Nelle opere della terza Dinastia l’arte egizia menfita ricerca il suo equilibrio e dà inizio ad una nuova tradizione.
Dalle radici della preistoria in poi la ricerca dei volumi non si separerà o non vorrà farlo, separarsi del tutto dalle regole della figura piana rimanendo dunque creata per frontalità: la statua egizia va vista di fronte o di profilo.
Non è nata affatto per la visione, al chiuso delle tombe o dei templi la statua, supporto materiale per anime immortali di divinità o di umani defunti , essa guarda, non è guardata.
Nella terza Dinastia si osserva la continuità dell’arte Thinita, ma con maggiore sicurezza : la ricerca dei canoni si avvicina al suo compimento.
La sperimentazione del passato inizia a porre dei punti fermi in alcuni tipi standardizzati, senza cessare la ricerca, che si può evidenziare nella statua di Djoser, qui raffigurata.
Il sovrano è rappresentato su un trono dall’alto schienale.
Ha il braccio destro riportato al petto con la mano chiusa a pugno e il sinistro appoggiato sulla gamba con la mano aperta a palmo in giù.
Indossa l’ampio mantello del giubileo che lo ricopre quasi completamente lasciando scoperte solo le mani.
La folta parrucca, tripartita, ricade ai due lati del volto in spesse bande ed è parzialmente coperta da una versione arcaica del nemes, che qui appare come un semplice drappo poggiato sul capo e fissato alla fronte.
Le orecchie scoperte incontrano, a angolo retto, il piano della testa una caratteristica che si trova spesso nella statutaria successiva, sopratutto nel corso del Medio Regno.
La posa rigida della figura è controbilanciata dalla plasticità del volto: gli occhi, , che dovevano essere intarsiati , vicini e profondi, coperti da spesse sopracciglia, gli zigomi alti, le guance scavate, la mascella lievemente sporgente e la bocca grande, sottolineata dalla barba rituale, danno impressione di potenza e di divino allo stesso tempo.
La parte anteriore della base reca incisi in bassorilievo i titoli e il nome del sovrano, che è Netjerket.
Il nome di Djoser si ritrova invece nei documenti posteriori e mai in quelli a lui contemporanei.
La Scultura, primo esempio di statua egizia a grandezza naturale, fu rinvenuta nel serdab del complesso funerario di Djoser a Saqqara.
Il piccolo locale, addossato al lato nord della piramide a gradoni, reca due fori nella parete, all’altezza degli occhi, che dovevano consentire alla statua del sovrano di guardare fuori e di partecipare alle celebrazioni e ai riti che avvenivano nel tempio attiguo.
Statua di Djoser
Calcare dipinto
Altezza cm 142
Saqqara, Serdab del complesso funeraria di Djoser
Scavi del Servizio delle Antichità 1924-192
III Dinastia, Regno di Djoser 2630 – 2611 a. C
Fonti:
Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
Tesori Egizi del Museo del Cairo – Francesco Tiradritti, fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
Avete letto bene, “guardiamoci negli occhi”, le foto che vi propongo vi invitano a farlo, più avanti capirete il perché.
Conosciamo bene tutti quello stupendo complesso statuario che ritrae il principe Rahotep e sua moglie Nofret. Ma chi erano questi personaggi per essere rappresentati nella loro tomba in modo così stupendo?
Rahotep era figlio del faraone Snefru, (anche se Zahi Hawass ha ipotizzato che il padre in realtà fosse Huni), e quindi fratello di Nefermaat, che era maggiore di lui, e di Ranefer fratello minore. Probabilmente nessuno dei tre fratelli sopravvisse al padre in quanto alla morte di questi fu il loro fratellastro Medjedu Khnum-Khufu, più noto come Cheope a salire sul trono.
Nella mastaba di Nefermaat e di sua moglie Itet (o Atet) viene citato, tra i loro quindici figli Hemiunu, per cui si pensa che costui fu quasi certamente il visir che si crede progettò la Grande Piramide di Cheope.
Membro della famiglia reale, il principe Rahotep vantava diversi titoli importanti: “Gran sacerdote del re”, “Capo dei costruttori”, “Capo dell’esercito reale”, “Direttore delle spedizioni” e, naturalmente, “Figlio del re, generato dal suo corpo”.
Da parte sua, Nofret (che significa “la bella”) vantava il titolo di “Conoscente del re”. Sembra che Rahotep sia morto giovane e sia stato sepolto in una lussuosa mastaba nella necropoli di Meidum vicino a quella del fratello Nefermaat dove venne scoperto uno dei dipinti più belli e famosi dell’arte egizia le controverse “Oche di Meidum”.
Nel 1871 Auguste Mariette, capo del Servizio di Antichità d’Egitto, stava facendo degli scavi a Meidum, famosa per la sua piramide a gradoni che si staglia nel paesaggio desertico come una gigantesca torre sprofondata. Mariette scavava nella vicina necropoli dell’Antico Regno situata nei pressi della piramide, vicino alla mastaba di Nefermaat, Albert Daninos, suo collaboratore, durante il recupero di una stele si trovò di fronte all’ingresso di un pozzo che dava accesso ad una galleria. Subito si pensò che si trattasse dell’ingresso di una nuova tomba.
Uno degli operai, con una candela, entrò per effettuare un’ispezione preliminare. Passarono pochi minuti e l’operaio riapparve correndo all’impazzata completamente terrorizzato. Raccontando l’episodio Daninos spiegò perché l’operaio era terrorizzato:
<<……Si vide davanti le teste di due esseri umani vivi che lo fissavano coi loro occhi che brillavano alla fioca luce della candela…..>>.
La mastaba, saccheggiata fin dall’antichità, conservava un tesoro sconvolgente che ancora oggi non finisce di meravigliare coloro che hanno la fortuna di vederlo, due statue a grandezza naturale dei proprietari della tomba eseguite con una finezza straordinariamente unica. Si trattava delle statue funerarie molto realistiche, che rappresentavano i proprietari della tomba: il principe Rahotep e sua moglie Nofret.
Non si tratta di un “gruppo statuario” nel vero senso della parola, sono due statue distinte che rappresentano i soggetti realizzati in calcare di alta qualità, blocchi scelti appositamente con la massima cura per garantire lo straordinario risultato dell’artista che le scolpì, capolavori della statuaria della IV dinastia. Il grande realismo e la perfezione formale le hanno ormai rese dei punti di riferimento nella storia dell’arte.
Le statue conservano ancora la meravigliosa policromia originale, il colore della pelle rispecchia le convenzioni dell’epoca, Rahotep presenta due baffetti non molto usuali all’epoca e la sua pelle compare con un tono più scuro mentre la principessa Nofert, veste sontuosamente un abito molto attillato e quasi trasparente e porta una corta parrucca, la sua pelle appare di color giallo-crema, in conformità con la tradizione secondo cui la carnagione chiara è, nelle donne, simbolo di nobiltà e di bellezza.
Ma la cosa più sorprendente sono i loro occhi, incorniciati da un tratto di colore nero e intarsiati con quarzo bianco, e cristallo di rocca, sembrano ancora vivi mentre osservano lo spettatore.
Sulle pareti della tomba sono rappresentati tutti i loro figli: tre maschi Djedi, Itu e Neferkau e tre femmine Mereret, Nedjemib e Sethtet. Sicuramente, dopo i millenni passati nell’oscurità della loro dimora eterna, debbono aver impressionato non poco il primo essere umano che li vide.
Oggi stanno in un museo e lo spettatore che li guarda non teme più il loro sguardo limpido e profondo ma ammira la loro bellezza eterna e immutabile. Come dico nel titolo: “guardiamoci negli occhi”, questo è un enigma che ci affascina, gli occhi di queste, come quelli di altre statue, sono costituiti da pezzi di cristallo di rocca perfettamente levigato, che veniva inserito, nel calcare o nel legno delle statue. La qualità delle lenti è così alta che il pensiero ci porta a formulare le più strane ipotesi.
Qui non ci troviamo di fronte al lavoro di scalpellini che percuotono coi loro mazzuoli di legno rudimentali scalpelli di rame. Per usare le parole dell’egittologa Carme Mayans di National Geographic:
“la perfezione con cui sono state eseguite le lenti fa venire in mente un fine lavoro di tornitura e rettifica con macchine rotanti ad alta velocità. L’unica spiegazione ragionevole a tutto questo è che gli egizi abbiano preso in prestito da qualche parte tali tecnologie e, quando le scorte si esaurirono, tutto si perse piano piano”.
Fonti e bibliografia:
Carme Mayans, “Le statue “vive” di Rahotep e Nofret”, National Geographic, 2021
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Roma-Bari, 1998
Certo che a Snefru quella piramide col profilo spezzato non dovette piacere gran che neppure finita col suo rivestimento in calcare.
La prima, costruita forse sullo scheletro di quella di suo padre Huni, era crollata, la seconda era storta, immagino che la cosa deve aver fatto infuriare non poco il faraone tanto che decise di farsene costruire un’altra.
Forti dell’esperienza maturata con le prime costruzioni i suoi architetti stavolta dovevano innanzitutto trovare un terreno resistente. Allo scopo risalirono il deserto di Dashur per circa 4 km. a nord finché non trovarono quello che pareva il luogo adatto.
Quella che si presenta agli occhi dei visitatori è una immensa costruzione, universalmente riconosciuta nel mondo egittologico come la prima concepita e costruita per essere realmente geometrica (a facce piane).
Deriva il nome di “Piramide Rossa” dal colore della pietra con cui è costruita, ma non fu sempre rossa, in origine era rivestita con blocchi di bianco calcare di Tura, rivestimento che venne quasi completamente asportato durante il Medioevo per essere riutilizzato nella costruzione del Cairo.
Nell’antico Egitto era nota come “Snefru risplende” (o “Snefru appare in gloria”); visto che la Piramide Romboidale era chiamata “Snefru del sud risplende” ci si aspetterebbe che questa venisse chiamata “Snefru del nord risplende”, invece no, questo non è riportato in nessun testo antico egizio. Gli egiziani di oggi la chiamano “El-Haram el-watwat” ovvero la piramide dei pipistrelli o piramide cieca.
La piramide era conosciuta fin dal Medioevo e furono molti i viaggiatori europei che vi si recarono, nel 1660 fu visitata dall’inglese Melton. Un primo interessante rapporto ci viene dai diari di viaggio del missionario francescano ceco Vàclav Remedius Prutky il quale, nel XVIII secolo, entrò fin nei sotterranei della piramide e descrive la discesa in un suo scritto. Le prime indagini archeologiche moderne furono intraprese da Perring nel 1839 e da Lepsius nel 1843. Più tardi si interessarono brevemente anche Petrie e Reisner ma senza approfondimenti.
Nel secondo dopoguerra l’egittologo Abdel Salam Hussain intraprese una serie di ricerche più approfondite, seguito in questo da un altro egittologo egiziano Ahmed Fakhry che, intorno agli anni 50 del 900, condusse anch’egli una campagna di ricerche ma nulla di più di quanto già fatto da Hussain. Per giungere ad un’indagine sistematica ed approfondita si dovette aspettare fino al 1982 quando Stadelmann iniziò le sue ricerche.
Gli antichi architetti egizi, facendo tesoro delle deludenti esperienze fatte in precedenza con la piramide di Maidum e quella Romboidale, questa volta decisero di adottare un atteggiamento esageratamente prudente. Innanzitutto venne preparata una base molto ampia, anche se non perfettamente quadrata (218,50 m x 221,50 m), quindi i progettisti iniziarono i lavori adottando la stessa inclinazione della parte superiore della piramide romboidale, la già collaudata inclinazione di 43° (43,22) mantenendola per tutta la sua altezza. Questa inclinazione ne fa la piramide con l’angolo più acuto di tutte le altre piramidi egizie conferendogli quel caratteristico aspetto, decisamente unico per cui appare più “schiacciata” rispetto alle piramidi più note portandola a raggiungere un’altezza di 101,40 metri.
Le facce della piramide si presentano un po’ irregolari e leggermente concave, la forma concava delle pareti serviva a dare maggiore stabilità al paramento; lo stesso metodo che verrà poi adottato nella costruzione della piramide di Cheope. Il nucleo è costituito da blocchi di calcare dal colore rossiccio di minor pregio rispetto a quello di Tura che veniva estratto dalle cave che si trovano a poche centinaia di metri in direzione sud-ovest della piramide.
Secondo l’egittologo Stadelmann la costruzione della piramide ebbe inizio da ovest mediante l’utilizzo di numerose rampe corte che venivano costruite su tutti i quattro lati. Giunti ad un’altezza di circa 25 metri le rampe sarebbero state ridotte ad una per ogni lato ed avrebbero accompagnato la costruzione per altri 15 metri per poi essere totalmente eliminate. Stadelmann però non fa alcun accenno a come sarebbero stati costruiti gli ulteriori 61,40 metri, da parte mia non ho trovato alcun riferimento in proposito.
Per la base della piramide e il paramento è stato fatto uso del fine calcare di Tura e su alcuni blocchi del nucleo ed anche del paramento, rinvenuti alla base della piramide, sono stati scoperti graffiti di cantiere dall’importante significato storico. Nei graffiti viene riportato, oltre al nome di Snefru, l’indicazione della: <<………messa in opera della pietra angolare occidentale nell’anno della quindicesima conta del bestiame……..>>. Questo però rappresenta un primo enigma, considerando che solitamente il bestiame veniva censito con cadenza biennale, ciò indicherebbe il trentesimo anno di regno di Snefru ma, secondo il Papiro di Torino, Snefru regnò solo 24 anni.
Da altri graffiti scoperti su blocchi a diverse altezze si può dedurre che almeno un quinto della piramide venne costruita in due anni. Stadelmann afferma di aver trovato un’altra annotazione secondo la quale si accenna al << …….ventiquattresimo anno della conta dei capi di bestiame…….>>, cosa che ha incontrato forti critiche da parte dell’egittologo tedesco R. Krauss secondo il quale il periodo indicato da Stadelmann risulterebbe troppo ampio. Mentre alcuni affermano che pare certo che la costruzione ebbe inizio durante il terzo anno di regno di Snefru, per quanto riguarda la durata dei lavori questa è molto dibattuta tra gli egittologi, Rainer Stadelmann fa riferimento alle iscrizioni trovate nelle cave per cui fissa come durata 17 anni, secondo John Romer, invece la durata sarebbe molto più breve, al massimo 10-11 anni. Sorvolo sull’evoluzione della diatriba non avendo elementi per confermare l’una o l’altra teoria.
Personalmente mi chiedo: se Snefru ha completato la piramide di Maidum e poi ha costruito quella romboidale, come è possibile che abbia iniziato a costruire quella rossa durante il terzo anno di regno? Se si presume che per costruire quest’ultima abbia impiegato da 10 a 17 anni, la altre due le ha costruite in 3 anni? Nelle mie ricerche non ho trovato nulla che mi spieghi questo paradosso. Nei pressi della piramide vennero rinvenuti i resti di un pyramidion in calcare, oggi restaurato che fa bella mostra di se davanti alla piramide, un ritrovamento del genere è il più antico fino ad oggi. Non è però certo che questo pyramidion sia stato realmente impiegato per la piramide Rossa in quanto il suo angolo di inclinazione è diverso da quello della piramide.
Ma adesso dirigiamoci verso l’ingresso della Piramide Rossa ansiosi di scoprire quello che ha da rivelarci.
L’ingresso della piramide lo troviamo nella parete nord ma per raggiungerlo dobbiamo salire ad un’altezza di 28,65 metri dalla base; ci infiliamo e scendiamo attraverso un corridoio discendente di 58,80 metri e ci troviamo al livello della base della piramide.
Da questo punto il corridoio diventa orizzontale e prosegue per 7,40 metri terminando nella prima anticamera posta esattamente sull’asse verticale della piramide; le sue dimensioni sono di 8,35 x 3,60 metri sovrastata da una volta ad aggetto alta 12,31 metri, da questa, attraverso un breve corridoio di soli 3 metri, si accede ad una seconda anticamera di 8,30 x 4,15 metri, la cui volta, come in tutte le camere è aggettante per un’altezza di 12,30 metri.
In questa camera che, come tutto il resto dell’appartamento funerario sin qui visto si trova inserita nel corpo della piramide, troviamo a 7,80 metri dal pavimento un cunicolo di 7,50 metri che dà accesso alla camera funeraria le cui dimensioni risultano leggermente inferiori a quelle delle anticamere, questa misura 8,30 x 3,60 metri, sempre con volta ad aggetto alta 15,25 metri.
Un’altra particolarità inspiegabile è che, mentre la prime due camere hanno un orientamento nord-sud, la camera funeraria è orientata secondo l’asse est-ovest contraria alla tradizione della III dinastia.
La camera si presenta oggi molto danneggiata a causa dell’asportazione di alcuni strati di blocchi dal pavimento ad opera di antichi saccheggiatori mentre il soffitto e le pareti sono annerite dal fumo prodotto dalle torce e dai fuochi accesi per far luce.
Le pareti della seconda anticamera, così come lo stretto corridoio che conduce alla camera funeraria, presentano numerosi graffiti dei visitatori tra i quali quelli di Perring, Drovetti ed altri.
Durante i lavori condotti nel 1952, Hussain scoprì nel corridoio discendente, una sepoltura secondaria, contenente i resti arcaici di una mummia, lo scheletro apparteneva ad un giovane uomo di piccola statura, risalente però ad epoca tarda, del quale non si conosce nulla.
E’ possibile accertare che alla morte di Snefru la piramide era sicuramente completata, non così per i fabbricati accessori che formavano il complesso funerario del faraone. Del tempio funerario sono rimasti pochi resti, il nucleo consisteva in un sito sacrificale dove sono stati ritrovati frammenti di una falsa porta in granito rosa. Stadelmann, scavando nel tempio trovò frammenti di calcare che riproducevano un rilievo raffigurante Snefru con indosso i paramenti per la festa sed.
Fu ritrovata inoltre una notevole quantità di punte di frecce di rame risalenti però solo al medioevo quando il luogo era diventato un bersaglio per l’addestramento degli arcieri mamelucchi. Pochi sono i resti di una cinta muraria e non si è riscontrata la presenza di alcuna piramide cultuale.
Dai resti scavati si deduce che una vera e propria rampa cerimoniale, ancorché iniziata, non fu mai terminata, in compenso sono emerse le tracce di varie strade utilizzate per il trasporto dei materiali da costruzione ed altre che andavano dal tempio funerario alla città delle piramidi che si trovava ai bordi della Valle del Nilo.
In un decreto del faraone Pepi I si riscontra che vennero attribuiti privilegi alla città di Snefru e nel contempo viene citata anche la piramide di Menkauhor, a tutt’oggi mai scoperta. Secondo Borchardt si tratterebbe delle rovine a nord-est della piramide rossa che Lepsius aveva cartografato come n. L.
I recenti studi di una missione tedesca hanno portato alla conferma che anche la piramide di Seila (di cui ho già trattato nel capitolo delle piramidi minori) venne fatta costruire da Snefru. A questo punto sorge spontanea tutta una serie di domande:
Perché Snefru fece costruire per se non una ma più piramidi?
Secondo quale ordine cronologico queste sono state erette?
in quale di esse fu sepolto?
Com’è possibile che nei suoi 24 anni di regno Snefru abbia potuto erigere tutte quelle piramidi?
Studi eseguiti da Charles Maystre su marchi di cava apposti su alcuni blocchi della Piramide Rossa, consentirebbero di dimostrare che la loro lavorazione avvenne contestualmente a quella dei blocchi di rivestimento della “Falsa Piramide” di Meidum e quindi secondo lui i due cantieri avrebbero lavorato contemporaneamente. Secondo Stadelmann anche la piramide a gradoni di Seila fu costruita nello stesso periodo.
A questo punto però diventa complicato stabilire in quale di queste piramidi fu sepolto Snefru, Fakhri sostiene che il luogo corrisponda alla camera superiore della Piramide Romboidale, Stadelmann sostiene invece che Snefru venne sepolto nella Piramide Rossa nonostante l’interno non sia mai stato completamente rifinito. Finché non emergeranno prove più concrete, il luogo di sepoltura del faraone Snefru continua a rimanere nel mistero.
Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi, “L’architettura delle piramidi menfite “, Tip. Canessa, 1963
Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori, 1997
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Edizioni CDE spa su licenza Giulio Einaudi editore, 2017
Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, Thames & Hudson, 1997
Georges Goyon, “Il segreto delle grandi piramidi”, Grandi tascabili Newton, 1977
Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2005
John Romer, “The Great Pyramid: Ancient Egypt Revisited”, Press, Cambridge, 2007
Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2004 Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993
Che la piramide di Maidum sia crollata improvvisamente o col tempo questo non lo sappiamo, certamente di tempo non deve essercene passato molto. Forse iniziò con dei segni premonitori che fecero subito temere il peggio, in ogni caso Snefru decise che quella non poteva essere la sua piramide, visto l’esito deludente del suo tentativo di completare quella di Huni, Snefru decise di abbandonarla e di farsene costruire una nuova. Dovendola costruire a nuovo decise di lasciare Maidum per un altro posto, ancora oggi si dibatte sulle ragioni che portarono Snefru ad optare per il sito di Dahshur.
Molti sostengono che la decisione di costruire il suo complesso e la cittadella reale con una nuova reggia a Dahshur venne presa forse nell’intento di avvicinarsi alla fortezza del “Muro Bianco”, (Men Nefer, Menfi).
Un’altra ipotesi potrebbe essere quella di volersi stabilire in una posizione più strategica da cui far partire il suo esercito per eventuali spedizioni militari in Libia e nel Sinai.
Secondo alcuni studiosi invece la ragione sarebbe il sorgere di problemi dinastici all’interno della famiglia reale.
Dahshur è una vasta necropoli dove sono presenti diversi complessi piramidali oltre a numerose sepolture di nobili di notevole importanza archeologica ed un villaggio di operai e funzionari. Ubicata tra Saqqara ed il sito archeologico di Mazghuna, a circa 45 chilometri a sud del Cairo, ha un’ampiezza di circa 5 per 3 chilometri, si trova in una zona desertica all’inizio dell’altopiano libico il cui terreno risulta poco compatto, cosa che creò non pochi problemi in fase di costruzione della piramide.
Dahshur, oltre alla citata necropoli, possiede un’altra importante testimonianza del glorioso passato egizio. Sulla riva destra del Nilo, nello Wadi Al-Garawi, sono ancora presenti i resti di un’imponente diga risalente alla IV dinastia, la più antica di tali dimensioni al mondo, le sue misure erano di 100 metri di lunghezza per 50 metri di altezza con una larghezza della base di 98 metri e una larghezza della cresta di 56 metri. Venne costruita nella prima metà del terzo millennio a.C. per il controllo delle piene del Nilo, non fu però mai completata e dopo una dozzina di anni venne abbattuta dall’irruenza delle acque.
E’ chiamata Sadd el-Kafara (diga degli infedeli), i resti vennero scoperti dall’esploratore lettone Georg August Schweinfurth nel 1885.
Ma torniamo nella necropoli per visitare a fondo il complesso funerario piramidale meridionale di Snefru.
A Dahshur, Snefru parte alla grande, la sua piramide presenta una base quadrata di circa 189 metri per lato con un’altezza che in origine doveva raggiungere i 105 metri, (oggi ridotti a 101,15). Numerose le innovazioni che si riscontrano a Dahshur e che caratterizzeranno l’intera IV dinastia.
Le piramidi a gradoni lasciano il posto alle piramidi classiche dalle facce lisce, compaiono le piramidi accessorie per le regine, il tempio funerario e quello a valle con la rampa processionale.
Cambia anche l’orientamento dell’intero complesso funerario, che fino ad allora seguiva la linea nord-sud, tipica di quelli della III dinastia, ora viene orientato ad est-ovest per identificare la vita ultraterrena del sovrano con l’astro solare ed il suo eterno cammino.
Il, o i, nomi assegnati alla piramide sono diversi, per alcuni è la “Piramide Romboidale”, per altri è la “Falsa Piramide”, “Piramide a profilo spezzato” o “Piramide a Doppia Inclinazione”, per gli antichi egizi era semplicemente “Snefru appare in gloria”.
In un decreto di Pepi I la troviamo indicata con due segni geroglifici per “piramide”, forse era nell’intento dello scriba di indicarla come “doppia piramide”. Sempre nello stesso decreto, con la stessa rappresentazione in geroglifico, viene indicata la città di Snefru a Dahshur con il significato di “Città delle due piramidi” (in questo caso si tratterebbe di quella Romboidale e di quella Rossa).
La forma inusuale di questa piramide richiamò l’attenzione dei viaggiatori europei già fin dal XVII secolo, Huntington, Melton, Wood, Pococke ne parlarono con stupore. Fu poi dal XIX secolo che prese il via una esplorazione sistematica con Perring, Lepsius e lo stesso Petrie. Purtroppo nessuno scritto ci è pervenuto delle indagini svolte dall’archeologo egiziano Abdel Salam Hussains, mentre risultati basilari furono ottenuti da un altro egiziano, Ahmad Fakri nei primi anni 50. Importanti misurazioni sono state effettuate anche dagli italiani Maragioglio e Rinaldi.
Pare che in origine la piramide sia nata con i lati più corti degli attuali ma con una inclinazione più ripida, 60°. Non avendo però i costruttori tenuto conto del fatto che le fondamenta poggiano non già sulla roccia ma su un sottosuolo a strati friabili di argilloscisto, fin dalle prime fasi della costruzione si procedette a ridurre l’angolo a 55° e ad un allargamento della base.
Raggiunta un’altezza di 45 metri, inspiegabilmente, l’angolo per la parte superiore venne ulteriormente ridotto a 43° dando alla piramide la forma che vediamo oggi. Se non fosse stato variato l’angolo di pendenza, la piramide avrebbe raggiunto l’altezza di 128 metri.
Secondo altri studiosi la riduzione dell’angolo si rese necessaria per diminuire il peso che gravava sulle camere sottostanti dove pare vennero rilevate delle crepe. Sinceramente non credo che, alle prime avvisaglie di crepe che compromettevano la stabilità dell’opera, si sia deciso di proseguire nella costruzione riducendo solo un po il peso, (ma è un’opinione del tutto personale e da profano).
Altri studiosi hanno avanzato un’ipotesi secondo la quale la forma a profilo spezzato non sia dovuta a cause di rischio per la stabilità od a tentativi azzardati finiti male. Così come si presenta la piramide, con la doppia inclinazione, si possono contare otto facce, se si aggiunge anche la base il numero sale a nove per cui avrebbe dovuto simboleggiare l’Enneade Eliopolitana.
Secondo l’egittologo Alexandre Varille, invece, la doppia pendenza era già stata prevista in fase progettuale come trasposizione architettonica della dualità dell’Alto e Basso Egitto, la sua ipotesi sarebbe supportata anche dalla presenza doppia di altri elementi, (due gli ingressi, due i corridoi discendenti, due appartamenti funerari), senza considerare il fatto che la radice “sn” del nome di Snefru indica il numero due.
Seguono altre ipotesi ancora più azzardate ma penso non sia il caso di esaminarle tutte.
La piramide presenta ancora il rivestimento in calcare bianco meglio conservato di tutte le altre piramidi egizie e presenta un ingresso sulla parete nord e uno sulla parete ovest. Che ne dite, proviamo ad entrarci?
L’ingresso sulla parete nord si trova a circa 12 metri dal suolo, si accede quindi ad un corridoio lungo 79,53 metri che scende fino a 25 metri sotto il livello del suolo per poi risalire con una ripida scala che termina in una angusta anticamera sotterranea di 6 x 5 metri.
La volta, costruita ad aggetto è alta oltre 17 metri ed è accuratamente rifinita nella lavorazione e risulta composta da una cripta.
La cripta è anch’essa con pareti aggettanti comprendenti 15 corsi distanziati da vari centimetri; all’altezza del decimo aggetto, 12 metri dal pavimento, parte un cunicolo comunicante con l’appartamento funerario superiore.
Anche in questa camera si possono notare alcune crepe stuccate con malta gessosa. Lungo le pareti est e ovest si presentano i resti di una stretta scalinata che, in origine, permettevano l’accesso alla camera inferiore.
Nell’angolo sud-est, esattamente in corrispondenza dell’asse verticale della piramide, un corto passaggio conduce ad un pozzo verticale, oggi danneggiato, che fu chiamato “camino”, alto 14 metri del quale è ignoto il significato.
L’ingresso sulla parete ad ovest si trova a 33,32 metri dal suolo ed è costituito da un corridoio di sezione quadrata di 1,10 metri di lato che scende per circa 68 metri. Qui si trova una specie di vestibolo dal quale parte un altro corridoio di 20,12 metri che termina nella camera funeraria di 6,56 x 4,10 metri, con volta ad aggetto alta 16,50 metri, posizionata più in alto, all’interno della struttura, rispetto a quella dell’ingresso a nord. I blocchi della camera sono tutti rifiniti e su uno di essi compare un’iscrizione in geroglifico corsivo a caratteri rossi nella quale è inserito un cartiglio con il nome di Snefru.
Va precisato che durante il regno del faraone Snefru compare, per la prima volta, il cartiglio, ovvero l’ovale che racchiude il “praenomen” del sovrano “nesut-biti”. Il cartiglio è simile ad un altro trovato in un’iscrizione al Wadi Maghara.
Sulla parte inferiore della camera si trova una sorta di grande catafalco in blocchi di pietra, alcuni dei quali sono cementati con malta mentre gli altri sono a secco.
Le pareti laterali presentano delle aperture nelle quali furono rinvenute numerose travi in legno di cedro il cui uso è del tutto sconosciuto.
Le travi di legno di cedro ci riportano alla mente quanto è riportato sulla “Pietra di Palermo” nella quale viene citato che Snefru promosse una spedizione di 40 navi nel Libano che tornarono cariche di legno di cedro. Secondo Maragioglio e Rinaldi la costruzione avrebbe avuto lo scopo di sostenere il sarcofago del faraone sostituendo il classico sarcofago in pietra. Stadelmann sostiene invece che il tutto sarebbe servito agli operai per tentare di bloccare le crepe che si stavano aprendo e che avrebbero poi giustificato la variazione di pendenza della piramide.
Va sottolineato che in nessuna delle camere sepolcrali sono state rinvenute tracce di sarcofagi o di casse in legno il che rafforza il dubbio sul fatto che Snefru sia stato sepolto nella piramide o che la stessa abbia mai ospitato una sepoltura.
I due sistemi ipogei, quello accessibile da nord e quello accessibile da ovest sono collegati tra di loro tramite un rozzo e stretto cunicolo, con tutta probabilità scavato in epoca successiva, in modo da creare un collegamento tra i due ambienti per risolvere la contraddizione generata dal fatto che, mentre la consuetudine voleva che l’orientamento della camera funeraria fosse nord-sud, in questo caso, per la prima volta, l’orientamento era est-ovest.
Ma questo edificio presenta un’ulteriore questione archeologica, ci si domanda se le indagini svolte dagli egittologi abbiano rintracciato veramente tutte le camere della piramide.
Dubbi sorsero già nel 1839 quando Perring iniziò a svuotare il corridoio settentrionale, in quel tempo il corridoio occidentale era ancora sbarrato da una parete in pietra che verrà rimossa solo con le indagini condotte da Fakhri negli anni 50. Ad un certo punto dei lavori, Perring incontrò una forte corrente d’aria, come descrive nel suo diario, una corrente che aumentò a tal punto da spegnere le torce per l’illuminazione. Un altro fatto insolito è raccontato da Fakhri nel suo diario:
<<In alcuni giorni ventosi, all’interno della piramide, soprattutto nella parte orizzontale del corridoio ovest, fra le due barriere, è avvertibile un suono che dura circa 10 secondi.>>.
Questo non si è più verificato da quando è stato aperto l’accesso occidentale. A fronte delle numerose domande che ancora si pongono agli egittologi si deduce che è necessario molto lavoro ed indagini più approfondite all’interno della piramide.
Adesso usciamo dalla piramide e facciamoci un giro intorno per vedere l’insieme di questo complesso funerario di Snefru.
Poco lontano dalla parete sud incontriamo una piccola piramide satellite ancora ben conservata, è possibile accedere ma solo per un breve tratto a causa dell’insabbiamento. Abdel Salam Hussain che ebbe occasione di esplorarla nel 1946 parla di un corridoio che per un tratto è in discesa poi risale e sbuca in una modesta camera anch’essa a volta aggettante. All’interno Hussain trovò alcuni frammenti di vasi ma nessuna traccia di sepoltura.
Il rivestimento esterno della piramide satellite è fatto con piccoli blocchi di calcare molti dei quali recano ancora sia il nome di Snefru sia il grafema “hw”, l’antico nome della piramide.
Sul lato rivolto a nord della piramide romboidale si trovano pochi resti di una cappella che dovette essere il luogo di culto a nord, misura 10,60 x 3,40 metri ma non si riesce a stabilire dove fosse situato l’ingresso. L’insieme si presenta con un vano quadrato ed un cortile nel quale si trovava un altare per le offerte chiamato “Hetep” che significa “sacrificio” o “altare sacrificale”.
Un secondo luogo per sacrifici all’aperto era situato lungo l’asse est-ovest ad oriente della piramide, consisteva in un altare costituito da tre blocchi in calcare e comprendeva due enormi stele monolitiche sempre in calcare dalla forma di “hetep” alte circa 9 metri poggianti su un basamento, oggi raggiungono solo più i 2 metri circa.
Le stele sono decorate e su di esse spiccavano i titoli ed il nome del sovrano racchiuso nel serekht (parte di una delle due stele è stata sistemata nei giardini del Museo del Cairo). Sulla fronte si trova un altare di alabastro come luogo di culto.
Durante il Medio Regno il sito sacrificale subì un restauro, venne racchiuso tra mura in mattoni crudi che lo trasformarono in un piccolo Tempio funerario; oggi si trova ancora in buone condizioni probabilmente per le successive ristrutturazioni.
Una piccola piramide cultuale era situata accanto alla parete sud, Abdel Salam Hussain, che la esplorò asserisce di aver letto fra le altre iscrizioni il nome della regina Hetepheres I, moglie di Snefru ma ulteriori indagini svolte successivamente lo smentirono. L’ingresso alla piramide si trovava sotto la terra, da qui partiva un corridoio che, dopo un breve tratto discendente, risaliva per accedere ad una piccola camera la cui volta aggettante raggiungeva i 7 metri di altezza.
L’egittologo Herbert Ricke che ebbe a scavare nel sito ipotizzò, secondo la sua visione romantica, che l’ingresso fosse anticamente protetto da cobra vivi.
Si pensa che in origine l’intero complesso funerario fosse circondato da un imponente muro di calcare giallo grigiastro, al suo interno un’ampia corte, di pianta quadrata dove nel lato nord-est terminava la rampa cerimoniale.
Quella che risultò essere la rampa cerimoniale, fu portata alla luce nel 1925 da Gustave Jéquier. La rampa ha origine a sud-ovest ed è lunga 700 metri e larga 7 metri, completamente lastricata con blocchi di calcare, segue un percorso stranamente irregolare, non possedeva una copertura ed era protetta ai lati da due bassi muri in pietra arrotondata alla sommità.
Sul fondo presenta un piccolo vestibolo di due locali con ancora i fori di battenti per la chiusura. Interessante il ritrovamento di una stele in calcare proveniente dalla vicina tomba di Netejeraperef, figlio di Snefru, probabilmente riutilizzata in un probabile restauro all’epoca del medio Regno.
Il Tempio a valle è ubicato a circa 1 chilometro ad ovest della Valle del Nilo ed in quanto tale risulta il primo di quelli che poi verranno edificati successivamente e dal quale parte la rampa processionale.
Venne scavato da Fakhry nel 1952, si presenta con una base rettangolare di 47 x 26 metri con muri di 2,60 metri decorati con la rappresentazione dei vari possedimenti del re delle Due Terre sotto forma di donne che recano doni. Al nord sono stati rinvenuti i resti di sei cappelle con vestibolo dove il sovrano era rappresentato in differenti pose e con diversi abiti.
Si pensa che le sei cappelle rappresentassero i sei componenti dell’essere: “khet, ren, shut, ka, ba e akh. Per concludere con Stsdelmann, la piramide romboidale non fu mai la tomba di Snefru ma un elemento per il culto funerario del faraone sul tipo della tomba sud di Djoser in funzione della vera tomba di Snefru: la Piramide Rossa.
Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi, “L’architettura delle piramidi menfite “, Tip. Canessa, 1963
Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori, 1997
Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2005
Pietro Testa, “Lettere dall’antico Egitto”, (Decreto di Pepi I sulla piramide di Snefru), 2013
Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2004
Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993)
Un ringraziamento particolare agli amici Ahmed Galal, Travel Agent ed a Hussein Mahmoud Abdel Salam, italian english guid per avermi fornito gran parte delle foto da me utilizzate per i tre articoli sulla piramide Romboidale.
Meidum, (Muhāfazat Banī Suwayf in arabo), è un moderno villaggio nel governatorato di Beni Suef nel centro del paese, a sud del Cairo. Si trova sulla riva sinistra del Nilo ed è un’area basata sull’agricoltura e l’allevamento, esistono anche alcune industrie, cementifici e fabbriche per la produzione tessile, alimentare, calzaturiere e per la produzione del tabacco. Sulle rive del Nilo si trovano alcune cave di alabastro.
A 9 km dal villaggio moderno si trova il complesso piramidale dell’Antico Regno risalente a Snefru, primo faraone della IV dinastia e le rovine delle città di Eracleopoli e di El-Hiba.
Il complesso di Maidum ospita la grandiosa piramide di Snefru, (Djed Snefru, “Snefru è duraturo”) (o Uni), che è la piramide più meridionale dei sovrani di Menfi. Sul lato nord-est del complesso funerario si trova la necropoli contenente diverse mastabe, decorate con sontuosità, appartenute a famigliari dello stesso Snefru.
Degna di nota la mastaba n. 17, indagata da Petrie nel 1910 dove rinvenne una mummia al suo interno, con ogni probabilità appartenuta ad uno dei figli del faraone Snefru. Auguste Mariette si recò poco più a nord, dove si trova una seconda necropoli che ospita parte della corte reale della IV dinastia.
Qui Mariette, nel 1871, scoprì la mastaba n. 16, il cui proprietario era il principe Nefermaat, (Maat è splendida), e di sua moglie Atet. All’interno furono rinvenuti due bassorilievi raffiguranti scene di caccia e piccoli animali.
La cosa più sorprendente però fu quello che Mariette dichiarò di aver trovato all’interno, un pannello, delle dimensioni di cm 27 di altezza per cm 172 di lunghezza, situato nella cappella di Atet, realizzato con pittura su stucco, opposto dell’affresco, con notevole tecnica pittorica, che rappresenta una scena di caccia sulle rive del Nilo.
L’affresco riporta, con notevole tecnica pittorica in modo simmetrico sei oche, divise in due gruppi speculari, molto realistiche nella forma e nei colori. L’arte pittorica egizia ebbe nel periodo storico dell’Antico Regno, la massima attenzione per i dettagli di animali e piante, tanto che ancora oggi è possibile individuare la specie delle oche, dal piumaggio stilizzato.
L’affresco originale delle ormai famose “Oche di Meidum”, (soprannominato “La Monna Lisa d’Egitto”), è oggi conservato al Museo Egizio del Cairo, mentre una copia si trova al British Museum di Londra.
Recentemente alcuni archeologi hanno avanzato dubbi sull’autenticità del dipinto che presenterebbe diverse anomalie. In tal senso si è espresso l’egittologo italiano Francesco Tiradritti, docente di Egittologia all’Università di Enna e direttore della Missione archeologica italiana in Egitto.
Nell’aprile 2015, in seguito a studi condotti sul dipinto, Tiradritti pubblicò un articolo sul Giornale dell’Arte nel quale espresse le sue convinzioni sul fatto che il dipinto non risalisse all’epoca assegnata da Mariette. Mise in risalto il fatto che quattro delle sei oche non erano originarie dell’Egitto e, per di più, non erano neanche attestate altrove nell’arte egizia. Tra le altre anomalie riscontrò che anche le tonalità dei colori usati non è riscontrabile in altre pitture egizie in quanto il tipo di stesura sarebbe possibile soltanto con l’utilizzo di pennelli moderni, inoltre esisterebbe una eccessiva “sproporzione” tra le oche.
Secondo l’egittologo il dipinto sarebbe un falso realizzato, in accordo con Mariette, dal pittore ottocentesco italiano Luigi Vassalli per conto del Museo di Bulaq per cui lavorava.
Un altro indizio confermerebbe il falso, nella cappella di Atet c’è un frammento di una pittura che rappresenta un avvoltoio e un cesto, questi nel linguaggio dei geroglifici egizi corrispondono alle lettere G e A. Sarebbero le iniziali della seconda moglie di Vassalli, Angiola Gigliati.
La firma occulta di uno scherzo colossale che potrebbe aver retto fino ai giorni nostri ?
Con il faraone Snefru, figlio di Huni, ultimo sovrano della III dinastia e della sposa secondaria Meresankh, inizia la IV dinastia.
Il papiro Westcar sottolinea il fatto che, essendo figlio di una sposa secondaria, Snefru non apparteneva alla discendenza diretta, pertanto, per legittimare le sue pretese al trono, sposò la sorellastra, la principessa Hetepheres figlia di Huni e della sposa principale che troviamo citata come “Figlia del Re e sposa del Re”.
Secondo alcuni regnò per una cinquantina di anni ma l’opinione più diffusa è che abbia regnato per 29 anni.
Snefru fu un grande Faraone, governò con saggezza dando un impulso alle attività egizie che porto ad un aumento della ricchezza del paese. La Pietra di Palermo cita che, dopo aver allestito una imponente flotta navale composta da 40 navi lunghe fino a 50 metri, organizzò una spedizione a Biblo in Libano tornando con un ingente carico di legno di cedro, prezioso per gli egiziani.
Mantenne e consolidò l’occupazione del Sinai con tutte le sue miniere, in particolare quelle di turchese, e continuò a governare sulle oasi e nella Nubia. Sempre la Pietra di Palermo riporta che Snefru intraprese due campagne militari dalle quali tornò vittorioso. La prima contro i ribelli nubiani dalla quale tornò con 7000 prigionieri e 200.000 capi di bestiame. La seconda contro i Tiehnyu (tribù libiche) che minacciavano il confine occidentale strappando un ingente bottino.
Snefru è considerato a ragione il “più grande costruttore di piramidi di tutti i tempi”, nei pressi di Saqqara, a Dashur, si fece costruire ben due piramidi, quella cosiddetta “romboidale”, per il suo profilo con i vertici spezzati, e la “piramide rossa”.
Ma, come detto in precedenza, pare che abbia anche completato quella del padre a Maidum. Le tre piramidi insieme contengono oltre tre milioni e mezzo di metri cubi di pietra superando così per volume la Grande Piramide di Cheope.
Nessuno sa perché Snefru si fece costruire tre piramidi, forse a causa dei problemi incontrati nella costruzione delle prime due o, forse, perché le sue manie di grandezza lo portarono a voler possedere uno o più cenotafi, oltre alla tomba vera.
Bene, noi ora, dopo aver visitato le varie piramidi minori, o perlomeno quelle conosciute, ci concentreremo sulla piramide di Maidum.
La prima delle grandi piramidi dopo quella di Djoser. Giunti al Cairo prendiamo la strada che prosegue verso sud, ci troviamo immersi in un paesaggio verde, rigoglioso di campi e giardini che formano la valle del Nilo. Proseguiamo per circa 100 chilometri fino a quando appare, al bordo del deserto occidentale, la maestosa sagoma di uno strano edificio composto da tre enormi gradoni. Già da lontano guardandolo parrebbe di aver sbagliato paese e di trovarci in Mesopotamia perché l’edificio che vediamo appare come una ziqqurat di quelle che si trovano presso le rive del Tigri e dell’Eufrate. Tranquilli, siamo al posto giusto, quella che vediamo non è una ziqqurat, si tratta della piramide a gradoni di Maidum.
Questo è un sito archeologico che si trova a 9 chilometri dal moderno villaggio di Maidum nel governatorato di Beni Suef. La forma con cui si presenta oggi, non è assimilabile ad una piramide a gradoni ne ad una perfetta, questo ha fatto si che le venisse attribuito il nome arabo di “Haram el-Kaddab”, ovvero “la Falsa Piramide”.
Di essa lo storico arabo Taqi ad-Din al-Maqrizi nel XII secolo ebbe a dire che appariva come una montagna di cinque gradoni. Purtroppo nel corso dei secoli l’azione del tempo, aiutata in questo dalla più incisiva azione dell’uomo che la utilizzò come cava di pietre da costruzione, la erose a tal punto che il suo aspetto dovette sorprendere già i viaggiatori medievali che ne segnalarono la presenza nei loro resoconti di viaggio in uno dei quali si racconta della visita di Shaykh Abu Mohammed Abdallah tra il 1117 e il 1119; l’esploratore danese Frederik Ludwig Nordens, nel 1717, la descrive come una specie di montagna a tre gradoni.
I metodi usati dai saccheggiatori arabi nello smantellamento, cioè far rotolare dall’alto i blocchi rimossi causandone la rottura e la proiezione di detriti e schegge, ha probabilmente contribuito ad accrescere l’accumulo di detriti che oggi si presenta alto circa 50 m sul quale si erge quanto resta della piramide.
La spedizione di Napoleone del 1799 transitò nei pressi di Maidum ed il disegnatore Denon riuscì a tracciare alcuni schizzi della piramide. Occorrerà arrivare al 1837 perché venissero effettuati rilevamenti un po più accurati da parte degli archeologi Perring e Vyse, ma solo nel 1843 la piramide divenne oggetto di studio della spedizione di Lepsius il quale però non ci ha lasciato particolari descrizioni limitandosi a disegnare solo l’esterno dell’edificio.
In assenza di maggiori indizi cui far riferimento sorse tra gli egittologi il problema di stabilire a quale faraone appartenesse la piramide, vennero formulate varie ipotesi che in un primo tempo attribuirono la costruzione del complesso funerario di Maidum al faraone Huni, figlio di Khaba, del quale abbiamo già visto la sua piramide minore, e padre di Snefru. Huni fu l’ultimo re della III dinastia ma il suo nome non compare in nessun ritrovamento sul sito. Al contrario i graffiti identificati da Flinders Petrie su alcuni blocchi, trovati all’interno del tempio funerario vicino alla piramide, databili al 17º anno di regno di Snefru è riportato il nome di “Djed Snefru”, (Snefru è duraturo), questo ha portato ad attribuire la costruzione, se non per intero, al faraone Snefru.
Secondo le ipotesi più accreditate Huni avrebbe ordinato la costruzione della piramide di Maidum che nelle sue intenzioni doveva ricalcare quella del suo antenato Djoser, ovvero una piramide a gradoni sul tipo di quella di Saqqara, ma per una ragione che non conosciamo non riusci ad ultimarla. Si pensa che sia stato suo figlio Snefru a farla completare con l’intenzione di trasformarla in piramide vera e propria con le facce lisce.
Forse fu (o sarebbe stata) la prima piramide della storia ad avere la forma classica con un’altezza di 92 metri e un lato di base di 144 metri. Ma il tentativo non riuscì, sarà stata l’inesperienza dei costruttori non ancora in possesso delle tecniche necessarie o, come vedremo più avanti, errori di valutazione sulla tenuta dei blocchi aggiuntivi alle pareti lisce del nucleo interno erette sulla sabbia e non sulla roccia, ma già in fase di ultimazione o appena ultimata o comunque non molto tempo dopo, la struttura collassò scoprendo, parzialmente, di nuovo l’originale aspetto a gradoni.
Le indagini di Petrie evidenziarono alcune questioni riguardo alla piramide ma nel contempo sollevarono ulteriori domande sorte proprio in funzione delle sue indagini.
Con Petrie lavorava un altro archeologo, lo statunitense Gerald Wainwright che scavò un tunnel nell’angolo nord-est della piramide. Seguendo il tunnel, Petrie scoprì che l’interno del nucleo era formato da dieci strati di blocchi di calcare finemente lavorati poggianti sulla superficie compatta dell’opera muraria più interna. Ma la cosa che lasciò esterrefatti gli archeologi fu che ciascuno strato si presentava perfettamente levigato. Una tecnica assurda se si pensa che in questo modo veniva pregiudicata la tenuta d’assieme dell’intero edificio.
Borchardt per primo suggerì che la piramide passò attraverso almeno tre fasi di costruzione. In una prima fase venne eretta una piramide a sette gradoni su un fondo roccioso e stabile, nella seconda fase fu aggiunto un ulteriore gradone. Nella terza fase venne presa la decisione di trasformare la piramide a otto gradoni in una piramide a facce piane, questo fece si che le fondamenta dell’ulteriore ampliamento uscissero dal fondo roccioso poggiando solo sulla sabbia. Un progressivo cedimento della sabbia portò allo scivolamento dei blocchi, non ben fissati sulle pareti lisce del nucleo, il risultato quindi fu il crollo della struttura esterna.
Secondo Mendelssohn il crollo fu immediato invece altri sostengono che la cosa si sia verificata progressivamente nel tempo.
Vediamo ora se è possibile entrare all’interno della piramide e lo facciamo con le testimonianze che ci sono pervenute.
L’ingresso della piramide si trova sul lato settentrionale, a 18,5 m di altezza rispetto al livello del terreno; superato l’ingresso si incontra un corridoio in discesa che, dopo 58 m e sette gradini, diviene orizzontale per altri 9,45 m; al termine di tale corridoio, cieco, si apre un pozzo verticale profondo circa 3 m.
Nel soffitto, attraverso un’apertura che sale verticalmente per 6,65 m si accede alla camera funeraria le cui dimensioni sono di 5,90 m per 2,65 m, con un’altezza, (al culmine), di 5,05 m. La camera è scavata quasi per intero nella roccia di fondo, le pareti, per soli 50 cm, e l’intera volta, si trovano all’interno della struttura della piramide.
Il soffitto a volta aggettante è costruito con enormi blocchi di calcare che vanno via via restringendosi fino al culmine, cosa che ha permesso di reggere l’enorme peso della massa sovrastante. Questa tecnica, che ricalca l’architettura in mattoni in uso fin dall’età arcaica, la troveremo in molte altre piramidi successive. Il primo archeologo ad entrare nella piramide fu Gaston Maspero il quale rinvenne in un angolo della camera alcune travi di legno e della corda. In un primo tempo si pensò a resti lasciati dai saccheggiatori ma alcuni egittologi avanzarono l’ipotesi che si trattasse di materiale che avrebbe dovuto servire ai costruttori per issare il sarcofago del sovrano fin nella camera.
C’è però un fatto, nella camera non è stato rinvenuto alcun sarcofago, cosa che lascia supporre che nella piramide non sia mai avvenuta una sepoltura. Inoltre non sarebbe stata una cosa da nulla trasportare un pesante sarcofago di pietra lungo tutto il corridoio per poi issarlo fino alla camera, sicuramente sarebbe stato molto più semplice, e logico, collocare il sarcofago all’interno già in fase di costruzione. Anche questo fa parte dei tanti misteri di Maidum.
La piramide è circondata sui quattro lati da un impressionante mole di detriti la cui stratificazione confermerebbe l’ipotesi che non si sia verificato un crollo improvviso ma che sia stato un decadimento graduale e distribuito in un tempo abbastanza lungo.
Nella parte orientale lungo lo zoccolo della piramide gli scavi di Petrie portarono alla luce una cappella in calcare bianco, forse avente la funzione del “Tempio Funerario” che comparirà poi nei complessi piramidali successivi, anche se la cosa appare alquanto strana poiché sarebbe l’unico caso di un tempio eretto sul lato est anziché su quello nord.
Sorprendentemente il tempio si presenta quasi completamente intatto con i soffitti piatti al loro posto perfettamente conservati. La pianta è quasi quadrata, un corridoio permette l’accesso ad un cortile aperto dove si trova un ambiente con ai lati due stele monolitiche in calcare alte 4,20 metri, lisce ed arrotondate in alto, non presentano alcuna iscrizione il che fa supporre che la costruzione sia stata abbandonata anche da Snefru e che comunque non avessero uno scopo cultuale o rituale.
Mentre le stele sono anepigrafe non lo sono i blocchi del tempio che dovette aver impressionato i visitatori in epoche successive a tal punto che questi non lesinarono certo nell’universale mania di lasciare graffiti a testimonianza del loro passaggio, infatti sono numerosi sulle pareti e molti di essi non sono certo avari di lodi, la maggior parte risalgono principalmente alla XVIII dinastia.
Troviamo la dedica di Ankhkheperreseneb, risalente al 41° anno di regno di Thutmosi III, il quale racconta che si era recato a Maidum per ammirare lo splendido Tempio di Horo Snefru, e proclama che: <<…….sul tetto del Tempio di Horo Snefru piove dal firmamento mirra fresca e gocce di incenso profumato…….>>.
Su alcuni blocchi sono stati trovati dei graffiti molto interessanti in quanto rappresentano dei disegni stilizzati di piramidi a gradoni, altri graffiti, che si pensa siano annotazioni di cantiere, riportano date e nomi di squadre di operai. Le date si riferiscono a periodi compresi fra la quindicesima e la diciottesima conta del bestiame di un faraone non meglio identificato. Si pensa che si tratti di Snefru in quanto i graffiti sono simili ad altri che compaiono nella piramide di Snefru a Dashur.
A proposito di graffiti ritengo interessante citare anche quello trovato in una delle cave di pietra situata nel Sinai dove il faraone Snefru viene rappresentato nell’atto di uccidere un avversario, non è chiaro di che avversario si tratti ma, vista la provenienza del graffito, viene spontaneo pensare che si tratti di un asiatico.
Sul lato meridionale della piramide principale si trova una “piramide satellite” di 26,65 m per ogni lato utilizzata, probabilmente, per svolgere i riti dedicati al culto del sovrano. Possiede una sottostruttura alla quale si accede da nord attraverso un corridoio discendente, l’unica cosa che si sa è che tra le sue rovine venne rinvenuta una stele dove era rappresentato il dio falco Horo. Ai lati si trovano le sepolture dei principi e dei nobili che presentano pitture funerarie e rilievi di grande ricchezza espressiva.
Esiste, inoltre, una “Via Cerimoniale” lunga 210 m costeggiata da due muri alti circa 2 m cosa che fa supporre che esistesse anche un “Tempio a Valle” che a tutt’oggi nessuno ha ancora scavato in quanto il terreno è particolarmente paludoso a causa del livello elevato della falda freatica. Si presume che verso est si ergesse la cittadella reale di Snefru, Djedsnefru (Snefru è eterno).
Sul lato nord-est del complesso funerario si trova la necropoli che contiene, tra le altre, alcune mastabe interessanti. La mastaba, (n. 17), il cui proprietario è rimasto ignoto venne indagata da Petrie nel 1910, al suo interno, dopo aver percorso un corridoio, si entra in un’ampia camera funeraria che conteneva un sarcofago di granito rosso, la mummia scoperta al suo interno è stata attribuita a uno dei figli del faraone Snefru.
Poco più a nord una seconda necropoli ospita altre mastabe di nobili della corte reale decorate con sontuosità. La mastaba n. 16 ospita la sepoltura del principe Nefermaat e di sua moglie Itet, celebre per le famose “oche di Meidum” scoperte da Mariette. Nel 1871, Luigi Vassalli fece rimuovere il dipinto dal muro ed ora è custodito nel Museo egizio del Cairo.
Un’altra mastaba, tra le più imponenti della necropoli è stata attribuita al principe Rahotep, figlio di Snefru. Scoperta da Auguste Mariette nel 1871, conteneva al suo interno, oltre ad alcune statue di pregevole fattura, la stupenda coppia statuaria che rappresenta in modo magistrale il principe Rahotep con la moglie Nofret assisi.
La perfezione della statua e l’eccezionale stato di conservazione sono tali per cui, quando gli operai entrarono nella stanza buia rimasero in un primo momento terrorizzati alla vista dell’uomo e della donna che sembravano ancora vivi e stessero seduti a riceverli all’interno della loro tomba.
Resta ancora avvolto nel mistero il perché Snefru abbandonò la necropoli di Maidum per andare a farsi costruire una seconda piramide a Dashur, dove poi ne costruì ben due. Voleva forse avvicinarsi alla fortezza del “Muro Bianco”, prevedendo la costruzione di una nuova capitale in posizione più strategica per meglio controllare l’immenso Delta? Le ipotesi sono molte ma penso che la vera ragione non la sapremo mai.
Fonti e bibliografia:
Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed., 2002
Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Fabio Beccaria, “Le antiche civiltà del Vicino Oriente”, Universale Eurodes, 1979
Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, trad. di G. Scandone Matthiae, Bari, Laterza, 2002
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012 Cyril Aldred, “Gli Egiziani – tre millenni di civiltà”, Roma, Newton & Compton, 1966
La III dinastia si conclude con il regno del faraone Huni, figlio di Khaba, lo apprendiamo dal Canone Reale di Torino che gli assegna un regno di 24 anni.
Lo confermano anche il Papiro Prisse, trovato dall’egittologo francese Emile Prisse d’Avennes, ed il papiro Westcar, acquistato in Egitto nel 1824 dal viaggiatore e collezionista inglese Henry Westcar, dove si racconta che Huni ed una sposa secondaria, Meresankh erano i genitori di Snefru.
Non si sa per quale ragione Manetone fa iniziare la IV dinastia con il faraone Snefru, anche perché pare che questi fosse già un diretto discendente del faraone Huni che lo precedette, ho detto “pare” perché non tutti gli studiosi concordano non essendo ben chiara la linea di successione secondo Manetone.
Di Huni non si conosce il suo nome Horus, alcuni lo associano al nome Horo Qa-Hedjet ma in proposito non esistono delle prove effettive. Non lo troviamo nella lista di Manetone della quale non ci si può fidare ciecamente in quanto, per ciò che riguarda la III dinastia contiene parecchi nomi non associabili a sovrani accertati.
Il Canone reale invece, per questo sovrano, eccezionalmente riporta altre notizie quali, la costruzione di Seshem (?). Alcuni studiosi attribuiscono ad Huni la costruzione della piramide minore di Seila, mentre l’egittologo francese Henri Gauthier gli attribuisce anche la costruzione di quella di Elefantina. Inoltre, come detto in precedenza, Günter Dreyer e Werner Kaiser ipotizzano che il faraone Huni avesse concepito un più ampio progetto di costruzione che avrebbe riguardato tutte le altre piramidi minori che abbiamo appena trattato in precedenza. Pare inoltre che abbia fatto costruire anche una fortezza sull’isola di Elefantina.
In un primo tempo gli egittologi attribuirono al faraone Huni anche la costruzione del complesso funerario di Maidum. A questo proposito occorre precisare che circa la costruzione della piramide di Maidum non esistono solide prove archeologiche anche se alcuni obiettano che, avendo regnato abbastanza a lungo, almeno il tempo per costruirla l’avrebbe avuto.
A tutt’oggi le ipotesi più accreditate sono quelle che attribuiscono a Huni la costruzione della prima parte della piramide, quella tutt’ora visibile, gli immensi gradoni che la rendono del tutto simile ad una ziqqurat mesopotamica ricalcando in un certo senso quella del suo antenato Djoser a Saqqara, ma per una ragione che non conosciamo non riuscì ad ultimarla.
A questo punto le ipotesi e le supposizioni si sprecano.
Huni avrebbe costruito la piramide completa che poi però sarebbe collassata quindi Snefru non c’entrerebbe niente.
Huni avrebbe costruito la parte interna della piramide che poi Snefru avrebbe completato.
La piramide sarebbe collassata durante i lavori ordinati da Snefru.
Snefru avrebbe completato la piramide con le facce lisce ma in seguito, a causa di un terremoto, la parte esterna sarebbe collassata.
Scusate ma a questo punto mi fermo per non stordirvi, l’unica cosa certa è che la piramide è crollata, almeno la parte esterna e nessuno sa spiegarne la causa.
Fonti e bibliografia:
Peter Jànosi, “Le piramidi”, Il Mulino, Bologna, 2006
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, Torino, 2006
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990 W.S. Smith, “Il Regno Antico in Egitto e l’inizio del Primo Periodo Intermedio”, Il Saggiatore, Milano 1972
La III dinastia sta finendo, finora noi l’abbiamo esaminata secondo lo schema maggiormente accettato che corrisponde all’ipotesi avanzata dal Contrammiraglio ed egittologo egiziano Nabil Muhamed Abdel Swelim nel 1977.
Non è certa la successione dei faraoni all’interno della dinastia in quanto scarseggia ogni tipo di documentazione ed i dubbi sono molti addirittura sulla reale esistenza di alcuni di essi.
Io seguirò la linea di Swelim secondo la quale a succedere a Khaba sarebbe stato Huni. Nonostante ciò non intendo trascurare diverse sepolture che altri egittologi hanno, più o meno arbitrariamente, classificato come piramidi.
Sono note altre otto piramidi, o presunte tali, che vengono comunemente dette piramidi minori. Si tratta di otto costruzioni di piccole dimensioni, oggi ridotte a cumuli di macerie, risalenti al periodo di passaggio dalla III alla IV dinastia. Queste rappresentano uno dei maggiori enigmi della storia delle piramidi, di loro e dei loro proprietari si sa poco o nulla, tranne che sono esistiti.
I cumuli di macerie tutt’ora esistenti ci premettono solo di formulare ipotesi, esse presentano la disposizione della muratura del nucleo a “letti inclinati”, ovvero parallelamente alle facce del rivestimento esterno. Essendo di dimensioni ridotte ed in assenza di esplorazioni archeologiche approfondite, si pensa possa trattarsi di cenotafi o di piccole piramidi di principi o regine.
Secondo alcuni potrebbe trattarsi di luoghi sacri a Horus e Seth o simboli del tumulo primordiale da cui scaturì la vita.
Procedendo secondo l’ordine adottato dall’egittologo Miroslav Verner queste piramidi sono:
la cosiddetta piramide Lepsius n. 1,
la piramide di Seila,
la piramide di Zwaijet el-Meijtin,
la piramide di Seinki,
la piramide di Naqada,
la piramide di Kula,
la piramide di Edfu,
la piramide di Elefantina.
Per quanto mi sarà possibile nelle mie ricerche, che in questo caso si fanno assai complesse, farò il possibile per darvi un’idea di queste costruzioni poco conosciute ma che rappresentano comunque un momento importante per conoscere più a fondo la storia delle “Due Terre”.
LA PIRAMIDE LEPSIUS N. 1
La prima “piramide” la troviamo nella necropoli di Abu Rawash, alcuni chilometri a nord di Giza, qui si trovano le rovine del tutto misteriose identificate come piramide Lepsius n, 1.
Vyse e Perring visitarono il sito ma visto lo stato miserevole in cui si trovava il monumento non si interessarono più di tanto, così fecero anche altri egittologi tra cui il francese Fernand Bisson de la Roque.
La costruzione si presentava come una massa informe di mattoni alta circa 20 metri. Rovine che quando le visitò l’archeologo Nabil Swelim, alla metà degli anni 80, del novecento, erano già quasi del tutto demolite. Di questa costruzione, mai esplorata a fondo non rimane che l’ipotesi dell’egittologo Sweling il quale afferma che si sarebbe trattato di una gigantesca piramide a gradoni costruita inglobando al suo interno una grande altura rocciosa, cosa che avrebbe agevolato la costruzione dandole maggiore stabilità e solidità con costi decisamente inferiori.
Sempre Swelim afferma che la piramide risale alla III dinastia e che fu fatta costruire da Huni, Inutile dire che tale affermazione ha sollevato una marea di obiezioni da parte di altri egittologi lasciandoci di fronte ad uno dei tanti enigmi irrisolti di cui è ricca la storia egizia.
Esiste però un fatto che contrasterebbe la teoria di Swelim, l’altura rocciosa che costituirebbe il nucleo della presunta piramide contiene più di tredici tombe ipogee risalenti alla V e VI dinastia. Ora, per giustificare questo fatto, bisognerebbe supporre che la piramide sia stata abbattuta almeno durante la IV dinastia in modo da permettere di essere trasformata in una necropoli di tombe rupestri.
A questo punto dobbiamo prendere atto che la costruzione in mattoni, che Lepsius ha classificato come piramide n. 1 nella sua lista, rimanga uno dei tanti misteri irrisolti dell’archeologia egizia.
LA PIRAMIDE DI SEILA
Passiamo ora alla seconda piramide, quella di Seila nel Fayyum.
La piramide si trova 10 km a Ovest rispetto a quella di Meidum e, secondo gli aggiornamenti forniti dall’egittologo Kerry Muhlestein durante un simposio sull’Egitto tenutosi a Toronto, la piramide venne commissionata da Snefru, padre di Cheope. Muhlestein affermò:
“Effettivamente abbiamo trovato pietre collocate regolarmente e buone prove che fosse una vera piramide con un rivestimento regolare che vediamo sulle altre piramidi di Snefru”.
La piramide di Seila è l’unica che conservi parte del rivestimento in calcare, doveva avere una base di 22,50 m per un’altezza di 17 m ripartita su tre gradoni. Il centro della piramide è mancante, si presume che sia stato portato via dai saccheggiatori che cercavano la camera funebre, della quale non sappiamo ancora se ci fosse o no, o più semplicemente perché ne fecero una cava di pietra.
La cosa più sorprendente infatti è la totale mancanza di camere né in superficie né ipogee. Possiede un portico con un pavimento in pietra e mattoni senza muri, sembra che fosse un’area aperta. Nonostante siano stati rinvenuti un altare per la libagione, una statua e due stele: su di una compare un cartiglio con il nome di Snefru, nei pressi della costruzione non è stato rinvenuto alcun luogo di culto.
A questo proposito Muhlestein afferma:
“Snefru fu il primo faraone a scrivere il suo nome in un cartiglio e la stele di Seila dimostra il modo in cui i nomi sarebbero stati scritti da allora in poi, ponendo uno standard”.
LA PIRAMIDE DI ZAWIJET EL-MEIJTIN
A circa 7 chilometri dal moderno centro amministrativo di Minya, città di quasi 200 000 abitanti, a circa 250 km a sud del Cairo, nel Medio Egitto, nei pressi del moderno villaggio di Zawyet Sultan sulla sponda orientale del Nilo, si trova il sito archeologico conosciuto con il nome di Zawijet el-Meijtin (Angolo dei morti) che corrisponde all’incirca all’antica città di Hebenu, la capitale del XVI distretto dell’Alto Egitto.
Il nucleo principale dell’area archeologica comprende una piramide dell’Antico Regno, situata all’entrata del sito, e alcune tombe dell’Antico, Medio e Nuovo Regno scavate nella falesia rocciosa. Il luogo era probabilmente già destinato alle sepolture fin dall’antichità in quanto nei pressi sono state rinvenute numerose tombe a pozzo ed alcuni resti di mastabe risalenti all’Antico Regno.
Le rovine della piramide (o mastaba) si presentano con un’altezza di soli 5 metri, sul sito non risulta siano mai state eseguite ricerche approfondite. Alcune indagini venero eseguite dall’egittologo francese Raymond Weill nel 1911 senza però approdare a risultati significativi. Anche Lauer lavorò per breve tempo alle rovine ma dai risultati ottenuti non emergono significative indicazioni.
Di questa presunta piramide non si conosce nulla, non è possibile avanzare ipotesi sul suo proprietario, e non è neppure chiara la ragione per cui questa è l’unica piramide egizia ad essere situata sulla riva orientale del Nilo. Circa la sua ubicazione venne ipotizzato che la si debba mettere in relazione con la città di Hebenu le cui rovine a tutt’oggi non sono ancora state esplorate.
La piramide è una delle sette note in Alto Egitto, datata alla III dinastia. Come le altre piramidi minori anche questa fu costruita con pietra calcarea usando come materiale di fissaggio una specie di malta composta di fango del Nilo misto a sabbia e calcare, tuttavia, a differenza delle altre, questa presenta i resti di un rivestimento esterno in blocchi politi di calcare. Il suo orientamento si presenta parallelo al corso che aveva il Nilo in quell’epoca.
LA PIRAMIDE DI SEINKI
Un’altra piramide minore a gradoni è quella di Seinki, località nei pressi dell’attuale villaggio di Naga el-Khalifa che si trova a circa 8 chilometri a sud di Abydos.
A scoprirla nel 1883 furono gli egittologi Charles Wilbour e Gaston Maspero i quali però effettuarono solo una breve ispezione, dopo di che la piramide cadde nell’oblio per quasi un secolo finché, nel 1977, la missione tedesca guidata da Gunther Dreyer e Nabil Swelim la riscoprì ed a partire dal 1981 si procedette ad effettuare indagini più approfondite.
Le ormai scarse rovine alte circa 4 metri rivelano che il metodo di costruzione ricalca quello della piramide di Zawaijet el-Meijtin, pietre di calcare cementate con malta di argilla e sabbia. Interessante notare che a metà di ciascun lato sono ancora presenti resti di rampe che arrivano ad un’altezza di 1,30 metri fatte con mattoni crudi, sabbia, fango e detriti vari. Si presume che le rampe arrivassero fino al bordo superiore del secondo gradone e che la rimozione del materiale sia avvenuta già durante l’Antico Regno. Alcuni reperti lasciano intuire che fin da allora pastori nomadi si siano insediati vicino alla piramide. Intorno alla piramide sono state scoperte 14 tombe che vanno dall’Antico Regno fino al Nuovo Regno.
LA PIRAMIDE DI NAQADA (OMBOS)
La quinta piramide minore, quella di Naqada, detta anche Piramide di Ombos, la troviamo a circa 300 metri a nord delle rovine dell’antico sito di Ombos, vicino alla moderna città di Naqada nell’Alto Egitto. Il sito è poco conosciuto, l’unico scavo effettuato a tutt’oggi fu quello di Flinders Petrie e James Edward Quibell nel 1895. La piramide è composta da un nucleo di circa 5,75 metri di lato attorno al quale vennero collocati tre strati di pietra portando i lati a 18,39 metri. Non è orientata a nord, ma 12° a nord-est, parallelamente al corso del Nilo. La struttura è alta oggi 4,5 metri, originariamente si pensa che potesse essere costituita da tre gradoni. Per la sua costruzione è stato utilizzato calcare di provenienza locale. Sotto l’angolo sud-ovest, Petrie ha scoperto una tomba di 1,25 x 2,00 metri, che molto probabilmente non ha nulla a che vedere con la piramide, è probabile che si tratti di una sepoltura secondaria. Non sono noti ne il costruttore ne lo scopo della sua costruzione, Günter Dreyer e Werner Kaiser ipotizzano che questa e le altre piramidi minori facessero parte di un più ampio progetto di costruzione concepito dal faraone Huni, l’ultimo sovrano della Terza dinastia. L’egittologo Andrzej Ćwiek è sostanzialmente d’accordo ma attribuisce il progetto non a Uni bensì al suo successore, il faraone Snefru. Per quanto riguarda lo scopo della costruzione di queste piramidi le ipotesi sono diverse, si pensa che si sia voluto realizzare un sito di rappresentanza regale oppure che l’intenzione fosse quella di rappresentare la pietra primordiale, il Benben, un simbolo dell’unità politica e religiosa delle Due Terre o a monumenti per le mogli dei faraoni
LA PIRAMIDE DI KULA
La prossima piramide minore la troviamo nei pressi del villaggio di Naga el-Mamarria, 6 chilometri a nord di Hierakompolis, circa 85 chilometri a sud di Luxor.
Di tutte le piramidi minori è quella che si è conservata meglio. Si tratta della piccola piramide a gradini di Kula attribuita ad un faraone non meglio identificato appartenente alla terza o quarta dinastia. Come le altre di cui abbiamo già parlato la piramide è costruita con blocchi di calcare cementati con malta ottenuta mescolando argilla, fango del Nilo, sabbia e detriti di calcare. Al contrario di quello che riscontreremo in altre piramidi successive (es. Cheope) l’orientamento della piramide verso i punti cardinali è parzialmente rispettato ma dagli angoli e non dai lati, cosa dovuta forse al fatto che il lato orientale della piramide segue il decorso parallelo al Nilo. Nel 1837 si interessarono al sito gli egittologi Perring e Vyse che per primi la descrissero, in quel tempo la parte fuori terra era ancora alta circa 12 metri.
Sul finire del XIX secolo Henri Naville sondò il lato nord-ovest ma non lasciò nessuna testimonianza interessante. Jean Capart, che effettuò ricerche come capo di un team belga, avanzò un’ipotesi interessante ed al contempo sorprendente. Capart evidenziò il fatto che l’orientamento della piramide ricalcava quello delle ziqqurat mesopotamiche. E’ stata quindi avanzata una teoria secondo la quale sia la piramide di Kula che la vicina fortificazione predinastica di Hierakompolis risentirono all’epoca l’influsso delle costruzioni mesopotamiche. Ovviamente a questa teoria sono state avanzate numerose opposizioni, Hierakompolis fu capitale dell’Alto Egitto e principale centro di culto del dio-falco Horo, contatti con l’Asia Minore si trovano documentati in epoca arcaica, ma da ciò a vedere un nesso tra la piramide di Kula e le ziqqurat, secondo alcuni, è ritenuto poco probabile. Si pensa piuttosto che l’orientamento della piramide derivi molto più semplicemente dalla volontà di seguire il percorso del Nilo.
LA PIRAMIDE DI EDFU
Andiamo alla ricerca della settima piramide minore. La troviamo sepolta sotto ad uno spesso strato di sabbia, spazzatura e parte delle sue stesse macerie.
E’ stata scoperta nel sito archeologico di Edfu, quasi 800 chilometri a sud del Cairo dove 4.600 anni fa si stagliava, magnifica con i suoi gradoni. la piramide di Edfu che un attento lavoro di scavi ha finalmente riportata alla luce. Gli egittologi erano a conoscenza dell’esistenza di questa costruzione ma nessun archeologo aveva mai scavato nel sito. Nessuno però pensava ad uba piramide, gli abitanti del luogo credevano si trattasse della tomba di uno sceicco musulmano locale.
Gli scavi iniziarono nel 2010 grazie alla missione dell’Oriental Institute di Chicago, sotto la guida dei ricercatori Gregory Marouard Nadine Moeller. In origine la piramide doveva avere un’altezza di circa 17 metri, costruita con blocchi di arenaria di colore rossastro, cementati con malta d’argilla, i saccheggi e l’inclemenza del tempo ci hanno lasciato oggi solo una collinetta alta poco più di 5 metri che presenta una base quadrata di 18 metri per lato. Marouard, che scavò il sito dove si trovava una discarica di rifiuti moderni, inizialmente non pensava che si trattasse di una piramide, essendo locata nei pressi di un cimitero musulmano, la gente del posto pensava che si trattasse della tomba di un santo islamico.
Che non si tratti di un luogo di sepoltura, come anche le altri piramidi minori, lo si deduce facilmente dal fatto che anch’essa è priva di camere interne o ipogei. Le facciate esterne della piramide presentano graffiti in forma di geroglifici che porterebbero a pensare che vi siano stati sepolti donne e bambini, gli archeologi lo escludono in quanto le iscrizioni risalirebbero ed epoche di molto successive. Il rinvenimento sul lato est di un impianto con tracce di offerte di cibo confermerebbero l’ipotesi che si tratti di un’area cultuale.
LA PIRAMIDE DI ELEFANTINA
Passiamo ora all’ottava piramide minore, la piramide più meridionale fra tutte, che si trova sull’isola di Elefantina.
Nel 1909, una squadra francese guidata dall’egittologo francese Henri Gauthier scoprì la piramide che venne attribuita al faraone Huni, tale attribuzione si basava sul fatto che, nei pressi della costruzione era stato rinvenuto un grande masso di granito di forma conica recante un’iscrizione che conteneva il nome del faraone Huni. In origine la piramide doveva presentarsi con con una base di 18,46 metri e tre gradini costituiti da blocchi di granito rosa di provenienza locale cementati con la solita miscela di fango e sabbia. Anche questa piramide non ha una camera sepolcrale, il che conferma che non si tratta di una tomba.
Gli scavi condotti dall’egittologo tedesco Gunter Dreyer nel 1978-79 sembrano confermare il fatto che si tratti di un cenotafio. Abbiamo così concluso questo ciclo relativo alle piramidi minori che hanno visto la luce nel periodo di transizione dalla III alla IV dinastia egizia, piramidi a gradoni che forse intendevano imitare la più importante piramide di Djoser (o forse no!).
Da notare che tutte queste piramidi minori hanno un denominatore comune, la tipologia è quella che si può collocare nella seconda metà della III dinastia, da Sekhemkhet a Snefru. In nessuna sono presenti ipogei o camere in superficie e nessuna possiede fabbricati di pertinenza. Escludendo quella di Zawijet el-Meijtin, sono dislocate tutte sulla sponda occidentale del Nilo e nessuna è rivolta verso i punti cardinali.
Gli egittologi pensano che queste potrebbero non essere le sole ma che ne esistano altre non ancora scoperte. Una di queste era ancora visibile nel XIX secolo nei pressi di Benha, l’antica Athribis. Le nostre conoscenze della città di Athribis sono decisamente scarse. Ci si può solo basare su un documento per lo studio urbanistico dell’antica città ed all’utilizzo di una pianta rilevata nel 1798-1799 e pubblicata nella “Description de l’Egypte”. A quell’epoca era ancora visibile una piccola piramide di mattoni, ed altre costruzioni, il tutto fu smantellato nel 1852. Sul loro significato e su cosa volessero rappresentare le opinioni degli studiosi divergono enormemente. Si pensa a luoghi di culto sacri, a cenotafi delle regine eretti nelle provincie di origine, alla volontà di rappresentare il colle primigenio, a simboli del palazzo reale per rammentare in ogni luogo la potenza del re.
Non mi dilungo oltre su tutte le teorie avanzate, voglio solo mettere in evidenza, poiché lo ritengo molto interessante, il parere espresso dall’egittologa Amelia Edwards, essa fece osservare che in tutte le piramidi minori citate non esistono indizi certi circa la loro datazione, solo supposizioni tratte da reperti tipo la stele di Snefru a Seila che potrebbe non avere nulla a che vedere con la piramide omonima. Non potendo fissare una datazione precisa e, date le condizioni di quasi completa rovina in cui si trovano, non possiamo neppure essere certi che si trattasse effettivamente di piramidi, forse erano centri cultuali che risentivano ancora l’influsso delle ziqqurat mesopotamiche.
Fonti e bibliografia:
Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed., 2002
Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Nabil Swelim, “The brick pyramid at Abu Rawash Number I by Lepsius”, Archeological Society of Alexandrie, 1987
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita Editori, 1995
Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
Dopo Sekhemkhet nella lista di Abidos come nel Canone Reale di Torino, compaiono due termini “hudjefa” e “sedjes” ai quali viene attribuito il significato di “lacuna”. Ciò significa che già al tempo della compilazione delle liste le fonti fossero scarse, ma potrebbe anche essere che i nomi siano stati cancellati.
Secondo Manetone dopo Sekhemkhet regnò per 19 anni un faraone che egli chiama Mesochris, gli studiosi abbinano questo nome a quello di Horo Khaba avvalendosi di quanto attestato su alcuni reperti archeologici. In questa posizione però il Canone Reale assegna un periodo di soli 6 anni.
Il nome di Khaba Nebkare compare su alcuni frammenti di vasellame provenienti da una tomba, mai completata a Zawyet el-Aryan, un paese situato lungo il bordo del Nilo, a metà strada circa fra Giza e Abusir, circa 6 km da Saqqara. In questo luogo ha sede un’antica necropoli distinguibile solo per le rovine di due costruzioni, la più antica di queste è stata identificata come la sovrastruttura di quella che avrebbe dovuto essere un’altra piramide.
Dalla tipologia della costruzione gli egittologi la individuarono come “Layer Pyramid” ovvero piramide a strati concentrici per la presenza di strati indipendenti perpendicolari al rivestimento di cui, tuttavia, è rimasto poco o nulla.
Gli abitanti della zona la chiamano in arabo “Haram el-Meduwara” (piramide rotonda).
Una prima indagine, di cui rimane solo una breve descrizione, fu eseguita dall’egittologo Perring nel 1839. Le prime descrizioni meglio documentate del monumento furono fatte tra il 1842 e il 1846 dall’egittologo tedesco Lepsius il quale dopo aver studiato il pozzo principale e i suoi dintorni ha segnato la costruzione nella sua lista dei pionieri come piramide numero XIII.
Agli inizi del 900, mentre stava lavorando a Giza, l’egittologo italiano Alexandre Barsanti si interessò al sito in modo più approfondito. Esplorò la regione dove giacevano innumerevoli frammenti di pietre di granito e grandi blocchi di calcare sparsi con al centro una profonda depressione che attirò la sua attenzione. Assoldò una cinquantina di operai i quali sgombrarono quella che parve subito come un’enorme trincea scavata nella roccia le cui pareti a strapiombo sprofondano di ventuno metri più in basso del livello del suolo circostante.
Il sito si presenta come un grande scavo a forma di T contornato da alcuni corsi di pietra calcarea. Larga 8,50 metri e lunga 110 metri al termine presenta un grande pozzo rettangolare profondo circa 30 metri che era stato riempito con enormi blocchi di calcare del peso di quasi 4 tonnellate ciascuno, gettati alla rinfusa. Barsanti scavò per oltre un anno finché riuscì a raggiungere il fondo della fossa nel 1905. Il pavimento era formato da enormi blocchi di granito e calcare perfettamente sistemati. Il caso volle che durante i lavori si verificò un’eccezionale acquazzone che riempì la fossa fino ad un’altezza di tre metri.
Ma un evento ancora più eccezionale sorprese Barsanti, improvvisamente il livello dell’acqua scese di circa un metro. Fatti due calcoli, l’acqua che era sparita corrispondeva a circa 180 metri cubi e questo portò subito a pensare all’esistenza di una camera sotto il pavimento. Iniziò quindi un lungo lavoro per spostare i blocchi del pavimento che però venne interrotto (non si sa perché) nel 1907. I lavori riprenderanno solo nel 1911. Barsanti, tornato sul luogo, si concentra in modo particolare su di un enorme blocco del peso di quasi 40 tonnellate che sospetta sia una barriera per impedire l’accesso alla ipotetica camera funeraria. Purtroppo la scarsità di fondi lo induce a sospendere i lavori, anche se in realtà non di sospensione si tratta ma decisamente di abbandono e sul suo lavoro cadde l’oblio.
Barsanti che esplorò la parte sotterranea affermò che la sottostruttura ricalca quella della piramide di Sekhemkhet in forma più semplificata ma più evoluta. In fondo al pozzo si trovano due diramazioni, da queste si presentano 32 camere disposte a pettine (magazzini per il corredo funebre?). Attraverso un secondo corridoio lungo 80 metri si giunge ad una camera sepolcrale che si trova esattamente in corrispondenza dell’asse verticale di quella che sarebbe stata la piramide.
La camera misura 3,63 x 2,65 metri ed è alta 3 metri. All’interno non conteneva traccia alcuna di sepoltura e meno che mai un sarcofago che non avrebbe potuto essere trasportato all’interno in quanto il corridoio è troppo stretto. In fondo alla trincea Barsanti rinvenne anche numerose iscrizioni in inchiostro rosso sulle pietre che però non permettono di determinare con certezza a quale sovrano questa piramide fosse destinata.
All’estremità occidentale della camera, è stata rinvenuta un’insolita vasca di granito rosa lucido di forma ovale (l’unico esempio noto in Egitto) incastonata in un blocco del pavimento.
La vasca, che misura 3,15 x 1,22 metri ed è profonda 1,5 metri deve essere stata portata sul posto durante la costruzione della fondazione essendo di misura superiore a quella del passaggio. Quando venne scoperta presentava un coperchio ovale ancora sigillato con gesso. All’interno della vasca vuota Barsanti rinvenne piccole tracce nerastre alte dieci centimetri di una sostanza sconosciuta.
Quei reperti non sono mai stati analizzati e non potranno più esserlo in quanto sono andati persi. Dopo Barsanti, gli scavi furono ripresi dall’egittologo americano George Reisner, senza però giungere ad una conclusione chiara. Va detto che le scarse relazioni di cui disponiamo sia di Barsanti che di Reisner, con piante e misurazioni si differenziano in modo sostanziale fra loro non permettendo di avanzare alcuna ipotesi certa.
Anche in questo caso, si tratta di un complesso mai ultimato; la piramide fu concepita nella forma a gradoni, doveva avere un lato di base di circa 84 m sviluppandosi su cinque o sette gradoni per un’altezza totale di 42-45 m. La costruzione si presenta, come detto, a strati concentrici inclinati verso l’interno, da cui il nome di “Layer Pyramid”. Nei suoi scavi Reisner scoprì che ai lati della piramide si trovavano i resti di una muratura in mattoni, da ciò l’archeologo dedusse che il paramento non sarebbe stato costruito in calcare bensì in mattoni crudi.
Da qui l’opposizione di altri egittologi i quali sostengono che la muratura in mattoni non avrebbe costituito il paramento ma si tratterebbe solo dei resti di eventuali rampe di servizio abbandonate con la chiusura anticipata dei lavori. In seguito il lavoro degli archeologi ha incontrato parecchi ostacoli, fino alla cessazione totale, poiché la zona in cui si trova la piramide venne occupata dai militari che costruirono una base e dal 1964 non è più possibile accedere alla zona.
Sul posto degli scavi sono stati costruiti dei bungalow militari e il pozzo è stato trasformato in discarica. In conclusione l’attribuzione della piramide al faraone Khaba deve ritenersi ancora del tutto arbitraria in quanto egittologi e storici stanno ancora discutendo sull’identità del proprietario.
Fonti e bibliografia:
Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed.
Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’Archeologia”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke
Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, trad. di G. Scandone Matthiae, Bari, Laterza, 2002
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012 Cyril Aldred, “Gli Egiziani – tre millenni di civiltà”, Roma, Newton & Compton, 1966
Come si sa l’ordine di successione dei sovrani della III dinastia è scarsamente documentato e vi sono molti dubbi anche sull’esistenza o meno di alcuni di questi. Permangono notevoli differenze tra la Lista di Abydos, la Lista di Saqqara, Il Canone Reale di Torino e quello che ci racconta Manetone.
L’ipotesi ad oggi maggiormente accettata è quella proposta dall’egittologo egiziano Nabil Muhamed Abdel Swelim, il quale giunse alla conclusione che la III dinastia comprendesse i seguenti faraoni: Sanakht (o Nebka), Djoser, Sekhemkhet, Khaba e Uni.
Djoser fu il primo a costruire una piramide ed il suo successore probabilmente non gli volle essere da meno. Nella necropoli di Saqqara troviamo quella che si può considerare la seconda piramide egizia, anche se in realtà non c’è più, o forse non c’è mai stata, la piramide di Sekhemkhet che, per una serie di considerazioni oggettive, consente di confermare che tale re fu l’immediato successore di Djoser.
Ancora dopo la II guerra mondiale di Sekhemkhet non si sapeva nulla, fu l’egittologo egiziano Muhammed Zakaria Goneim a scoprire il suo complesso funerario nel 1950.
Goneim, fin da prima della II guerra mondiale, scavava il tempio di Unas, ultimo faraone della V dinastia, durante la guerra sospese gli scavi e si ritirò a Luxor. Finita la guerra tornò a Saqqara e fu subito attratto da un enorme edificio rettangolare che affiorava tra le dune del deserto a poche centinaia di metri dalla piramide di Unas. Su suggerimento di Lauer, si impegnò nella ricerca dei quattro angoli di questo misterioso complesso. I suoi sforzi vennero premiati quando con sua, e di Lauer, meraviglia emerse che i quattro angoli erano quelli di una cinta muraria in blocchi di calcare che racchiudeva un tempio ed un complesso piramidale fino ad allora sconosciuto.
Gli scavi di Goneim, iniziati nel 1951, si protrassero fino alla metà degli anni 50, a questo punto parve che il mistero si avviasse alla soluzione.
Innanzitutto si riuscì a stabilire che per l’erezione del complesso si sia reso necessario spianare l’area mediante il riempimento di dislivelli alti fino a 10 metri. E qui il mistero ritornava puntuale, perché fu scelta un’area che necessitava di interventi così gravosi per di più in quanto la stessa si trovava così lontana da risultare appena visibile dalla valle del Nilo? Forse la scelta fu dettata non tanto dalla necessità di rendere visibile la magnificenza del monumento ma dal fatto che nei dintorni insistevano già altre antiche tombe reali risalenti alla II dinastia. Alcune di queste sono già state scoperte ma si pensa che ne esistano molte altre nascoste sotto la sabbia.
Va detto che sicuramente coloro che si fecero costruire quelle tombe non ambivano certo a catturare l’attenzione di eventuali osservatori o, peggio, di saccheggiatori di tombe. La cosa però cambiò dopo la dimostrazione di opulenza voluta da Djoser.
Le dimensioni del complesso sono di poco inferiori a quello di Djoser del quale ne imita anche l’aspetto, era circondato da un muro, alto oggi 3,10 m dei 10 verosimilmente previsti, a rientranze e sporgenze, era formato da blocchi di calcare bianco sfavillante proveniente dalle cave di Tura con una serie di nicchie alternate a porte fittizie di cui pare una sola era quella vera.
Ho detto pare in quanto gli scavi non sono mai terminati per cui è difficile stabilirlo con precisione.
Da una breve iscrizione in geroglifico corsivo, presente sul muro di cinta, si è dedotto che forse anche il complesso di Sekhemkhet fu realizzato dall’architetto di Djoser, Imhotep. Il nome del brillante architetto è menzionato sul muro a nord confermando che questo monumento è stato costruito dallo stesso Imhotep del quale si riscontra la stessa tecnica di costruzione.
Gli scavi eseguiti hanno confermato che il complesso non venne mai ultimato. Goneim, il quale, dopo numerose ricerche, propende per la piramide, afferma che dopo un attento esame, le rovine hanno permesso di stabilire che la stessa, con una base quadrata di 120 m e con un’inclinazione di circa 15°, avrebbe raggiunto un’altezza di circa 70 m sviluppandosi su sei o sette gradoni.
Dagli scavi di Goneim si deduce che la costruzione della piramide si interruppe inspiegabilmente ad un’altezza di soli 8 metri, in funzione di ciò, molti egittologi discordano sul fatto che l’intento fosse proprio quello di costruire una piramide a gradoni come quella di Djoser ma solo quello di costruire una grande mastaba.
La causa per cui la piramide non venne ultimata è probabilmente dovuta al fatto che Sekhemkhet regnò per soli sei anni e quindi alla sua morte la costruzione venne abbandonata. Tutto ciò che è possibile vedere oggi è una muratura al centro non più alta di 2 metri e mezzo. In contrasto con l’incompletezza della sovrastruttura, gli appartamenti sotterranei erano quasi completamente ultimati.
L’ingresso si trova sulla facciata Nord, ma al di fuori della piramide, dà accesso ad una rampa che scende per 36 m e sbuca in un corridoio discendente lungo 80 metri che conduce alla camera funeraria.
Come anche in altre mastabe contemporanee il corridoio era interrotto da un pozzo verticale che scendeva in profondità per impedire l’accesso alla camera funeraria. Al suo interno Goneim rinvenne ossa e corni di montoni, manzi e gazzelle, residuo forse di sacrifici in onore del sovrano.
Scendendo più in profondità emersero 62 papiri risalenti al regno di Ahmes della XXVI dinastia. Scendendo ancora trovò circa 700 vasi di pietra, sulle chiusure di argilla di alcuni di essi furono rinvenute le impronte di sigilli con il nome di Sekhemkhet, prova che avvalora la paternità del complesso.
Ma la cosa più sorprendente fu il ritrovamento di una notevole quantità di oggetti d’oro quali: 21 armille, conchiglie e grani di faience rivestiti di foglia d’oro. Rimane inspiegabile come un simile tesoro sia potuto sfuggire ai saccheggiatori di tombe che asportarono l’intero corredo funerario.
La camera funeraria si trova a 32 metri di profondità esattamente in corrispondenza di quello che sarebbe stato l’asse verticale della piramide. La camera misura 8,70 m di lunghezza, 5,20 m di larghezza e 4,50 m di altezza e non è mai stata completamente ultimata. Al suo interno una larga asta verticale entra dal soffitto, molto probabilmente per bloccare l’accesso quando fosse risultato necessario.
Su un lato della camera spicca il sarcofago del sovrano, ricavato da un unico blocco di alabastro con le superfici completamente lisce. La cosa stupì non poco Goneim poiché sarcofagi realizzati con quel tipo di pietra sono stati trovati solo nella tomba della regina Hetepheres della IV dinastia ed in quella di Sethos I della XIX dinastia.
Il sarcofago era privo del classico coperchio ma chiuso da una sponda di testa con due aperture per passare una corda per aprirlo e presentava ancora i sigilli originali.
Ritenendo di aver rinvenuto una sepoltura intatta, Goneim, organizzò una pubblica apertura che attirò l’attenzione dei media locali ed internazionali ed alla quale furono anche invitate autorità dello stato e team cinematografici. Questa purtroppo si risolse in un fallimento poiché il sarcofago era vuoto! Goneim cadde in disgrazia e non si riprese più, gli venne anche proibito di tornare sul luogo degli scavi. Deluso ed avvilito Goneim dovette pure difendersi dall’accusa di essersi appropriato di una imbarcazione, rinvenuta da Lauer e Quinbell, ed averla venduta all’estero. Subì l’interrogatorio da parte della polizia ma poi il reperto venne rinvenuto presso un deposito del Museo del Cairo. La violenta campagna negativa che si era scatenata lo prostrò psicologicamente a tal punto che nel gennaio 1959 si suicidò gettandosi nel Nilo.
Altri corridoi, anch’essi incompleti, conducevano in nuove gallerie, che probabilmente erano gli “appartamenti,” come nel caso della piramide di Djoser.
Intorno alle facciate Nord, Est e Ovest del muro di cinta si alternano 132 corte gallerie sotterranee (magazzini) costruite a forma di U che non sono mai state completate. I lavori di scavo si conclusero nel 1959, per poi essere ripresi da Lauer nel 1963. In poche settimane Lauer riuscì a scoprire le fondamenta della parete sud del muro di cinta presso il quale sperava di trovare una tomba sud come per il complesso di Djoser.
Impiegò quattro anni ma finalmente nel 1967 riportò alla luce, come già era accaduto per il complesso di Djoser, una mastaba in blocchi di calcare molto danneggiata poiché utilizzata in antichità come cava di pietre già lavorate, anche questa non è ancora stata esplorata a fondo.
Sulla base delle loro ricerche gli egittologi italiani Maragioglio e Rinaldi ipotizzano che Sekhemkhet non abbia mai pensato di farsi costruire una piramide ma semplicemente una grande mastaba sul tipo di quella originale di Djoser sulla quale poi vennero costruiti gli ulteriori gradoni.
Nella tomba sud di Sekhemkhet vennero trovati i resti di un bambino di circa due anni, nulla si sa in proposito, era figlio di Sekhemkhet? Premorì al padre oppure morì successivamente? E quando e come morì il faraone? Sono state avanzate numerose ipotesi ma sono considerate mere speculazioni poiché nessuna è comprovabile da dati archeologici.
La piramide è visitabile, ma al pubblico non è consentito l’accesso alla base e alle sottostrutture.
Fonti e Bibliografia:
Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed. (1997) traduzione 2002
Maragioglio Vito e Rinaldi Celeste Ambrogio, “L’architettura delle piramidi menfite”, Tip. Artale, 1963
Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’Archeologia”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, trad. di G. Scandone Matthiae, Bari, Laterza, 2002
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012 Cyril Aldred, “Gli Egiziani – tre millenni di civiltà”, Roma, Newton & Compton, 1966