Menfi (provenienza incerta). XII Dinastia, periodo di Amenemhat III Pietra Arenaria silicificata, Altezza 68,5 cm New York, The Brooklyn Museum – Clare’s Edwin Wilbur Fund, 39.602.
Le figure a cubo con le ginocchia raccolte contro il petto e le braccia incrociate fecero la loro comparsa durante il Medio Regno.
Venivano poste davanti alle tombe in corrispondenza di una via sacra o all’interno dei Templi.
La postura indica, per il soggetto, il privilegio di potere assistere allo svolgimento del culto regale o divino nonché alle offerte che questi implicano.
Sesostri – Senebefni coinvolge nel privilegio anche la moglie.
Il dio venerato nella formula di offerta è Ptah-Sokar, signore della necropoli di Menfi.
Fonte
Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Kpnemann
Da El Lahun, tomba di Sit-Hathor-yunit XII Dinastia, regno di Amenemhat III Argento, oro, ossidiana, pietre dure. Altezza 28 cm. Museo Egizio del Cairo Scavi di Petrie 1914 JE 44820 = CG 52663
Nel tesoro della principessa, figlia di Sesostri II, si trovava questo specchio in argento.
Il prezioso manico in ossidiana , oro e pietre semipreziose, raffigura un papiro, fra lo stelo e l’umbrella aperta si incastona la testa aurea della dea Hathor.
Come scritto anche nella mia presentazione a questo gruppo, pur essendo un umile “badilante” dell’egittologia, me ne occupo da quasi sessanta anni. Salvo i primi approcci quasi infantili all’argomento, quando il mistero attrae e consente di “volare” nel campo della fanta-archeologia, mi sono poi sempre chiesto perché si debba ricorrere a misteri e ipotesi, le più fantasiose, per parlare di una Civiltà che, pur avendo lasciato di se una biblioteca infinita, è, di fatto, così misteriosa e complessa. Ho perciò cercato di approfondire sempre più le mie conoscenze scavando anche tra le infinite fake-news egittologiche, ma anche cercando di chiarire alcune notizie che, sensazionalisticamente prospettate in maniera superficiale o addirittura sbagliata, hanno dato degli Antichi Egizi un’immagine del tutto fuorviante e lontana dalla verità.
Una delle tante “leggende” sorte attorno alle piramidi più famose è legata alla…
Numerologia piramidale
Umberto Eco e il chiosco della lotteria
Prima di entrare nel vivo dell’argomento, tuttavia, credo interessante leggere questo brano tratto dal romanzo di un grande scrittore italiano, Umberto Eco:
«…l’altezza della piramide di Cheope è uguale alla radice quadrata del numero dato dalla superficie di ciascuno dei lati. Naturalmente le misure vanno prese in piedi, più vicini al cubito egiziano ed ebraico, e non in metri, perché il metro è una misura astratta inventata nei tempi moderni. II cubito egiziano in piedi fa 1,728. Se poi non abbiamo le altezze precise possiamo rifarci al pyramidion, che era la piccola piramide posta sull’apice della grande piramide per costituirne la punta. Era d’oro o di altro metallo che lucesse nel sole. Ora prenda l’altezza del pyramidion, la moltiplichi per l’altezza della piramide intera, moltiplichi il tutto per dieci alla quinta e abbiamo la lunghezza della circonferenza equatoriale. Non solo, se prende il perimetro della base e lo moltiplica per ventiquattro alla terza diviso due, ha il raggio medio della terra. In più l’area coperta dalla base della piramide moltiplicata per 96 per dieci all’ottava da centonovantasei milioni ottocentodiecimila miglia quadrate che corrispondono alla superficie terrestre. …»
Direi impressionante, non è vero? Ma il personaggio creato da Eco, nel suo “Pendolo di Focault”, non si limita certo a questo, infatti:
«…ci invitò ad affacciarci, e ci mostrò lontano, all’angolo fra la stradetta e i viali, un chioschetto di legno, dove si vendevano presumibilmente i biglietti della lotteria di Merano.
“…invito loro ad andare a misurare quel chiosco. Vedranno che la lunghezza del ripiano è di 149 centimetri, vale a dire un centomiliardesimo della distanza Terra-Sole.
L’altezza posteriore divisa per la larghezza della finestra fa 176/56 = 3,14.
L’altezza anteriore è di 19 decimetri e cioè pari al numero di anni del ciclo lunare greco.
La somma delle altezze dei due spigoli anteriori e dei due spigoli posteriori fa 190×2 + 176×2 = 732, che è la data della vittoria di Poitiers.
Lo spessore del ripiano è di 3,10 centimetri e la larghezza della cornice della finestra di 8,8 centimetri. Sostituendo ai numeri interi la corrispondente lettera alfabetica avremo C10H8, che è la formula della naftalina.”
“Fantastico,” dissi, “ha provato?”
“… Con i numeri si può fare quello che si vuole. Se ho il numero sacro 9 e voglio ottenere 1314, data del rogo di Jacques de Molay – data cara a chi come me si professa devoto alla tradizione cavalleresca templare – come faccio?
Lo moltiplico per 146, data fatidica della distruzione di Cartagine.
Come sono arrivato al risultato?
Ho diviso 1314 per due, per tre, eccetera, sino a che non ho trovato una data soddisfacente.
Avrei anche potuto dividere 1314 per 6,28, il doppio di 3,14, e avrei avuto 209.
Ebbene, è l’anno dell’ascesa al trono di Attalo I re di Pergamo…”»
“Con i numeri si può fare tutto”
Eh già, direi che il focus di questa disquisizione è proprio in quella frase: “con i numeri si può fare quel che si vuole!” ed è proprio quello che, proseguendo, vedremo è successo con l’unica tra le sette meraviglie del mondo antico ancora esistente: la piramide e, segnatamente, la piramide del re Keope (IV dinastia ~2620-2500 a.C.).
John Taylor e Charles Piazzi Smyth
“Keat’s grave” (1873), William Bell Scott (1811-1890), Preraffaelliti, olio su tela, Ashmolean Museum
«Qui giace colui il cui nome fu scritto sull’acqua», ricordate? È lo splendido epitaffio che campeggia, nel Cimitero Acattolico di Roma, all’ombra di un’altra piramide, quella di Caio Cestio[1], sulla tomba di un grande poeta: non un nome, non un rimando…
Eppure quell’anonima tomba ospita le spoglie mortali di uno dei più grandi rappresentanti del romanticismo inglese: John Keats (1795-1821).
Vi state chiedendo che c’entri un poeta romantico con l’antico Egitto? Vediamo…
Suo editore era, in Inghilterra, John Taylor (1781-1864) che, dilettandosi anche di scrittura, pubblicò, nel 1859 un libercolo dal titolo “The Great Pyramid: Why Was It Built, & Who Built It?”, ovvero “La Grande Piramide: perché è stata costruita e da chi?”, in cui, riferendosi a Noè, scriveva: «Fra tutti gli uomini, il costruttore dell’Arca era il più competente per dirigere la costruzione della Grande Piramide»[2].
Per sua stessa ammissione, tuttavia, Taylor non aveva mai visitato l’Egitto, né tantomeno visto la Piramide di Keope, ma si basò sulle misure prese da altri, con quale meticolosità o precisione è tutto da dimostrare. Eppure, dai numeri “di altri” e dai suoi calcoli, sostenne che nella piramide era ricorrente la costante matematica Pi (3,14…) e si riscontrava il rapporto aureo (1,61803…).
Fu l’inizio della fine, in senso numerologico, s’intende; sugli studi di Taylor, infatti, si basò un altro studioso scozzese che, in un suo lavoro, scrisse: «…le misure (n.d.r.: interne della Piramide) racchiudono in sé alcune profezie in forma cifrata, stabilendo un rapporto con gli avvenimenti che costituirono più tardi l’essenziale dell’Antico Testamento, di tutta la cristianità, fino a includere la seconda venuta di Cristo…».
E non si trattava di uno studioso qualunque giacché il suo incarico, alla Corte del Re d’Inghilterra, era quello di Astronomo Reale (titolo che conservò dal 1846 al 1888), il suo nome? Charles Piazzi Smyth (Napoli 1819-Sharow 1900). Per inciso, suo padrino, da cui il nome, fu l’astronomo italiano Giuseppe Piazzi[3], e il suo cognome, SmYth non è un errore, si chiamava proprio così e non Smith, tanto che la pronuncia inglese viene specificata come /ˈsmaɪθ/.
Pur se indicato, in alcuni lavori con “Smith”, il nome riportato sulla sua tomba conferma proprio “Smyth”.
Charles Piazzi Smyth
Ma torniamo all’opera di Piazzi Smyth che, avendo sposato la geologa Jessica Duncan[4], nel 1864 decise di intraprendere una missione di quattro mesi accampandosi nei pressi della grande Piramide di Giza. Per la prima volta, furono scattate fotografie della piramide di Keope e, per la prima volta in assoluto, fu usato il “flash” al magnesio per fotografarne l’interno. Dall’ampia corrispondenza con Taylor e dalle misurazioni e calcoli eseguiti sul luogo, Piazzi Smyth ricavò “The Great Pyramid: Its Secrets and Mysteries Revealed” (“La Grande Piramide, i suoi segreti e misteri rivelati”), in cui giunse alla conclusione che la Piramide nascondesse segreti connessi alla interpretazione della Bibbia scrivendo, tra l’altro, la frase che abbiamo sopra riportato relativa a «profezie in forma cifrata… fino ad includere la seconda venuta di Cristo».
L’elemento essenziale “scoperto” da Piazzi Smyth fu il “pollice piramidale”, equivalente a 1,001 pollici inglesi (non dimenticate questa coincidenza), con cui era possibile individuare tutte le date riportate nella Bibbia; bastava, infatti, misurare la distanza tra un punto A e un punto B, in pollici piramidali s’intende, e ottenere proprio la data voluta, assegnando ad ogni pollice il valore di un anno. Nei suoi studi ricavò, inoltre, altre misure come la “pinta piramidale”, il “cubito reale” e la “scala delle temperature piramidali”.
Quanto al “pollice piramidale” era di certo la misura divina assegnata da Dio a Sem, figlio di Noè che venne guidato, nella costruzione dell’arca, proprio dalla mano di Dio.
A conferma di tale asserto, Smyth portò il fatto che il perimetro di base della piramide (ovviamente sempre in pollici piramidali) era pari a 100 volte il numero dei giorni di un anno, ed esisteva un rapporto tra l’altezza della piramide in pollici e la distanza tra la terra e il sole… ma questa volta in miglia.
La misurazione del sarcofago della Grande Piramide da parte di “Jessie” Duncan. Una delle foto scattate con il flash al magnesio da Piazzi Smyth:
Lavorando sulle congetture di Taylor, inoltre, giunse a identificare il popolo ebraico negli Hyksos, che avevano regnato in Egitto per circa 250 anni, e i costruttori della piramide, perciò, proprio nel popolo ebraico.
Ma, e qui si potrebbe svelare l’intento politico sotteso alle dichiarazioni di Piazzi Smyth, è bene precisare che questi fu sempre un convinto oppositore dell’introduzione del sistema metrico decimale in Gran Bretagna.
Una teoria pseudo-antropo-archeologica, detta dell’“anglo-ebraismo”, risalente al XVI secolo e ancora in auge all’epoca, infatti, voleva che gli inglesi fossero i diretti discendenti delle dieci tribù perdute di Israele. In tal senso, l’adozione del pollice piramidale, data anche la quasi uguaglianza con quello inglese (ricordate? 1 pollice piramidale = 1,001 pollici inglesi), era la dimostrazione di tale discendenza e la prova che il sistema di misurazione inglese, derivante direttamente da Dio attraverso le tribù d’Israele, era perfetto, a fronte di quello metrico decimale derivante dall’ateistica terra di Francia; un’idea, peraltro, cara a Piazzi Smyth e più volte rimarcata anche in molte delle sue opere scientifiche.
Dalle sue attività sul campo, Piazzi Smyth ricavò “Our Inheritance in the Great Pyramid” (“La nostra eredità nella Grande Piramide”), “Life and Work at the Great Pyramid” (“Vita e lavoro nella Grande Piramide”) in tre volumi, nel 1867, e “On the Antiquity of Intellectual Man” del 1868.
Inutile dire che «… la seconda venuta di Cristo…» profetizzata da Piazzi Smyth, secondo i suoi calcoli piramidali, per il 1882, non si verificò, così come a nulla valse lo spostamento che operò della data ad un imprecisato anno tra il 1892 e il 1911. Nonostante tutto, per la completezza delle misurazioni della Grande Piramide (le più complete all’epoca), e per le numerose fotografie scattate, anche in interno, Piazzi Smyth fu premiato con la “Keith Gold Medal 1865-1867” dalla “Royal Society of Edinburgh”[5].
Una delle tavole a corredo dell’opera di Piazzi Smyth sulle misurazioni della Grande Piramide
Nel 1874, però, aldilà della motivazione di ordine pratico, le sue teorie numerologiche furono rigettate dal mondo scientifico, così come quelle di Taylor, cosa che contribuì, nel 1888 e unitamente al titolo sarcastico di “piramidiota” con cui venne etichettato, alle sue dimissioni da “astronomo reale”.
Una delle tavole a corredo dell’opera di Piazzi Smyth sulle misurazioni della Grande Piramide
La tomba di Charles Piazzi Smyth nel cimitero di Sharow, nel North Yorkshire
Flinders Petrie
Fu così che, alla fine del XIX secolo, le teorie di Taylor e Smyth caddero nel dimenticatoio, anche perché lo stesso Taylor, nel frattempo, qualche anno dopo la pubblicazione del suo saggio “piramidologico” aveva dichiarato che il suo era stato semplicemente uno scherzo e che tutti i “numeri” che aveva dato corrispondevano “a posteriori”, un po’ come le misurazioni del personaggio di Umberto Eco con cui abbiamo iniziato questo articolo.
Come succede spesso in questi casi, pensando a un ripensamento strumentale per non perdere “clienti” (oggi parleremmo anche di teoria del “complotto”, che va tanto di moda), nessuno gli credette e le legioni di “piramidologi” si ingrossò sempre di più arricchendo, ovviamente, in primis le tasche degli “esperti” a discapito di coloro che, in perfetta buona fede, credevano e credono, a queste cose!
Sir William Matthew Flinders Petrie
Un improvviso ritorno di fiamma si ebbe con Sir William Matthew Flinders Petrie (1853 –1942), illustre egittologo inglese, iniziatore del metodo scientifico nella ricerca archeologica e nella salvaguardia dei manufatti, e primo titolare della cattedra di egittologia del Regno Unito. Grande estimatore, sulle prime, del lavoro di Smyth, ne restò poi fortemente deluso quando, nel 1880, eseguì, sul campo, nuove e più esatte misurazioni della Piramide di Keope scoprendo che la stessa era parecchi “piedi” più bassa delle misurazioni di Smyth, il che, ovviamente, inficiava tutte le misurazioni e le valutazioni precedenti, ivi compreso, e prima di tutto, il “pollice piramidale”.
Aldilà dei convincimenti personali, che ovviamente, come tali, possono essere differenti anche solo per partito preso, resta il fatto che, alla base dello scetticismo per la numerologia piramidale, c’è la mancanza di scientificità, ovvero di numeri fissi, o di riferimenti univoci, che proprio perché tali siano accettati, o accettabili, da chiunque voglia cimentarsi con i “numeri della piramide”.
Come sopra visto, Taylor non visitò mai l’Egitto, né mai vide la piramide basandosi, per le sue elucubrazioni, su numeri dati da altri; lo stesso Smyth, che pure, invece, eseguì personali misurazioni, tanto da essere per questo premiato (da chi, tuttavia quelle misurazioni non aveva fatto, né potuto controllare), basò tutti i suoi calcoli su un numero, il “pollice piramidale”, che non molto tempo dopo, si sarebbe dimostrato inesatto.
La numerologia piramidale, visti i presupposti, consente di “scoprire” tutto e il contrario di tutto, un po’ come visto nell’iniziale brano di Umberto Eco.
Inutile dire che, come fatto del resto dallo stesso Piazzi Smyth a proposito del sistema metrico decimale, la numerologia ha avuto anche il suo sfruttamento politico diventando, ad esempio, un “cavallo di battaglia” di sètte identitarie che tendono, ancor oggi, partendo dal presupposto di una preferenza diretta assegnata da Dio, da un lato a voler dimostrare una preminenza del presunto ramo anglo-ebraico (movimento “British-Israel”) su altre culture, dall’altro, grazie alla presunta discendenza dalle tribù di Israele, a indicare i popoli celtici e anglosassoni come eletti, superiori e destinatari delle promesse di Dio.
Edgar Cayce, “il profeta dormiente”
Presso i Greci, esisteva una “tassa sulla stupidità”, può sembrare strano, ma è vero. Il blachennomio (da βλακεννόμιον = sugli stupidi e τέλος = tassa), infatti, era la tassa che indovini, auguri e astrologi dovevano pagare sulle somme percepite da chi, magari in buona fede, a loro si rivolgeva credendo nelle loro potenzialità divinatorie. Appare chiaro che, ovviamente, anche nella storia della numerologia piramidale sono emersi tanti che meriterebbero di pagarla… e profumatamente.
Tra questi, forse il più “temerario” fu il “profeta dormiente”, come si faceva chiamare poiché cadeva in lunghe trance narcolettiche, Edgar Cayce (1877-1945) che, analizzando la numerologia piramidale scoprì che, in una delle sue tante vite precedenti, si chiamava Ra-Ta, era un gran sacerdote ed era stato il responsabile, con il suo aiutante Isis e con il capo dei costruttori Ermes, della costruzione proprio della Grande Piramide cui avevano lavorato, in una sorta di consorzio internazionale, egizi, atlantidei e nomadi provenienti dall’area russa.
Edgar Cayce, “The sleeping prophet
”
Nella montagna di pietra costituita dalla piramide di Keope, sempre secondo Cayce, si doveva inoltre individuare il tempio presso cui Gesù era stato istruito durante i cosiddetti “anni mancanti” (ovvero quelli intercorrenti tra l’infanzia e l’inizio del suo ministero). In base alla numerologia piramidale, e alle profezie nascoste e riservate ai soli adepti, la piramide aveva inoltre lo scopo di fungere da archivio della storia umana fino al 1998, anno in cui, secondo i suoi calcoli (come si vede ben diversi da quelli di Smyth), si sarebbe verificato il secondo avvento di Cristo …
Per ulteriore curiosità, può essere utile aggiungere che, nelle sue vite precedenti, Cayce era stato (tra l’altro) un re persiano, un guerriero troiano, un discepolo di Cristo e, addirittura, un angelo che aveva preceduto Adamo ed Eva. Altre sue premonizioni furono la scomparsa improvvisa del Giappone e del Nord Europa, l’esondazione dei Grandi Laghi del nord America con allagamento di gran parte del Midwest (che, ricordo, è costituito da almeno otto Stati, se non dodici), l’improvviso sprofondamento di California e Georgia, la deriva cristiana e democratica della Cina entro il 1968 e, nello stesso anno o al massimo nel 1969, il riemergere di Atlantide e lo spostamento dell’asse terrestre, evento che avrebbe causato la fine del mondo… nel 1998.
Giuseppe Esposito
Roma, 18 novembre 2022
Bibliografia
(in inglese) William Fliders Petrie, “The Pyramids and Temples of Gizeh”, ed. Histories & Mysteries of Man, 1990, Londra.
(in inglese) Charles Piazzi Smyth, Life and Work at the great Pyramid during the months of January, February, March, and April, A.D. 1865.
(in francese) Charles Piazzi Smyth, La grande pyramide, pharaonique de nom, humanitaire de fait, ses merveilles : ses mystères et ses enseignements, 1875.
Gina Cerminara, Edgar Cayce uomo e medium, 1975, Mediterranee.
Jess Stearn, Edgar Cayce, 1978, De Vecchi.
(in inglese) Dale Beyerstein, Edgar Cayce. In Encyclopedia of the Paranormal. Prometheus Books 1996. pp. 146–153.
(in inglese) Edgar Evans Cayce, On Atlantis, New York: Hawthorn, 1968.
(in inglese) Jess Stearn, The Sleeping Prophet, Bantam Books, 1967.
[1] Piramide di Gaio Cestio, o Piramide Cestia, fu eretta, come sepolcro, tra il 12 e il 18 a.C., in soli 330 giorni per volere del defunto. Gaio, septemiviro Epulone, lasciò ai suoi eredi, come clausola per ottenere il suo patrimonio, proprio che la piramide fosse eretta in quei termini. Alta 36,40 m, ha un lato di base di 30; è costruita in calcestruzzo con sovrastruttura in mattoni e copertura in marmo bianco di Carrara
[2] In figura, la prima edizione del testo di Taylor del 1859.
[3] Giuseppe Piazzi (1746-1826); nel 1790-91 fu il fautore della costruzione dell’Osservatorio astronomico di Palermo, nella torre di Santa Ninfa a Palazzo Reale (oggi Palazzo dei Normanni). Nel 1791 venne chiamato a Napoli per la costruzione dell’Osservatorio astronomico di quella città divenendo, poi, Direttore di entrambi gli osservatori.
[4] Jessica “Jessie” Duncan (1812-1896), appassionata dei primi processi fotografici, accompagnò il marito in Egitto per i suoi studi della Grande Piramide della quale scattò centinaia di foto, esterne e interne, utilizzando, per la prima volta, il flash al magnesio.
[5]La “Keith Medal” era, ed è tuttora, un premio, istituito dalla “Royal Society of Edinburgh” nel 1827, da destinarsi a pubblicazioni in ambito scientifico, alternatamente per matematica e in materia ambientale, con cadenza quadriennale.
Oro, cornaline, turchese, lapislazzuli – Lunghezza cm 35 Dahshur, complesso funerario di Amenemhat II Tomba della principessa Khnumit Scavi di Jacques De Morgan 1894 XII Dinastia, regno di Amenemhat II 1932-1898 a. C Museo Egizio del Cairo, JE 31116 = CG 53018.
La tomba, della principessa Khnumit, scavata nel 1894, fu portata alla luce nell’area ovest della piramide reale.
Al momento del ritrovamento, gli elementi della collana erano sparsi sulle bende della mummia.
Questa bellissima collana è composta da due file di perline in oro tra le quali erano fissate dieci coppie di amuleti, posti simmetricamente ai due lati di una composizione di segni geroglifici in cui il segno della vita anks sormontato il segno hetep, che rappresenta una tavola di offerta.
Dal centro verso le estremità si riconoscono il segno user, simbolo di potenza, un’immagine di Anubi, la dea avvoltoio Nekhbet e la dea cobra Uadjet, simbolo della signoria sull’ Alto e Basso Egitto, il sistro hathorico, l’occhio sacro di Horus, il vasetto khenem, il pilastro djed, il segno sema indicante la trachea simbolo dell’ unità, l’ape simbolo del Basso Egitto.
Alla fine inferiore delle perline d’oro è applicata una serie di pendenti a goccia variopinti, mentre l’allacciatura della collana è costituita da due teste di falco.
Eccetto le due catenine, tutti gli altri elementi sono incastonati in pietre dure: turchese, lapislazzuli e cornalina che si alternano sul gioiello formando una ricercata e armoniosa composizione cromatica.
Fonte:
Tesori Egizi nella collezione del Museo del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
Lino stuccato è dipinto, Altezza cm 50 Provenienza sconosciuta Medio Regno ( 1994 – 1659 a. C.) Museo Egizio del Cairo – TR 7.9.33.1
Lo scopo della mummificazione era di restituire al corpo del defunto un aspetto quanto più possibile vicino a quello di una persona completa, pronta ad affrontare una nuova vita, dopo la morte.
Per questo, oltre all’uso di riempimento delle cavità svuotate degli organi e alle bende che ricordavano la ricomposizione del corpo di Osiride, dalla fine dell’Antico Regno si inizia ad usare maschere funerarie che dovevano garantire la più fedele restituzione delle fattezze umane.
Le maschere, complete in alcuni casi da una sorta di pettorale, erano costituite da strati di lino ricoperti di stucco e poi dipinti.
Questo reperto ritrae un uomo dal volto ovale con grandi occhi, contornato da trucco nero e protetti da folte sopracciglia.
Il naso è sottile e regolare, la bocca ha labbra ben disegnate e incorniciata da baffetti, divisi al centro, e da una folta barba dipinta di nero che termina in un pizzetto squadrato.
La parrucca, non molto ampia, ricade anteriormente in due che coprono parzialmente la collana a più file variopinta
Al di sopra della collana usekh un’altra catenina con quattro lunghe perle cilindriche orna il collo.
Lo stato frammentario del pettorale permette di vedere soltanto una parte della decorazione laterale della collana che terminava con una fila di perle oblunghe dipinte di azzurro.
Il confronto con altri esemplari di maschere stilisticamente simili a questa permette di fissare la datazione al Medio Regno.
Fonte
Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – foto Araldo De Luca – Edizioni White Star
Quasi tutti gli appassionati dell’antico Egitto sanno che la scrittura era un componente base della vita dell’antico Egitto. Tre erano i tipi di scrittura che si sono sviluppati nel corso dei secoli: il Geroglifico, lo Ieratico e il Demotico.
Questo però ad alcuni scribi non bastava, perciò si sono inventati un altro tipo di scrittura detta “criptografica”. Questa non seguiva i canoni di scrittura tradizionali = mix di sistema fonetico e pittografico, ma si affidava a rappresentazioni che “enigmisticamente” dovevano essere interpretati.
Esistono diversi esempi di questa scrittura che si ritrovano in tutto il periodo della civiltà egizia.
Il più famoso (e semplice) è quello utilizzato in molte statue di Senenmut nella rappresentazione del nome di Hatshepsut.
foto: Statua cubo Berlino 2296.
Un primo criptogramma lo si trova nella fattura di una delle statue di Senenmut conservata al Brooklyn Museum
Granodiorite con vena granitica, 18a Dinastia LUOGO RITROVAMENTO: Armant, Egitto DATE ca. 1478-1458 a.C PERIODO: Nuovo Regno DIMENSIONI: 18 3/4 × 7 × 11 1/2 pollici, 67,5 libbre (47,6 × 17,8 × 29,2 cm, 30,62 kg)
Le statue inginocchiate dell’Antico e del Medio Regno mostrano generalmente un soggetto con le mani appoggiate sulle cosce o con in mano un paio di minuscoli vasi rotondi. Lo scultore di questo pezzo, tuttavia, ha raffigurato Senenmut che presenta una simbologia complessa: un cobra collocato su un paio di braccia alzate, coronato con corna di vacca con un disco solare al centro. Gli egittologi interpretano questa immagine come un crittogramma del nome del trono di Hatshepsut ( Maat-ka-ra ).
Seconda scrittura crittografica di Hatshepsut nelle statue di Senenmut.
Questo testo criptografico è presente, se non vado errato, in tre statue cubo di Senenmut.
Questo modo di criptare il testo non è parte integrante della raffigurazione della statua (come è nella precedente statua col serpente) ma è inciso al pari del testo geroglifico.
Questo si trova nella parte superiore piana di ogni statua, a sinistra l’avvoltoio a destra una figura umana.
I segni si possono così interpretare.
L’avvoltoio – dea Mut, qui sta per Maat, infatti Mut è associata a Maat e a Sekmet.
L’occhio Udjat, che dell’avvoltoio ne forma il corpo, si legge Ra. Infatti l’Udjat è anche l’occhio di Ra.
Sotto le zampe dell’avvoltoio c’è il segno delle due braccia unite a “u”.
Il tutto si legge Maat-Ka-Ra.
La figura è in posizione di cammino, impugna uno scettro Was e non ha testa umana. Al posto di questa si ha un segno Ankh incorporato al segno Was.
La testa perduta raffigura simbolicamente che è mancante, ovvero “nascosta”.
Questa parola si traduce HAt (HAwt) parte iniziale del nome di nascita Hatshepsut
Il seguito è un po’ più complesso. Il segno Anch e Was come sostituti della testa indicano due attributi che di regola sono attribuiti a un sovrano: vita e potere, da qui l’indicazione della seconda parte del nome, ovvero Sps-w(t) “sovrana” nobildonna con segno utilizzato A51 = HAt-Sps-wt
Ps. il risultato di queste riflessioni deriva dalla lettura di parecchi documenti sulla criptografia egizia consultati in rete a cominciare dai lavori di Drioton.
Il cartglio criptografico
Questa rappresentazione di scrittura criptografica rappresenta chiaramente un cartiglio. Qui oltre alla scrittura enigmatica espressa solo con pittografia, c’è anche una palese spostamento dell’ ordine di lettura delle varie parole che compongono il nome. Le divinità che sono raffigurate all’interno del cartiglio fanno sembrare il personaggio come parte del regno delle divinità che aveva: la legittimità di Horus, il potere di Montu e Anhur, la protezione di Bastet . Per evitare che il suo nome venisse cancellato o distrutto dai suoi nemici, il titolare di questo cartiglio, fece per questo uso della crittografia, come era stato fatto da Hatshepsut e Ramses II prima di lui.
Accanto al testo criptografico inserisco anche il testo in chiaro.
Per prima cosa il nome del sovrano proposto nel cartiglio è presentato nel post: si tratta di Nectanebo II, terzo sovrano della XXXa dinastia.
Il rilievo (disegno) proviene dagli scavi di Tell Basta ovvero dalla città di Bubastis.
Nel testo criptografico, in pratica, vengono utilizzate tutte, meno una, rappresentazioni di dei.
Ramses II adora la sua persona divina Bassorilievo dal tempio di Abu Simbel
Il faraone non manteneva solamente unito l’Alto e il Basso Egitto, egli era anche il tramite tra il mondo umano e quello divino; per questo motivo, era nella singola persona del re che la dualità dell’Egitto diventava una singola realtà. Benchè il re fosse egli stesso un essere umano, l’ufficio della regalità era divino; il corpo umano del re era l’involucro nel quale la divina regalità manifestava sé stessa nella forma del “ka reale” o forza vitale che veniva trasmessa da un re all’altro.
Dunque il re era in un certo modo simile, seppure non identico, agli dei, ed uno dei suoi titoli, netjer nefer, viene tradotto come “il Dio Perfetto”. In effetti il re poteva essere divinizzato dopo la sua morte o anche nel corso della sua vita, come dimostrano alcune raffigurazioni del sovrano vivente mentre compie atti rituali di fronte alla propria forma divina.
Per diventare un dio, il re era obbligato a compiere dei doveri che gli dei gli avevano imposto al momento dell’incoronazione. Questi doveri erano: costruire la propria tomba o casa dell’eternità; costruire templi per gli dei; sottomettere i nemici dell’Egitto; presentare offerte agli dei e non ultimo, garantire l’unità delle due Terre d’Egitto. Raggiungere tutti questi obiettivi innalzava il faraone alla statura divina. Nel costruire e decorare i templi o nel commissionare arredi e oggetti di uso cultuale, il re si impegnava a compiere veri e propri atti di creazione che rafforzavano l’ordine e mettevano al bando il caos.
L’autoconcezione divina di Ramses II
Ramses II tuttavia, portò la propria autoconcezione divina a un livello completamente nuovo. Molti sono i documenti storici dai quali si possono ottenere informazioni in merito. Ad esempio, la Stele 410 del Museo di Hildesheim indica Ramses II come “Re dell’Alto e del Basso Egitto, Signore delle Due Terre, Ramses-Meriamun, il Dio”. Ramses non si dichiarava soltanto re o sovrano ordinato da Dio ma, al contrario, definiva sé stesso “il Dio”. Si direbbe proprio che non si considerasse semplicemente un essere umano divinizzato, cioè un uomo convinto di condividere lo stato divino: al contrario, Ramses considerava sé stesso come una divinità che condivideva la condizione umana. Egli vedeva la sua persona godere di una categoria di esistenza completamente nuova: un re-dio al massimo grado, che viveva, respirava e governava sulla terra come Ra in cielo.
Ramses fra Ptah, Amon-Ra e Ra-Horakhty. Santuario interno del tempio rupestre di Abu Simbel. Fotografia di Araldo De Luca.
Ramses II non fu il primo a fare questa affermazione. Il faraone Snefru della IV dinastia (ca. 2600 a.C.) si dichiarò in un graffito “grande dio” (ntr a). Ma anche se Ramses non fu il primo a vedere sé stesso in questo modo, fu uno dei pochi a dichiararlo pubblicamente e con tale grandezza. Per mezzo di queste rivendicazioni e aspirazioni architettoniche, egli rese nota la propria concezione di sé su tutta la terra con una modalità che pochi faraoni avevano utilizzato prima e pochi avrebbero fatto dopo di lui.
Il Grande Tempio di Abu Simbel fornisce ulteriori prove del modo in cui egli vedeva la propria persona. Al di là dell’atrio, lungo la parete di fondo del santuario interno, troviamo una statua di Ramses II assiso accanto a Ra, Amon e Ptah. Il particolare non da poco è che la statua di Ramses è equivalente per dimensioni e dettagli alle divinità che gli stanno accanto. Queste statue non sono colossi come quelle sulla facciata dello stesso tempio. Ma il loro significato sembra piuttosto chiaro: il nostro si considerava degno di sedere accanto ai più grandi dei del cielo. Non sottomesso a nessuno, ma accolto fra i suoi pari, soddisfatto, con lo sguardo rivolto verso il mondo, accanto a queste divinità che sarebbero altrimenti trascendenti.
La divinità del faraone
Altrove, in questo tempio e in altri luoghi di Abu Simbel, Ramses II commissionò rilievi che raffiguravano sé stesso nell’atto di venerare la propria persona divina. Un rilievo ritrae Ramses due volte: qui un Ramses è seduto sul suo trono, con le corna della divinità sulla testa e il disco del sole divino che aleggia sopra di lui mentre l’altro Ramses è in piedi e presenta offerte al Ramses seduto. A livello elementare, il rilievo sembra raffigurare Ramses II sia come re (in piedi) che come dio (seduto) ma sembra esserci qualcosa di più. Dal momento che si trovano sia le rappresentazioni reali che quelle divine di Ramses II, si è propensi a credere che questo rilievo voglia sottolineare il concetto peculiare di “fluidità divina” attribuito al re. Egli sembrava aver compreso che gli dei potevano abitare più corpi contemporaneamente senza per questo perdere la loro singolarità. Sapendo questo, scelse di raffigurare sé stesso come se godesse della stessa esistenza “fluida” degli altri dei e cioè che anche lui, come loro, potesse abitare due corpi contemporaneamente, proprio come raffigurato in questo rilievo.
Ramses assiso fra Amon-Ra e Mut. La scultura proviene dal Tempio di Amon, in Karnak. In mostra al Museo Egizio di Torino.
Non è del tutto chiaro se tutti i faraoni intendessero la loro costituzione ontologica e/o la funzione delle loro immagini in questo modo. Di certo, la maggior parte concordava sul fatto che, dopo la morte, i loro ka sarebbero tornati nel mondo per dimorare in immagini e statue con le loro sembianze.
Riferimenti:
M. K. Shank, The Meaning of the Reliefs at the Temple of Abu Simbel. History 438. Prof. Benedict Lowe. November 15, 2009
T.L. Putthoff, Gods and Humans in the Ancient Near East; Godlike Bodies and Radiant Souls – Divine Embodiment in Ancient Egypt. Cambridge University Press – 2020
Hisham el-Leithy, Christian Leitz e Daniel von Recklinghausen ci svelano gli straordinari rilievi recentemente restaurati di questo affascinante tempio greco-romano
Introduzione
Il tempio di Esna – situato nell’Alto Egitto, a circa 60 km a sud di Luxor – è uno dei più importanti esempi di architettura templare egizia del periodo greco-romano ancora oggi visibili. L’unica parte sopravvissuta del tempio, il pronao o sala ipostila, fu completata nel I secolo d.C. (presumibilmente durante il regno di Tiberio, 14-37 d.C., o poco più tardi), mentre i lavori di ornamento continuarono fino al regno di Traiano Decio (249-251 d.C.). Il tempio è famoso per la sua decorazione e in particolare per le iscrizioni geroglifiche. Le divinità principali sono il dio ariete Khnum e la dea Neith. Entrambi rappresentano un aspetto demiurgico: Khnum modella tutti gli esseri viventi sulla ruota del vasaio, mentre Neith* dà vita alla creazione con la semplice enunciazione dei suoi pensieri. La decorazione consiste in scene di offerta sulle pareti, con raffigurazioni degli imperatori romani al cospetto del pantheon locale, oltre a lunghe iscrizioni sulle colonne e a elementi astronomici sul soffitto. Le iscrizioni geroglifiche ci forniscono informazioni uniche sulla vita religiosa e sulla teologia del luogo nel periodo romano. Nella loro interezza, questi testi costituiscono l’ultimo corpus significativo di iscrizioni geroglifiche oggi conosciuto. Mostrano uno stile di scrittura geroglifica molto sofisticato e complesso.
Il Pronao
Le misure del pronao romano superano di gran lunga quelle dell’edificio templare tolemaico originario. Il tetto poggia su 24 colonne, di cui 18 autoportanti. Rispetto ad altri templi contemporanei, il modello di decorazione delle colonne è straordinario, poiché sono in gran parte coperte da iscrizioni. I testi descrivono con dovizia di particolari le feste tipiche del distretto, oltre a presentare inni e litanie in lode degli dei. Anche la disposizione dei capitelli è unica, poiché ogni capitello ha un disegno diverso. Le colonne autoportanti sono disposte su 3 file (3×6, da nord a sud – vedi sotto); sei architravi, orientati in direzione est-ovest, collegano ciascuna tre colonne con le pareti del pronao, in modo da sostenere il pesante tetto. Questi sei architravi suddividono il soffitto in sette zone. Il Tempio di Esna (Immagini nn. 1-2-3) si trova nel centro della città a circa 10 m sotto il livello della superficie odierna.
Immagine n. 1 Il fregio della parte superiore della colonna n. 7 dopo il restauro. Il cartiglio dell’imperatore Adriano (117-138 d.C.) è accompagnato e protetto da Khnum, signore di Esna (a sinistra), e dal falco Horo di Behedet (a destra).
E’ sfuggito alla demolizione nel XIX secolo (il destino di molti altri santuari faraonici) per il semplice motivo che fu ritenuto un deposito adatto per lo stoccaggio del cotone durante il regno di Muhammad Ali Pasha (1805-1848). Sebbene il tempio sia stato in parte liberato dalla sabbia e dai detriti, ampie porzioni dell’edificio sono rimaste sepolte.
Immagine n. 2 La facciata del pronao del tempio di Esna
Agli albori dell’egittologia, il pronao era piuttosto noto tra gli studiosi e i viaggiatori. Tuttavia, il tempio entrò nel mirino della ricerca scientifica solo quando l’egittologo francese Serge Sauneron (1927-1976) si rese conto della ricchezza della sua decorazione. Negli anni Cinquanta pulì la parete esterna sud, che già allora era parzialmente sepolta. Negli anni successivi ha curato meticolosamente l’edizione di tutte le iscrizioni (l’ultimo volume di testi è stato pubblicato postumo nel 2009). Dopo la sua morte prematura in un incidente stradale, i lavori a Esna si fermarono per molto tempo.
Immagine n. 3 Schema planimetrico del pronao di Esna che mostra la disposizione delle 18 colonne autoportanti. Disposte in tre file da sei, le colonne sono sormontate da architravi che corrono in direzione est-ovest (verticalmente pianta). Altre sei colonne formano la facciata del pronao (in basso nello schema).
* tra le varie cosmogonie egizie, c’è anche una divinità femminile in qualità di “taumaturgo”: quest’antichissima dea è originaria di Sais nel Delta
Un nuovo progetto
Un aspetto della decorazione, tuttavia, è stato finora ampiamente trascurato: la colorazione originale, ancora intatta in ampie zone del pronao. Ciò è comprensibile, in quanto la colorazione policroma era stata ricoperta da polvere, fuliggine ed escrementi animali, rimanendo così inosservata. Per recuperarla e garantirne la conservazione per le generazioni future, il Ministero delle Antichità egiziano (ora Ministero del Turismo e delle Antichità) e l’ Istituto Egittologico dell’Università di Tubinga nel 2018 hanno avviato un progetto congiunto per la conservazione, la documentazione e la ricerca della decorazione policroma. In precedenza, negli anni 2000, il Ministero aveva pulito parte della parete interna occidentale e il nuovo progetto ha offerto l’opportunità di riprendere i lavori su larga scala e con un’attenzione più ampia.
Il lavoro più importante è il restauro dei colori antichi. Nelle stagioni 2018-2020, un team di restauratori locali, guidati dal conservatore capo Ahmed Emam, ha ottenuto risultati molto promettenti. Nella parte settentrionale dell’interno del pronao, il colore originale su parti del soffitto, delle pareti e delle colonne è stato nuovamente riportato alla luce.
Prima che i restauratori potessero iniziare il loro difficile compito, è stato necessario analizzare le condizioni attuali e cercare i metodi di conservazione appropriati. È emerso che diversi agenti esterni potevano potenzialmente causare gravi danni alla decorazione antica, ed era imperativo sviluppare una strategia di trattamento che riducesse il loro impatto sia sulla struttura muraria che sulla decorazione. Una delle principali preoccupazioni era il livello di umidità relativamente alto, che provoca il movimento di sale dall’interno dei blocchi di pietra verso gli strati esterni, causando l’accumulo di efflorescenze sulle superfici iscritte. Questi cristalli di sale possono causare la scheggiatura delle superfici e lo sbiadimento dei colori dei rilievi dipinti. Un notevole strato di fuliggine ricopre la maggior parte della superficie decorata, forse come risultato delle attività svolte quando il pronao fu utilizzato come deposito. La fuliggine ha causato un notevole deterioramento dei pigmenti blu e verdi, soprattutto nelle zone del soffitto. Accumuli di polvere ed escrementi di uccelli erano presenti su tutte le pareti del tempio, causando un ulteriore scolorimento delle aree dipinte e insozzando ampie zone.
Una volta recuperata e conservata una sezione della decorazione, si procede quanto prima alla documentazione fotografica. Le foto mostrano scene in cui la decorazione è stata restaurata, ma anche parti che devono ancora essere lavorate (Immagini n. 4-5), dimostrando chiaramente l’efficacia degli sforzi dei conservatori.
Immagine n. 4 Riemergono i colori di un’iscrizione geroglifica sulla colonna n. 7
Immagine n. 5 Lavori di restauro in corso sulla colonna n. 2
Il lavoro di post-elaborazione della decorazione sulla base del materiale fotografico viene condotto presso l’Università di Tubinga e comprende un’analisi dell’impatto della colorazione all’interno dello schema decorativo antico. A questo punto, con solo una piccola parte degli ornamenti rivelati, è evidente che uno studio della colorazione offra un approccio raro e innovativo nella ricerca sulla decorazione dei templi del periodo greco-romano. L’analisi combinata dei materiali, delle figure e dei testi in rilievo e/o dipinti, così come l’evidenza testuale, mostra che tutti facevano parte di un unico schema decorativo. Grazie all’impegno dei restauratori nelle stagioni 2018-2020 (che hanno lavorato anche durante la pandemia di Covid19), gran parte del soffitto e delle colonne sono stati riportati a qualcosa di molto vicino al loro stato originale: la decorazione policroma del tempio. La ricchezza dei decori, un tempo vivacemente colorati, è visibile nelle immagini fotografiche (Immagine n. 6).
Immagine n. 6 Il pronao (sala ipostila) del Tempio di Esna con le impalcature per i lavori di restauro. Si noti la varietà dei capitelli, con disegni diversi, utilizzati per colonne adiacenti.
Nuove iscrizioni
Oltre alla ricostruzione della decorazione policroma, è stato portato alla luce un gran numero di iscrizioni finora sconosciute. Queste iscrizioni sono solo dipinte sulla superficie, non incise. Poiché erano coperte da fuliggine e polvere, nessuno ne conosceva l’esistenza prima del processo di pulizia.
Tutti i testi “nascosti” si trovano nella zona del soffitto e risalgono a un periodo piuttosto tardo della decorazione complessiva (fine del II secolo d.C. circa). Finora queste iscrizioni sembrano limitate a tre contesti:
1. Didascalie di costellazioni e di fenomeni celesti nelle zone del soffitto
2. L’incorporazione di nomi e titoli reali (in cartigli) in iscrizioni in rilievo già esistenti.
3. Testi completi sulle facce inferiori delle architravi
Mentre le didascalie nelle zone del soffitto sono eseguite solo in pigmento rosso (e in modo un po’ goffo), le altre decorazioni mostrano uno stile elaborato e policromo. Ciò è particolarmente vero per le facce inferiori degli architravi , vale a dire la zona tra due colonne. Quello che una volta era uno strato nero di fuliggine (Immagine n. 7) si è rivelato essere un’iscrizione di due testi separati in quattro colonne, che elogiavano Khnum e Neith (Immagine n. 8).
Immagini n. 7-8 Il cartiglio dell’imperatore Traiano (98-117 d.C.) sul lato settentrionale dell’abaco della colonna n. 1 prima e dopo il trattamento conservativo
I segni sono dipinti con precisione e vivacità e sembrano mostrare una scelta deliberata del colore per alcuni geroglifici. Un caso piuttosto particolare è quello dei passaggi lasciati in bianco nelle iscrizioni laterali degli architravi. Sauneron usava il termine “non scolpito” per questi passaggi, ma ora sappiamo che è presente del testo. Questi “spazi vuoti” sono attestati abbastanza spesso nei testi di architravi pubblicati da Sauneron e, per la maggior parte, compaiono verso la fine di un passaggio testuale. Finora sono venuti alla luce molti cartigli nelle zone precedentemente vuote (a sinistra) e si è tentati di ipotizzare che questi cartigli siano stati dipinti dopo che le iscrizioni in rilievo erano già state scolpite (Immagini nn. 9-10-11).
Immagine n. 9 Una nuova iscrizione, fino a poco tempo fa coperta di fuliggine, è stata scoperta sulla superficie inferiore dell’architrave A, nello spazio annerito tra le colonne n. 7 e 13.
Immagine n. 10 Dopo il processo di pulizia, è stata rivelata la nuova iscrizione. La fotografia qui è mostrata di lato, in modo che il testo appaia più facilmente visibile
Immagine n. 11 Il cartiglio finora sconosciuto contenente i titoli di “Autokrator” e “Kaisaros”, spesso utilizzati per gli imperatori romani, è stato eseguito in pittura, mentre il resto dell’iscrizione della parte settentrionale dell’architrave B è stato eseguito in rilievo.
Il soffitto
Un’area piuttosto particolare è il soffitto astronomico. Parte del soffitto astronomico del Tempio di Dendera, è l’unico esempio completamente conservato del periodo greco-romano. I pronai di entrambi i templi contengono sei campi, nel soffitto, a contenuto astronomico, tre per lato (adiacenti al soffitto centrale sull’asse principale del tempio). Offrono composizioni uniche che in parte differiscono notevolmente l’una dall’altra. I restauratori hanno finora terminato le prime due zone del soffitto nella parte settentrionale del pronao di Esna (chiamate Travée A e B secondo la designazione di Sauneron). Il soggetto principale della Travée A è il ciclo lunare, rappresentato dalle divinità della luna crescente e della luna calante disposte su due file. Ogni gruppo è composto da 14 divinità che si trovano sopra un disco. All’interno di ogni disco è raffigurato l’occhio Wdjat, un simbolo comune della luna. Gli occhi Wdjat erano solo dipinti sulla superficie; dopo il restauro divennero molto più visibili rispetto all’epoca di Sauneron, che poteva scorgerne solo deboli tracce. La fila nella parte meridionale del soffitto mostra le divinità della luna crescente. Il primo disco a ovest è rimasto privo di decorazioni, rappresentando il primo giorno lunare in cui la luna è ancora invisibile. Il secondo disco mostra già la luna crescente nella parte occidentale, che riflette la condizione del mondo reale. Il secondo giorno lunare la mezzaluna può essere osservata poco dopo il tramonto a ovest in circa il 70% di tutti i mesi lunari; negli altri mesi bisogna aspettare un giorno in più, fino al terzo giorno lunare, per osservare la prima mezzaluna. Ogni giorno successivo diventa visibile una porzione sempre maggiore della luna e, quindi, l’occhio Wdjat sul disco diventa sempre più completo. Nel caso di Osiride, che rappresenta il settimo giorno lunare, si vede già metà della luna e, di conseguenza, metà dell’occhio è dipinto (Immagine n. 12).
Immagine n. 12 Osiride e Iside come rappresentazioni della luna crescente. Osiride si trova sulla luna del 7° giorno lunare, Iside sulla luna dell’8° giorno lunare. Travée A, registro meridionale
Nella parte settentrionale del soffitto la direzione è invertita. Si inizia con l’occhio Wdjat completo sul disco il 16° giorno lunare, procedendo verso ovest fino al 29° giorno lunare – l’ultima fase visibile della luna. Oltre al ciclo lunare, questa “Travée” mostra diverse costellazioni e all’estremità, ad est, uno dei “Quattro Venti”, che gli Egizi immaginavano a forma di animale. Nel nostro caso (Immagine n. 13) si tratta di uno scarabeo con quattro ali, una testa di ariete e una piuma di struzzo.
Immagine n. 13 Uno dei quattro dei del vento con il suo nome davanti alla testa, scoperto di recente; Travée A, angolo est.
Un’iscrizione dipinta, ora decifrabile, si trova accanto alla sua testa: “Il bel vento d’Oriente”. Il motivo per cui tutte le iscrizioni di questo settore non sono state incise non è, per il momento, palese. Nell’angolo sud-orientale della “Travée A” è raffigurato in rilievo un cobra seduto su un papiro (Immagine n. 14).
Immagine n. 14 Un cobra su piante di papiro con un’iscrizione davanti alla testa; Travée A, angolo sud-est.
Davanti alla testa del cobra si trova un’altra iscrizione dipinta finora sconosciuta che, tradotta, recita “La grande fiamma”. Si tratta di una designazione della dea cobra Wadjet (per saperne di più: https://laciviltaegizia.org/2021/09/26/wadjet/…), rappresentante del Nord e manifestazione della corona del Basso Egitto nella religione egizia. Ad una prima osservazione, questo simbolismo non è conforme alla posizione effettiva del cobra nella parte meridionale di questa “Travée”. Il collegamento diventa chiaro e logico solo quando si prende in considerazione la totalità del soffitto, dove la “Travée A” è la più settentrionale e quindi in posizione perfetta per la dea della corona del Basso Egitto.
Immagine n. 15 La costellazione di Orione come Osiride che guarda Iside. Anche se indossa il copricapo di Seshat, rappresenta Sothis (Sirio); Travée B, registro meridionale
Passando alla “Travée B” (Immagine n. 15), restaurata in gran parte nel 2020, i soggetti principali sono i 36 decani. I decani erano stelle o, nella maggior parte dei casi, costellazioni (contrassegnate come tali dalle stelle che le accompagnavano). Il loro scopo era quello di indicare le dodici ore della notte attraverso la loro posizione, che cambia di giorno in giorno. Qui i decani sono raffigurati ciascuno nella propria barca (apparentemente un decano è stato omesso , dato che ci sono solo 35 figure e barche). In un caso eccezionale, due barche sono rappresentate una sopra l’altra: ciò è, reso possibile dall’iconografia insolita di questo decano che raffigura una mummia adagiata su una bara (Immagine n. 16).
Immagine n. 16 Decano n. 30 sotto forma di una mummia su bara (sopra) con sette stelle e n. 31 in forma di due occhi di wdjat in una barca (sotto) con 14 stelle; Travée B, registro settentrionale
All’estremità orientale della Travée si trovano due costellazioni. La prima nella metà meridionale è Orione, manifestazione di Osiride e costellazione dell’emisfero meridionale. In alcuni testi la designazione egizia di Orione (Sah) è anche un equivalente del sud. Egli guarda alle spalle la sua consorte Iside (cfr. Immagine n. 15) che è – nel mondo astrale – una manifestazione di Sirio (Sothis per i greci, Sopdet per gli egizi), la stella più luminosa del cielo. Iside-Sothis sorge sempre più tardi rispetto a Orione-Sah, ma lo segue all’incirca lungo lo stesso percorso. Il suo sorgere eliaco è precedente di circa 22 giorni e quello giornaliero è circa un’ora e mezza prima della sua apparizione; per questo viene raffigurato mentre si gira a guardarla. La seconda costellazione nella metà settentrionale è l’Orsa Maggiore (alias L’Aratro, Immagine n. 17), rappresentata come coscia di toro.
Immagine n. 17 L’Orsa Maggiore come Coscia di Toro circondata da sette stelle. Con una catena, una dea sotto forma di ippopotamo gli impedisce di entrare nell’oltretomba; Travée B registro settentrionale
La sua designazione egizia Mesekhtyw è equiparata al nord in alcuni testi del periodo tardo. La gamba è incatenata e la catena è tenuta da una divinità ippopotamo (“La Grande”) per impedire che scenda negli inferi. nel mondo sotterraneo. È la manifestazione di Seth, l’assassino di suo fratello Osiride. Nel cielo, Seth non potrà mai raggiungere Osiride nella sua forma di Orione, ma come costellazione circumpolare è in grado di scendere un po’ al di sotto dell’orizzonte, almeno fino ad un luogo a sud come Esna, nell’Alto Egitto. Tuttavia, la catena gli impedisce di scendere oltre per danneggiare Osiride, il Signore degli Inferi. La disposizione di queste due costellazioni sul soffitto indica il Sud (Orione) e il Nord (Orsa Maggiore) nella loro posizione geograficamente corretta.
Prospettive future
È evidente, anche solo osservando questi pochi esempi, che il pronao di Esna è ricco di decorazioni policrome. Ora questa bellissima decorazione, accurata e vivida, può essere studiata in combinazione con l’impianto architettonico del tempio, cosa che non è stata tentata, e non poteva esserlo, fino a poco tempo fa. Ma il lavoro svolto dai restauratori ha portato anche alla scoperta di nuove iscrizioni e quindi alla conoscenza della teologia locale durante una delle ultime fasi della civiltà faraonica.
Fonte: Hisham el-Leythy, Christian Leitz e Daniel von Recklinghausen in “Ancient Egypt, The History, People, and Culture of the Nile Valley” vol. 21, N. 5 , Maggio/Giugno 2021. Pagine 13-21
Voglio qui aggiungere un mio contributo a quanto già scritto in merito al personaggio storico di Neferuptah, principessa della XII dinastia.
Tra le illustrazioni allegate ai precedenti contributi, c’è un’immagine del sarcofago litico che reca sul fianco destro una brevissima iscrizione geroglifica posta su due righe (Museo Egizio del Cairo). La prima illustrazione ritrae il sarcofago nella sua interezza compreso il coperchio. Il lato presentato è quello destro e si può notare la decorazione in oggetto.
La seconda illustrazione mostra un dettaglio della decorazione. Le due righe geroglifiche si leggono da destra a sinistra visto l’orientamento dei segni.
Vediamo ora l’analisi filologica dell’iscrizione con il consueto schema su tre righe: traslitterazione, pronuncia IPA, traduzione letterale. Essa inizia con una classica formulazione offertoria secondo la quale il re fa un’offerta ad una divinità affinché ella interceda per la defunta.
TERZA IMMAGINE (ruotata orizzontalmente) ḥtp-di-(ny-)swt [hetep-di-ni-sut] Un’offerta che il re da
wsir nb anḫ [usir neb ank] ad Osiride, signore di vita,
n kȜ n (i)r(y)-pꜤt [en ka en iri-pat] per il ka della principessa,
QUARTA IMMAGINE (ruotata orizzontalmente) imȜwt ḥswt [imaut hesut] la gentile, la lodata,
sȜt (ny-)swt n(y)t ẖt.f mrt.f [sat ni-sut nit ket.ef meret.ef] la figlia del re, del corpo suo, beneamata sua,
nfrw-ptḥ mȜꜤt-ḫrw [neferu-ptah maat-keru] Neferu-Ptah, giusta di voce.
L’antroponimo femminile ha il chiaro significato di “LA PERFEZIONE DI PTAH”. L’attributo “giusta di voce” (o peggio tradotto “giustificata”) ha il senso che la defunta non ha mentito dichiarando la propria confessione negativa durante la psicostasia (pesatura dell’anima).
Come aggiornamento filologico ricordiamo che Grandet & Mathieu ritengono che la formulazione classica abbia un significato diverso rimanendo inalterata la traslitterazione: ḥtp-di-(ny-)swt [hetep-di-ni-sut] Un’offerta che il re da… (traduzione classica) Possa il re placare… (nuova traduzione).
Questa rappresentazione di scrittura criptografica rappresenta chiaramente un cartiglio. Qui oltre alla scrittura enigmatica espressa solo con pittografia, c’è anche una palese spostamento dell’ ordine di lettura delle varie parole che compongono il nome. Le divinità che sono raffigurate all’interno del cartiglio fanno sembrare il personaggio come parte del regno delle divinità che aveva: la legittimità di Horus, il potere di Montu e Anhur, la protezione di Bastet . Per evitare che il suo nome venisse cancellato o distrutto dai suoi nemici, il titolare di questo cartiglio, fece per questo uso della crittografia, come era stato fatto da Hatshepsut e Ramses II prima di lui.
Accanto al testo criptografico inserisco anche il testo in chiaro.
Per prima cosa il nome del sovrano proposto nel cartiglio è presentato nel post: si tratta di Nectanebo II, terzo sovrano della XXXa dinastia.
Il rilievo (disegno) proviene dagli scavi di Tell Basta ovvero dalla città di Bubastis.
Nel testo criptografico, in pratica, vengono utilizzate tutte, meno una, rappresentazioni di dei.