Mostre

I CREATORI DELL’EGITTO ETERNO

Scribi, artigiani e operai al servizio del faraone

Basilica Palladiana – Vicenza

Di Patrizia Burlini

Curata dal direttore del Museo Egizio di Torino Christian Greco, da Corinna Rossi, professore associato di Egittologia al Politecnico di Milano, da Cédric Gobeil e Paolo Marini, egittologi e curatori dell’Egizio di Torino, la mostra illustra la vita quotidiana nell’Antico Egitto, con un’attenzione particolare all’Antica Tebe (Luxor) e al villaggio di Deir El-Medina.

Molto suggestiva la location e splendido l’allestimento, con 180 capolavori provenienti in maggior parte dal Museo Egizio di Torino, con una ventina provenienti dal Louvre.

Belle e chiare le didascalie con la voce narrante del direttore Greco che accompagna i visitatori grazie all’audioguida.

Tra i tanti splendidi reperti, segnalo in particolare il coperchio del sarcofago della regina Nefertari e il modellino della sua tomba, ritornati in Italia dopo lunghi tour all’estero.

Bellissima mostra, ottima scelta dei reperti e didascalie esaurienti e molto chiare! L’ingresso è scaglionato, quindi tutti i reperti si possono ammirare in maniera adeguata.

La copia della famosa statua di Ramses II conservata al ME di Torino, all’ingresso della mostra
Splendida dea Mut, XIX Dinastia. Calcare/limestone Car.769, ME Torino
Triade di Ramses II con il dio Amon e la dea Mut.dal tempio di Amon a Karnak XIX dinastia
Granito/ Granite Cat. 767, Museo Egizio, Torino
Statuetta votiva della regina divinizzata Ahmose Nefertari
Nuovo Regno, XIX Dinastia, regno di Ramesse II (1279-1213 a.C.) – Deir el-Medina
Votive statuette of the deified queen Ahmose-Nefertari
New Kingdom, 19 Dynasty, reign of Ramses II (1279-1213 BC) – Deir el-Medina
Legno / Wood
5, 6120, Museo Egizio, Torino
Stele dedicata da Sennefer ad Amenhotep I e Ahmose Nefertari, Tutmosi I, Tutmosi III e Amenhotep I
Nuovo Regno (1539-1076 a.C.) – Deir el-Medina (?)
Stela dedicated by Sennefer to Amenhotep I and Ahmose-Nefertari, Thutmose I, Thutmose Ill and AmenhoteP I
New Kingdom (1539-1076 BC) – Deir el-Medina (?)
Calcare / Limestone
Cat. 1455, Museo Egizio, Torino
Lampada, Nuovo Regno, XVIII dinastia, Regno di Hatshepsut- Tutmosi III (1479-1428 a.C)
Lamp, New Kingdom, 18th Dynasty. reign of Hatshepsut-Tuthmoses III
Deir El Medina, reign of Thutmose III 1479-1428 BC
Terracotta, lino / Terracotta, flax
C44571. Museo del Louvre
Modellino di una tomba
Tomb model
Pyramidion dello Scriba Reale Ramose (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2023/01/04/il-pyramidion-di-ramose/ e https://laciviltaegizia.org/2023/01/04/ramose-un-pyramidion-le-stele-e-unadozione/)
Nuovo Regno, XIX Dinastia, regno di Ramesse II (1279-1213 a.C.) – Deir el-Medina
Pyramidion of the Royal Scribe Ramose
New Kingdom. 19 Dynasty reign of Ramses /| (1279-1213 BC) – Deir el-Medina
Calcare (Limestone
Cat. 1603, Museo Egizio, Torino
Modellino della tomba di Nefertari
Model of Nefertari tomb
ME Torino
Ostrakon con raffigurazione di una scena di allattamento
Nuovo Regno, XIX dinastia, Periodo Ramesside (1295-1069 a.C.) – Deir el-Medina
Figured ostracon with representation of a breastfeeding scene
‘New Kingdom, 19″ Dynasty, Ramesside Perlod (1295-1069 BC) – Deir el-Medina
Calcare / Limestone
E 25333, Museo del Louvre, Parigi
Stele con orecchie dedicata da Usersatet alla dea Nebethetep (vedi im dettaglio https://laciviltaegizia.org/2023/01/03/la-stele-di-usersatet/)
Nuovo Regno, XIX-XX dinastia (1292-1076 a.C.) – Deir el-Medina
Stela with ears dedicated by Usersatet to the goddess Nebethetep
New Kingdom, 19*-20* Dynasty (1292-1076 BC) – Deir el-Medina
Calcare / Limestone
Cat. 1546, Museo Egizio, Torino
Ostrakon dedicato dal Delegato della Squadra Amenkhau alla dea serpente Meretseger
Nuovo Regno, XX dinastia, Regno di Ramesse III – Ramesse IV (1187-1150 a.C.) – Deir el-Medina
Ostracon dedicated by the Delegate of the Amenkhau Team to the snake goddess Meretseger
New Kingdom, 20th Dynasty, reign of Ramses III – Ramses IV (1187-1150 BC) – Deir el-Medina
Calcare./ Limestone – Cat, 1522, Museo Egizio, Torino
Stele di Pashed
Nuovo Regno, XIX dinastia (1292-1190 a,C.) – Deir el-Medina
Stela of Pashed
New Kingdom, 19 Dynasty (1292-1190 BC) – Delr el-Medina
Calcare / Limestone
Cat 1870, Museo Egizio, Torino
Statuetta di Tauret dedicata dal disegnatore Parahotep
(vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2023/01/07/statuina-di-tueret/)
Nuovo Regno, xIx dinastia (1292-1190 a.C.) – Deir el -Medina Statuette of Taweret dedicated by the draughtsman Parahotep New Kinadom, 19″ Dynasty (1292-1190 BC) – Deir el-Medina
Legno / Wood
Cat. 526, Museo Egizio, Torino
Frammento di stipite dalla tomba dello scriba reale Amenemipet
Nuovo Regno, XIX dinastia, regno di Seti I – Ramesse II (290-1213 a.C) – Deir el-Medina
Fragment of jamb from the tomb of the royal scribe Amenemipet
New King dom, 19* Dynasty, reign of Seti l-Ramses II/ (1290-1213 BC) – Deir el-Medina
Calcare / Limestone
Cat 1517, Museo Egizio Torino

Coperchio del sarcofago esterno della regina Nefertarl
Nuovo Regno, XIX dinastia, Regno di Ramesse II (1279-1213 a.C.)
Valle delle Regine, tomba di Nefertari
Lid of the external sarcophagus of Queen Nefertarl
New Kingdom, 19th Dynasty, reign of Ramses II (1279-1213 BC)
Valley of the Queens, tomb of Nefertari
Granito / Granite
8. 05153, Museo Egizio, Torino – Egyptian Museum, Turin

La bellissima dea Nut all’interno del Coperchio del Sarcofago di Tariri
Materiale: Legno, stucco, pittura. Dimensioni: 186 x 43 x 40 cm
Datazione: 722–655 a.C. Periodo: Epoca Tarda, Dinastia: XXV dinastia
Provenienza: Tebe (?) – Acquisizione: Bernardino Drovetti
Museo Egizio Torino, Nr. inv.: Cat. 2220/02
Non in esposizione

Coppe in faience
Nuovo Regno. XVIl dinastia (1539-1202 aC.)
Deir el-Medina (E 14562) e provenienza ignota (Cat. 3368)
Faience-cups
New Kingdom, 18th Dynasty (1539-1292 BC)
Deir el-Medina (E 14562) and unknown origin (Cat. 3368)
E 14502, Museo del Louvre, Parigi – Cat. 3368, Museo Egizio, Torino
Stele dedicata dalla Signora della Casa Uabet alla dea serpente Meretseger
Nuovo Regno, XIX-/X dinastia (1292-1076 a.C.) – Deir el-Medina
Stele dedicated by Mistress of the House Wabet to the snake goddess Meretseger
New kingcom, 19-20″ Dynasty (1292-1076 BC) – Deir el-Medina
Calcare/ Limestone
CER 1530, MuseO Egitto, Torino
Stele dedicata da Smen al fratello Makimontu o a sua moglie Nubemusekhet
Nuovo Regno, XVIll dinastia (1539-1292 a C.) – Deir el-Medina
Stela dedicated by Smen to his brother Mekhimontu or his wife Nubomusekhet
New Kingdom, 18th Dynasty (1539-1292 BC) – Deir el-Medina
Calcare / Limestone – S. 9492, Museo Egizio, Torino

Testo (a cura di Nico Pollone):
Sopra ai coniugi: “Makimontu. La sposa di lui Nubemueskhet”
A destra: “Il fratello suo fa vivere il suo nome, Smen.”
Sotto, due righe con lettura da Dx a Sx:
“Offerta che il re da ad Osiris, signore di Abido, dio grande, sovrano dell’eternità, affinché dia un’offerta funeraria di pane, birra, buoi, uccelli, e ogni cosa buona e pura di cui vive un dio per il Kha di Makimontu.”

L’analisi filologica completa ad opera di Livio Secco qui: https://laciviltaegizia.org/2023/01/04/la-stele-funeraria-di-makimontu/

Questa stele era probabilmente posta nelle vicinanze della tomba di Makimontu e Nubemusekhet. I due defunti sono rappresentati seduti di fronte a una tavola riccamente imbandita, sulla quale Smen sta versando ritualmente dell’acqua. La stele, riportando i nomi e la rappresentazione del defunto, assicurava così il ricordo dei due coniugi.

Tutankhamon

IL COFANETTO DIPINTO CON SCENE DI BATTAGLIA

Di Andrea Petta

Legno dipinto, 44x43x61 cm, Museo Egizio del Cairo, JE 61467/Carter 21

È lui. È stato il primo oggetto ufficialmente estratto dalla tomba. Lo vediamo nelle primissime foto di Burton, messo un po’ di traverso davanti al foro praticato dalla “Banda Carter” per entrare nella Camera del Sarcofago.

La posizione in cui fu ritrovato nell’Anticamera, vicinissimo al muro di divisione con la Camera del Sarcofago

Fu il banco di prova per le procedure messe in atto da Carter per trattare immediatamente i reperti appena usciti dalla tomba. Lucas riporta:

Pulito con una spazzola morbida e benzina: riempito le piccole crepe e vescicole con cera di paraffina sciolta in benzina mediante una pipetta: spruzzato con una soluzione di celluloide in amilacetato ed infine rivestita l’intero cofanetto internamente ed esternamente con cera di paraffina fusa”.

Sui fianchi del cofanetto il Faraone viene ritratto in due scene immaginarie di battaglia contro nemici nubiani (“distruggendo questa terra di codardi di Kush, lanciando i suoi dardi contro i nemici”) e siriani, mentre sul coperchio sono raffigurate due scene di caccia.

Il coperchio con le scene di caccia

Con il suo carro Tutankhamon travolge immense quantità di nemici (“calpestandone centinaia di migliaia e creando lo scompiglio tra di essi”), protetto da un doppio simbolo “shen”, ciascuno tra le zampe dell’avvoltoio di Nekhbet. Dietro al re, i carri dei suoi squadroni lo seguono mentre i nemici giacciono in una massa disordinata, con i cani del Faraone che li dilaniano (nubiani su un lato e siriani sull’altro in una rappresentazione quasi simmetrica).

Riproduzione della scena di caccia al leone sul coperchio di Nina Davies, da “Tutankhamun’s Painted Box”, di Nina M. Davies e Alan Gardiner (Oxford: Griffith Institute, 1962). © Griffith Institute, Ashmolean Museum Oxford.

Nelle scene di caccia, si vedono dipinte gazzelle, struzzi ed una iena attaccate dai cani del re, mentre il Faraone caccia un leone secondo l’iconografia tipica. L’iscrizione riporta che “trovò grandi quantità di animali selvatici del deserto, e la sua Maestà li ha catturati in un attimo” e “combattendo i leoni ne ebbe successo, il suo potere è quello del figlio di Nut”.

Gli animali nella scena di caccia (particolare)
I Siriani travolti dal Faraone nelle foto di Burton

Sui lati Tutankhamon, rappresentato come la sfinge reale, calpesta i nemici caduti.

Le due sfingi araldiche che sottomettono i nemici sui due lati del cofanetto

Tutte le rappresentazioni di questo cofanetto hanno il significato di mostrare il Faraone nel suo ruolo cosmico di garante della Maat, l’ordine e l’organizzazione stabiliti dal demiurgo all’inizio della creazione contro le forze del caos simboleggiate dai nemici e dagli animali del deserto.

Il Faraone, senza auriga, tiene le redini legate ai fianchi per poter usare il suo arco. È stato ipotizzato che i ventagli dietro al Faraone (incongruenti con una scena di battaglia) costituissero delle insegne di battaglia portate da prigionieri di guerra o che avessero un significato esoterico di presenza della divinità accanto al faraone.

Carter lo apprezzò soprattutto per i dettagli straordinari: i disegni della pelliccia degli animali, le decorazioni delle bardature dei cavalli, particolari dei nemici caduti.

Particolare dei carri che seguono il Faraone
I Nubiani travolti dal caos

Fu aperto e saccheggiato nell’antichità: all’interno fu ritrovato dell’abbigliamento da bambino, compreso dei guanti da arciere, un poggiatesta in legno dorato e dei sandali da adulto probabilmente provenienti da un altro contenitore.

L’interno del cofanetto: si vedono bene a destra un paio di sandali ed il poggiatesta

Fonti:

  • Museo Egizio del Cairo
  • Howard Carter, Tutankhamon
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • Foto: Museo Egizio del Cairo, Merja Attia, The Griffith Institute
Sarcofagi, XVIII Dinastia

UN ANTICO ERRORE

Di Andrea Petta

La seconda bara di Maiherpri

La civiltà egizia ci ha abituati ad ammirare oggetti ed edifici di precisione pazzesca per l’epoca, frutto dell’opera di artigiani ed artisti eccezionali.

Però…però ogni tanto qualche errore capitava, e qualcuno bello grosso.

Quello che vedete è la seconda bara in legno dorato di Maiherpri, uno dei “figli del kap” di cui ci sta parlando Luisa Bovitutti nell’ambito degli harem faraonici (vedi anche: MAIHERPRI FIGLIO DEL KAP)

In questo primo piano della testa si vede bene il naso rovinato dopo aver appoggiato il coperchio sottosopra nell’antichità

Di Maiherpri, il cui nome significa “leone del campo di battaglia”, sappiamo poco, se non che era di origine nubiana (la madre era forse una concubina del Faraone?), che visse a cavallo dei regni di Amenhotep II e Thutmosis IV e che morì abbastanza giovane, ma deve essere stato un personaggio notevole se gli è stato permesso di essere sepolto nella Valle dei Re, nella tomba KV36 – scoperta da Loret nel 1899. La tomba era stata saccheggiata (ma non completamente) nell’antichità, e questa bara non era nel sarcofago bensì sul pavimento della camera funeraria con il coperchio, rovesciato, a fianco (è la causa del naso rovinato).

Cosa era successo? Semplicemente la seconda bara era…troppo piccola per accogliere la terza, sempre in legno dorato, ma la cosa fu scoperta solo dopo la processione funebre. Immaginate la scena, nella camera sepolcrale, con la bara interna che non entra…

I sacerdoti preferirono inserire la terza bara direttamente nella prima ed abbandonare la seconda sul pavimento. Peraltro si nota che la stuccatura e la decorazione non furono terminate, probabilmente per la prematura scomparsa di Maiherpri.

Fonte:

Gerges MA and Hosny M. “Revealing the mystery of the Sarcophagus and coffins of Maiherpri; A new publication.” Journal of Association of Arab Universities for Tourism and Hospitality 15.1 (2018): 81-97.

Foto: Merja Attia

C'era una volta l'Egitto, VI Dinastia

I VISIR DEL FARAONE TETI – KAGEMNI-MEMI

Di Piero Cargnino

Certo che il faraone Teti non lesinava nel distribuire cariche e titoli, ma anche nel distribuire le sue figlie. A Kagemni (Memi) dette in sposa “La figlia del re, la sua amata, (……) del suo corpo,  Sesheshet Nebtynubkhet” e lo nominò Capo della Giustizia e Visir, il posto più alto e ambito nella burocrazia dell’Antico Regno.

I titoli che poteva vantare erano numerosi, sulle pareti della sua tomba ne compaiono circa 50 di cui una parte meramente onorari altri invece corrispondono a funzioni reali come quello di “sorvegliante delle due case dell’oro, e dei due tesori”. Altri suoi titoli erano: “sorvegliante delle due camere di abbellimento del re”, “direttore dei palazzi delle corone bianca e rossa”, “custode delle decorazioni della testa” ed, in quanto visir era anche “sorvegliante degli scriba dei documenti reali, sorvegliante di tutti i lavori del re, e delle sei grandi corti”. Dal punto di vista religioso fu “Sacerdote Rituale in Capo”, “Gran Sacerdote di Eliopoli”, “Alto Sacerdote di Ra” e “Stolista di Min”.

Iniziò ad emergere sotto il faraone Djedkara Isesi poi il faraone Unas lo nominò giudice e nomarca ma fu sotto il regno di Teti che raggiunse l’apice della carriera quando venne nominato visir e capo di tutti i giudici del paese. Tra le sue numerose funzioni emerge anche quella di “Responsabile del culto di Teti e della sua piramide”, ovvero supervisione della costruzione della stessa. Kagemni riveste anche un ruolo decisamente importante dal punto di vista letterario, pare debbano attribuirsi a lui i famosi “Insegnamenti di Kagemni”, testo didattico che risale alla VI Dinastia, anche se fa riferimento ad un visir che aveva servito il re Snefru della IV dinastia.

Scritto come un libro di consigli per il figlio di un visir, gli “Insegnamenti“ ci sono pervenuti sul “Papiro Prisse” ma il testo non è integro, si è conservata solo l’ultima parte dove vengono riportate raccomandazioni e consigli su come stare a tavola. Kagemni suggerisce che bisognerebbe seguire un percorso di modestia e moderazione:

<<……..L’uomo umile prospera, ed è lodato colui che sta sempre eretto………>>

evitando gola e superbia:

<<……..Se ti trovi seduto in compagnia di altre persone, non desiderare il cibo, anche se lo volessi. Raccogli invece un momento per trattenere il cuore, e la sua ignobile ingordigia………>>.

Della sua vita privata conosciamo ben poco, solo sua moglie Nebtynebukhet è stata individuata grazie al rilevamento del suo nome su una pietra indipendente. Per quanto riguarda i figli regna una certa confusione dovuta al fatto che alcuni personaggi non vengono nominati, per certo si conosce solo TetiAnkh.

Grazie al suo potere ed alle ricchezze accumulate organizzò per se stesso la costruzione di una sontuosa tomba nella necropoli di Saqqara, vicino alla piramide di Teti, a nord-est della piramide a gradoni di Djoser. Dalla qualità delle decorazioni coloratissime che troviamo sulle pareti della sua mastaba si può intuire che egli avesse potuto disporre delle migliori maestranze del paese. La mastaba fu scoperta da Karl Richard Lepsius nel 1843, ma fu solo nel  1905 che l’egittologo tedesco Friedrich Wilhelm von Bissing iniziò la pubblicazione delle stanze dalla IV alla VIII. Nel 1925 l’egittologo britannico Cecil Mallaby Firth effettuò ulteriori scavi ma il suo rapporto, circa le stanze dalla I alla III, non fu mai pubblicato, a tutt’oggi non esiste un rapporto che presenti il monumento nella sua interezza.

La mastaba presenta una forma a L il cui lato più lungo misura 32 metri, la parte esterna si trova in pessime condizioni ed è poco visibile, al contrario la parte sotterranea è ben conservata e le stanze sono rivestite di granito nero e decorate con geroglifici. La costruzione è in parte massiccia mentre l’altra parte è formata da vani con pilastri, una cappella con sei stanze, una sala colonnata, cinque magazzini e due grandi camere per contenere le barche solari. Questo privilegio che poté permettersi un visir, ma che era destinato solo ai faraoni, sta a testimoniare quanto fosse grande il potere dei più alti funzionari e quanto fosse evidente il declino dell’autorità regia.

L’ingresso si trova all’estremità sud della facciata che è rivolta ad est, sulla facciata sono iscritti nomi e titoli di Kagemni. Ai lati dell’ingresso sulle pareti sono presenti due figure del visir nell’atto di ricevere i visitatori, Kagemni e raffigurato ritto, con la mano destra regge lo scettro del potere Sekhem e con la sinistra il lungo bastone dell’ufficio, le figure sono completate da testi che ripercorrono la carriera di Kagemni e le azioni da lui compiute.

Dapprima parla dei servigi resi sotto Isesi e Unas:

<< Il Visir di Stato, Kagemni, dice: “Ero il favorito di Isesi. Ho ricoperto l’incarico di funzionario dello stato, al tempo di Unas. Sua Maestà mi ha ricompensato molto generosamente, e quando sono venuto alla Residenza, Sua Maestà mi ricompensò per questo molto generosamente……..>>.

Poi racconta come Teti lo ricompensò ulteriormente come valido collaboratore:

<<……Il Visir dello Stato, Kagemni, dice: “La maestà di Teti, mio Signore, colui che vive eternamente, mi ha nominato capo di tutti gli uffici, in servizio a qualsiasi ora (presso) la Residenza. La sua Maestà aveva fiducia riguardo a tutte le cose che Sua Maestà aveva ordinato di fare, perché ero capace, perché ero apprezzato da Sua Maestà………>>.

Seguono alcuni testi di stregoneria che però sono ridotti in uno stato piuttosto frammentario.

All’interno è inoltre presente un serdab, una falsa porta ed una scala per raggiungere il tetto. La sala d’entrata è interamente decorata con scene di vita quotidiana, tra cui una scena di danzatrici. Anche la sala colonnata si presenta decorata ma qui sono scene di pesca e di vita selvatica, con coccodrilli, libellule e rane, il visir Kagemni è raffigurato su una barca con al seguito un’altra piccola barca di papiro con tre uomini intenti alla pesca. Altri disegni rappresentano del bestiame con un uomo che trattiene un vitello che si allatta da una mucca.

In un’altra stanza si nota Kagemni con tre assistenti ed un elenco di molti dei suoi titoli. Sulla parete nord della IV stanza è rappresentata una scena tradizionale presente in numerose tombe dell’Antico Regno, la caccia all’ippopotamo. Animale inviso agli egizi e considerato pericoloso e malefico tanto da essere associato al dio Seth. Temuto in quanto era in grado di emergere improvvisamente dall’acqua e ribaltare un’imbarcazione per poi uccidere gli occupanti. Curiosamente non sappiamo se la sua carne venisse consumata dagli egizi.

Dalla cappella si accede alla camera sepolcrale, situata sul fondo di una buca, sulle pareti sono dipinte scene di offerte ed un ampio elenco di offerte gradite al defunto. Qui si trova un sarcofago in pietra interamente ricoperto di scritte, con il nome ed i titoli di Kagemni. Il coperchio del sarcofago è stato spostato dai saccheggiatori ma all’interno si trova una bara di legno contenente resti di bende e alcune ossa, la mummia di Kagemni è stata distrutta per recuperare gli amuleti e altri oggetti preziosi che conteneva. Nella camera furono trovati pochi resti di mobilio, alcune stoviglie e i vasi canopi frantumati. E qui mi fermo poiché è davvero impossibile elencare tutte le scene dipinte sulle pareti delle varie stanze.

Fonti e bibliografia:

  • Web, Osirisnet.net, “Le tombe dell’antico Egitto”
  • Christine Hobson, “Exploring the World of the Pharaohs”, Thames & Hudson Ltd., 1997
  • Alberto Carlo Carpiceci, “Arte e storia dell’Egitto”, Firenze, Bonechi Edizioni, 1994
  • Alessandro Roccati: “La littérature historique sous l’Ancien Empire Égyptien”, Ed du Cerf, 1982
  • Delia Pemberton, “Ancient Egypt, Gardenhouse”, (trad. di Antonia Lena), Milano, Garzanti, 1992
Dipinti

IL REALISMO DEI DIPINTI EGIZI

Di Francesco Alba

Un antico dipinto egizio è così dettagliato che i ricercatori hanno potuto determinare quali specie di uccelli erano presenti in esso.

Si tratta di un autentico capolavoro: un’antica pittura raffigurante uccelli che volano e si posano all’interno di una palude verdeggiante è così ricca di dettagli da aver permesso ai moderni ricercatori di identificare con precisione quali specie vi furono raffigurate dagli artigiani più di 3.300 anni fa.

Il dipinto è stato scoperto circa un secolo fa sulle pareti di un palazzo di Amarna, antica capitale egizia situata a circa 300 chilometri a sud del Cairo. Sebbene precedenti ricerche abbiano preso in considerazione la fauna presente nella pittura, questo nuovo studio è stato il primo ad analizzare in profondità l’identità di tutti gli uccelli, alcuni dei quali presentano innaturali marcature.

Molti degli uccelli raffigurati sono piccioni selvatici (Columba livia – 1), ma ci sono anche immagini che mostrano un martin pescatore bianco e nero (Ceryle rudis – 2), un’averla piccola (Lanius collurio – 3) e una ballerina bianca (Motacilla alba – 4), come hanno scritto, in uno studio pubblicato il 15 dicembre sulla rivista Antiquity, il co-ricercatore dello studio Christopher Stimpson, professore associato onorario al Museo di Storia Naturale dell’Università di Oxford, e il coautore dello studio Barry Kemp, professore emerito di Egittologia all’Università di Cambridge. Il team ha studiato un facsimile dell’opera pittorica e ha utilizzato articoli scientifici pubblicati in precedenza relativi all’ornitologia e alla tassonomia per l’identificazione delle diverse specie.

La stanza, oggi nota come “Sala Verde”, è dipinta con immagini di ninfee, piante di papiro e uccelli – una scena atta a creare un’atmosfera serena nella quale la famiglia reale poteva rilassarsi, hanno detto i ricercatori. È “realistico suggerire che gli effetti calmanti dell’ambiente naturale fossero importanti per la famiglia reale di allora come è stato sempre più dimostrato che lo siano oggi”, scrivono Stimpson e Kemp nello studio.

È possibile che nella stanza fossero conservate piante vere e proprie insieme a profumi e che vi si facesse della musica. “Una stanza adornata da un capolavoro dell’arte naturalistica, colma del profumo di piante recise e di musica, avrebbe costituito un’esperienza sensoriale notevole”, scrivono i ricercatori.

La Sala Verde

Tra il 1353 a.C. e il 1336 a.C. circa, come è noto, il faraone Akhenaton governò l’Egitto. Ne modificò la religione, incentrandola sul culto dell’Aton, il disco solare. Costruì una nuova capitale chiamata Akhetaton (l’odierna Amarna) e vi fece costruire quello che oggi viene definito il Palazzo Nord.

Riportati alla luce tra il 1923 e il 1925 dalla Egypt Exploration Society, i dipinti della Sala Verde erano fragili e l’egittologa Nina de Garis Davies ne realizzò dei fac-simile accurati. Queste copie sono importanti perché i dipinti originali non esistono più.

“L’unico modo per preservarli sarebbe stato quello di ricoprire nuovamente le stanze con la sabbia”, ha detto Kemp a Live Science in una e-mail.” Ma gli archeologi decisero di non farlo, temendo che la popolazione locale potesse danneggiarli, un timore probabilmente esagerato”.

Nel 1926, un tentativo di conservare i pannelli con delle sostanze consolidanti per rafforzarli, si ritorse contro di loro rendendo le pitture scolorite e scure, scrivono i ricercatori nel loro articolo. Per identificare gli uccelli, essi hanno quindi dovuto affidarsi alle riproduzioni della de Garis Davies.

Mentre il martin pescatore e il colombaccio si trovano ancora in Egitto durante tutto il corso dell’anno, l’averla piccola e la ballerina bianca sono uccelli migratori, scrivono i ricercatori. “L’averla piccola è un migratore autunnale comune in Egitto tra agosto e novembre”, mentre la ballerina è un “migratore di passaggio comune nel periodo invernale, da ottobre ad aprile”, quando è possibile riscontrarne un gran numero nelle aree coltivate.

Il capolavoro mostra una serie piccioni selvatici, anche se questi uccelli non sono nativi delle paludi di papiro dell’Egitto, ma sono associati alle scogliere del deserto della regione. Secondo i ricercatori, la spiegazione più plausibile è che gli antichi pittori abbiano deciso di inserirli comunque per migliorare l’aspetto della scena. “La loro presenza potrebbe essere stata un semplice motivo per aumentare il senso di una natura selvaggia e indomita”, hanno scritto gli studiosi.

Curiosamente, gli antichi artisti hanno marcato le averle e le ballerine con segni triangolari sulla coda che gli uccelli non possiedono nella realtà. I ricercatori ipotizzano che gli artisti abbiano disegnato questi segni per indicare che entrambe le specie di uccelli visitavano l’Egitto solo in determinati periodo dell’anno.

Nonostante questi segni, gli artisti fecero comunque un ottimo lavoro nel creare immagini realistiche di uccelli e piante. “Penso che le immagini della Green Room siano notevoli, anche nel contesto più ampio dell’arte egizia antica, come esempio di osservazione ravvicinata del mondo naturale”, ha detto Stimpson a Live Science.

Fonte:

  • Owen Jarus – Ancient Egyptian ‘masterpiece’ is so realistic, researchers identified the exact bird species it depicts. Live Science – 14/12/2022
Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno

IL MEDIO REGNO E LA SUA FINE

1650 a.C.

Di Franca Loi

Località dell’Egitto, nel deserto a ovest del Fayyūm, dove sorge un tempio che consta di un corridoio su cui si aprono numerose celle-sacrario. La datazione di questo monumento, assai interessante nella storia dell’architettura egiziana, è spesso riportata all’Antico Regno; ma sembra più probabile si tratti di un edificio della XII dinastia, che riprende, semplificato in alcuni elementi (mancanza del pronao), complicato in altri (molteplicità delle celle), lo schema del tempio di Medīnet Mādi (v.).

I sovrani del Medio Regno avevano intrapreso una energica politica costruttiva, ma delle loro opere oggi conosciamo pochissime vestigia, che comunque sono sufficienti a darci idea della loro eleganza e della loro maestosità.

Il tempio di Medinet Madi fu portato alla luce tra il 1935 e il 1939, cioè fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, da Achille Vogliano. Lo studioso milanese scoprì l’unico tempio di culto del Medio Regno conosciuto finora in Egitto, completo di testi e di sculture, incapsulato e conservato negli ampliamenti fatti durante il periodo tolemaico e romano a sud e a nord della struttura originaria. Il piccolo tempio fu fondato insieme con la città di Gia dal faraone Amenemete III nel II millennio a.C., nel quadro delle misure prese dai sovrani del Medio Regno per accrescere le risorse agricole nel Fayum.

A ricordare le loro piramidi restano i cumuli di mattoni crudi che oggi possiamo vedere tra Dahshur e il Fayyum. Molti templi furono smontati e ricostruiti durante la dinastia tolemaica; si salvarono solamente quelli di Qasr el Sagha e quello di Medinet Madi.

Tempio di Medinet Maadi.
Una veduta della parte tolemaica che precede il tempio del Medio Regno. I faraoni tolemaici continuarono le addizioni frontalmente, con piloni e cortili, e adornando il viale di statue di leoni e di sfingi, come quelle della foto.

Parlando di scultura quella che proviene dal nord è ricca di umanità e dolcezza, quella che proviene da Tebe è caratterizzata da vigore e realismo. Si realizzano anche “tipi di statue con una spiccata preferenza per i modelli aulici. Il corpo è spesso nascosto da vestiti che costringono la scultura in un susseguirsi di figure geometriche”. I sudditi, forse per manifestare fedeltà al sovrano, continuano a farsi ritrarre seguendo i canoni tradizionali della statuaria regale. Quest’epoca è “L’età dell’oro” anche per quanto riguarda la letteratura e l’oreficeria. La XII dinastia, il periodo degli Amenemes, che solo rappresenta tutto il medio regno, resterà agli occhi degli egiziani quello che il secolo di Pericle fu per i greci.

Sfinge di Sesostri III
Il volto, attraverso le palpebre pesanti e i lineamenti scavati, riesce a trasmettere l’idea di una forza interiore ad altri uomini e, al tempo stesso, il peso della responsabilità derivanti dal governo.
The Metropolitan Museum New York

Ukhhotep e famiglia.
Il cosmo Egizio è qui riassunto e simbolizzato dalle due piante araldiche dell’Alto e Basso Egitto (ai lati) e dagli occhi wdiat (in alto); questi quattro simboli racchiudono il gruppo familiare nell’armonia dell’universo.
Il Cairo Museo Egizio

Statua di Khertihotep.


Il personaggio assiso è avvolto in un manto rituale simile a quello del Giubileo reale e per questo simbolo di rinascita.
Questa moda, tipica solo del Medio regno, fornisce da sé un primo elemento di datazione; ma è la pseudo parrucca che ci permette di attribuire un’età più precisa all’opera: è infatti dalla XIII dinastia che si usa questa che in realtà, come lasciano pensare tracce di colore, doveva essere una stoffa che copriva la capigliatura.
Berlino Agyptische Museum

Statua cubo in calcare dipinto di Hotep. La statua a cubo nasce in quest’epoca e ritrae un individuo seduto all’interno di un seggio dagli alti braccioli. Avrà larga fortuna in seguito perché corrisponde al gusto tutto Egizio di racchiudere la figura umana all’interno di un rigido schema geometrico. Il Cairo-Museo Egizio

FONTE:

  • ANTICO EGITTO-MAURIZIO DAMIANO-ELECTA
  • ANTICO EGITTO- GUY RACHET-NEWTON
  • ANTICO EGITTO- LEONARDO
  • ENCICLOPEDIA TRECCANI
  • EGITTOLOGIA UNIVERSITÀ DI PISA

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E' un male contro cui lotterò

ALLA LARGA DA INSETTI E SCORPIONI!

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Allora come oggi, gli insetti erano visti come un disturbo – anche se spesso intollerabile – piuttosto che un pericolo per la salute. I papiri medici sono infatti ricchi di suggerimenti su come allontanarli senza sottolineare particolari pericoli.

Sappiamo quindi che il grasso d’oca era efficace per allontanare le mosche (particolarmente temute le mosche originate dalla putrefazione delle carni, gli insetti ᶜpšȜyt), mentre le uova di pesce evitavano il proliferare delle pulci. Ma la misura principale era la prevenzione: il Papiro Ebers suggerisce infatti di pulire le pareti di casa frequentemente con acqua e natron oppure con una sostanza chiamata bebit (bb-t), che sfortunatamente non sappiamo cosa fosse esattamente, mescolata a polvere di carbone.

Si raccomandava inoltre di fumigare la casa con il kyphy (kapet in egizio), una miscela di diversi ingredienti, tra cui la mirra, il ginepro e la trementina, bolliti e trasformati in palline da bruciare sul fuoco per allontanare gli insetti e profumare le stanze.

Tuttora si possono trovare in commercio le palline di kyphy, dalle formulazioni più disparate

LA LEGGENDA DI MENES

C’è però una notevolissima – e contestatissima – eccezione a questa mancanza di attenzione per i danni provocati dagli insetti: la morte proprio del primo, leggendario Faraone Menes a causa, secondo Waddell, dello shock anafilattico a seguito della puntura di una vespa.

Il Faraone Narmer/Menes, la cui morte è tuttora fonte di accese discussioni (Manetone la attribuì ad un ippopotamo)

Waddell, che scrisse le sue considerazioni nel 1930 ed è considerato inattendibile dai moderni egittologi, pescò questa idea bislacca da due iscrizioni su tavolette di ebano rinvenute presso le presunte tombe di Menes/Narmer, e dove identificò in un simbolo con una freccia il pungiglione di una vespa.

Il simbolo interpretato da Waddell come il pungiglione di una vespa

Non sappiamo quanto sia attendibile storicamente l’informazione (molto poco, probabilmente); gli studiosi hanno però cercato di identificare l’insetto ed il principale “sospettato” è la vespa del fico (Blastophaga psenes). Nel caso, sarebbe comunque il primo caso riportato di morte per puntura di un insetto.

I TERRIBILI SCORPIONI

I testi egizi ci rivelano che era noto come una sostanza tossica (metut) fosse iniettata dal pungiglione degli scorpioni, causando dolore, difficoltà di respirazione e tachicardia. Il trattamento era spesso legato agli incantesimi, anche se si fa riferimento all’uso del coltello alla ferita.

La Stele di Metternich, ora al Met Museum di new York, è una cosiddetta “Stele di Horus sui coccodrilli” (vedi anche l’articolo di Luisa Bovitutti https://laciviltaegizia.org/…/le-stele-di-horus-sui…/) appartenente al regno di Nectanebo II (Età Tarda)

Il caso più famoso di incantesimo contro la puntura di uno scorpione ci è pervenuta sulla cosiddetta stele di Metternich, una sorta di libro magico inciso su pietra che rivedremo anche per i morsi di serpente. In questa stele si invoca Ra per salvare una gatta:

“O Ra, vieni da tua figlia (Bastet), punta da uno scorpione su una strada solitaria: le sue grida di dolore arrivano al cielo; ascoltala sul tuo cammino” (la stessa formula è iscritta sulla statua di Djedhor del Periodo Tolemaico al Museo Egizio del Cairo, JE 46341)

La statua-cubo di Djedhor, medico dell’Età Tolemaica, al Museo Egizio del Cairo

ma, soprattutto, Iside per proteggere i bambini – nella stessa stele viene narrato il salvataggio di Horus dalla puntura di uno scorpione – indicando alcuni “ingredienti” da usare:

“Oh, possa il bambino vivere e il veleno morire! Poiché Horus è guarito a motivo di sua madre, allora ugualmente anche ogni malato guarirà. È il pane di spelta che scaccerà il veleno, così che esso si ritiri. È lo hemen, la parte pungente dell’aglio, che scaccerà la febbre dal corpo” (traduzione Alberto Elli).

La parte pungente dell’aglio, la cosiddetta “anima”, indicata come rimedio per le punture di scorpione

Ma non solo magia ed ingredienti: Iside afferra Horus e si agita “come i pesci sulla griglia”, forse una stimolazione per evitare il coma indotto dal veleno.

Il Papiro Brooklyn menziona che tratterà delle punture di scorpioni, ma sfortunatamente non ne fa cenno – o quella parte è andata persa.

Abbiamo infine visto come la Dea Serqet fosse deputata a proteggere dalle punture di scorpione: il suo determinativo (come il simbolo solitamente raffigurato sulla testa della Dea) non ha infatti il pungiglione: ciò indicherebbe la natura benevola della Dea (che toglie pericolosità all’animale) e il suo nome si potrebbe quindi tradurre come “Colei che impedisce al respiro di accelerare”.

Serqet ed il suo simbolo senza pungiglione (Foto: Merja Attia)
C'era una volta l'Egitto, VI Dinastia

I VISIR DEL FARAONE TETI – MERERUKA

Di Piero Cargnino

Parlando sempre e solo di faraoni e regine rischiamo di perdere la visione globale di questa stupenda e misteriosa civiltà. Visto che siamo entrati nel regno del faraone Teti, VI dinastia, seguiamo le vicissitudini che hanno accompagnato questo faraone, dispensatore di titoli e privilegi a suo discapito.

Come abbiamo visto in precedenza, non solo Teti non fece nulla per imporsi ed aumentare il suo potere frenando così l’ascesa strisciante (ma neanche troppo) dei suoi nomarchi, ma fece di tutto per garantirsi la tranquillità agevolando la classe dei nobili con politiche di alleanze, concedette privilegi e titoli agli uomini a lui più fedeli forse senza rendersi conto che in questo modo il suo potere si sminuiva sempre più a vantaggio della classe agiata. Sotto il suo regno furono molti che godettero dei suoi favori, mi sovvengono i nomi di quattro suoi visir: Mereruka, Kagemni, Ti e Merefnebef.

Le loro mastabe sono ancora oggi degli splendidi gioielli nella necropoli di Saqqara. Se andate sui siti dove se ne parla rimarrete stupiti dalla quantità e qualità degli affreschi in esse contenuti a tal punto da fare concorrenza con le tombe dei veri sovrani. Proviamo a visitarle e, per quanto possibile apprezzarne la bellezza.

Teti arrivò a concedere in sposa la propria figlia, Seshseshet Waatetkhethor, a uno dei suoi funzionari più in vista, Mereruka, la persona più potente in Egitto dopo il re stesso. Mereruka deteneva, oltre a quello di Visir, numerosi altri titoli quali: “Ispettore dei sacerdoti attaccato alla piramide di Teti”, “Governatore del palazzo”, “Capo lettore-sacerdote”, “Sovrintendente degli scribi reali” e “Direttore di tutte le opere del re”. Grazie alla sua posizione, ed ai favori che il sovrano continuava a dispensargli, il visir accumulò ricchezze tali da consentirgli di costruire una grande tomba per sé e la propria famiglia, degna di un personaggio così influente alla corte del faraone.

La sua tomba a Mastaba si trova nella parte settentrionale sella necropoli di Saqqara vicina alla piramide del faraone Teti. Fu l’archeologo Jacques de Morgan che la scoprì nel 1893, e ne rimase sorpreso, con quella di Ti, altro importante funzionario che operò sotto quattro faraoni: Neferirkara Kakai, Shepseskara, Neferefra e Niuserra della V dinastia, è una delle più belle e meglio conservate della necropoli.

La mastaba di Mereruka è enorme e molto elaborata, si compone di 33 stanze, di cui 16 decorate, tutte di grandi dimensioni. E’ lunga 41 metri, larga 23 e 4,5 metri di altezza, l’altezza del soffitto interno è di 4 metri. Comprende tre sezioni, la prima, dedicata a se stesso (camere A), consta di 21 stanze, quella della moglie Sesheshet Waatetkhethor (camere B) che ne conte 5 come quella del figlio Meriteti (camere C), altre 2 camere fungevano da deposito. Secondo gli archeologi, data la grandezza e la complessità dell’edificio, forse riproduceva la sua abitazione composta di tre sezioni, oltre alla sua anche quelle per la moglie e per il figlio.

L’ingresso avviene attraverso un vestibolo completamente dipinto che raffigura Mereruka in compagnia della moglie intento a pescare e cacciare uccelli con una lancia, intorno a loro alcuni uomini cacciano ippopotami con arpioni. Seguono diversi corridoi con dipinte scene di caccia, altre scene rappresentano artigiani intenti al loro lavoro, orefici, scalpellini, falegnami. In quella che si pensa sia la stanza da lavoro di Mereruka sono rappresentati altri uomini, forse contadini sottoposti a punizioni (forse per non aver pagato le tasse). Su altri dipinti sul muro d’ingresso della tomba, Mereruka è rappresentato mentre traccia col pennello le rappresentazioni delle tre stagioni dell’anno egiziano e, poco oltre mentre gioca a un gioco da tavolo.

Sulle pareti di altre tre sale compaiono scene di artigiani al lavoro che fabbricano mobili e oreficeria. Nella camera principale si trova una statua intatta del visir che si affaccia da una falsa porta. Nella sezione della moglie di Mereruka, a sinistra dell’ingresso della tomba, Sesheshet Waatetkhethor è raffigurata mentre riceve offerte “dovute alla figlia di un re, inclusa una selezione di mobili finemente intagliati”, in un’altra scena compare mentre si rilassa e osserva diverse ragazze che ballano, in un’altra ancora è ritratta con i suoi tre cani e una scimmietta. Nella stanza n. 7 sono rappresentati Mereruka, “seduto su un grande divano, mentre lei suona l’arpa per calmarlo”. Al centro della tomba una porta da su un cortile mentre poco oltre si trova la sala delle offerte con sei pilastri dipinti con colorazioni simili al granito e decorati con diverse immagini del defunto. Tra i pilastri si trova un anello in pietra dove venivano legati gli animali destinati a essere offerti al ka di Mereruka.

Sulle pareti della sala spicca la scena della processione funebre con davanti, su di una barca, il sarcofago mentre i presenti intonano dei versi che sono riportati sulla parete sopra di loro. Il sarcofago in granito misura esternamente circa 4 metri per 1,75 ed è alto 1 metro. La parte interna che accoglieva la bara del re si trova sfalsata verso il margine occidentale e  misura 2,25 metri per 0,8 ed è alta 0,8 metri. Il coperchio misura 3,5 metri per 1,75 per 30 centimetri di spessore. La parte superiore ed il lato est del coperchio e tutte e quattro le pareti interne del sarcofago sono iscritte per un totale di sei testi.

Le pareti di quasi tutte le stanze sono decorate con scene che si rifanno alla vita quotidiana in Egitto, le professioni, la caccia, la pesca, gli animali del Nilo, le stanze che non presentano decorazioni erano adibite a magazzini. Vicino ad una falsa porta, nella sala delle offerte, si accede attraverso un passaggio alla tomba del figlio Meriteti, anche qui le stanze presentano decorazioni ma di qualità decisamente inferiore rispetto a tutte le altre. L’accesso alla parte riservata alla moglie Sesheshet Waatetkhethor avviene da un lato del vestibolo, le stanze presentano scene agresti dove si nota una fattoria con del bestiame mentre alcuni contadini sono intenti a mungere.

Altre scene mostrano falegnami e scultori di vasi di pietra al lavoro, mentre Mereruka e sua moglie sono raffigurati mentre ispezionano un laboratorio di gioielliere dove alcuni degli operai sono nani. Descrivere tutto quello che presenta la mastaba è quasi impossibile, questo sta a dimostrare il potere che acquisirono i visir durante la VI dinastia.

Fonti e bibliografia:

  • Web, Osirisnet.net, “Le tombe dell’antico Egitto”
  • Christine Hobson, “Exploring the World of the Pharaohs”, Thames & Hudson Ltd., 1997
  • Alberto Carlo Carpiceci, “Arte e storia dell’Egitto”, Firenze, Bonechi Edizioni, 1994
  • Nagib Kanawati, “Mereruka and King Teti. The Power behind the Throne”, Il Cairo, S.C.A. 2007
  • Delia Pemberton, “Ancient Egypt, Gardenhouse”, (trad. di Antonia Lena), Milano, Garzanti, 1992
Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno

IL PUGNALE DELLA PRINCIPESSA ITA

Di Franca Loi

ORO, BRONZO, PIETRE SEMIPREZIOSE, LUNGHEZZA CM 26,8
XII DINASTIA, REGNO DI AMENEMHAT II (1829-1898 a.C.)
Ritrovato da Jacques de Morgan a Dashur (1895)
Museo Egizio del Cairo

Questo prezioso e raffinatissimo pugnale, è realizzato in oro e bronzo con il pomo in lapislazzuli a forma di crescente lunare. Sull’impugnatura tubolare, adorna di rosette stilizzate intervallate da losanghe in corniola si innesta la lama in bronzo. Il reperto poco solido per poter essere un’arma, è da considerarsi di tipo cerimoniale ed è stato deposto con la defunta principessa solo per scopi protettivi confidando nella magia specifica attribuita ai metalli e ai colori delle pietre preziose usate.

Fonte:

  • L’EGITTO DEI FARAONI – I TESORI DEL MUSEO EGIZIO DEL CAIRO-ALESSIA AMENTA
  • WIKIPEDIA

Foto fornite da Grazia Musso

Harem Faraonico

BENIA DETTO PAHEKAMEN (O PAHEQAMEN)

Di Luisa Bovitutti

La piantina della tomba: a destra il cortile dal quale un breve corridoio conduce nel vestibolo o sala trasversale e poi nella camera funeraria o sala longitudinale, sul cui fondo ci sono tre nicchie che ospitano tre statue.

Benia, che in Egitto aveva assunto il nome di corte di Paheqamen come si è già detto era uno straniero, probabilmente catturato ancora ragazzino durante le campagne militari del Faraone in Canaan e portato in Egitto.

Sulla parete posteriore sinistra del vestibolo si trova una scena che raffigura il banchetto funebre di Benia, allietato dai musicisti che sono applauditi da tre uomini. I genitori del defunto siedono davanti ad un tavolo di offerte: la madre, Tirukak, abbraccia il marito, Irtonena, e sotto il suo sedile c’è uno specchio.

Egli era certamente asiatico (si ritiene che il suo nome significhi Figlio di Jahweh); sua madre si chiamava Tirukak ed era una mitanni, mentre suo padre, probabilmente hurrita, forse si chiamava Irtonena o El-tau-na-na.

Egli crebbe nel kap di Thutmosis II o Thutmosis III, integrandosi a tal punto nella nuova patria che fece costruire la sua tomba (TT343) ai piedi delle colline sud-orientali di Sheikh Abd el Qurna secondo i canoni estetici egizi e fece scolpire il suo titolo di “giovane del kap” nel passaggio esterno e in molti altri punti della costruzione.

All’interno del vestibolo, sulla parete frontale destra, una scena ritrae Benia che svolge i suoi compiti, tra cui pesare e conservare oro, argento, avorio, ebano e turchesi, mentre due scribi registrano i beni e i quantitativi. oggetti vengono pesati su una bilancia con un contrappeso a forma di vitello. Benia è raffigurato mentre esamina le annotazioni su tre libri mastri.

La deportazione di Benia nelle Due Terre fu probabilmente la sua fortuna, in quanto ricevette un’elevata istruzione ed in seguito Thutmose III lo gratificò con i titoli di “supervisore dei lavori di costruzione”, di “sovrintendente degli artigiani del Signore delle Due Terre” (tanto che si prese cura di tutti gli edifici del re a Tebe ed a Karnak), di “amministratore delle donazioni ufficiali”e di “supervisore dei custodi del sigillo”, con il compito di rendicontare mensilmente al visir in merito alle entrate ed alle uscite statali.

Sulla parete posteriore destra del vestibolo continua la scena del banchetto funebre di Benia, seduto davanti a un tavolo di offerte, con un uomo sconosciuto che fa un’offerta

All’interno del vestibolo, sulla parete frontale sinistra, incontriamo il defunto davanti al quale vengono poste delle offerte

Egli venne inumato in una tomba piuttosto semplice, che si affaccia su di un piazzale non decorato, tagliato nella roccia e le cui pareti esterne sono oggi protette da muri di pietra calcarea per evitare il crollo di pietrame o di rifiuti dalle circostanti case di Gurnah; essa è caratterizzata dalla classica forma a T e da una camera funeraria che a differenza di altre sepolture private, era aperta.

I coni funerari di Benia

La tomba si trova in una necropoli della XVIII e XIX dinastia, ma è di difficile datazione in quanto non reca iscrizioni relative al nome del sovrano regnante nel momento in cui fu costruita; la comunità scientifica tuttavia l’attribuisce alla seconda metà del regno di Thutmosis III sulla base dello stile delle acconciature e degli abiti dei personaggi raffigurati e delle decorazioni interne.

Sulla parete corta posteriore della camera funeraria si trova una nicchia con statue sedute del defunto, della madre e del padre.

Particolare dei suonatori al banchetto funebre di Benia: un suonatore di liuto ed un arpista

L’interno del complesso, in ottime condizioni perché fortunatamente la tomba non venne mai utilizzata come abitazione nel corso dei millenni, è stato ripulito e protetto da una porta di ferro; le parti architettoniche scomparse sono state sostituite e rinforzate in cemento, e così pure le aree delle decorazioni scomparse; il danneggiamento dei volti che si riscontra su alcuni rilievi risale all’antichità, così come la cancellazione del nome di Amon e di tutti i richiami al tempio di Karnak dedicato al dio, chiaramente riferibili all’iconoclastia amarniana; molte gocce di vernice sono state trovate sulle pareti ed è probabile che siano da riferire a maldestri restauratori.

A destra, accanto all’ingresso, si trova una raffigurazione di Benia con bracieri in entrambe le mani, dove le anatre stanno per essere bruciate per il grande dio. Davanti a lui si ammucchiano offerte su stuoie: pane, carni varie, verdure, frutta in ceste, vasi in alabastro e terracotta per unguenti, separati da fiori di loto blu.

Nel piazzale, gli scavi hanno portato alla luce un tavolo per le offerte a forma del geroglifico hotep, tipico del Nuovo Regno. Accanto ad uno stipite crollato a terra vennero rinvenuti due coni funerari appartenenti a Benia.

Il primo, n°441, recita “Sovrintendente ai lavori, figlio del kap, Paheqamen, chiamato Benia, fedele alla voce di Osiride”; il secondo, n°544, recita: “Figlio del kap, Paheqamen, chiamato Benia”.

Sulla parete corta meridionale si trovano due occhi udjat, una stele con un testo di invocazione, fiancheggiata da varie figure di Benia inginocchiato nell’atto di offrire. Davanti a questa scena, nel pavimento del vestibolo, si trova un pozzo rituale.

Tra i detriti della camera sepolcrale sono stati rinvenuti i resti di cinque mummie, probabilmente appartenenti a Benia ed ai suoi familiari, mentre i resti di altre sedici si trovavano altrove nella tomba, e probabilmente appartenevano a sepolture intrusive così come i resti di corredi funerari di epoca successiva.

All’interno del piazzale si aprono due pozzi che portano a corridoi sotterranei a loro volta collegati con il sistema di corridoi del pozzo nell’ambiente trasversale; un brevissimo corridoio con ancora tracce di decorazioni e due gradini sbozzati danno accesso al vestibolo (detto anche “sala trasversale”) e poi alla cappella funeraria (“sala longitudinale”), nella cui parete ovest si trova una nicchia con tre statue assise.

Sulla parete posteriore destra del vestibolo troviamo Benia, in qualità di “Sorvegliante delle opere”, seduto e con un bastone in mano che ispeziona i portatori, suddivisi in tre registri, che portano offerte consistenti in bestiame, uccelli, pesci, fiori di loto e cibo.

Non ho trovato le immagini della camera funeraria, relative al corteo funebre verso la dea dell’Occidente, alla dea medesima, al trascinamento del sarcofago verso il regno dei morti su di una slitta trainata da quattro uomini e simboleggiata da un edificio bianco con una porta marrone. Due donne si prendono cura della mummia e rappresentano Iside e Nephtys, che piansero il loro fratello Osiride; i portatori di offerte accompagnano la processione. E’ raffigurato anche il pellegrinaggio da e per Abydos grazie al quale il proprietario della tomba diventerà Osiride stesso.

Immagine posta sulla parete corta settentrionale della sala longitudinale che rappresenta una falsa porta e Benia che fa offerte

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