studiosi che da qui sia partita anche la “nostra” spedizione, con trionfale ritorno nella Capitale. La Mèta del Viaggio.Qui è importante fare una premessa. Spesso quando iniziamo un discorso “gli Egizi pensavano che …” , dimentichiamo l’estensione temporale di questa Civiltà ed il mutare delle situazioni. Anche nel caso della “Terra di Punt” dobbiamo tenere ben presente che fra il primo viaggio documentato sotto il faraone Sahura ed il viaggio di Hatshepsut è trascorso un millennio, durante il quale si sono evolute le conoscenze tecniche generali e le capacità di navigazione in particolare. E’ dunque oggi considerato verosimile che il concetto di “Punt” si sia modificato nel tempo; inizialmente era quello di una terra favolosa raggiungibile verso Sud , probabilmente poteva essere il Sudan meridionale (n.1 nella mappa) , per poi divenire una meta più lontana con l’aumento delle conoscenze, fino a raggiungere lo stretto di Bab el Mandeb (n.2), e poi forse andare oltre. La convinzione prevalente oggi è che tutte le mete di cui si è discusso largamente come alternative, siano in realtà state raggiunte tutte in tempi diversi, sotto il nome generale di “Punt”. Bab el Mandeb si trova approssimativamente a 1900 Km da Mersa/Wadi Gawasis, può sembrare una distanza enorme; ricordiamo però che quelli di Hatshepsut sono vascelli con ampi equipaggi di professionisti e che la storia della navigazione riporta distanze ben superiori compiute anche solo a remi. Vediamo anche la mappa della zona più meridionale del Mar Rosso. Si sarebbero trovati tre arcipelaghi principali dove fare tappa ed anche vedere con chiarezza la vicina costa dello Yemen (n.3), facile da raggiungere (anzi con ogni probabilità visitata). Non sappiamo quanto altro ancora una spedizione potesse proseguire oltre lo Stretto, in Oceano Indiano . Ricordo solo, senza alcuna pretesa di prova storico-scientifica , che l’attuale Stato del Puntland si trova sulla costa sud-orientale del Corno d’Africa (n.4) e fa parte della Repubblica federale di Somalia
L’ARRIVO A PUNT
Il rilievo mostra gli Egizi che arrivano a Punt, raggiungono un villaggio di palafitte coniche che sorge sulle rive di un corso d’acqua ricco di pesci di specie ben identificabili (c’è anche una tartaruga, a malapena visibile sotto la capanna posta più a sinistra).Le capanne sono accessibili tramite una scala a pioli esterna, ed una di esse è sorvegliata da un cane da guardia; tutto l’agglomerato è immerso in un bosco di palme da dattero molto alte e alberi di ebano e mirra, con bovini al pascolo, pantere o leopardi ed uccelli.
Nelle fotografie il villaggio nella terra di Punt nel suo complesso, particolare di una capanna e di parte del bosco dove pascola una mandria.
LA COLLOCAZIONE GEOGRAFICA DEL VILLAGGIO
Si è ipotizzato che il paesaggio nel quale si colloca il villaggio rappresenti un tratto delle coste del Mar Rosso, ma Maspero sostenne che potesse riferirsi alle sponde di un fiume diverso dal Nilo che gli Egizi avrebbero imboccato via mare dalla foce, in quanto nel rilievo originale l’acqua era dipinta di verde, colore che indicava l’acqua salata od un fiume soggetto alla marea; inoltre alcuni esemplari di flora ivi raffigurati non crescono in riva al mare (es. il sicomoro odoroso, ritratto nella fotografia in basso) né alcuni animali presenti erano tipici del Nilo.
LA DELEGAZIONE EGIZIA SI PREPARA AD INCONTRARE I PRINCIPI DI PUNT
Dopo lo sbarco Nehesi depose su di un tavolo “tutte le buone cose della Sua Maestà, che abbia vita, salute e forza, destinati ad Hathor, Signora di Punt” (collane di perline di vetro – produzione artigianale nella quale l’Egitto eccelleva e che erano molto apprezzate anche all’estero – braccialetti probabilmente d’oro in quanto dipinti di giallo, un’ascia e una daga da cerimonia) e si prepara ad incontrare il capo locale.
Il tesoriere indossa abiti civili ma porta il bastone di comando ed è accompagnato da una scorta: i soldati con lancia, ascia e scudo rotondo, l’ufficiale senza scudo ma con un arco oltre all’equipaggiamento comune.
Il fatto che buona parte dei partecipanti alla spedizione fossero soldati induce a ritenere che gli Egizi temessero di non essere accolti amichevolmente dalla popolazione di Punt, con la quale non avevano contatti diretti da oltre 500 anni, ed alcuni studiosi hanno addirittura ipotizzato che la pacifica spedizione commerciale sia stata quasi una scorreria, vista la magnificenza dei beni che vennero riportati in Egitto e la modestia dei doni che Hatshepsut aveva mandato al signore locale.
L’INCONTRO CON I PRINCIPI DI PUNT
Nehesi viene accolto amichevolmente e con deferenza dal principe Parahu, dalla moglie e dai figli, che si avvicinano con le braccia levate verso l’alto in segno di omaggio, seguiti da un asino sellato (“il grande asino che porta sua moglie”, dice l’iscrizione) e da tre servitori con corti bastoni e con la barba a punta ricurva.
La sovrapposta iscrizione geroglifica rassicura in merito alla deferenza mostrata dal principe non tanto nei confronti della sovrana, quanto delle sue truppe, e ne rileva lo stupore nel vedere Egizi spintisi fin nella sua terra:
“qui vennero i Grandi di Punt, le loro schiene piegate, le loro teste piegate, a ricevere i soldati della Sua Maestà”. “Come siete arrivati in questa terra sconosciuta agli uomini dell’Egitto? Provenite dalle strade del cielo? O avete navigato il mare di Ta-nuter? Dovete aver seguito il percorso del sole. Per quanto riguarda il Re dell’Egitto, non ci sono strade che siano inaccessibili alla Sua Maestà; noi viviamo dell’aria che egli ci fornisce”.
Il capo del villaggio, che un’iscrizione definisce “il Grande di Punt, Parihu” ed i suoi congiunti (“i suoi figli”, “sua figlia” e “sua moglie, Ati”) hanno la carnagione di color rosso mattone ed i capelli neri come gli Egizi, e Parihu porta una collana di grandi perle, una piccola daga alla cintura e indossa un gonnellino analogo a quello dei suoi visitatori, ma ha una barba a pizzetto curva verso l’alto (evidentemente di moda a Punt, mentre in Egitto era tipica del solo Faraone) e anelli alle gambe che lo identificano come straniero.
La sua regina è obesa ed indossa un vestito giallo, bracciali, cavigliere, una collana di perline, una catenina ed una fascia sulla fronte ed ha due linee tatuate ai lati della bocca. Alcuni studiosi, tra i quali Maspero, hanno attribuito la sua obesità a qualche patologia; altri, invece, hanno ritenuto che l’artista egizio avesse voluto rappresentare nella moglie del capo la tipica bellezza locale, in quanto in alcune zone dell’Africa centrale erano molto apprezzate le donne grasse ed anche la giovane figlia di Parihu appare già un po’ sovrappeso.
L’immagine è una riproduzione fedele esposta presso il Royal Ontario Museum di Toronto (Canada), in quanto quella originale è andata perduta e ne sopravvivono solo i disegni di Naville; l’incontro è raffigurato nel registro inferiore (in faccia alla famiglia reale si nota il tavolo con le offerte di Nehesi). Il registro superiore si riferisce ad un’altra fase del racconto.
LO SCAMBIO DI DONI E IL CARICO DELLE NAVI EGIZIE
I doni di Hatshepsut sono offerti al Principe di Punt, il quale in cambio fa portare sulla riva i prodotti della sua terra che vengono caricati sulle navi e portati in patria.
“le navi furono caricate con le meraviglie della Terra di Punt, e con tutti i tronchi di ebano; con cumuli di mirra e piante della stessa; con ebano e puro avorio; con oro e verdi agate trovate nella Terra di Amu… e con i nativi di Punt, le loro donne e i figli. Nessun re, sin dall’inizio del mondo, aveva portato simili meraviglie”.
I marinai egizi trasportano mediante lunghe stanghe alcuni alberelli che le scritte identificano come sicomori odoriferi, ossia alberi della mirra; per proteggerne le radici utilizzano dei canestri di vimini riempiti di terra; i nativi invece caricano tronchi di ebano, alcune scimmie, una giraffa, un elefante ed un cavallo; in altri punti del rilievo si vedono gli alberi completamente cresciuti che presentano tra il tronco e i rami delle piccole protuberanze di gomma resinosa stillata attraverso le spaccature.
Mentre le navi vengono caricate, gli Egizi offrono un ricevimento ufficiale al Principe ed alla sua famiglia nella tenda allestita per l’occasione:
“Nel porto dell’incenso di Punt, per l’inviato del re e i suoi soldati fu allestita sulla riva del mare la tenda in cui potesse ricevere i capi di questo paese e offrire loro pane, birra, vino, carne, frutta e tutte le cose buone della terra d’Egitto, secondo quanto era stato ordinato dal faraone [vita, forza, salute] “
I DONI DI COMMIATO
Parihu e la famiglia si accomiatano dagli Egizi con ricchissimi doni. A destra del corteo reale si notano un enorme cumulo di mirra, due vassoi carichi di anelli d’oro e una pila di zanne di elefante; uno dei figli del principe porta una ciotola colma di polvere d’oro, mentre i tre personaggi in fila dietro di lui recano in spalla due casse dal contenuto non individuabile ed un grande vaso.
La coppia di sovrani non ha più l’atteggiamento deferente mostrato all’arrivo della delegazione…. chissà, forse sono sollevati nel vederla partire…
LO SBARCO A TEBE E LA PRESENTAZIONE DEI DONI ALLA SOVRANA E AD AMON
I successivi registri mostrano l’arrivo e lo scarico delle navi di fronte ad Hatshepsut e la sovrana che, in presenza di Nehesj e Senenmut, offre con orgoglio a suo “padre” Amon la parte più preziosa delle merci importate.
Le figure di Hatshepsut, Nehesj e Senenmut, nonché una parte importante dei testi erano già state scalpellati nell’antichità, e sostituite da Thutmosis III con indosso la corona Khepresh che offre due vasi di mirra ad Amon.
La presentazione del viaggio a Punt si conclude con l’annuncio del felice ritorno della spedizione davanti alla corte, ad Hatshepsut (completamente scalpellata) seduta sul trono sorretto da due leoni e dal simbolo sema tawy ed al suo Ka, rappresentato in dimensioni ridotte dietro di lei.
Nelle immagini, i soldati sfilano orgogliosi dopo essere sbarcati dalle navi raffigurate sopra di essi; una belva ed un elefante portati in dono ad Hatshepsut; uno dei due leoni che reggono il trono della regina; un funzionario che misura la mirra importata.
FONTI di tutta la serie di post sul portico di Punt: