Stele

RAMOSE: UN PYRAMIDION, LE STELE E UN’ADOZIONE

Di Patrizia Burlini

Grazia Musso ci ha parlato del pyramidion in questo articolo mentre le iscrizioni di questo pyramidion, a cura di Livio Secco, sono disponibili QUI.

Il pyramidion, rappresentante il ciclo solare, si trovava in cima alla piramide di mattoni che sormontava la cappella di una delle tombe di Ramose.

Ramose fu un influente personaggio della XIX Dinastia, tanto importante da risultare titolare di ben 3 tombe a Deir-el-Medina (TT7, TT212,TT250) e rappresentato o citato in oltre 100 monumenti, un caso più unico che raro.

A Deir-el-Medina era ricordato come l’uomo più ricco che avesse mai vissuto al villaggio.

Ramose fu quindi un personaggio importante ed in evidenza, ma, con suo grande rammarico , non riuscì ad avere figli dalla moglie Mutemwia. Sembra quindi che Ramose risolse il problema adottando un ragazzo di nome Kenherkhepeshef, com’è testimoniato dalla tavola delle offerte E13998 conservata al Louvre.

Tavola delle offerte E13998 conservata al Louvre

“Lo scriba nel luogo della verità, Ramose, giustificato (lett. “giusto di voce”, quindi “defunto”); suo figlio, lo scriba Kenherkhepeshef, il cui padre era Panakht “.

Prima di arrivare a questo gesto estremo, la coppia aveva effettuato varie donazioni a numerose dee della fertilità, tra cui Hathor, Taueret, e anche divinità straniere, come la dea asiatica dell’amore, Qadesh. Una magnifica stele votiva è conservata a Torino (50066), dove si vedono la dea Qadesh nuda sopra un leone (animale che la rappresentava ) assieme agli dei Min (itifallico) e Reshef , con la scimitarra

Stele calcare 50066, proveniente da Deir el Medina, h. 45 cm, XIX dinastia , conservata al Museo Egizio di Torino

Nel registro inferiore Ramose e Mutemwia pregano gli dei.

Mia foto

Fonti:

Mostre

IL PYRAMIDION DI RAMOSE

Di Grazia Musso

XIX Dinastia
Calcare
Altezza 70 cm
C. 2603, collezione Drovetti

Nella necropoli di Deir el-Medina la tomba ipogea di ogni artigiano era solitamente associata ad una cappella sovrastante, costruita in superficie, destinata ai culti funerari.

Questi piccoli ambienti, che ancora oggi caratterizzano il panorama della collina a ridosso del villaggio, seguivano un preciso modello architettonico: sopra la cappella in mattoni crudi, con soffitto a volta, si erge a una piramide anch’essa in muratura fornita di una cuspide in pietra nota come Pyramidion.

Questo esemplare appartenuto allo scriba Ramose (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2023/01/04/ramose-un-pyramidion-le-stele-e-unadozione/) ha i quattro lati finemente decorati con immagini legate al culto solare.

Nella parete est si trova Ra Horakhety, il falco con il disco solare, “appollaiato” sul segno geroglifico che designa l’orizzonte, la cresta dove il sole appare ogni mattina
Ramose, con un lungo abito a pieghe e una voluminosa parrucca, è in piedi con le braccia sollevate in atto di adorazione nei confronti del dio Ra-Horakhty
Atum -Ra ha l’aspetto di un dio dalla testa di falco, con il fianco della montagna a ovest di Tebe raffigurato dietro di lui.
Sulla parete sud, Ramose, rivolto a sinistra, rivolge le sue preghiere a Atum-Ra
rappresentato sulla parete ovest.

Su un lato campeggia la figura del dio Ra – Horakhty, fusione degli dei Ra e Horus dell’orizzonte, sotto forma di falco con il capo sormontato da un disco solare cinto dall’ureo.

Una variante del dio Horus é effigiata anche su un altro lato, ma sotto le sembianze di un uomo a testa di falco anche qui ornato da un disco solare con ureo.

I restanti due lati hanno la medesima scena: Ramose, con un lungo abito a pieghe e una voluminosa parrucca, è in piedi con le braccia sollevate in atto di adorazione nei confronti del di Ra-Horakhty, effigiato sugli altri lati.

I testi geroglifici incisi a coronamento delle raffigurazioni riportano i nomi delle divinità e dello scriba Ramose, il cui epiteto “giustificato” sta a indicare la sua condizione di defunto.

Le iscrizioni complete del pyramidion di Ramose a cura di Livio Secco sono disponibili QUI.

Fonte

I grandi musei: il Museo Egizio di Torino – Electa

Foto: tratte dal libro e di Patrizia Burlini

Kemet Djedu

AY

A cura del Docente Livio Secco

Relativamente al post della nostra Patrizia Burlini, che ha trattato il pomello di Ay repertato nella QV66 di Nefertari (https://laciviltaegizia.org/2023/01/03/il-pomolo-di-ay/), aggiungo solo l’analisi filologica del Quarto Protocollo Reale del sovrano, cioè il nome di intronizzazione con la quale la diplomazia lo conosce all’estero.

È esattamente il nome che è presente sul reperto sebbene il cartiglio sia maggiormente decorato rispetto a quello filologico.

Come sempre ne approfitto per ricordare l’importanza assoluta dello studio sui Protocolli Reali egizi. La corretta traduzione dei cinque “Grandi Nomi” permette di comprendere il programma politico del re. Il suo interesse storico è quello di inquadrare la situazione politica al momento dell’intronizzazione del nuovo sovrano.

Per chi volesse approfondire la tematica può trovare qui il mio Quaderno di Egittologia 22, IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/

XVIII Dinastia

IL POMOLO DI AY

Di Patrizia Burlini

Pomello con il cartiglio del faraone Ay
Museo Egizio di Torino, Nr. inv.: S. 5162
Materiale: Faience – Dimensioni:2,5 x 9 cm
Datazione: 1323–1320 a.C., Periodo: Nuovo Regno
Dinastia: XVIII dinastia – Regno: Ay
Provenienza: Valle delle Regine / tomba di Nefertari (QV 66)
Acquisizione: Ernesto Schiaparelli
Collocazione: Non esposto

Questo oggetto, carino ma apparentemente insignificante, è invece un reperto estremamente importante.

Si tratta di un pomello per un mobile, trovato nella QV66, tomba di Nefertari, dalla spedizione Italiana diretta da Schiaparelli nel 1904..

Perché questo pomello è così importante? Perché riporta il cartiglio del faraone Ay, con I nome del trono “kheper-Kheperu-Ra” (vedi anche l’analisi filologica di Livio Secco qui: https://laciviltaegizia.org/2023/01/03/ay/).

Il ritrovamento di questo pomello nella tomba di Nefertari ha dato origine a varie speculazioni sul possibile rapporto di parentela tra Ay e Nefertari.

Data la differenza di età, è da escludere il rapporto padre-figlia, a maggior ragione per il fatto che Nefertari non è mai definita “figlia di re”. Alcuni studiosi ipotizzano però che Nefertari possa essere la nipote o la pronipote di Ay (R. Hari), discendente di Ay e Nefertiti.

Mostra “I creatori dell’Egitto eterno. Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone” presso la Basilica Palladiana a Vicenza. Mia foto, gennaio 2023

Fonti e link:

Kemet Djedu

LA STATUETTA DI KHA – L’ISCRIZIONE

A cura del Docente Livio Secco

La statuetta di Kha è uno dei reperti più famosi conservati al Museo Egizio di Torino (vedi: https://laciviltaegizia.org/2023/01/03/la-statuetta-di-kha/).

Ritengo sia utile fare un’analisi filologica dell’iscrizione che tale statuetta riporta:

Qui di seguito aggiungo la pronuncia delle quattro righe didattiche secondo la convenzione IPA:

1) prrt nbt ḥr wḏḥw

[pereret nebet her uʤehu]

2) n imn (ny-)nṯrw

[en imen ni-neʧeru]

3) n kȜ n(y) ḥry st ꜤȜ

[en ka ni heri set aa]

4) ḫꜤ mȜꜤ-ḫrw

[ka maa-keru]

Nuovo Regno, Statue, XVIII Dinastia

LA STATUETTA DI KHA

Di Patrizia Burlini

Nr. inv.: S. 8335 (statuetta) – 8336 (ghirlanda)
Materiale: Legno (statuetta) – vegetali (ghirlanda)
Dimensioni: 48 x 12 x 27,5 cm
Datazione: 1425–1353 a.C.
Periodo: Nuovo Regno
Dinastia: XVIII dinastia
Regno: Amenhotep II / Tutmosi IV / Amenhotep III
Provenienza: Deir el-Medina / tomba di Kha (TT8)
Acquisizione: Ernesto Schiaparelli
Collocazione: Sala 07 Vetrina 05 – Museo Egizio Torino

Tra le scoperte più importanti di sempre a Deir El Medina va annoverata la tomba intatta di Kha e Merit, gioiello del Museo Egizio di Torino. Tra i tanti meravigliosi oggetti trovati, uno dei miei preferiti è la statuetta di Kha, con ghirlande di fiori freschi.

Per l’iscrizione, si veda: https://laciviltaegizia.org/2023/01/03/la-statuetta-di-kha-liscrizione/

Qui sotto la didascalia del Museo:

“Statuetta di Kha”

Osservando la disposizione del corredo nella tomba si nota una peculiare composizione di oggetti che ha probabilmente il fine di restituire l’immagine di Kha seduto sul suo seggio mentre riceve le offerte. Proprio davanti al suo sarcofago esterno, in una posizione di rilievo al centro della camera funeraria, era infatti collocata una splendida sedia con spalliera, decorata con immagini floreali e con iscrizioni volte ad assicurare all’anima del defunto “ogni cosa buona e pura”. Sopra un telo decorato, adagiato sulla sedia, erano posizionati vari oggetti: al centro si trova una statuetta in legno del defunto, ornata da due ghirlande miniaturistiche poste intorno alle sue spalle e ai suoi piedi; un ushebty era appoggiato alla spalliera, mentre un sarcofago in miniatura, del tutto simile ai sarcofagi esterni quadrangolari di Kha e Merit, conteneva un altro ushebty e i modelli di alcuni strumenti di lavoro per ushebty (una zappa e un bilanciere).

Mia foto 2022

Luoghi

IL VILLAGGIO DI DEIR EL MEDINA

Di Giusy Antonaci

STELE DEDICATA DA SMEN AL FRATELLO MEKHIMONTU E A SUA MOGLIE NUBEMUSEKHET
Nuovo Regno
XVIII dinastia
Museo Egizio di Torino

Intorno al 1500 a.C. fu fondato il villaggio di Deir el Medina, dove scribi, disegnatori e artigiani lavoravano per costruire e decorare le tombe dei faraoni nelle Valli dei Re e delle Regine.

Situato nei pressi dell’odierna Luxor, costituisce uno dei tre esempi noti di “villaggio operaio” (gli altri sono quello di Tell el-Amarna, l’antica Akhetaton, e di Kahun, nei pressi di el-Lashur) che ospitavano gli artigiani e, in genere, le maestranze preposte alla realizzazione e manutenzione delle tombe degli antichi Re della XVIII, XIX e XX dinastia.

Tra il 1525 e il 1504 a.C. il re Amenhotep I istituì un gruppo di artigiani specializzati che il successore, Thutmosi I, decise di concentrare in questo villaggio, chiamato Pa demi.

Esso si trovava in un’area desertica sita nei pressi della zona destinata ad accogliere le tombe reali, a metà strada tra quelle che sarebbero poi divenute la Valle dei Re e la Valle delle Regine.

Il villaggio di Deir el-Medina ed i primi scavi, dal 1905 al 1909, si devono all’italiano Ernesto Schiaparelli, mentre le definitive operazioni di scavo furono realizzate, dal 1922 al 1951, a cura di spedizioni francesi.

Di fatto, l’esistenza del villaggio operaio cominciò a prosperare agli inizi della XVIII dinastia.

Originariamente, esso era circondato da un muro e presentava 60 complessi abitativi, successivamente incrementati sino ad ospitare circa 120 nuclei familiari per un complesso, stimato, di 500 abitanti.

Esiste un periodo “vuoto” che corrisponde a quello dell’eresia amarniana, per il trasferimento delle maestranze ad Akhetaton.

Il villaggio riprenderà vita ed attività sotto il successore di Ay, e di Tutankhamon, Horemheb.

Deir el-Medina presenta la forma allungata che ricorda quella di una nave, con una strada principale che l’attraversa tutta separando le abitazioni in due grossi quartieri che erano denominati “quartiere di dritta”, ad est, e “di sinistra”, ad ovest.

Inoltre, proprio come su una nave, le maestranze erano suddivise in “squadre di tribordo” e “di babordo”, composte da circa 60 unità, ognuna capeggiata da un “architetto” caposquadra.

Il villaggio si trova relativamente a breve distanza dal Nilo e non è servito da acqua per cui si suppone che l’approvvigionamento avvenisse tramite carovane di animali da soma.

Le maestranze, suddivise in squadre da 60 unità ciascuna, raggiungevano il luogo di lavoro percorrendo un sentiero che passa alla sommità delle alture che delimitano la Valle dei re e su cui sono ancora visibili i luoghi di sosta ove, peraltro, erano posizionate anche le sentinelle che garantivano la sicurezza delle tombe.

Le squadre prestavano servizio per una settimana di dieci giorni a cui seguiva un week-end di due giorni.

Doveva trattarsi di una comunità abbastanza cosmopolita, considerati i nomi.

Poichè gli uomini erano costantemente lontani dal villaggio per gran parte dell’anno, Deir el-Medina risultava essere una comunità principalmente femminile.

Le donne possedevano un buon livello d’istruzione dato che, oltre ai normali lavori domestici, dovevano occuparsi del mantenimento del villaggio anche dal punto di vista economico, logistico e di approvvigionamento.

Sono note, inoltre, le professioni di alcune di tali donne che spaziano dalle “cantatrici” alle “sacerdotesse” dedicate a vari culti.

Trattandosi in gran parte di maestranze edili e di artisti, si assiste alla nascita di una necropoli operaia in cui le sepolture nulla hanno da invidiare alle tombe nobiliari. Originariamente, non esiste un piano prestabilito, ma solo con la XIX dinastia le tombe di famiglia si concentreranno sul lato nord-occidentale.

Si tratta di tombe con rilievi e opere pittoriche spesso di altissima qualità.

La necropoli ospita 53 tombe specialmente della XVIII, XIX e XX dinastia, soprattutto dedicate a capisquadra e operai del villaggio che realizzavano le sepolture, specie reali.

Anche se non strettamente rientranti nella categoria dei “nobili”, si è soliti tuttavia comprendere anche la necropoli operaia nella più ampia localizzazione e denominazione di Tombe dei Nobili della Necropoli tebana.

Fonte: Christian Greco,”Deir el Medina.Le passeggiate del direttore” (12° appuntamento)

Stele

LE STELE ORECCHIO

Di Luisa Bovitutti

Durante il Nuovo Regno queste stele votive erano comuni e recavano scolpito oltre al nome della divinità cui erano dedicate ed al nome dell’offerente anche orecchie umane finalizzate a garantire che le preghiere che ad esse si accompagnavano venissero ascoltate; erano diffuse anche offerte votive con tale forma che venivano presentate al tempio per impetrare l’aiuto di una divinità.

Vedi inoltre: https://laciviltaegizia.org/2023/01/03/la-stele-di-usersatet/

Stele in calcare dedicata ad “Amon Ra, il bel montone”, qui raffigurato come due arieti uno di fronte all’altro in alto. Indossano i due alti pennacchi e gli urei sulla testa. Al centro un braciere e un vaso da libagione.
La persona a sinistra è l’offerente della stele il cui nome è Bay, “Servo nel luogo della verità”, un titolo comune dato agli artigiani che lavoravano nella necropoli tebana durante il Nuovo Regno .
Bay è inginocchiato in adorazione verso tre grandi paia di orecchie tramite le quali Amon-Ra poteva ascoltare le richieste del popolo.
Attualmente al Cairo, da Deir el Medinah
Numero di inventario JE 43566
XX DINASTIA
Altezza 24,5 cm – Larghezza 14,5 cm


Stele di calcare dedicata a Ptah “colui che ascolta” dal mugnaio Mahwia, ora al British Museum di Londra.
La stele era originariamente incisa con quarantaquattro orecchie divise in sei file su ciascun lato della stele, la cui parte superiore e inferiore era composta da tre orecchie e le restanti quattro orecchie. Una colonna di testo al centro contiene una preghiera a Ptah, mentre una riga di testo in basso nomina il dedicatore Mahuia. Il la stele ha perso l’angolo superiore destro e quello inferiore sinistro, entrambi restaurati in epoca moderna. Ci sono tracce di colore rosso in alcune orecchie.
https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA1471 


Stele calcarea alta 10 cm. (questa però risalente al Medio Regno) e proveniente da Menfi, dedicata da tale Amenmose a “Ptah-ascoltatore-di-preghiere“, custodita al museo di Manchester.Questa piccola stele di calcare fa parte di una classe di oggetti chiamati “stele dell’orecchio”, comuni nel Nuovo Regno (1550-1069 a.C. circa), e riporta il nome di una divinità a cui è dedicata e dell’uomo che ha realizzato o commissionato. Mostra un paio di orecchie, tra le quali si legge: “Ptah-ascoltatore-di-preghiere (ptH sDm-nH<w>)” . Sotto c’è il nome del donatore: “Made by Amenmose (ir n imn-ms)”.

La stele è stata trovata a Menfi, il cui dio protettore era Ptah. Ptah è la divinità più spesso invocata in questi oggetti, indipendentemente dalla provenienza, per cui forse era considerata particolarmente attenta alle preghiere. Le orecchie consentivano alla divinità di ascoltare le petizioni o le preghiere delle persone. Alcune stele hanno dozzine di orecchie scolpite su di esse, presumibilmente per aumentarne l’efficacia. Date le dimensioni di questa piccola stele (10,2 cm di altezza), penso che una buona analogia per la sua funzione sia quella di un telefono cellulare – con una linea diretta con gli dei.


Amuleto in maiolica blu brillante con funzione di offerta votiva ad Hathor, proveniente da Deir el-Bahari, luogo di culto della dea durante il Nuovo regno, ove questi oggetti vennero rinvenuti in grande quantità; esso è esposto al Jhons Hopkins museum di Baltimora. Numero di accessione: 2034D
Misure: Lunghezza: 3,19 cm; Larghezza: 2,05 cm; Spessore: 0,61 cm
Materiale: maiolica egiziana
Data: XVIII-XXV dinastia, ca. 1550-656 a.C.


Stele dell’orecchio di Ramessumerysutekh – in pietra
Nuovo Regno, XIX dinastia – Met New York
In mostra al Met di New York
Dimensioni: H. 28,5 × W.17,3 × D.13 cm
Numero di accesso: 59.99.1
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/549526

Stele

LA STELE DI USERSATET

Di Grazia Musso

Dalla necropoli del villaggio operaio di Deir el-Medina provengono numerose attestazioni di devozione popolare che, nella loro semplicità, forniscono un quadro fedele del culto privato, lontano dai rito ufficiali che avevano luogo nei grandi templi, è spesso rivolto a divinità minori legate all’ambito domestico.

Questa piccola stele, 17 x 15 cm, di fattura non raffinata, fu dedicata alla dea Nebethetepet da un certo Usersatet, probabilmente un artigiano del villaggio.

Il testo in colonna riporta il nome e l’epiteto della divinità : ” che ascolta la preghiera, Signora del cielo”, mentre la linea di geroglifici alla base della stele recita: “che ha fatto Usersatet”.

L’analisi filologica del testo qui: https://laciviltaegizia.org/2023/01/06/la-stele-di-usertatet-liscrizione/

L’elemento degno di nota di questa stele è rappresentato dalla decorazione, estremamente semplice, ma molto eloquente.

Due paia di orecchie sovrapposte molto realistiche e fornite anche di buchi nei lobi, attirano l’attenzione dell’osservatore.

Con questa raffigurazione permeata di un’ingenuita’ quasi infantile Usersatet ha espresso la speranza e l’augurio che la dea rivolgesse l’orecchio alla sua preghiera, l’ascoltasse e quindi la esaudisse.

Nebethetepet era una divinità minore del pantheon egizio, originaria di Eliopoli, ma molto venerata tra la comuni di Deir el-Medina, dove il suo culto era assimilato a quello della dea Hathor.

Fonte

  • I grandi musei – Torino Museo Egizio – Electa
  • Fotografie : Patrizia Burlini
Egyptoteca

AKHNATEN

Di Giuseppe Esposito

Ormai vi sarete abituati ai miei articoli che non sempre seguono la linea “classica”, ma spaziano in ambiti talvolta, almeno apparentemente, lontani dall’argomento principe di questo sito. È successo con “Acqua alle corde”, con le “Corna divine” o con “Mose l’egiziano”, ebbene, anche stavolta non vengo meno all’usanza e così, improvvisamente, vi proietto in un mondo fatto di musica e… antiche parole. Auguri di Buon Anno!

Tut wu-a yeri enti
Wa-a wa-u yeri wenenet
Perer en rem em yertif
Kheper netheru tep ref…

Così intonò il controtenore nel buio della sala del Württembergisches Staatstheater, Kleines Haus, di Stoccarda, e ben pochi compresero il significato di quelle parole…

Oh, creatore di tutte le cose
Oh, fattore di tutte le esistenze
Gli uomini procedono dai suoi due occhi
Gli dei scaturiscono nella loro esistenza dai limiti della sua bocca…

…al controtenore si aggiunse poi la voce del soprano…

Yeri semu se-ankh menmen
Khet en ankhu en henmemet
Yeri ankh-ti remu en yetru
Apdu genekh pet

Egli fa in modo che la verde erba permetta la vita del bestiame
e il sostegno della vita dell’uomo
Egli fa che i pesci vivano nei fiumi
e gli uccelli nel cielo

…e, dopo qualche istante, fu la volta del contralto che sostituì il soprano…

Redi nefu en enti em suhet
Se-ankh apnentu yeri ankhti khenus
Djedfet puyu mitet yeri
Yeri kherti penu em babasen

Egli dà il respiro della vita nell’uovo,
Fa vivere uccelli di varie specie
E ugualmente i rettili, che strisciano e volano,
e fa vivere i topi nelle loro tane

…il duetto si trasformò, quindi, in un terzetto del controtenore, del soprano e del contralto…

Se-ankh puyu em khet nebet
Hrak yeri
Enen er a-u

E gli uccelli, che stanno sopra ogni cosa verde,
Salutano te Creatore di tutte queste cose
Te il Solo

…il canto si affievolì e la musica si sostituì alle voci mentre, lentamente, Tye e Nefertiti lasciavano la Finestra delle Apparizioni.

E lì, al centro del palcoscenico, rimase solo lui, Akhenaton! Un corteo funebre si allontanava, intanto, e imbarcazioni d’oro, dalle vele variopinte, attraversavano il Grande Fiume per accompagnare verso il suo tempio del Milione di Anni il grande Amenhotep III.

Philip Glass

Era il 24 marzo 1984 e, per la prima volta, andava in scena l’opera lirica che andava a concludere la “Portrait Trilogy” che si era iniziata, nel 1976, con un personaggio a simboleggiare l’ideale dello scienziato, Albert Einstein, era proseguita, nel 1980, con colui che incarnava l’ideale del politico, Gandhi, e ora si concludeva con colui che l’autore aveva prescelto quale incarnazione del riformatore per eccellenza: Akhenaton. Ognuno di costoro, inoltre, guidato da una visione che travalicava l’epoca in cui visse, nelle intenzioni dell’autore, doveva inglobare aspetti degli altri due giacché scienza, politica e religione sono sempre parte di un tutt’uno.

Erano così nate: la minimalista “Enstein on the beach[1]”, del 1976; il simil-oratorio “Satyagraha[2]”, del 1980, ed era ora la volta di “Akhnaten”. L’autore era Philip Glass che oltre alle musiche aveva anche direttamente collaborato, con Shalom Goldman[3], Robert Israel[4] e Richard Riddell alla stesura del libretto di quest’ultima.

Capostipite del “minimalismo musicale[5]”, Philip Glass è nato a Baltimora nel 1937 ed è stato inserito, nel 2007, al nono posto nella classifica mondiale dei cento geni viventi stilata dal “Daily Telegraph”.

Akhnaten”, terza, come detto, di quella che egli battezzò come “Portrait Trilogy”, ovvero “Trilogia dei ritratti”, è una potente composizione vocale e orchestrale che prevede parti cantate in accadico, in ebraico e in antico egizio, che si intervallano con recitativi derivanti da antichi testi egizi, ma declamati da un attore/lettore, nella lingua del luogo in cui l’opera viene rappresentata.

L’opera si articola in tre atti che seguono Akhenaton dall’ascesa al trono (anno primo/Atto I), al regno (anni dal quinto al quindicesimo/Atto II), alla caduta (anno diciassettesimo/Atto III).

Una scena dell’ “Akhnaten” come rappresentata presso l’Opera di Nizza, il 1°/11/2020

PERSONAGGI

AkhnatenControtenore
NefertitiContralto
La Regina Tye (madre)Soprano
Hormhab (generale e futuro faraone)Baritono
Aye (padre di Nefertiti e consigliere del faraone)Basso
Sommo Sacerdote di AmmonTenore
Lo Scriba Amenhotep, figlio di HapuVoce recitante
Le sei figlie di Akhnaten e Nefertiti (Soprani e contralti); il banchetto funebre (tenori e bassi), Sacerdoti, popolo

ATTO I

[scena 1: Funerale di Amenhotep III; scena 2: Incoronazione di Akhenaton; scena 3: la Finestra delle Apparizioni]

Un gruppo di turisti visita rovine egiziane… sulla scena appare un funerale antico egiziano, sovrapponendosi ai turisti che, però, non ne hanno sentore e non entrano a farne parte. A un preludio orchestrale seguono le fasi dell’ascesa del faraone “eretico”, l’incoronazione e la scena “della finestra delle apparizioni” in cui Akhnaten, Nefertiti e la regina Tye, annunciano l’avvento di una nuova era (da cui ho tratto i brani con cui ho iniziato questo articolo).

La scena “della finestra delle apparizioni”

ATTO II

[scena 1: il Tempio; scena 2: Akhenaton e Nefertiti; scena 3: la Città/la Danza (lettura dei testi di due stele confinarie di Akhetaton); scena 4: Inno ad Aton

Akhnaten dà l’assalto al tempio di Amon, emblema degli antichi Dei; segue un duetto amoroso tra Akhnaten e Nefertiti (“Sensenet neftu nedjem”):

Sesenet neftu nedjem
Per em rek
Peteri nefruk em menet
Ta-i nehet sedj emi
Kheruk nedjem en mehit
Renpu ha-i em ankh en mertuk.
Di-ek eni awik kher ka-ek
Shesepi su ankhi yemef
I ashek reni er heh
Ben hehif em rek

Io respiro il dolce respiro
che viene dalla tua bocca.
Io possiedo la tua bellezza ogni giorno.
È mio desiderio
Che io possa essere ringiovanito
con la vita attraverso l’amore di te.
Dammi le tue mani, per tenere il tuo spirito
che io possa riceverlo e possa vivere di esso
Chiama il mio nome per l’eternità
ed esso non fallirà mai

Segue la fondazione di Akhetaton e, al culmine drammatico-musicale dell’opera, il canto dell’Inno ad Aton (ed è proprio quello che conosciamo musicato… bellissimo) innalzato al dio dal faraone (questo il link: http://www.youtube.com/watch?v=MWdIzA1SuC0. Vi ricordo che è un controtenore e, come noterete, il timbro della voce è molto particolare). Sul finire del canto in egizio, si sovrappone un coro, fuori scena, che canta, in ebraico antico, il Salmo 104 della Bibbia, che così tante assonanze ha con l’inno ad Aton[6].

ATTO III

[scena 1: la Famiglia; scena 2: Attacco e Caduta; scena 3: le Rovine]

L’atto inizia con la lettura, da parte di uno scriba[7], di quattro lettere di Amarna (lo scopo di questa lettura è di aizzare il popolo verso il sovrano che non risponde alle richieste d’aiuto dei re vassalli).

Il popolo e i sacerdoti si ribellano al nuovo culto e danno l’assalto al palazzo di Akhnaten. Una voce narrante, sottolineata dall’orchestra, funge da transizione ad un epilogo in epoca moderna, che ci trasporta tra le rovine di Akhetaton ove sostano dei turisti.

Quando i turisti si allontanano restano soltanto le rovine della città desolata in cui compaiono i fantasmi di Akhnaten, Nefertiti e della regina Tye, che mestamente scorgono il corteo funebre di Amenhotep III ancora in viaggio verso il regno dell’aldilà.

Mentre cala il sipario i tre si uniscono al corteo funebre.

[questa scena, di fatto, è proprio il funerale di Amenhotep III con cui, precedentemente, l’opera è iniziata].

Se la prima rappresentazione ebbe luogo a Stoccarda, nel 1984, l’ultima (in senso cronologico), ha avuto luogo il 1° novembre 2020, in piena pandemia COVID, presso la Opéra Nice Côte d’Azur, di Nizza, con una scenografia essenziale (data anche le regole di distanziamento dettate dal particolare momento) composta da un enorme disco basculante, simboleggiante Aton, e cortine semitrasparenti su cui venivano proiettati personaggi e movimenti scenici.

Notevolmente più imponenti le scenografie della rappresentazione precedente, il 23 novembre 2019, presso il Metropolitan Opera House di New York.

Una scena del Metropolitan

Ancora una delle scenografie del Metropolitan Opera House di New York

…e in Italia? Anche in Italia l’opera di Glass è stata rappresentata, in forma di concerto (e perciò senza scene) all’Auditorium “Giovanni Agnelli” di Torino, il 13 settembre 2015.

Per chi fosse interessato ai testi in egiziano antico, e alla loro “provenienza”:

  • Atto I, Scena 1: E. A. Budge, “The Egyptian Book of the Dead” (3 vols.). Londra: K. Paul, 1909
  • Atto I, Scena 2: E. A. Budge, “An Egyptian Reading Book”. Londra: K. Paul, 1904
  • Atto I, Scena 3: E. A. Budge, “The Gods of the Egyptians”. Londra: K. Paul, 1904
  • Atto II, Scene 1 & 2: Sir Alan Gardiner, “The So-Called Tomb of Queen Tye.” In “Journal of Egyptian Archæology”, 1957/43. The Egypt Exploration Society, London
  • Atto II, Scena 3: J. H. Breasted, “A History of Egypt”. New York: Scribners, 1909
  • Atto II, Scena 4: D. Winton Thomas (traduttore), “Akhnaten’s Hymn to the Aten.” In “Documents from Old Testament Times”, ed. D. Winton Thomas, 1958 Thomas Nelson and Sons, Ltd., Londra
  • Atto III, Scene 1 & 2: S. A. Mercer, “The Tel-el-Amarna Tablets” (2 vols.), Torono: Macmillan Canada Ltd., 1939
  • Atto III, Scena 3: Eugene Fodor, “Fodor’s Egypt”, Fodor’s Travel, Inc. New York, 1975

Roma, 24/12/2022     


[1]    “Einstein on the beach”, opera decisamente minimalista, fu eseguita per la prima volta il 25 luglio 1976 in Francia (a Venezia nel settembre 1976). L’opera, su “libretto” di Robert Wilson (Waco 1941, regista e drammaturgo statunitense) e musiche di Philip Glass, dura circa cinque ore e non è prevista alcuna interruzione. Lo stesso Wilson, tuttavia, la concepì in modo che il pubblico fosse libero di muoversi in platea a suo piacimento. Non esiste trama, ma il libretto prevede brani e recitativi incentrati sulla relatività, sull’energia e sulle armi nucleari.  

[2]    Parola dal sanscrito che significa, letteralmente, “insistenza per la verità”, ma che è normalmente intesa come “resistenza passiva”, ovvero la teoria politica praticata da Gandhi e successivamente da altri movimenti non violenti come quello di Martin Luther King, o di Nelson Mandela.

[3]    Shalom Goldman, storico e linguista, laureato in lingue e letterature ebraiche bibliche, lingue e culture del medio oriente antico, specializzato in studi linguistici comparativi biblici ebraici e non-ebraici. Professore presso varie università negli Stati Uniti e in Israele.

[4]    Robert Israel (Los Angeles 1963) è un musicista, compositore, organista e pianista, specializzatosi, negli anni ’80 del secolo scorso nella produzione di musiche per film muti come “The Big Parade” (“La Grande Parata”) di King Vidor, del 1925, “Flesh and the Devil” (“La carne e il diavolo”) del 1927, diretto da Clarence Brown, e interpretato da Greta Garbo

[5]    Minimalismo musicale, corrente nata negli anni ’60 del secolo scorso, nacque dall’esigenza di rendere più accessibile la musica d’avanguardia astratta dei primi anni ’60 basandosi sulla costante ripetizione di schemi musicali semplici. Successivamente, agli inizi degli anni ’70, Glass se ne discosterà ispirando la sua musica all’opera lirica “classica”.

[6]             

Dall’Inno ad Aton

Come sono numerose le tue opere!
Sono nascoste alla vista (degli uomini),
o Dio unico, a cui nessuno è uguale.
Hai creato la terra secondo il tuo desiderio,
quando eri solo,
e gli uomini e il bestiame, e ogni animale selvatico,
tutto ciò che è sulla terra, e che cammina sui suoi piedi,
e tutto ciò che è nel cielo, e che vola con le sue ali,
i paesi stranieri, la Siria, laNubia, e il paese d’Egitto.
Tu hai messo ogni uomo al suo posto,
provvedendo ciò che gli è necessario.
Ognuno ha il suo cibo ed è stabilita la durata della sua esistenza.

Dal salmo 104

24 Quanto sono grandi, Signore, le tue opere!
Tutto hai fatto con saggezza,
la terra è piena delle tue creature.
25 Ecco il mare spazioso e vasto:
lì guizzano senza numero
animali piccoli e grandi.
26 Lo solcano le navi,
il Leviatàn[1] che hai plasmato
perché in esso si diverta.
 
27 Tutti da te aspettano
che tu dia loro il cibo in tempo opportuno.
28 Tu lo provvedi, essi lo raccolgono,
tu apri la mano, si saziano di beni.
29 Se nascondi il tuo volto, vengono meno,
togli loro il respiro, muoiono
e ritornano nella loro polvere.

[7]    Amenhotep, figlio di Hapu, visir e architetto durante il regno di Amenhotep III, fu considerato, ancora vivente, un grande filosofo e sapiente.  Così viene descritto in una cappella del villaggio degli artigiani di Deir el-Medina: «Giudice supremo, colui che stabilisce le leggi; solido muro di bronzo che circonda l’Egitto; governatore dei templi che raccoglie doni da tutto il Paese, che parla con saggezza nell’eternità. Giusto di voce, che rinnova la vita con il cuore puro, glorifica Maat, perfetto nei suoi eccellenti consigli, calibra l’efficacia delle parole magiche e individua le malattie: davanti a lui indietreggiano i demoni che portano il male»