Le statue dei sovrani erano una componente imprescindibile di qualsiasi tempio ed erano considerate come ritratti viventi.
La funzione svolta da queste statue si può dedurre dal loro aspetto esteriore, perché solo raramente è dato sapere quale fosse la loro collocazione originaria.
Nella statuaria i sovrani sono rappresentati sia nell’atto di compiere un’azione che in quello di subirla, sia in ruoli attivi e passivi.
Quando le statue raffigurano il re nelle vesti di offerente nell’atto di procedere con un piede in avanti o di orante inginocchiato, il sovrano appare nella sua veste di massimo detentore del potere culturale, mentre agisce al cospetto degli dei.
Quando è raffigurato sotto forma di sfinge, in qualità di garante del creato, le statue sono invece espressione del potere regale e divino.
Sfinge di Amenemhat II
Quando è rappresentato come singola figura stante o assisa su un trono, assume la funzione di oggetto di culto, adorato e destinatario di offerte.
Quando, invece, i gruppi statuari rappresentano il sovrano e gli dei a stretto contatto, egli gode della protezione e del riconoscimento delle divinità che lo hanno designato.
Anche l’analisi di alcuni elementi iconografici consente di riconoscere la persona rappresentata e ne sottolinea la funzione: è il caso dell’insolita veste indossata dalla così detta figura – sacerdote di Amenemhat III o dei segni della vita che Sesostri I regge nel pilastro osiriaco di Karnak.
L’analisi stilistica del modellato dei corpi e volti è un elemento significativo per determinare la potenza espressiva dei ritratti regali.
Amenemhat II
Ogni sovrano stabiliva infatti precisi criteri formali, anche veniva lasciato spazio alle differenze funzionali e stilistiche.
Si possono rilevare notevoli differenze della ritrattista reale durante la XI e la XII Dinastia :
Mentuhotep II mostra tratti massicci e pesanti.
Sesostri I lineamenti regolari
Amenemhat II una tesa intensità
Sesostri III concentrazione e forza di volontà
Amenemhat III una severità energica.
Mentre la statuaria reale è divina e parte integrante della magica protezione assicurata dal culto, le statue di committenza privata avevano tutt’altro valore.
Statua del Ka di Auibra Hor
Già nell’ Antico Regno le statue di privati, che non erano né regali né divine, potevano essere collocate lungo le vie culturali e processionali.
Più tardi, durante il Medio Regno, tali figure furono collocate anche all’interno dei Templi.
Rappresentavano persone che non partecipavano attivamente al culto, ma che acquisivano così, il privilegio di essere presenti allo svolgimento del culto è di poterlo, per così dire “contemplare”.
In questo modo venivano rese partecipi del sistema di sostentamento del tempio.
Anche le iscrizioni su queste sculture fanno riferimento alla loro partecipazione ai riti, dal momento che nella maggior parte dei casi comprendono proprio una formula di preghiera che invoca la possibilità di partecipare alle offerte destinate agli dei.
Molte di queste statue hanno posizione accovacciata, con le gambe incrociate o le ginocchia raccolte contro il petto, una postura che indica passività.
Statua di Sobekemsaf, governatore tebano
Per assicurare in eterno, non solo durante la vita terrena ma anche nell’aldilà, il perdurare della partecipazione al culto è la garanzia di vita che ne consegue, viene introdotto un nuovo elemento iconografico : un mantello aderente che avvolge il corpo della persona che, con le braccia incrociate e le mani in parte nascoste, richiama la figura di Osiride.
Alla fine del Medio Regno compaiono figure stanti, esse hanno le braccia distese lungo il corpo e le mani posate di piatto sui lati.
Le persone così raffigurate sono sacerdoti o funzionari di alto rango che anche nella vita partecipavano direttamente al culto..
Nel corso del Medio Regno, in due fasi successive, il tempio egizio si era aperto ai privati : in un primo momento era loro consentito l’accesso al tempio in qualità di “osservatori”, successivamente poterono partecipare al culto in prima persona, come oranti.
Fonte
Egitto terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
Presso il Museo Egizio di Torino è in corso la mostra IL DONO DI THOT dedicata alla scrittura geroglifica.
Due miei ex allievi sono andati a visitarla e, appena usciti, mi hanno inviato l’immagine di un pannello didattico. Memori dei corsi filologici svolti insieme hanno notato un imprecisione che hanno voluto sottolineare.
Tra le mie conferenze non poteva mancarne una dedicata alla celeberrima stele di Rosetta. La conferenza è diventata il Quaderno di Egittologia QdE31 LA CHIAVE DELL’EGITTO – La stele di Rosetta. Chi avesse intenzione di approfondire l’argomento trova il testo qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/la-chiave-dellegitto/
In questa sede vi mostro una delle diapositive / illustrazione della conferenza / libro. In essa si dettaglia precisamente come la stele è composta nelle diverse scritture e lingue.
Pur essendo un reperto egizio altrettanto famoso come la maschera d’oro di Tutankhamon, la stele di Rosetta purtroppo veicola anche delle bufale.
Innanzi tutto è stata compilata in: – geroglifico (scrittura della lingua egizia) – demotico (scrittura della lingua egizia) – greco antico (scrittura della lingua greca antica) Va da sé, quindi, che la stele è un documento BILINGUE TRIGRAFICO e non TRILINGUE come spesso è scritto dappertutto in modo direi piuttosto banale.
Il demotico e il geroglifico non sono lingue: sono grafie, sono scritture della stessa lingua (egizia) a tal punto che ambedue ossequiano la stessa grammatica. Volendo addirittura semplificare e sintetizzare al massimo, possiamo affermare che il demotico, facendo seguito allo ieratico, il quale faceva seguito al geroglifico, sono tre grafie diversamente tachigrafiche e che obbediscono tutte quante alla stessa grammatica. Dire che la stele di Rosetta è un documento trilingue è un’imprecisione abbastanza seria (secondo la mia modesta opinione).
Già che ci siamo riveliamo un’altra bufala. Nell’immaginario collettivo la Stele di Rosetta è diventata il simbolo della decifrazione della scrittura geroglifica. In realtà l’affermazione è decisamente eccessiva. Champollion non vide mai la stele e studiò solo dei calchi più o meno affidabili finendo poi per abbandonarla e privilegiare altri documenti e altri reperti. Per questo motivo la stele di Rosetta contribuì davvero al minimo nel compito di permettere la decifrazione della grafia geroglifica. Sicuramente i geroglifici egizi sarebbero stati comunque decifrati con o senza Champollion e soprattutto con o senza la Stele di Rosetta, ma certamente in tempi più lunghi. Documentazioni bilingue sono state repertate in seguito in quantità tali da poterlo permettere agli studiosi moderni.
Nome reperto: “Tell Basta no. 688” Luogo di ritrovo, Tell Basta (Bubastis). Risalente al: fine del Secondo Periodo Intermedio o all’inizio del Nuovo Regno. Trovato da: Shafik Farid nel 1962.
Durante gli scavi della SCA a Tell Basta svoltisi negli anni Sessanta, molte stele di private sono state scoperte, alcune risalenti all’Antico Regno[1] e altri al Nuovo Regno[2]. La maggior parte dei monumenti scoperti a Tell Basta furono trasferiti al Cairo con il registro, mentre alcuni altri sono stati scelti per essere esposti nel Museo Herya (Governatorato di Sharkia), che è proprio il caso della stele che intendiamo studiare in questo articolo e che è poi conservato nel museo (inv. n. 705 / immatricolata Tell Basta n. 688). Questo stele è stata scoperta da Shafik Farid nel 1962, insieme ad altre tre stele, in alcune località meridionali parte dei detriti del cosiddetto palazzo di Tell Basta[3].
Descrizione generale
Tavola di traduzione di “Tell Basta no. 688”.
Si tratta di una stele calcarea dalla sommità arrotondata con figure in bassorilievo incavato e geroglifici incisi appartenenti a un individuo chiamato Sȝ-ḥqȝt. Altezza: 28cm; larghezza: 22,5 cm; spessore: 4 cm. La lunetta della stele è decorata con un anello shen e una coppa fiancheggiata da due occhi wedjat; nella metà destra in basso, è raffigurato il proprietario della stele, seduto su una sedia a schienale alto con zampe di leone.
Indossa una parrucca con riccioli corti, un colletto e un lungo gonnellino. Con la sua mano destra porta al naso un fiore di loto, mentre la mano sinistra è appoggiata sul ginocchio; i suoi piedi sdraiati su un piccolo cuscino. Davanti a lui c’è una tavola per le offerte colma di pane, carne e cipolle. Il suo nome è scritto in una colonna, davanti alla sua faccia:
Sȝ-ḥqȝt
Sa-heqat
Di fronte a Sa-heqat c’è un altro uomo, di statura più piccola, che indossa una parrucca con riccioli corti e un corto kilt. Sta versando libagioni da un vaso di ḥs nella sua mano destra e con essa offre incenso la sua mano sinistra. Davanti al suo volto, due linee verticali di geroglifici menzionano il suo nome e il suo titolo:
[1] ỉr ỉn šmsw
[2] Sr
[1]realizzato dal (suo) seguace [2]Ser
La parte inferiore della stele contiene un’iscrizione geroglifica su tre righe:
[2] ȝpdw ḫt nbt nfr(t) wʿb(t) ʿnḫ nṯr ỉm.sn <di.f> snn ṯȝw nḏm m ḥtp n kȝ n
[3] Sȝ-ḥqȝt ỉn sn.f sʿnḫ rn.f šmsw Sr
[1] Possa il re dare a Ptah-Sokar-Osiris il grande dio, signore dell’eternità, in modo che possa dare invocazione-offerte di pane, birra, bestiame, [2] uccelli, ogni cosa buona e pura che il dio fa continuare a vivere (e affinché possa dare) il respiro di aria dolce in pace, al ka di [3] Sa-heqat, è suo fratello che fa rivivere il suo nome il seguace Ser.
II RITROVAMENTO DELLA STELE
La stele è stata scoperta in uno strato di detriti, 50 cm sopra le stanze meridionali del cosiddetto Palazzo del Medio Regno, che suggerisce una datazione della stele dopo la distruzione del palazzo. Il monumento presenta molte caratteristiche del tardo Medio Regno o dell’inizio del Nuovo Regno, vale a dire: – la forma della lunetta, non del tutto semicircolare ma appena un po’ sinuosa e formante un angolo che separa nettamente la sommità della stele dalla sua parte inferiore, appartiene al tipico tipo II come definito da R. Hölzl, datato alla XIII dinastia e successive; – il posto dell’anello shen tra gli occhi wedjat, essendo anche leggermente al di sopra di essi, è tipico della XVIII dinastia; – le figure che separano la lunetta dal testo sottostante sono tipiche dello stile del Nuovo Regno; – la forma scritta di nṯr ʿȝ, subito dopo il nome Osiride, la frase “che il dio vive”, così come il nome Ptah-Sokar-Osiride sono tipici di un periodo molto tardo nel Medio Regno e dopo; – la forma scritta di dỉ nswt ḥtp, una caratteristica di tipo II come definita da P.C. Smith, 8 è in uso nei graffiti appartenenti alla “cultura del documentario” fin dal regno di Amenemhat II, ma oltre monumenti votivi privati emblematici della “cultura geroglifica” solo dalla fine del sec 13° dinastia alla fine della 17° dinastia; – la forma scritta di snn, derivata dal verbo sn “respirare”, è attestata solo dal Nuovo Regno in poi; – il nome del proprietario Sȝ-ḥqȝt non è attestato con questo modulo in PN, 11 ma, d’altra parte, a l’uomo chiamato Sr è conosciuto sotto il Nuovo Regno.
Pertanto, tutte le caratteristiche sopra menzionate suggeriscono che la stele sia stata probabilmente realizzata verso la fine del Secondo Periodo Intermedio o all’inizio del Nuovo Regno.
GLI ATTORI DEL RITUALE E AI QUALI VIENE DESTINATO
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La formula ỉn sȝ.f sʿnḫ rn.f “è suo figlio che ravviva il suo nome” si trova già nel Medio Regno fino alla fine del periodo faraonico, portandolo ad essere considerato il più comune antica formula egiziana accanto al dỉ nswt ḥtp. Anche altri membri della famiglia sono stati in grado di eseguire la formula su molti dei loro parenti. Così come il figlio che si è occupato di far rivivere il nome di sua madre, la figlia poteva anche far vivere i nomi di suo padre e di sua madre. In alcuni casi, il figlio e il figlia sono entrambe rappresentate sulla stessa stele che fa rivivere i nomi dei genitori: il figlio quindi fa rivivere il nome di suo padre mentre la figlia fa rivivere il nome di sua madre. Di tanto in tanto, anche il nipote è raffigurato mentre fa rivivere i nomi dei nonni, come può far rivivere la moglie il nome del marito e viceversa. Seguendo questo modello, le persone senza figli venivano spesso elogiate da un fratello, come accade sulla stele “Tell Basta no. 688”. Inoltre, si possono trovare altri esempi in cui una sorella, fedele e seguace o una donna che fa rivivere il nome di sua sorella.
NOTE:
[1] MI Bakr, Tell Basta I. Tombe e Usanze funerarie a Bubastis, Il Cairo, 1992, p. 92-101.
[2] L. Habachi, Tell Basta, CASAE 22, 1957, tav. 38-A.
[3] L’edificio, prima inteso da lo scavatore come tempio del Medio Regno (vedi Sh. Farid, “Preliminary Report sugli scavi delle antichità Dipartimento di Tell Basta (stagione 1961)”, ASAE 58, 1964, pag. 90, fig. 4, e tav. 12) è stato poi reinterpretato come Medio Palazzo del Regno (Ch.C.Van Siclen III, “Osservazioni sul Palazzo del Medio Regno a Tell Basta”, in M. Bietak (a cura di), House e palazzo nell’antico Egitto, Vienna, 1996, pag. 239-246; Cr. Tietze, M.Abd El Maksoud, Tell Basta, Una guida al Sito, Potsdam, 2004, pag. 18-20); le testimonianze archeologiche e topografiche a dimostrare che la prima interpretazione del ricostruire come un tempio è accurato (soggetto di un ulteriore studio).
Fonte:
BULLETIN DE L’INSTITUT FRANÇAIS D’ARCHÉOLOGIE ORIENTALE (pdf).
Sarcofago di Sepi ( particolare) – Deir el-Bersha, tomba di Sepi III (XII Dinastia) Legno dipinto, Larghezza 65 cm. Museo Egizio del Cairo – JE 32868 Mentre le pareti interne del sarcofago sono semplici righe di geroglifici, quelle interne sono riccamente decorate con motivi pittorici di grande raffinatezza. Nella parte inferiore del particolare qui raffigurato compaiono i Testi dei Sarcofagi.
I sarcofagi del Medio Regno presentavano ricche decorazioni che, nell’ambito delle sepolture private, si differenziavano in varie tipologie locali.
La forma e la decorazione pittorica dei sarcofagi derivavano dalla concezione della sepoltura come dimora per l’eternità.
Il tipo di sarcofago più frequente era realizzato assemblando assi lignee rettangolari ed era dipinto all’esterno con motivo architettonici e decorativi tipici dell’edilizia privata.
Nel corso del Medio Regno fecero la loro comparsa I sarcofagi interni antropomorfi, decorati con l’immagine di una mummia avvolta in un lenzuolo di lino, che venivano posti all’interno del sarcofago principale.
Questa tipologia sarebbe diventata la più diffusa nel Nuovo Regno.
Il sarcofago era orientato verso est, spesso all’estremità della testa o vicino ad essa venivano dipinti due occhi, grazie ai quali il defunto poteva simbolicamente guardare verso l’esterno.
Poteva vedere il sole sorgere a est, seguire il viaggio quotidiano del dio Ra.
Sarcofago di Senbi (particolare) -Meir (B1), XII Dinastia Legno dipinto, Altezza 63 cm, Lunghezza 212 cm Museo Egizio del Cairo – JE 42948
Questo sarcofago rettangolare simboleggia la concezione della tomba come dimora per l’aldilà. I particolari architettonici, quali il basamento e i montanti dell’edificio ligneo, la porta a due battenti, le stuoie, i tappeti e le fasce finemente decorate che ornano la facciata , sono resi con grande raffinatezza. L’artista ha ottenuto un delicato gioco di colori, accentuando le tonalità del bruno-verde e del bruno-rosso, infra Mezzate da zone cromatiche più intense.
Sui sarcofagi veniva spesso raffigurata una falsa-porta, che permetteva all’ “anima” del defunto di uscire e rientrare a suo piacimento.
Tra gli altri motivi decorativi ricorreva anche il cosiddetto fregio degli oggetti di uso comune, messi a disposizione del defunto.
Le pareti interne recavano formule funerarie, la lista delle offerte e i “Testi dei Sarcofagi”, una raccolta di formule che grazie al loro magico potere accompagnavano e proteggevano il defunto nel suo lungo viaggio nell’aldilà.
Fonte
Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
Durante le mie conferenze sono spesso interrogato sull’organizzazione del lavoro che si svolgeva nell’antico Egitto. Soprattutto lavoro cantieristico, quello cioè che riguardava l’edificazione di monumenti oppure delle tombe dei re. Il tenore delle domande dimostra che l’argomento è di interesse generale, ma spesso i quesiti sono inquinati da vere e proprie bufale distribuite appositamente da siti acchiappaclik che hanno tutto l’interesse a diffondere teorie strampalate. Solo un’analisi superficiale può considerare queste ultime come realistiche (ad esempio le moltitudini di schiavi (soprattutto Ebrei, non si capisce bene perché)) sfruttati in massacranti e infiniti turni di lavoro sotto il solleone cocente e la frusta di sadici aguzzini nilotici.
Nel tentativo di focalizzare correttamente la questione ebbi l’idea di tradurre il reperto che qui presento facendolo diventare la lavorazione di uno dei mei Laboratori di Filologia Egizia. Concluso l’impegno didattico mi sembrò interessante trasformarlo in una conferenza. Dato il successo e l’interesse riscontrati, la conferenza divenne, a sua volta, il Quaderno di Egittologia 24. Per chi volesse approfondire la materia, lo trovate qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-registro-delle-assenze/
E veniamo ora al reperto vero e proprio.
Questo ostrakon, scritto sulle due facce, è conosciuto con il nome di Registro delle assenze dal lavoro. Fu redatto dallo Scriba della Tomba, sS n pA xr, [seʃ en pa ker], e riepiloga le giornate di assenza al lavoro di trentotto dei quaranta membri della squadra incaricati dello scavo e della decorazione delle sepolture reali della Valle dei Re e della Valle delle Regine.
L’ostrakon è un vero e proprio registro che un incaricato ha tenuto per 280 giorni durante l’anno 40 del regno di Ramesse II. È datato tra il 1279 e il 1213 a.C. Analizzando bene il frammento sembra che le giornate lavorative complete siano state all’incirca 70. A parte le festività e le altre giornate non lavorative sembra che la tomba per il faraone fosse sostanzialmente terminata intorno all’anno 40 del regno di Ramesse II ed è possibile che gli uomini fossero stati incaricati ad altri progetti.
Sulla parte destra di ogni lato del frammento è incolonnata, in scrittura ieratica, una lista di quaranta nomi scritti con un inchiostro nero.
Sulla sinistra ci sono delle date, anch’esse scritte in nero per file orizzontali.
Le giustificazioni delle assenze sono scritte sopra le date interessate con un inchiostro rosso.
ESEMPLIFICAZIONE
In questo modo il paziente lettore potrà rendersi davvero conto dell’importanza storica del reperto.
Quella che vi mostro è una diapositiva della mia conferenza IL REGISTRO DELLE ASSENZE – La vita operaia degli artigiani del re che ha dato origine al mio Quaderno di Egittologia QdE24. Chi volesse approfondire il tema, lo può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-registro-delle-assenze/
L’annotazione che lo scriba, incaricato della redazione del registro, riportò la possiamo dividere in tre parti: il nome del dell’operaio seguito da due giustificazioni di assenza dal lavoro per due date diverse. Vediamo insieme cosa impedì all’operaio di andare al cantiere in quei giorni.
“Traslitterazione”, [pronuncia IPA], traduzione:
“nxt-mnw”, [neket-menu], NAKHT-MIN (il significato dell’antroponimo è teoforo: (il dio) Min è possente)
“Abd 2 prt sw 7”, [abed secondo, peret, su settimo], secondo mese della stagione di Peret, il giorno settimo (nelle datazioni i numeri sono sempre ordinali anche se per brevità, sono scritti come cardinali. Inoltre, per convenzione, vengono espressi in lingua moderna.) “fA(.f) inrw n sS”, [fa.ef ineru en seʃ], porta egli pietre per lo scriba
“Abd 3 prt sw 27”, [abed terzo, peret, su ventisettesimo], terzo mese della stagione peret, giorno ventisettesimo, “Hmt.f bS”, [hemet.ef beʃ], la sposa sua ha le mestruazioni.
Il registro quindi ci fornisce una doppia giustificazione di assenza dal lavoro che, ai nostri occhi moderni, risuonano decisamente strane. Vediamo perché.
La prima ci dice che Nakht-Min non andò al lavoro perché dovette trasportare pietre per ordine dello scriba. Gli operai di Pa Demi (Deir el Medina) erano direttamente stipendiati dal re. Si tratta di una distrazione di personale? Potrebbe sembrare di sì. Lo scriba ordinò ad un operaio di non andare al cantiere della tomba regale per fare un altro lavoro sotto il suo comando. A pensarci bene, però, se si fosse trattato di un atto illegale non lo si sarebbe evidenziato proprio sul registro delle presenze da dove avrebbe sicuramente causato una denuncia a carico dello scriba furbacchione. No, quindi. Nessuna distrazione di mano d’opera. Molto probabilmente si trattava di un incarico indiretto, ma sempre relativo al cantiere stesso.
La seconda giustificazione è più curiosa della prima. L’operaio Nakht-Min è giustificato a non recarsi al lavoro perché sua moglie è mestruata. Se pensiamo che le donne lavoratrici moderne faticano non poco a stare a casa per lo stesso motivo, c’è da pensare davvero che la civiltà egizia abbia ancora molto da insegnarci. Il marito sta a casa a svolgere le incombenze domestiche a causa dell’impedimento mensile della moglie. Davvero avanti. C’è però da riflettere su una cosa importante. La stessa giustificazione viene concessa al padre per le mestruazioni delle figlie. A parta l’evento di un “menarca”, con la probabile festa per la bimba diventata donna, c’è da prendere sul serio la situazione. Nell’antichità la donna mestruata veniva considerata “impura”. La donna che aveva il ciclo veniva occasionalmente e periodicamente isolata dal resto del nucleo familiare e non poteva più partecipare, momentaneamente, alla vita sociale. Tutto tornava nella norma a ciclo concluso. A Pa Demi, come dimostro con la cartografia del libro, gli spazi abitativi erano piuttosto angusti e l’isolamento di una donna mestruata era pressoché impossibile. Va da sé, quindi, che non potendo isolare la donna, veniva isolato tutto il nucleo familiare. Quindi l’operaio non poteva recarsi al cantiere. D’altra parte immaginatevi la seguente situazione. Quale collega avrebbe accettato di buon grado di lavorare insieme ad un compagno considerato impuro e quindi latore di probabili infortuni ed incidenti? Probabilmente nessuno. Da qui l’azione preventiva: meglio che stia a casa sua per un giorno!
IL PRIMO FARMACISTA
Solo a scopo esemplificativo metto in evidenza un operaio particolare perché ha rivelato di essere specializzato anche in altre discipline.
Come al solito ho messo la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a chi non li ha ancora studiati.
La costruzione di monumenti così spettacolari richiese una minuziosa, rigorosa e, al contempo, mastodontica organizzazione del lavoro. Il personale che fu capace di realizzare queste opere titaniche, era composto da una moltitudine di addetti: tecnici, responsabili zelanti, amministratori, capi squadra, geometri,scribi, muratori, tagliatori di pietre e, infine, manovali. Si trattava, come si intuisce, di una miriade di persone che agiva principalmente per glorificare il re, ma anche per guadagnarsi, in questo modo, la propria immortalità. Fino al regno di Khaefra (Chefren), la documentazione al riguardo si riduce a laconiche indicazioni che, pur se sono riferite a qualche attore della costruzione, nulla ci dicono delle sue azioni , ma specificano solo le sue funzioni o responsabilità. Nulla ci viene rivelato riguardo alle loro concezioni, agli studi tecnici o ai progetti preparatori. Gli Alti Responsabili si mostrano un po’ più loquaci a partire dalla fine della IV Dinastia; ma la citazione di un cantiere o di una spedizione sembra essere null’altro che un pretesto per mettere in risalto i favori che avevano guadagnato presso il loro sovrano. Era prassi che le iscrizioni funerarie non facessero alcuna allusione a bozze e studi preliminari, altrimenti l’ispirazione divina delle disposizioni architettoniche sarebbe stata apertamente messa in discussione. E’ noto che durante il Nuovo Regno la conduzione ed il controllo del buon funzionamento di un cantiere avveniva secondo indicazioni e piani dettati dalla Ma’at, l’equilibrio immutabile che reggeva l’universo, e non c’è motivo di dubitare che fosse così anche durante l’Antico ed il Medio Regno.
Il ritrovamento di alcuni ostraca (Immagine n. 1) dimenticati, tuttavia, ci ha rivelato delle bozze d’architettura che ci permettono di intuire elementi sulle riflessioni che venivano elaborate all’epoca . A partire dall’Antico Regno, questi tipi di schizzi e disegni preparatori erano realizzati da scribi disegnatori, letteralmente “scribi delle forme”. Quando sievocano gli individui che hanno giocato un ruolo fondamentale nella costruzione di una piramide, la prima figura storica che balza alla mente è quella di Imhotep (Immagine n. 2), l’illustre Alto Funzionario del re Djoser (III Dinastia), la cui posterità ha sfidato i millenni.
Altre personalità si sono distinte dopo di lui: a partire dai suoi titoli, apprendiamo che Nefermaat (Immagine n. 3) fu a capo dei progetti architettonici del re Snefru.
Immagine n. 3 Frammenti provenienti dalla Mastaba M16 del principe Nefermaat e della moglie Atet. Il rilievo fu colmato con riempimento di paste colorate, cadute dopo l’essiccazione. Museo egizio del Cairo (da Rainer Stadelmann “Le Piramidi della IV Dinastia” in “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.114)
Anche Rahotep (Immagine n. 4), suo fratellastro ricoprì sicuramente un ruolo primario quale responsabile dei lavori.
Immagine n. 4 Statua in calcare policromo del principe Rahotep. Assieme a quella della moglie Nofret fu rinvenuta nella loro mastaba a Meidum e data alla IV Dinastia all’inizio del regno di Snefru. Museo Egizio del Cairo (da Statue reali e private dell’Antico e del Medio Regno di Houring Sourouzian in “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.376)
Hemiunu (Immagine n. 5), figlio di Nefermaat, è generalmente consideratocome responsabile del progetto della piramide di Khufu(Cheope).
I papiri recentemente scoperti a Wadi el-Jarf, provano che Ankhaef (Immagine n. 6) era stato supervisore del cantiere di re Khufu (suo fratellastro), durante gli ultimi anni del regno. Debehen, Alto Dignitario sotto Menkhaure (Micerino), fu il primo ad aver lasciato testimonianze d’attività legate alla costruzione di una piramide*.
L’incarico di “responsabile dei lavori” veniva generalmente affidato al Visir, seconda carica dello Stato dopo il re, ma l’enorme mole di azioni da intraprendere gli lasciava di certo ben poco tempo per dedicarsi alla stesura dei progetti e alla messa a punto delle tecniche costruttive. Pertanto, per soddisfare i progetti più ambiziosi, un sovrano si aspettava che il suo ministro fosse in grado di circondarsi dei tecnici e dei dirigenti più competenti: i più talentuosi, in pratica, per portare a compimento l’impresa. I progetti più titanici, realizzati nell’arco di meno di un secolo, mai avrebbero potuto vedere la luce senza una vera e propria politica di ricerca di talenti, di sviluppo e soprattutto promozione. Le biografie mettono in risalto costantemente quegli individui che, essendosi distinti per la loro condotta, avevano conquistato il favore del sovrano, che non esitava a ricompensarli per il loro servizio. Era quindi importante introdurre una dinamica nel funzionamento di questi organismi, che contavano decine di migliaia di lavoratori, perché il tempo a disposizione era poco. Si intuisce, dai nomi dati a certe squadre o divisioni, che la competizione era uno dei loro fattori di motivazione: “squadra vigorosa”, “la duratura”, “possente è la corona bianca di Khnum-Khufu”
* Un certo Debehen, ciambellano, lasciò una testimonianza scritta sulla visita al cantiere funerario fatta dal suo sovrano. La sua tomba fu costruita nel cimitero centrale come ricompensa per i suoi servigi: <<quanto a questa mia tomba, è il re dell’Alto e del Basso Egitto Menkhaure, che viva eternamente, che me ne assegnò il luogo. Accadde che [Sua Maestà si trovava sulla] strada accanto alla tomba reale per ispezionare il lavoro di costruzione della piramide “Menkhaure è divino”; e il Maestro Reale dei muratori con [due] Artigiani dell’Altissimo e gli operai incaricati [vennero] a ispezionare il lavoro di costruzione del tempio. Poi misero cinquanta uomini a svolgere il lavoro in ogni giorno, e il completamento del luogo di imbalsamazione era destinato a loro…>> (Traduz. Alessandro Roccati)
L’ARCHITETTO IMHOTEP
Prima di proseguire nel percorso illustrativo dell’organizzazione dei cantieri egizi, mi sembra doveroso spendere qualche parola su quella straordinaria figura che fu l’architetto Imhotep. Per chi volesse approfondire ulteriormente la poliedricità di questo genio dell’Antichità consiglio vivamente una visita a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/10/29/imhotep/, dove il nostro Andrea Petta e Franca Napoli ci illuminano su Imhotep in qualità di medico.
E’ arcinoto che fu un illustre Alto funzionario del re Djoser (III Dinastia) e la sua fama ha sfidato i millenni. Fu divinizzato a partire dal Nuovo Regno e la sua mitica reputazione si è propagata in tutto il bacino del Mediterraneo fino, addirittura, a costituire un riferimento nei riti alchemici e massonici durante il Rinascimento. Di quest’uomo, a cui è attribuita l’invenzione della pietra da taglio ed il suo primo utilizzo su larga scala, l’unico documento pervenutoci della sua epoca è una menzione inscritta sullo zoccolo di una statua che attesta la sua esistenza e le sue alte cariche sotto il regno di Djoser, conservata presso il Museo Imhotep di Saqqara*: “Il cancelliere del re del Basso Egitto, il primo dopo il re dell’Alto Egitto, l’amministratore della grande proprietà, il nobile ereditario, il gran sacerdote di Eliopoli, Imhotep; carpentiere costruttore, scultore incisore, produttore di vasi.” (Immagini nn. 1-2)
La sua titolatura ci consente di vedere in lui l’ideatore del grande complesso funerario di Djoser.
In ogni caso, riguardo a questa epigrafe, secondo Ali Radwan, si possono cogliere i seguenti dettagli:
1. Non si tratta della “firma” di Imhotep
2. É l’unica menzione, ad oggi nota, dell’architetto nell’intero complesso di Djoser.
3. L’ultimo titolo inciso, qualifica Imhotep come scultore (gnwty), il che lascia supporre che fosse l’esecutore di questa e forse anche di tutte le altre statue del re.
4. L’ipotesi di Standelmann che sostiene che Imhotep fosse figlio di Djoser è difficile da accettare, in quanto neppure i figli di un sovrano godevano di un simile privilegio.
5. Si tratta, comunque, di un caso veramente eccezionale e denota la grande onorificenza tributata ad Imhotep per le sue capacità e il suo successo senza precedenti.
Nel complesso di Djoser (Immagini n. 3-4-5-6-7) è ancora possibile ammirare gli straordinari esiti raggiunti da Imhotep, la cui principale e più difficile impresa fu quella di creare una nuova architettura in pietra che riproducesse con precisione i precedenti materiali da costruzione (mattoni, legno, stuoie, canne, ecc.). Anche se non sono presenti colonne indipendenti, quelle incassate, fascicolate o scanalate e soprattutto le semicolonne a papiro, sono i primi esempi del genere nell’architettura egizia. Il complesso rimase un modello per le generazioni a venire non solo per l’uso della pietra come unico materiale da costruzione, ma anche per la perfezione raggiunta con la nuova tecnica. A titolo esemplificativo si pensi che i rilievi della tomba sud furono copiati in epoca saitica (circa due millenni dopo!!!!).
Gli sforzi scientifici nel sito furono iniziati da Cecil Mallaby Firth e James Edward Quibell, ma furono portati avanti e completati, per la maggior parte da Jean-Philippe Lauer. Per anni il compito più faticoso e straordinario di questo appassionato egittologo fu il restauro dei diversi elementi architettonici sparsi intorno al sito e la loro ricollocazione nella posizione originaria. Si può ben dire che i suoi sforzi abbiano prodotto la ricostruzione più ambiziosa e meglio riuscita nella storia dei lavori sul campo in Egitto. E’ proprio il caso di dire che re Djoser sia stato davvero fortunato ad avere due architetti interamente votati a lui: Imhotep, durante la sua vita, e Lauer nei tempi moderni!
Nell’Antico Egitto non esisteva una qualifica di “architetto” propriamente detto: si qualificavano gli individui che svolgevano queste funzioni come “responsabili dei lavori”. . Tuttavia, non si sa se Imhotep avesse questo appellativo, che in seguito fu molto comune tra i funzionari che avevano il compito di supervisionare il cantiere in nome del re.
Nel Nuovo Regno fu considerato un semidio, patrono degli scribi e personificazione dell’uomo saggio, figlio del dio Ptah.
In epoca saitica (XXVI dinastia, 664-525 a.C.) gli fu dedicato un tempio nei pressi del Serapeum a Saqqara e, nella regione menfita, fu considerato un dio guaritore. Le numerose statuette votive lo raffigurano seduto con un rotolo di papiro steso in grembo (Immagine n. 8 ).
Gli Egizi di epoca tarda gli riconoscono le qualità di un genio universale sulla base di una tradizione che dovette essere, senza alcun dubbio, sia orale che scritta. Un’inscrizione del tempio di Edfu riconosce in questo sapiente l’autore di una grammatica della costruzione, una guida per costruire un edificio perfetto.
Imhotep fu assimilato al dio greco della medicina, Esculapio e svolgeva la funzione di intermediario tra gli dei e gli uomini, intercedendo per i problemi più disparati: parti difficili, esorcismi contro i demoni, ecc. La popolarità del suo culto perdurò per tutta l’epoca greco-romana, quando divenne, con il nome di Imuthes, il protagonista di alcuni scritti di filosofia ermetica.
Si ritiene che la tomba di questo genio dell’antichità possa trovarsi presumibilmente a Saqqara nord, ma, a tutt’oggi, ancora non è stata trovata.
Purtroppo, non esiste, al momento, alcun altro documento che ci permetta di fornire una vaga idea delle alte imprese di questo celebre personaggio.
* Voluto da Jean Philippe Lauer (Parigi, 7/5/1902 – 15/5/2001), il Museo Imhotep è stato inaugurato nell’aprile del 2006 dalla Sig.ra Moubarak e Chirac). Lauer ha lavorato sul sito di Saqqara tra il 1926 ed il 2001 e, anche se il progetto che aveva immaginato non è esattamente quello che vediamo attualmente, bisogna riconoscere che i reperti presentati sono di qualità (privilegiata rispetto alla quantità) decisamente buona.
IL QUARTIERE DEGLI OPERAI
Le squadre erano strutturate e molto gerarchizzate. Si contavano divisioni i cui effettivi ammontavano fino a 2.000 unità. Ogni divisione era ripartita in due gruppi di 1.000 individui (aperu), ciascuno dei quali composto a sua volta da cinque “phylés” (sa) di duecento operai. Secondo i calcoli di Mark Lehner, affinché la Grande Piramide fosse completata nei tempi stabiliti bisognava consegnare e depositare almeno cinque blocchi al giorno, vale a dire un blocco ogni due ore (presumendo una giornata lavorativa di 10 ore). In quest’ottica sarebbe stato necessario mobilitare 1.360 lavoratori per il loro trasporto. Siccome ogni gruppo era formato da 1.000 individui si capisce bene che questo numero poteva essere elevato senza alcuna difficoltà a 2.000, vale a dire l’equivalente di un’intera divisione. Circa un altro migliaio di uomini poteva essere impiegato nel taglio e nell’adattamento dei blocchi. A queste stime vanno aggiunti gli artigiani impegnati nella produzione e riparazione degli attrezzi, i cavatori, il personale incaricato di nutrire e rifornire quest’esercito di lavoratori: un totale, valutato da Mark Lehner in almeno 20.000 anime. Tra l’altro questo numero non prende in considerazione la popolazione impegnata nella produzione e distribuzione delle derrate alimentari, né gli operai ed i trasportatori impiegati lungo le vie di spedizione. Il quadro relativo al cantiere non era perciò ristretto al solo sito di costruzione, ma riguardava l’intero territorio. Per poter gestire un così elevato numero di effettivi, gli Egizi dovettero gettare le basi della logistica, intesa come vera e propria scienza a parte, basandosi sul loro rigore amministrativo e contabile.
A Giza, non lontano dal cantiere, nel luogo denominato Heit el-Gurab, alloggiava una considerevole massa umana. Nel 1988, MarkLehner e l’ Ancient Egypt Research Associates (AERA) hanno scoperto un sito nei pressi della Sfinge che si è rivelato essere un vasto insediamento che un tempo serviva come base operativa per la costruzione dei grandi complessi piramidali. (Immagini nn. 1,2,3,4,5,6,7,8 )
<<Nel dicembre 1988, abbiamo iniziato a scavare in un sito, precedentemente sconosciuto, a 400 metri a sud della Sfinge, vicino a un monumentale muro di pietra, noto in arabo come Heit el-Ghurab (lett.”Muro del Corvo”). L’installazione, risalente alla IV dinastia, che abbiamo scoperto si è rivelata essere un insediamento urbano che si estendeva su più di 7 ettari. Costruita appositamente dall’ amministrazione reale, questa città servì come base operativa per la costruzione dei grandi complessi piramidali dei re Menkaure, Khafre e probabilmente Khufu. La sua numerosa popolazione di lavoratori, artigiani, dirigenti e amministratori lavorava direttamente o indirettamente per l’unico obiettivo di erigere la dimora eterna del proprio re.
Questa vasta città non solo ospitava gli operai che costruivano i complessi piramidali, ma anche coloro che sostenevano la città e la sua forza lavoro. Qui gli artigiani realizzavano le statue e gli arredi per i templi, nonché gli strumenti e le attrezzature per la realizzazione vera e propria delle strutture funerarie, mentre il personale di supporto lavorava per fornire alla città viveri e generi di prima necessità. Le strade e i vicoli del villaggio erano fiancheggiati da botteghe artigiane, cortili industriali, panifici, dispensari, cucine, magazzini, casette e residenze signorili,uffici per gli amministratori di cantiere.
Le materie prime provenienti da tutto l’Egitto affluivano nel sito per costruire, arredare e decorare i complessi piramidali e per produrre cibo, vestiti, ripari, strumenti e attrezzature da destinare alla forza lavoro. Durante l’annuale inondazione del Nilo, questi materiali venivano traghettati in barca fino alle porte della città su corsi d’acqua (ormai estinti da tempo), mentre altre volte vi venivano trainati da uomini e animali. Enormi silos reali si trovavano in un grande complesso dove il grano veniva distribuito per creare la birra e il pane utilizzati per nutrire questa massiccia forza lavoro.
Con il completamento della piramide di Menkaure, questo grande e trafficato insediamento fu dismesso e demolito. Gli strumenti, le attrezzature e le provviste ancora in uso furono portate via, mentre travi e mattoni di fango furono smontati per essere riutilizzati altrove, lasciando crollare muri e tetti. Il fatto che questo sito sia stato utilizzato per un periodo di tempo così breve lo rende prezioso per noi come capsula del tempo dei costruttori di piramidi>>.
Gli scavi qui condotti (e tuttora in corso) hanno fornito una grande quantità di informazioni sia sulla costruzione delle piramidi di Giza sia sullo sviluppo dello Stato egiziano. I team diretti da Mark Lehner, nel quadro del “Giza Plateau Mapping Project”, hanno riportato alla luce le vestigia di una serie di lunghe gallerie coperte, ognuna delle quali, si suppone, potesse ospitare da 40 a 50 individui. Questi grandi spazi servivano da parti comuni per proteggere le squadre durante la notte. Altri, ambienti avevano invece lo scopo di radunarle al momento dei pasti. Si è calcolato che non meno di 2000 operai venivano presi in carico dallo Stato in maniera continuativa, inquadrati attraverso un’ amministrazione che risiedeva non lontano dal villaggio. Il tutto era così meticolosamente organizzato e ad un livello tale che non è certo esagerato evocare una dimensione di tipo industriale. Gli scavi più recenti hanno rivelato degli strati più antichi, il che lascia intuire che l’insediamento esistesse già dai tempi di Cheope: si spera di poter riportare alla luce delle iscrizioni che lo attestino con assoluta certezza.
Del resto, una squadra tedesca, incaricata di studiare il sito di Dahshur, ha recentemente scoperto l’esistenza di strutture del tutto simili. Le misurazioni magnetiche hanno rivelato che le tracce reticolari rilevate per lungo tempo a sud della Piramide Rossa di Snefru nascondono i resti delle strutture murarie oblunghe che, senza dubbio, ospitavano i costruttori. Per cui si è certi che installazioni di questo tipo erano in uso almeno già all’epoca del predecessore di Cheope.
In linea generale si può definire “schiavo” un essere umano inteso come proprietà privata di terzi e privato di qualsivoglia diritto riconosciuto ad una persona libera. L’immagine biblica di migliaia di schiavi piegati sotto i colpi di frusta degli aguzzini egizi (Immagine n. 1), immortalata prima da artisti e poi dalla cinematografia hollywoodiana, ha contribuito a generare convinzioni tenaci e tuttora difficili da rimuovere dall’immaginario comune. Tanto che anche i recenti studi sulla società e l’amministrazione egiziana incontrano resistenze e difficoltà nel tentativo di correggere questa visione. E’ pur vero che, impegnati a ristabilire la verità o comunque un quadro più aderente a quella che poteva essere la realtà operativa di una società così lontana nel tempo (e nelle concezioni), diventa irresistibile la tentazione di pronunciarsi in ipotesi diametralmente opposte. Accade, infatti che per combattere credenze così radicate, alcuni storici non esitano ad affermare che le piramidi furono costruite unicamente da professionisti remunerati e liberi salariati. In realtà, anche una simile affermazione è piuttosto fuorviante e, come spesso accade è saggio considerare che la verità, probabilmente, si colloca in qualche parte tra le convinzioni più contrastanti. Vediamo dunque cosa si può osservare in merito.
La massa impegnata nei compiti più gravosi ed usuranti era composta da individui abituati a questo tipo di lavori: si tratta di operai non qualificati, sicuramente retribuiti come era consueto per persone di quel rango; vale a dire con salari che consentivano lo stretto necessario (o poco più) per il nutrimento, il vestiario, ecc. Inoltre, pensare che il lavoro venisse presentato loro come un’offerta che si potesse anche rifiutare è un idea che bisogna immediatamente respingere. Accadeva, infatti, che la stagionalità del lavoro nei campi liberasse un’ingente parte della popolazione durante alcuni mesi. Per trarre vantaggio da questa situazione veniva introdotta una corvée, una sorta di servizio obbligatorio. Nondimeno, il “villaggio degli operai” di Giza ha rivelato, come abbiamo visto in precedenza, che migliaia di persone vi dimoravano durante l’intero corso dell’anno e che il cantiere rimaneva operativo in maniera ininterrotta. Relazioni e testimonianze successive ci informano dell’intervento regolare di truppe dell’esercito durante l’esecuzione di lavori particolarmente imponenti. Non c’è da sorprendersi, in realtà, che queste fossero utilizzate come rinforzi quando il Paese non era impegnato in attività militari. In caso contrario, e per non vessare la popolazione, i sovrani potevano organizzare delle campagne in terre straniere e riportarne migliaia di prigionieri. Le campagne operate da Snefru in Nubia (Immagine n. 2) o da Amenemhat nel Vicino Oriente, ne costituiscono esempi perfetti.
In questo caso diventa molto più delicato considerare dei prigionieri come lavoratori cui venissero riconosciuti i diritti ordinari; sembrerebbe, piuttosto, che la loro condizione presentasse almeno qualche affinità con quella degli schiavi. Anche perché (opinione personale) il lavoro obbligatorio imposto agli egiziani quando i campi erano impraticabili, oltre che retribuito, forse, in misura leggermente migliore del solito, veniva affrontato con una ben diversa partecipazione, grazie alla convinzione (ampiamente propagandata) che si operasse per la gloria del sovrano. Una motivazione che è facile intuire, non aveva alcuna ragione di esistere per dei prigionieri.
In definitiva, se si eccettuano i responsabili e i capi squadra, si può concludere che il cantiere di una piramide si componeva di artigiani e operai qualificati da una parte e da una grande massa di manovali, più o meno costretti, in cui la proporzione di prigionieri dipendeva dall’attività militare del regno.
Come si diceva, l’immagine di migliaia di individui impegnati a trascinare blocchi a suon di scudisciate è probabilmente quella che più si fa strada nella mente di chi pensa all’Antico Egitto. Si è istintivamente portati a credere che le piramidi, ma anche tutti i colossali monumenti che costellano la Valle del Nilo, siano stati realizzati grazie al massiccio impiego di schiavi vessati e maltrattati. Una simile impressione è chiaramente veicolata dall’influenza di certa letteratura, che risente di interpretazioni errate dovute agli storici del passato, poi trasferite anche nell’ arte e nella cinematografia. L’ Antico Testamento, in particolare con il libro dell’ Esodo, ha di certo avuto una gran peso nella diffusione di questa convinzione, ma comunque i fatti narrati non c’entrano nulla con le piramidi (che erano antiche già di almeno un millennio all’epoca dei fatti narrati) e di fatto gli israeliti erano per lo più impiegati nella produzione di mattoni crudi (Immagini n. 3-4).
Probabilmente, la prima fonte dell’equivoco è da far risalire ad Erodoto, lo storico e viaggiatore greco (V sec. a.C.) che, al cospetto delle immani dimensioni delle piramidi, concluse, influenzato anche dai racconti dei contemporanei (ma le piramidi all’epoca del suo viaggio in Egitto avevano già all’incirca duemila anni!), che un simile progetto non potesse essere che il parto della mente di un sovrano dispotico e crudele. Da quel momento Cheope divenne il prototipo del tiranno assoluto, sebbene il suo culto, ancora attestato durante la XXVI Dinastia (672-525 a.C.) sembrerebbe smentire una così cattiva reputazione da parte degli egizi.
Tornando al nodo centrale dell’argomento, e per forza di cose riassumendo e semplificando al massimo una questione che meriterebbe ben altro approfondimento, mi sembra molto interessante il lavoro di Antonio Loprieno (nonostante sia risalente, credo, a oltre 30 anni fa) che fa notare come in una società come quella egizia, in cui il documento scritto pervade l’intera sfera comunicativa del singolo e dello Stato, manchi del tutto una codificazione dello status di “schiavo”*. Inoltre, nel corso di una civiltà che è stata protagonista per tre millenni ed oltre, bisogna tener conto dei mutamenti e delle evoluzioni etiche, sociali, politiche e di pensiero che si sono verificate, pur nella sua apparente (ma, appunto, solo tale) sostanziale immutabilità. Pertanto, sembra molto appropriata la scelta dell’autore di valutare i cambiamenti che hanno investito anche questa categoria umana nel corso delle varie epoche. Da una simile analisi si comprende, ad esempio, che nel Nuovo Regno, in particolare a seguito delle numerose campagne di espansione dell’Impero, sia divenuto più consistente l’impiego di individui assoggettati.
Ancora, Edda Bresciani, ci informa che nell’Antico Egitto esistevano certamente persone tenute a servire un’istituzione o un privato, avendo perduto la condizione di uomini liberi; tuttavia esse conservavano comunque il diritto a possedere beni, la possibilità di affrancamento e perfino quella di guadagnare una posizione più elevata nella scala sociale. Coloro che rientravano in questa categoria, per molti aspetti simile a quella dei “servi della gleba”, erano i cosiddetti “smdt” (soggetti) e gli “ḥmw” (servitori). Soltanto dall’Epoca Tarda, e particolarmente in quella tolemaica (304-30 a.C.), e siamo già in un Egitto che fa i conti con la cultura ellenistica, troviamo la categoria dei servitori “bak” (per lo più prigionieri di guerra e debitori), che possono essere considerati “schiavi” in senso stretto.
In definitiva, anche se non si può negare che nell’Antico Egitto si sia fatto ricorso all’impiego di materiale umano più o meno assoggettato e con livelli di costrizione più o meno severi, si può escludere che quella fu una società che abbia basato la sua natura etica, sociale, politica e culturale sul massiccio ricorso alla schiavitù, almeno per come la intendiamo noi. Siamo ben lontani, comunque, da crudeltà cui furono sottoposti, ad esempio, gli schiavi romani**, o in tempi più recenti i neri africani deportati nelle Americhe i quali oltre ad essere sottoposti a lavori massacranti, venivano privati, in pratica, finanche dello status di “uomini”.
In Egitto, mi preme ricordarlo, esisteva, invece, un limite etico che la “Ma’at”, imponeva a qualsiasi abitante della Valle del Nilo.
* Antonio Loprieno: “Lo Schiavo” in “L’uomo Egiziano” a cura di Sergio Donadoni, pag. 197
** Dione Cassio, Senecae Plinio raccontano, ad esempio, che nella villa di Pausylipon (Posillipo, Immagine n. 5), il proprietario, Publio Vedio Pollione, onoratissimo di avere come ospite l’imperatore Augusto, avesse ordinato di gettare in pasto alle murene il suo coppiere, resosi reo di aver rotto un prezioso calice di vetro. Solo l’intervento di Augusto, rimasto esterrefatto da una simile dimostrazione di crudeltà, salvò la vita dello sventurato; non solo ma ordinò che fosse mandata in frantumi l’intera collezione di Pollione.
Armant (provenienza incerta) XIII Dinastia Granidiorite, Altezza 150 cm Vienna, Kunst-historisches Museum AS 5051/5801 Base con piedi Dublino, National Museum of Ireland, 1889.503.
Si pensa che la figura stante avanzate del governatore tebano Sobekemsaf fosse originariamente collocata nel tempio di Montu ad Armant, dato che la formula di offerta si rivolge a ” Montu di Tebe abitante ad Armant”.
La pinguedine dell’uomo, la grandezza insolita per la statutaria privata del Medio Regno e l’abito in rilievo che arriva sotto il petto sottolineando il peso sociale di questo alto funzionario.
Fonte
Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konrmann
LE ISCRIZIONI
A cura di Nico Pollone
La statua proviene dalla collezione Miramar. Secondo il suo numero, la testa faceva parte della collezione acquisita nel 1855, che fu in gran parte donata dal viceré. Il corpo fu acquistato per il museo nel 1865 da Reinisch. Non dovremmo però stupirci troppo di questa sorprendente coincidenza, perché si è scoperto che le due collezioni di Miramar non sono state sempre tenute rigorosamente separate.
Oggi la statua è composta da due numeri di inventario: 5801 (corpo) e 5051 (testa). Il piedistallo è un calco dell’originale di proprietà del Museo Nazionale di Dublino.
Il testo è così distribuito.
Sul davanti del lungo grembiule sono incisi il nome e il titolo dell’uomo e il nome della madre che così recita: “(The speaker) L’oratore/araldo Sebek-em-sauf vero/giusto di voce , nato da Dat-nofret vera/giusta di voce”, mentre l’iscrizione sul pilastro posteriore riporta il nome e il titolo del padre seguito da una formula d’offerta.
Sulla base altra formula d’offerta con titoli e nome.
La maschera funebre di ‘1770’ con ancora frammenti dell’antica placcatura in foglia d’oro
Non sappiamo come si chiamasse. Sappiamo che visse durante l’epoca tolemaica, e che morì intorno ai 13 anni. Una maschera funebre, anticamente coperta da una foglia d’oro, ricorda vagamente quella di Merit al Museo Egizio di Torino, così lontana storicamente da lei.
La radiografia laterale mostra il corpo minuto di ‘1770’ all’interno del cartonnage che lo copriva. In alto, la maschera funeraria vista di profilo
Ora ha solo un numero per nome, un po’ come altri, terribili numeri che abbiamo conosciuto solo il secolo scorso. Si chiama, semplicemente, 1770 ed “abita” a Manchester dal 1896, quando Sir Filnders Petrie la spedì in Inghilterra dai suoi scavi intorno ad Hawara. A Manchester, quasi cinquanta anni fa è partito un progetto di analisi paleopatologica delle mummie conservate in quel museo che ha fornito e sta fornendo preziosissime informazioni.
L’equipe multidisciplinare di Manchester che ha eseguito l’analisi sui resti di ‘1770’
La mummia di ‘1770’, purtroppo mal conservata, ci racconta una storia terribile. Mani pietose la seppellirono, cercando di ricostruire ciò che la Natura le aveva portato via.
‘1770’ è morta dopo una sofferenza atroce, dopo aver subito l’amputazione di entrambe le gambe, una sotto il ginocchio e l’altra subito sopra. Probabilmente è sopravvissuta per qualche giorno, prima di soccombere.
Gli effetti terribili della dracunculiasi: in alto la gamba sinistra amputata sotto il ginocchio e in basso quella destra, amputata sopra
A sinistra: l’imbottitura messa per riempire lo spazio tra le gambe amputate di ‘1770’ e i finti arti inseriti per “ricreare” le gambe della povera ragazzina
Una radiografia della sua parete addominale ha rilevato la presenza di un particolare parassita, un maschio di Dracunculus medinensis, detto anche filaria di Medina o verme di Guinea. È probabilmente l’omicida di ‘1770’.
Evidenziato dalla freccia, il maschio di D. medinensis morto dopo l’accoppiamento e rimasto nella parete addominale di ‘1770’
Il D. medinensisè particolarmente bastardo. Entra nel corpo umano quando ingeriamo piccoli crostacei infetti del parassita, le cui larve, liberate dai succhi gastrici dello stomaco, dopo averne “bucato” la parete si riproducono nella parete addominale. I maschi muoiono subito dopo l’accoppiamento, mentre le femmine migrano verso gli arti inferiori dove provocano infiammazioni, ulcere ed ascessi attraverso i quali la femmina spinge le uova all’esterno in modo che, quando l’ospite umano si immerge nell’acqua di uno stagno o di un fiume, il ciclo si ripeta.
L’unico modo di far uscire il parassita è quando la femmina depone le uova ed una parte spunta dall’arto infetto, cercando di farlo avvolgere su un bastoncino. È un processo lungo e pericoloso: se la femmina si spezza e muore durante il processo dà luogo ad una infiammazione molto più acuta che manda facilmente in sepsi l’arto.
È probabile che sia quello che è successo a ‘1770’. I mummificatori hanno cercato di “riparare” il danno, con delle canne strette da un tessuto a simulare le gambe amputate fino a ricostruire uno dei due piedi, e ponendo nella fasciatura anche due sorte di pantofole colorate, un particolare commovente nella sua semplicità.
Una delle finte gambe ottenute avvolgendo nelle bende dei piccoli fasci di canne
Allo stesso modo gli imbalsamatori hanno provato a ricostruire anche uno dei piedi
Le “pantofole” colorate inserite nel cartonnage in modo che ‘1770’ potesse camminare nell’aldilà, un particolare commovente.
I RIMEDI
Non esiste nei papiri medici una cura farmacologica per la dracunculiasi, che gli antichi medici chiamavano la “malattia aat”: viene specificato che si deve trattare “con il coltello des” (Ebers 875) aprendo la carne del malcapitato e cercando di estrarre il verme con uno strumento chiamato “henu” (forse un paio di pinzette, o possibilmente un bastoncino intorno a cui avvolgere il verme).
Una procedura estremamente pericolosa che, come abbiamo visto, purtroppo per la povera ‘1770’ non ha funzionato.
La ricostruzione del volto di ‘1770’ effettuata dall’Università di Manchester ci permette di pensare a lei come la ragazza che era, quasi in età da marito, e non come ad un caso di paleopatologia.
Questo suggestivo tempionon si trova, come verrebbe naturale supporre, in Egitto bensì a Madrid. Siamo nel 1960. La costruzione della Grande Diga di Assuan, minacciava di sommergere i Templi della Bassa Nubia . L’UNESCO, in stretta collaborazione con i governi d’Egitto e Sudan, convocò la comunità internazionale affinché ci si adoperasse per il salvataggio di questo straordinario patrimonio storico e artistico, provvedendo allo smontaggio e alla traslazione in posizione sicura, rispetto all’innalzamento del livello delle acque. Il tempio di Debod, destinato a essere donato ad un Paese straniero per il sostegno al progetto di recupero, fu il primo a essere smantellato e le sue sezioni depositate sull’isola di Elefantina, ad Assuan. Nel 1968, il governo egiziano deliberò la sua donazione alla Spagna, per l’aiuto prestato nel salvataggio dei Templi di Abu Simbel. Due anni dopo, i blocchi furono trasferiti ad Alessandria dove furono imbarcati verso la nuova destinazione. La ricostruzione a Madrid ebbe inizio nel 1970 e nei mesi seguenti si provvide a impiantare giardini e realizzare degli stagni; furono montati i blocchi nubiani e ricostruite fedelmente le parti mancanti. Nel luglio del 1972, il tempio fu aperto al pubblico.
Le origini del Tempio sono da collocare tra il 195 e il 185 a.C., allorquando Adikhalamani, sovrano di Meroe, nell’odierno Sudan, fece costruire una cappella nella località nubiana di Debod, circa 25 Km. a sud della prima cataratta del Nilo. L’edificio, di pianta rettangolare con unico accesso sul lato orientale, era decorato con scene di offerte agli dei, distribuite su due registri, incise a rilievo e dipinte con colori vivaci. Della decorazione esterna, limitata alla porta di accesso, si conservano solo alcuni blocchi esposti, oggi, nella terrazza del Tempio. La cappella era dedicata a due divinità: Amon di Debod e Iside il cui santuario principale era situato sull’isola di Phile, 20 Km. a nord di Debod. Ad Adikhalamaniviene attribuita una piramide nella necropoli reale di Meroe, tuttavia, a parte un frammento di stele ritrovata a Phile, la cappella del tempio di Debod costituisce fino ad oggi la principale testimonianza del regno di questo sovrano meroitico.
Secondo portale fatto costruire da Tolomeo VI nel 172 a. C. La cornice contiene iscrizioni in geroglifico e greco.
Nel 172 a.C. Tolomeo VI (180-145 a.C.) fece erigere il secondo portale del tempio, dedicandolo alla dea Iside. Probabilmente a questo unico monarca si deve anche l’ampliamento del tempio intorno alla cappella costruita da Adikhalamani qualche anno prima.
Sigillo con la titolatura di Adikhalamani
Così, la cappella fu convertita in una sala posta all’interno del nuovo edificio, tra il vestibolo ed il santuario. Rifacendosi alla pianta del vicino Tempio di Iside a Phile, il nuovo tempio di Debod fu dotato, in aggiunta, di tre santuari nella parte posteriore , due vestiboli, magazzini e cripte. Una scala conduceva ad una terrazza che ospitava una cappella destinata, probabilmente, alla celebrazione di riti connessi alla resurrezione di Osiride. Il Tempio mantenne, durante questo periodo, la sua doppia consacrazione ad Amon di Debod e Iside, finché Tolomeo VIII (145-116 a.C.), fece costruire un naos per la dea, scomparso nel XIX secolo. Probabilmente fu Tolomeo XII (80-51 a.C.) a far erigere un altro naos, alquanto più piccolo, per Amon di Debod, attualmente esposto nel santuario principale del tempio.
Facciata del tempio ricostruita a Madrid. Fu decorata in epoca romana.
A seguito della conquista romana, avvenuta nel 30 a. C. e all’istituzione di una frontiera tra Egitto e Meroe, ebbe inizio un periodo di prosperità per la Bassa Nubia, durante il quale si eressero numerosi nuovi templi e si ampliarono quelli esistenti. Le installazioni romane nel tempio di Debod sono da attribuire essenzialmente ad Augusto ed erano distribuite nel vestibolo e nella facciata. Si tratta di rappresentazioni dell’imperatore nell’atto di porgere offerte agli dei Amon di Debod e Iside, nonché Osiride e Mahesa, tra gli altri. Quest’ultimo dovette acquisire all’epoca una certa importanza a Debod, dove appare rappresentato in diverse occasioni sempre insieme ad Amon di Debod. L’imperatore Tiberio, successore di Augusto, continuò la decorazione del vestibolo ma questa andò distrutta nel XIX secolo. Il mammisi, il primo portale e, forse, il terzo, il più vicino al tempio, scomparso all’inizio del XX secolo, risalgono all’epoca romana, così come una via processionale e una terrazza sul fiume, che non furono salvate durante campagne del 1960.
Rappresentazione delle divinità Amon di Debod e Mahesa, nel muro postriore del tempio. Epoca romana.
Particolare della scena di offerte dell’imperatore romano Augusto di fronte agli dei Iside, Osiride, Amon di Debod, Mahesa e Thot di Pnubs
Particolare della scena di offerta del sovrano Adikhalamani alle divinità di Debod. Epoca meroitica
Fonte: La descrizione di questo tempio è stata ricavata dal libretto illustrativo fornito durante la visita al monumento.
Le foto notturne in alto sono state scattate alcuni giorni fa da mio figlio durante la visita al complesso.
Le immagini successive, corredate di didascalie sono estrapolate dal libretto illustrativo (mi scuso per la cattiva qualità).
Per chi volesse saperne di più su questo monumento consiglio di visitare la pagina https://mediterraneoantico.it/…/il-tempio-di-debod…/ che presenta una descrizione storica e artistica del monumento molto dettagliata.
Il 6 dicembre 2022 ricorreva il 110° anniversario del ritrovamento del busto di Nefertiti, la celeberrima regina di Akhenaton.
Proviamo ad analizzare filologicamente il suo nome.
Facciamo riferimento ad un reperto custodito al Los Angeles County Museum of Art (5905 Wilshire Blvd., Los Angeles, CA 90036). Esso è catalogato dal museo americano come “Limestone Fragment with Cartouche of Neferneferuaten Nefertiti; Egypt, New Kingdom, 18th Dynasty, Reign of Akhenaten (1372-1355 BCE); Sculpture; Limestone; 6 3/16 x 2 3/4 in. (15.7 x 7 cm); Gift of Robert Miller and Marilyn Miller Deluca (M.80.199.53); Egyptian Art.
Da notare che, per qualche ragione, il pezzo non è disponibile al pubblico.
Il nome della regina è raccolto all’interno di un cartiglio ed è esposto in verticale. Non si tratta di un vero e proprio Protocollo Reale poiché questo è appannaggio solo del re. In ogni caso il cartiglio, durante la XVIII dinastia, racchiudeva anche il nome della consorte reale.
Nella prima parte leggiamo (lettura da sinistra a destra, da tenere presente la metatesi onorifica):
nfr nfrw itn [nefer neferu iten] Nefer-neferu-Aton Perfetta è la perfezione dell’Aton Con il senso che la perfezione del disco solare, nella riforma enoteistica di Akheanton, è assoluta. Nella grammatica egizia l’aggettivo qualificativo “nfr” [nefer] tende ad assumere diversi significati a seconda del soggetto di riferimento. Se è maschile veicola spesso il concetto di “buono”. Se è femminile veicola spesso il significato di “bello”. Se è regale o divino assume spesso la definizione di “perfetto”. Infatti un dio non può essere né bello, né buono (categorie estremamente limitate): egli è perfetto (categorizzazione assoluta).
Nella seconda parte leggiamo (lettura da destra a sinistra): nfrt iy.ti [neferet ii.ti] (Nefert-iti), Nefertiti La bella (donna): è arrivata ella. L’aggettivo “nfrt” [neferet] è qui espresso al femminile, mancando il sostantivo di riferimento è esso stesso un aggettivo sostantivato: “la bella”, ovviamente è sottinteso “donna”. Il verbo “iy” [ii] ha il significato di “venire, giungere”. In questo caso è accompagnato da un pronome personale terza persona femminile singolare “.ti” [ti] tipico di una forma che noi definiremmo stativo cioè è nella situazione di venire, di accadere.
Ricordiamo che, a causa del significato del proprio antroponimo, “la bella è venuta” ha fatto pensare a molti egittologici che la sposa di Akhenaton fosse di origine straniera. Oggi, questa ipotesi, è considerata del tutto superata.