Kemet Djedu

LA STATUA DI KAROMAMA MERITMUT

A cura del Docente Livio Secco

Sul retro della statuetta c’è un cartiglio con il nome della sacerdotessa. Il cartiglio ne determina l’appartenenza alla famiglia reale. Infatti suo padre fu Osorkon II e sua madre la regina Karomama I (XXII dinastia).

Proviamo ad analizzare i geroglifici. Possiamo dividerli in due parti:

1. La pagnotta (monolittero t [t]), l’avvoltoio capovaccaio (trilittero mwt [mut]) e il canale (bilittero mr [mer]).

TRASLITTERAZIONE: mr(y)t mwt

PRONUNCIA: [merit mut]

Siamo in presenza di una metatesi onorifica. Il nome della dea è graficamente anticipato, ma al momento della pronuncia va rimesso al suo posto.

TRADUZIONE: Colei che è amata dalla dea Mut.

2. Le braccia tese (bilittero kA [ka], bocca (monolittero r [r]), diacritico, [braccio] (monolittero a [a]), barbagianni (monolittero m [m]), [diacritico], braccio (monolittero a [a]).

TRASLITTERAZIONE: kA r(a) m a(.s)

Il braccio mancante lo deriviamo dal nome di sua madre, che porta lo stesso nome. Nel cartiglio di Karomama I, infatti, è presente.

PRONUNCIA: [ka ra em a(.es)]

TRADUZIONE: Il ka di Ra è sul braccio di ella.

Tutto ciò potrebbe benissimo funzionare se la principessa fosse stata tutta di sangue egizio.

Ma era figlia di Karomama I che sicuramente era una principessa straniera sposata, per motivi diplomatici, con Osorkon II.

Cosa significa questo?

Che tutta la costruzione e il lavoro di analisi sono stati inutili.

In realtà il nome KAROMAMA è la fonetizzazione italiana di un nome straniero a noi completamente sconosciuto come l’origine etnica delle due principesse a cui fa riferimento.

Il loro nome aveva la radice consonantica KRMM.

Gli egizi, per poter scrivere il suo nome, hanno semplicemente usato i geroglifici che più si avvicinavano alla pronuncia caricandoli di una significato del quale noi abbiamo fatto (INUTILMENTE) la traduzione.

(Con la collaborazione di Pietro Testa)

Vita quotidiana

LE ACCONCIATURE NELL’ANTICO EGITTO

A cura del Docente Livio Secco

Le acconciature nell’antico Egitto sono spesso interessate dalla manifattura di parrucche che differenziano caratteristicamente il genere maschile da quello femminile ma anche lo stato sociale.

Soprattutto tra il popolo non potevano essere diffuse perché il loro costo di produzione, ed anche la loro manutenzione, non erano indifferenti.

Quindi il popolano si acconciava con i suoi capelli naturali.

Per approfondire, (QdE49): CON LA SABBIA TRA I CAPELLI – LE ACCONCIATURE NELL’ANTICO EGITTO https://ilmiolibro.kataweb.it/…/con-la-sabbia-tra-i…/

C’è da chiedersi quanto tutto ciò influiva sulla manifattura delle corone soprattutto da parte delle popolazioni straniere che gli Egizi sottomettevano.

Per spiegarmi meglio vi mostro una diapositiva della mia conferenza ALLA TESTA DEL RE – LE CORONE NELL’ANTICO EGITTO che è diventato anche un testo della collana Quaderni di Egittologia e che, per approfondire, trovate qui (QdE22): https://ilmiolibro.kataweb.it/…/623283/alla-testa-del-re/

A sinistra potete vedere un’acconciatura Tutsi (Abatutsi in kirundi ed in kinyarwanda, impropriamente noti anche come Vatussi o Watussi).

A destra, sono sicurissimo che abbiate riconosciuto Ramesse II, allo statuario del Museo Egizio di Torino.

Al di là di pure ipotesi, non esistono prove archeologiche e storiche che si tratti di influenza, e neanche in che direzione l’influenza potrebbe essersi sviluppata. Nonostante ciò la curiosità della situazione resta davvero grande.

A proposito di corone: quante corone sono state repertate fino ad oggi e custodite nei musei mondiali?

Nonostante centinaia di sovrani egizi e centinaia di tipologie di corone egizie, ce ne sono pervenute … zero!

Solo diademi. Cioè la replica metallica del nastro che cingeva i capelli.

Questo cosa ci suggerisce?

Che le corone erano prodotte con materiali deperibili!

Tutankhamon

TUTANKHAMON: CHI ERA COSTUI?

Di Chiara Ba; revisione e aggiornamento del prof. Maurizio Damiano

All’epoca della scoperta della sua tomba, di Tutankhamon si sapeva solo che era esistito, aveva regnato ed era morto. In pratica, aprendo il suo sepolcro, Howard Carter stava tracciando le prime righe su un foglio bianco.

Ritratto di Tutankhamon, dal suo personale manichino. Da Wikipedia

Sembra assurdo a dirsi, ma a cent’anni da allora, dopo studi eseguiti con i più sofisticati mezzi a nostra disposizione, sono più gli interrogativi che non le risposte. Le iscrizioni sui vari oggetti presenti nella tomba sono tante, gli oggetti stessi sono appartenuti a varie persone, oltre al giovane re stesso, ma non ci aiutano molto a capire chi effettivamente fosse Tutankhamon, né la sua effettiva parentela con gli altri membri della sua famiglia, salvo qualche eccezione. Per queste informazioni si è dovuto cercare altrove. Aggiungiamo anche svariate credenze inesatte su di lui formatesi al di fuori dell’ambito degli studiosi, in seno ai media e ai social, frutto non della ricerca scientifica ma della voglia di stupire, di lanciare la notizia-bomba di certi dilettanti (spesso si autoproclamano “studiosi indipendenti”) amanti del sensazionalismo, e la confusione sarà completa.

Cominciamo comunque a sfatare alcuni miti.

Tutankhamon, il re fanciullo:

no; è morto giovane, certo, intorno ai diciotto anni. In Egitto, un maschio era considerato adulto verso i quindici, quindi Tutankhamon non era affatto un fanciullo, ma un uomo.

Tutankhamon come dio Nefertum che emerge dal fiore di loto.
Ritratto del re in età infantile. Museo Egizio del Cairo

Tutankhamon non era di sangue reale, e regnò solo perché aveva sposato una principessa:

assolutamente falso; sua moglie Ankhsenamon era la terzogenita della coppia Akhenaton e Nefertiti. Tutankhamon era assolutamente di sangue reale: un blocco di pietra trovato a Ermopoli lo definisce “figlio del re, del suo corpo”, quindi figlio carnale, non adottivo. Purtroppo, il blocco non riporta il nome del re. L’esame del DNA poi toglie ogni dubbio: Tutankhamon era effettivamente un membro della famiglia reale.

Tutankhamon e Ankhesenamon: la regina sparge un profumo sul pettorale del marito. Immagine scolpita sullo schienale del trono. Una curiosità: il nome scritto nel cartiglio è già Tutankhamon, mentre in altri posti del trono è ancora Tutankhaton. Museo Egizio del Cairo

Tutankhamon è figlio di Akhenaton e Nefertiti:

no; la teoria è stata sostenuta in passato da molti egittologi in mancanza di altre prove e a causa degli oggetti col nome di Tutankhaton rinvenuti nel Palazzo Nord di Amarna, una delle sedi della famiglia reale e un tempo creduta specialmente di Nefertiti. L’avanzare delle ricerche scientifiche, con i test del DNA, oggi hanno permesso di stabilire con una probabilità superiore al 99,90% che i genitori sono identificabili con due mummie: quella maschile della KV55, che molti ritengono sia lo stesso Akhenaton (convinzione rafforzata dallo studio dei geroglifici abrasi e del DNA di Amenhotep e Tiye, suoi genitori), e la Younger Lady rinvenuta nella KV35YL, che alcuni hanno ipotizzato essere Nefertiti, ma la cosa è lungi dall’essere provata. Il DNA prova che i genitori di Tutankhamon erano fratelli carnali, che erano figli di re Amenhotep III e della sua regina principale Tiye, e che forse morirono relativamente giovani. Non entro in particolari perché il discorso può farsi davvero lungo; comunque, per età e, per quanto riguarda solo lei, per DNA, le due mummie non possono essere identificate con Akhenaton e Nefertiti. L’Egittologo Maurizio Damiano, curatore della mostra inaugurata in questi giorni a Venezia (Palazzo Zaguri), specifica: “Attenendoci ai fatti, possiamo ricordare che l’unica sorella di Akhenaton che ha i titoli di: “Erede Regale”, “Figlia di Re, Sorella di Re, Moglie di Re e Madre di Re” è Sitamon. E in effetti solo lei è: “Erede Regale” (era la maggiore delle figlie di Amenhotep III e Tiye; inoltre aveva sposato il padre divenendone la regina), “Figlia di Re (di Amenhotep III), Sorella di Re (di Akhenaton), Moglie di Re (di Amenhotep III; poi di Akhenaton?) e Madre di Re (di Tutankhamon?)”: Sitamon è dunque l’unica per cui tali titoli possano essere giustificati, se generò Tutankhamon, e il DNA completa il quadro, andando ad aggiungersi ad altre prove, quelle trovate in uno dei palazzi reali.”

In ogni caso, Tutankhamon era di sangue reale.

Statua colossale che rappresenta Tutankhamon e Ankhesenamon nelle vesti degli dèi Amon e Mut. Successivamente usurpata da Horemheb. Tempio di Luxor. Da Wikipedia.

Tutankhamon fu assassinato con un colpo in testa:

no, assolutamente no. Il trauma cranico esiste, ma è stato sicuramente inferto post mortem, in sede di mummificazione.

Tutankhamon fu assassinato dal suo successore Ay, che usurpò il trono:

assolutamente no. A parte il fatto che oggi sappiamo che Tutankhamon non fu affatto ucciso, le ricerche storiche hanno appurato che Ay non solo non fu un assassino (tesi da romanzo e non di storia) né un usurpatore, ma che al contrario cercò in ogni modo di salvare la dinastia. Ay infatti fu molto probabilmente parente di Tutankhamon (prozio, in quanto fratello della nonna, la regina Teye). Alla morte del giovane re, che non aveva figli, l’ultrasessantenne Ay era il parente maschio più prossimo al trono, il primo in linea di successione e la carica più alta da molti anni. Quindi, NON un usurpatore.

Il nuovo faraone Ay (a destra) effettua la cerimonia dell’Apertura della Bocca sulla mummia di Tutankhamon (a sinistra). Tomba di Tutankhamon. Da Wikipedia

Tutankhamon era deforme, con un piede assai torto, larghi fianchi femminei e denti sporgenti che fuoriuscivano dalle labbra:

si tratta di una ricostruzione famosa, ma del tutto fantasiosa, volta solo al sensazionalismo mediatico. Basta osservare la mummia per capire: la torsione appare molto meno pronunciata di quella mostrata nella ricostruzione. Il re aveva poi una struttura esile, con fianchi stretti. Quanto ai denti, presentavano un certo prognatismo, carattere di famiglia, ma non tale da giustificare lo sporgere degli incisivi dalle labbra. In realtà, la mummia presenta questo aspetto per il naturale ritirarsi postmortem dei tessuti.

Da sinistra a destra: La mummia di Tutankhamon, statua raffigurante Amenhotep IV–Akhenaton, la ricostruzione dell’aspetto fisico di Tutankhamon.
Immagine tratta dal blog La civiltà egizia, per gentile concessione del prof. Maurizio Damiano

Come si sia arrivati alla presunta ricostruzione fisica di Tutankhamon ce lo ha spiegato il prof. Maurizio Damiano proprio in un articolo di questo blog (https://laciviltaegizia.org/2021/01/11/ma-alla-fine-vogliamo-ragionare-davvero-sul-povero-tut/): l’operazione commerciale (e non scientifica) eseguita è stata fatta unendo la mummia (a sinistra) con il singolare aspetto fisico presentato dalle statue di Amenhotep IV – Akhenaton, e accentuando i problemi fisici realmente esistenti. Si prega di osservare il piede sinistro: nella ricostruzione, appare con una torsione inesistente nella realtà. Tutankhamon soffriva di piede equino, un’anomalia che rende fastidioso poggiare il tallone, e si manifesta dunque in un lieve fastidio che non dà neanche una vera zoppia.

Torniamo poi alla singolarità delle statue più antiche di Akhenaton, periodo cui appartiene questa riprodotta qui sopra: si trattava di raffigurazioni molto simboliche, non certo dei ritratti. Il faraone era considerato padre e madre insieme dei viventi, una sorta di Divino Androgino (rifacendosi al dio Hapy, spirito della piena nilotica): la statuaria di Akhenaton rispetta appunto questi canoni, mostrando il faraone con fianchi ad anfora e un accenno di seno. I tratti somatici erano stati molto accentuati perché la statua, di proporzioni colossali, era destinata ad essere vista da vari metri più in basso, e le proporzioni si sarebbero corrette automaticamente con la visione di scorcio. Nelle statue più tardive, e comunque in quelle di dimensioni più ridotte, destinate ad essere viste da un’altezza normale, Akhenaton presenta dei tratti non così esasperati.

Un’assurda “ricostruzione” fantasiosa, dunque, cui la scienza e la realtà storica sono del tutto estranee.

Akhenaton, con in capo il Khepresh, la corona blu. Notare che i tratti del re appaiono molto più realistici. Da Wikipedia.

Tutankhamon fece scolpire una maledizione nella sua tomba:

proprio no! Gli egizi facevano uso di magia, certamente, ma in nessuna parte della tomba o dei sarcofagi si trova la formula “la morte sopraggiungerà su rapide ali per colui che disturba il sonno del re”. Ora, a parte il fatto che gli egizi non vedevano la morte come un essere alato, e quindi non avrebbero usato questa immagine, si è trattato di una commistione di casualità e idea pubblicitaria.

Lord Carnarvon, mecenate di Carter, per non intralciare i lavori con infinite interviste, aveva concesso l’esclusiva mondiale al Times. Questo indispettì non poco gli altri giornalisti, che non avevano notizie di prima mano per le loro testate. Fu allora che avvenne la prima casualità: un cobra, il serpente simbolo della regalità dei faraoni, divorò il canarino di Carter. Allora, una scrittrice amante del paranormale, Marie Corelli, avvertì Carnarvon di una possibile maledizione se si fosse profanata la tomba. Intervenne Arthur Conan Doyle (sì, proprio l’autore di Sherlock!): giornalista e pure lui appassionato fino al fanatismo dell’occulto, uomo che “voleva credere”, che con una battuta contribuì non poco (e piuttosto involontariamente) alla diffusione delle voci sulla maledizione (Conan Doyle contribuì a diffondere anche altri “eventi” paranormali di epoca vittoriana). Lord Carnarvon, a distanza di un anno dall’apertura della tomba, morì improvvisamente a causa della puntura infetta di un insetto. Vittima della maledizione, senza dubbio! Poco contava il fatto che lord Carnarvon fosse un uomo fragile, di salute assai malferma, e che le infezioni, ieri come oggi, siano all’ordine del giorno, a maggior ragione in un uomo malato. Aggiungiamo il fatto che i giornali non avevano notizie di prima mano sulla tomba, data l’esclusiva concessa al Times! I giornalisti si gettarono sul caso e lo gonfiarono a dismisura.

Ci vollero otto anni per lo sgombero totale della tomba, e per otto anni si continuò a ventilare sulla maledizione. Non ci si chiese perché lo stesso Carter, o il dottor Derry che effettuò l’autopsia, o lady Evelyn, continuassero a vivere senza problemi. Né in seguito si fece cenno al fatto che persone come sir Alan Gardiner (che tradusse i geroglifici della tomba) o il tenente inglese di guardia alla tomba che per tutti quegli anni vi aveva dormito, fossero morti in età molto avanzata (il tenente morì quasi centenario). Bastava che morisse un parente, un amico, una qualunque persona legata in qualsiasi maniera alla tomba, che non si avevano dubbi, Tutankhamon aveva colpito! Ci fu persino chi si suggestionò al punto da suicidarsi “per non dover più attendere”. Si parlò di maledizione anche quando morì Carter, ben diciassette anni dopo. La stragrande maggioranza degli “implicati” nella spedizione morì a circa 20/30 anni di distanza dall’apertura della tomba.

Per la cronaca, lady Evelyn morì a 79 anni, nel 1980. Forse, la maledizione aveva perso il suo effetto. La verità è che se prendessimo un celebre monumento, come il Colosseo, e tenessimo il conto di coloro che entro i 30 anni successivi sono morti, magari in incidenti, la maledizione sarebbe una “realtà” per ogni luogo, ogni persona.

Da sinistra: Lord Carnarvon, sua figlia lady Evelyn e Howard Carter. Da Wikipedia

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LA VITA

 Nacque presumibilmente nella capitale Akhet-Aton, intorno agli anni 10/12 del regno di Akhenaton, forse anche dopo, e alla nascita gli fu imposto il nome di Tutankhaton, “Immagine vivente di Aton”. I suoi genitori erano fratelli, entrambi figli di Amenhotep III e della regina Tiye. Il padre di Tutankhaton fu re: escludendo l’effimero faraone Smenkhkare (di cui non è certa neppure la reale identità) per quanto detto sopra il più probabile, e quasi certo candidato alla paternità, è Akhenaton. La madre morì quando Tutankhaton doveva essere neonato o poco più; sorvoliamo sulle teorie sul fatto che fosse assassinata, basate sulla mummia che reca un colpo devastante al viso: attribuita prima a danni post mortem dovuti ai tombaroli, un’analisi indiretta con la TAC “sembra” far pensare ad una ferita pre mortem, senza approfonditi studi in tal senso; il caso resta ancora da studiare nello specifico. Il bambino ebbe una nutrice, Maia, che egli dovette amare molto e a cui concesse una tomba regale nella necropoli di Sakkara. Alain Zivie, lo scopritore della tomba, ritiene ci siano indizi per identificare questa Maia con Meritaton (pronuncia antica simile a Maiati), la figlia maggiore di Akhenaton, principessa reale.

A circa otto anni Tutankhamon salì al trono, assistito da un consiglio di reggenza di cui facevano parte il suo parente Ay e Horemheb, entrambi futuri faraoni. A quell’epoca il giovane re era probabilmente già sposato con Ankhesenpaaton, sorella minore di Meritaton e più grande di lui di almeno cinque anni.

Dopo il fallimento totale di Akhenaton, la figlia primogenita e suo successore, Merytaton, regnò almeno 3 anni e riportò ufficialmente l’Egitto alla religione tradizionale (che del resto non era mai sparita, nonostante la chiusura forzata dei templi); i due giovanissimi regnanti cercarono di cancellare le tracce del breve regno di Merytaton e di far apparire Tutankhamon come il diretto successore del padre e colui che realizzò la Restaurazione, in realtà iniziata dalla sorellastra; la corte fu spostata a Menfi, antica capitale d’Egitto; i regnanti avevano probabilmente cambiato i loro nomi in Tutankhamon e Ankhesenamon ben prima dell’incoronazione, sottolineando così il ritorno all’ortodossia. Durante il regno di Tutankhamon prima, e di Ay poi, non vi fu alcuna persecuzione contro i seguaci di Aton, e l’ex capitale, Akhet-Aton, non fu abbandonata all’improvviso, ma si spopolò lentamente, in pochi anni, con la partenza della corte.

Successivamente, una delle capitali d’Egitto tornò ad essere Tebe, com’era stato prima della parentesi di Akhenaton. Tutankhamon, presumibilmente guidato da Ay, pur mostrando di voler tornare alle antiche tradizioni, non volle concedere troppo potere al clero di Amon; ma ricordiamo che sono proiezioni mentali e culturali odierne quelle che attribuiscono a un “clero di Amon strapoteri tali da opporsi al faraone. In Egitto infatti quella del clero era una struttura religiosa, legata al tempio ma il clero in sé era composto da civili nominati dal faraone, che poteva rimuoverli o trasferirli in qualsiasi momento, facendoli tornare ai precedenti incarichi (spesso anche generali dell’esercito).

Nel corso del suo regno, Tutankhamon si fece rappresentare come condottiero, ma in realtà non vi sono prove di una sua partecipazione a battaglie e anzi è quasi certo il contrario.

Non ebbe eredi, né dalla sua regina principale Ankhesenamon, né da eventuali mogli di minore importanza (tutti i faraoni avevano diverse mogli secondarie e concubine). Nella sua tomba si sono rinvenuti i corpicini mummificati di due feti di sesso femminile, di circa sette e cinque mesi. Il DNA ha provato la paternità di Tutankhamon.

Di salute cagionevole fin dalla nascita, morì per cause non del tutto chiare nel decimo anno del suo regno, tra gennaio e febbraio, lasciando il trono ad Ay, suo parente ed ex tutore. Probabilmente la regina vedova sposò proprio Ay, ma comunque si ritirò dalla scena pubblica. Regina principale di Ay fu infatti Tey, omonima della regina madre di Akhenaton.

Ankhesenamon dona fiori di mandragora, simbolo di fertilità, a Tutankhamon. Il bastone cui si appoggia il giovane re non è affatto prova di un forte handicap; il piede equino di cui soffriva non richiede la necessità di bastoni. Coperchio di una scatola in legno dipinto. Da Wikipedia

LA MORTE

Prodotto di ripetuti incesti e matrimoni tra consanguinei, Tutankhamon fin dalla nascita ebbe problemi di salute, benché, singolarmente, nessuno grave. Tra questi, una lieve palatoschisi, che non dovette comunque costituire un vero problema, e un’eruzione irregolare dei denti del giudizio (uno è spuntato di lato invece che verticale). Il piede destro mostra una lieve deformità del genere equinismo (tutte o quasi le mummie della famiglia di Tutankhamon presentano uno o entrambi i piedi torti, molti in forme ben più gravi di quello del giovane re). Il piede sinistro mostra il secondo dito mancante di una falange dalla nascita. Si riscontra inoltre una necrosi asettica dei tessuti del metatarso (malattia di Köhler). Tutto ciò costringeva il giovane a un’andatura lievemente irregolare in cui l’uso del bastone, pur non indispensabile, aiutava a compensare. Circa 130 bastoni da passeggio, usati, sono stati rinvenuti nella tomba.

Tutankhamon soffrì anche di malaria, del tipo generato dal Plasmodium falciparum, comune in Egitto ieri come oggi, che causa anche forme severe della malattia. L’autopsia rivela che Tutankhamon risulta essere stato infettato più volte, anche se non si sa in quale periodo della sua vita, come non è noto se fosse malato al momento del decesso.

Sono state inoltre rilevate lesioni alla parte sinistra del corpo: al braccio, al torace, al fianco e soprattutto al femore, che risulta fratturato, e non risaldato, poco sopra la rotula. Al contrario, si è trovato un frammento di tessuto rosso all’interno della ferita. Si può ipotizzare una frattura esposta con una successiva infezione, risultata fatale per un organismo già debilitato di suo. Può essere che all’infezione causata dalla ferita sia da aggiungersi un attacco di malaria.

Il motivo delle lesioni resta ignoto. Sembra si tratti di schiacciamento, più che di caduta. Si può ipotizzare che il giovane sia stato sbalzato dal carro, forse durante una caccia (improbabile l’ipotesi di una battaglia), e poi sia stato travolto da una ruota dello stesso.

La famosissima maschera mortuaria di Tutankhamon. Il viso è un ritratto del re. Le iscrizioni sul retro della maschera ne attribuiscono la proprietà al predecessore di Tutankhamon, la misteriosa Neferneferuaton, faraone donna che regnò circa tre anni: i cartigli sono stati infatti corretti, e sotto al nome di Tutankhamon si legge ancora quello di Neferneferuaton, oggi identificata con Merytaton. Quando si decise il cambio di destinazione il viso d’oro fu staccato e modellato su quello di Tutankhamon. Da Wikipedia.

Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno

L’IMPORTANZA DELL’ARTE NEL MEDIO REGNO

Di Franca Loi

Vista esterna delle tombe di Khety e Barquet

La XII dinastia, “retta dai faraoni di nome Amenemhat e Senusert (Sesostris, nella versione grecizzante), consolida il potere e sviluppa l’arte”.

Rappresentazione di Khety nella sua tomba (tomba 17)

La successione non fu priva di lotte: i principi del nord, che fino ad allora erano stati tenuti a freno, ripresero le loro velleità desiderosi di raggiungere la loro indipendenza dal potere centrale. Amenemhat I, fondatore della XII dinastia, essendo un grande organizzatore, salì nel Delta e usando anche la maniera forte si servì dei principi fedeli per fronteggiare quelli riluttanti. Bilanciò molto abilmente il potere e all’occorrenza seppe appoggiarsi alla borghesia ed anche al popolo. A lui e ai suoi successori spetto’ il difficile compito di consolidare lo stato appena unificato, di dare nuova credibilità alla funzione regale e di riorganizzare l’amministrazione centrale che per comodità venne spostata al nord dove venne fondata la nuova capitale, Ittaul, che significa ” conquistatore dei due paesi”.

Amenemhat I con divinità, dettaglio della figura del re. Metropolitan Museum of Art, New York.

Durante il Medio Regno gli egizi, per difendersi dagli invasori che già dal periodo precedente si erano spinti nel Delta, iniziarono a costruire imponenti fortificazioni lungo le frontiere del Sinai, moltiplicandone poi le spedizioni atte a proteggere e sorvegliare “le numerose miniere di rame e di Turchese sfruttate con grande profitto dallo Stato”. L’alta Nubia fu annessa all’Egitto e si incrementarono intensi i rapporti commerciali con la Fenicia e il Punt.

La cappella Bianca di Sesostri I era utilizzata come stazione per la barca del dio quando veniva portata in processione. Smontata e riutilizzata come materiale di riempimento è stata recuperata all’interno di uno dei Piloni del tempio di Amon Ra e rimontata per intero.
Si trova nel museo all’aperto del tempio di Karnak a Luxor.

Per quanto riguarda la politica interna, i sovrani si dedicarono a valorizzare il Fayyum che sotto i faraoni della XII dinastia svolse un ruolo importantissimo tanto che vi stabilirono persino le loro residenze. Tutta la cultura ufficiale del tempo manifesta il desiderio di riprendere un discorso che era stato interrotto durante il primo periodo intermedio. Nel campo artistico c’è un ritorno agli stili e proporzioni del passato, ispirati a una ricerca di armonia delle forme e delle figure; anche se la testimonianza architettonica del Medio regno è scarsa è però sufficiente a testimoniarne l’eleganza.

Statua di Senusret II, XII ° dinastia . Dettaglio
Ny Carlsberg Glyptotek

“Si torna anche a costruire complessi funerari il cui fulcro è rappresentato dalla piramide… e l’arte provinciale continua a sviluppare un proprio linguaggio figurativo, di cui restano splendidi esempi nelle pitture delle tombe di medio e Alto Egitto, in una trasposizione sempre più fedele della natura.

Rovine della piramide di Sesostri II a El-Lahun.
La piramide di Sesostri II fu costruita intorno a una struttura a bracci radiali in pietra calcarea, simile alle strutture iniziali già impiegate in architettura sotto Sesostri I. Invece di utilizzare un riempimento di sassi, fango e malta, Sesostri II optò per i mattoni di fango prima di rivestire la struttura con uno strato di calcare levigato. Le pietre del rivestimento esterno furono incastrate con inserti a coda di rondine, alcuni dei quali esistono tuttora. Intorno al nucleo centrale fu scavata un fossato riempito di sassi e detriti per fungere da trincea drenante. Il rivestimento calcareo si trovava in corrispondenza di questo canale di scolo, segno che Sesostri era preoccupato per i danni provocati dall’acqua. Tale rivestimento calcareo fu poi asportato da Ramses II per impiegarlo nelle proprie costruzioni, e lasciò iscrizioni a testimoniarlo

La maestosità dell’arte di questo periodo raggiunge “vette assolute nella storia della civiltà umana di tutti i tempi…….è l’epoca classica dell’Egitto e ad essa si riferiranno spesso i faraoni delle epoche successive”.

FONTE:

  • MAURIZIO DAMIANO- ANTICO EGITTO-ELECTA
  • ANTICO EGITTO- LEONARDO ARTE
  • FEDERICO A.ARBORIO MELLA-L’EGITTO DEI FARAONI-MURSIA
  • FOTO ANCHE DA WIKIPEDIA CON COMMENTO
Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno

IL PILASTRO DI SESOSTRI I

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, Altezza cm 434, Lunghezza cm 95
Karnak, Tempio di Amon Ra, cortile della cachette
Scavi di G. Legrain ( 1903-1904) XII Dinastia
Museo Egizio del Cairo.

In un nascondiglio ricavato sotto il cortile antistante il settimo pilone del Tempio di Amon Ra a Karnak, sono state scoperte, all’inizio del XX secolo, parecchie statue di sovrani, privati, divinità oltre a numerosi elementi architettonici, risalenti a un lasso di tempo che va dalla XI Dinastia fino all’epoca Tolemaico.

Tra le opere è venuto alla luce anche un pilastro finemente decorato a rilievi sui quattro lati, fatto scolpire da Sesostri I.

Il pilastro raffigura su ogni lato il faraone abbracciato a una diversa divinità, in posizione di assoluta parità.

Nelle quattro scene, Sesostri I indossa abiti diversi, dalla tunica al semplice gonnellino, ed è ornato da vari copricapi: il nemes, la corona del Basso Egitto o la doppia corona dell’Egitto unificato.

Gli dei con i quali è rappresentato sono Horo di Edfu a testa di falco, Atum di Eliopoli con la doppia corona, Amon di Tebe con la sua tipica corona formata da due alte piume e da Ptah di Menfi con un’aderente calotta sul capo, rappresentato all’interno di un santuario.

I raffinati geroglifici elencano i nomi e i titoli dei personaggi raffigurati, oltre ad augurare vita, stabilità e potere al sovrano di cui compare il nome all’interno dei cartigli.

Come dimostra questo pilastro, durante la XII Dinastia, e in particolare sotto il regno di Sesostri I, l’arte raggiunse uno straordinario livello di purezza ed eleganza di stile.

Nota di Nico Pollone: La rappresentazione di Ptah è quella più rappresentativa. L’abbraccio fa più pensare a un rapporto di affetto personale che a un abbraccio di un dio, affermato peraltro per iscritto:

Fonte:

I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

LE OASI NELL’ANTICO REGNO

A cura di Piero Cargnino

Localizzazione delle Oasi in Egitto

Con la fine del regno di Unas Manetone, inspiegabilmente, fa finire anche la V dinastia e Teti viene considerato il fondatore di una nuova dinastia, la VI. Prima di addentrarci nella VI dinastia proviamo a dare un’occhiata al resto del paese.

C’era una volta l’Egitto, la splendida Valle del Nilo, si però c’erano anche le oasi.

Nell’immenso deserto occidentale dell’Egitto, lontano dalla valle del Nilo, circondate dalla distesa sabbiosa del deserto. incontriamo delle zone, più o meno grandi, dove abbonda una fiorente vegetazione e soprattutto l’acqua. Sono le oasi che dai tempi dei faraoni venivano considerate angoli di paradiso oltre a rivestire una grande importanza strategica.

Come abbiamo detto all’inizio parlando della preistoria, il deserto del Sahara non era quella distesa sabbiosa e inospitale che oggi conosciamo, in luogo della sabbia scorrevano fiumi ed erano presenti laghi, sorgenti di acqua fresca che caratterizzavano il territorio, una immensa savana dove vivevano animali di varie specie. Un ambiente che aveva permesso l’insediamento, durante il Neolitico, di vari gruppi umani di nomadi di cacciatori-raccoglitori. Con il passare del tempo però subentrarono notevoli cambiamenti climatici che causarono la desertificazione della savana. Ciò causò la migrazione delle popolazioni le quali iniziarono a spostarsi sempre più verso oriente fino a giungere sulle sponde fertili del Nilo. Questi popoli divennero stanziali e da essi, con ogni probabilità, discende la prima civiltà faraonica. L’acqua, che prima era presente in abbondanza sparì, fiumi e laghi si disseccarono ma grazie alla particolare geomorfologia nel sottosuolo rimase una grande quantità di acqua che nei punti di maggiore depressione era presente anche in superficie.

Oasi di Siwa – (Ph by Volker Scherl)

Fu grazie anche all’azione delle popolazioni locali che, scavando dei pozzi, incrementarono l’afflusso di acqua in superficie dando origine alle oasi, alcune più piccole ma altre molto estese. Le più importanti, presenti ancora oggi, sono cinque distribuite da nord a sud della vasta distesa desertica, esse sono: Siwa, Bahariya, Farafra, Dakhla e Kharga oltre alla grande depressione del Fayyum. Kharga, dopo il Fayyum, è la maggiore, con un’estensione di circa 3000 kmq che ospita numerosi villaggi dove vivono oggi circa 100.000 persone. La più piccola di esse, Farafra di circa 500 kmq situata ai margini del Deserto Bianco, conta circa 5000 abitanti. Pur facendo parte, a tutti gli effetti, del territorio amministrato dai faraoni, gli antichi egizi non le consideravano molto ad eccezione di Dakhla e Kharga che costituivano stazioni di rifornimento per le spedizioni verso il sud che si recavano alla ricerca di beni pregiati.

Oasi di Baharyya – (Ph. by Volker Scherl)

Per quanto riguarda Siwa, Bahariya e Farafra, che si trovavano nei territori occupati dalle tribù libiche, le vestigia più antiche trovate risalgono al massimo alla XXVI dinastia nonostante siano state integrate sotto il dominio egizio durante la XVIII dinastia. Ma dobbiamo arrivare al Medio Regno perché i faraoni si rendano conto che era necessario controllare questi luoghi nel deserto in quanto si trovavano lungo le strade carovaniere.

Oasi di Farafra – (Ph. by Roland Unger)

In un primo tempo venne affidata la gestione delle oasi al nomarca di Abidos anche se la cosa durò ben poco. Con Tuthmosis III (1490-1436 a.C.) si riscontra un notevole cambiamento, ciascuna oasi viene posta sotto la giurisdizione di un proprio governatore appositamente nominato, dopo alcune generazioni la carica di governatore diventa ereditaria pur continuando ad essere oggetto di un controllo amministrativo esercitato dal faraone. La vita tranquilla nelle oasi attrasse a poco a poco molte persone, nacquero città e fortezze, di conseguenza furono costruite lussuose tombe per i vari funzionari delle oasi.

Oasi di Dakhla – (Ph. by C. Sappa, DEA)

Non sono presenti nelle oasi molti resti archeologici di qualche importanza ma da vari testi si apprende che erano in essere stretti contatti tra queste fertili zone e la valle del Nilo. Troviamo un riferimento alle oasi in una delle opere cardine della letteratura antica in prosa, la “Storia dell’oasita eloquente” nella quale si narrano le sventure di un contadino dell’oasi di Farafra (detta “l’ Oasi del sale”) che si reca con i suoi asini a Eracleopoli per vendere i suoi prodotti consistenti principalmente nelle “canne di Farafra”, un tipo di canna coltivata nell’oasi, utilizzata per la costruzione di mobili o canne da pesca. L’oasita viene derubato dei suoi asini e della merce che trasportava. Si reca quindi a portare lagnanza all’intendente Rensi, durante il regno del faraone Kheti III, ultimo re della IX dinastia, dal quale, dopo un lungo colloquio, ottiene giustizia. E’ un piacevole racconto molto lungo, il cui scopo principale è quello di mettere in evidenza le nove orazioni con le quali l’eloquente oasita chiede giustizia,  di cui vi raccomando la lettura.

Oasi di Kharga – (Ph. by Kenneth Garrett)

Le oasi rivestivano comunque una notevole  importanza sia dal punto di vista commerciale che strategico, in modo particolare durante il Secondo Periodo Intermedio (1786-1633 a.C.) epoca in cui le popolazioni asiatiche degli Hyksos invasero il Delta assumendo il potere nel nord dell’Egitto. Sono stati ritrovati vari reperti quali due stele di Karnak e la tavoletta Carnarvon, che descrivono il ruolo attivo delle oasi nella guerra fra il re tebano Kamose (1555-1550 a.C.) e il principe Hyksos Apope o Apophis. Pur trovandosi sotto il controllo che il faraone esercitava sulle oasi del nord, durante il Nuovo Regno, in epoche di crisi del potere centrale diventava assai difficile governare queste aree.

Oasi del Fayyum – (Ph. by Gabe Martini)

Durante gli scontri con i nubiani e i popoli del mare, che tentarono di penetrare in Egitto dall’Asia e dalla Libia, sia il faraone Merneptah (XIX dinastia) che Ramses III (XX dinastia) molto probabilmente utilizzarono le oasi di Bahariya e Farafra come postazioni militari. Maggiore importanza rivestirono le oasi del sud in quanto utilizzate come punti di rifornimento per le rotte carovaniere dirette verso l’ Africa centrale. Una delle rotte più importanti partiva da Abydos e raggiungeva l’oasi di Kharga e da qui si dirigeva a sud e terminava all’oasi di Selima, in pieno deserto nubiano, all’altezza di Kerma (Sudan). L’importanza di questa via era tale che fu citata da Erodoto che la chiamò la “via dei quaranta giorni”, in arabo viene chiamata Darb el-Arbain.

L’OASI  DI KHARGA

Dall’oasi di Kharga partiva un’altra via carovaniera che raggiungeva l’oasi di Dakhla nella quale sono stati effettuati dei ritrovamenti presso il sito di Ayn Asil dai quali è possibile dedurre che l’oasi raggiunse la sua massima estensione durante il regno di Pepi II. Recenti scavi hanno messo in evidenza la residenza degli amministratori del faraone le cui sepolture si trovano in grandi mastabe nella vicina necropoli di Qila el-Dabba.

Rilievo del tempio di Amon a Hebit, nell’oasi di Kharga

Un documento molto interessante che ci parla dei percorsi carovanieri delle oasi da parte degli egizi lo troviamo nelle iscrizioni autobiografiche rinvenute sulle pareti della tomba di Harkhuf (o Hirkhuf o Horkhuef) a Qubbet el-Hawa, presso Assuan. Harkhuf fu un nomarca di alto rango sotto i regni dei faraoni Merenre I e Pepi II (VI dinastia), esperto in grandi spedizioni, venne incaricato da Pepi II di avanzare nel deserto verso la Nubia. Qui Harkhuf incontrò il governatore di uno Stato africano intenzionato a  distruggere una tribù libica, dopo averlo convinto a desistere lo seguì nella sua terra ove soggiornò alcuni mesi tornando poi carico di doni di quella terra.

Palazzo del governatore e necropoli dell’oasi di Dakhla

Dalle iscrizioni nella sua tomba si apprende che Harkhuf organizzò almeno quattro spedizioni dall’Alto Egitto fino a Yam, dalle quali tornò ogni volta carico di merci per il faraone. Nella sua autobiografia incisa sulla parete della sua tomba rupestre, Harkhuf racconta che scrisse al faraone che gli avrebbe portato in dono un nano ballerino.  L’iscrizione riporta pure la risposta di Pepi II:

<< Tu hai detto in questa lettera che hai portato un nano danzante del dio dalla terra degli spiriti di Yam , simile al nano che il tesoriere del dio, Burded, portò da Punt  ai tempi di Isesi…….Torna alla corte subito, devi portare con te questo nano che hai preso vivo, prospero ed in salute…….danzerà per rallegrare ed allietare il cuore del Re dell’Alto e Basso Egitto Neferkara (Pepi II), che viva in eterno…….>>.

Col tempo i faraoni pensarono che, data la loro lontananza, le oasi erano il posto ideale per esiliare i nemici liberandosi così della loro presenza senza ricorrere alla pena di morte. Si sa che tra la fine della XX dinastia e l’inizio della XXI, a cavallo dei regni di Ramesse XI e Smendes I, il profeta di Amon a Tebe Pinedjem I, grazie al potere ormai acquisito dal clero, decise di affidare l’incaricodi profeta di Amon al proprio figlio Masuharte (1055 a.C.), dopo di che si attribuì titoli regali.

Ovviamente il faraone si oppose e questo provocò una specie di rivolta che si protrasse per 10 anni fino al 1045 a.C. e che si concluse con la deportazione di tutti i capi dell’opposizione nell’oasi di Kharga. L’evento è riportato nella “Stele dell’esilio” fatta erigere dal gran sacerdote di Amon Menkheperra, sulla stele viene rappresentato il dio Amon davanti al suo tempio mentre ascolta le suppliche del sacerdote per gli esiliati dell’oasi di Kharga. 

L’OASI  DI EL-FAYYUM

Vediamo ora come si presentavano le oasi, partendo dal nord incontriamo quasi alla stessa altezza Siwah e el-Fayyum.

Come oasi el-Fayyum (in arabo Wahet el-Fayyum) copre un’area che si estende tra i 1.270 e i 1.700 kmq nel deserto libico a circa 130 km a sud-ovest del Cairo e prende il nome dalla vicina città di Medinet el-Fayyum. Occupa una posizione poco distante dal Nilo e consiste in una vasta area coltivabile i cui campi vengono irrigati  attraverso uno o più canali del Nilo, particolarmente importante è il Bahr Yussef lungo 24 km. Al centro della depressione chiamata Birket Qarun che si trova a circa 45 metri sotto il livello del mare, si estende il lago Qarun, un tempo chiamato Meride il lago era molto più grande, oggi, purtroppo, il lago si è ritirato molto anche se misura ancora più di 200 kmq con una profondità massima di circa 8 metri.

Purtroppo il livello di sale nelle acque del lago sta crescendo e ricopre le spiagge di cristalli di sale rendendolo inadatto al nuoto. Data la relativa vicinanza alla valle del Nilo el-Fayyum era già molto apprezzata fin dall’antichità, il faraone Amenernhat III fece costruire una serie di canali che consentirono un ampliamento della zona coltivabile. In epoca più tarda divenne uno dei luoghi preferiti dai faraoni che si recavano a trascorrere momenti di svago. Grazie alle fiorenti coltivazioni di frutta e verdura, il paesaggio si mostra così lussureggiante che ancora oggi è considerato il “giardino dell’Egitto”.

Sulla sponda settentrionale del lago Qarun ci troviamo di fronte ad un misterioso fenomeno decisamente inspiegabile, la costa presenta una miriade di strani buchi nel fango, allineati in modo abbastanza regolare. In quelli che emergono dall’acqua nidificano i gabbiani anche se è improbabile che siano stati gli uccelli a scavarli.

All’estremità occidentale del lago si trova il tempio di età tolemaica di Qasr Qarun, dedicato al dio-coccodrillo Sobek, in epoca antica le paludi vicine erano piene di coccodrilli. Dopo il restauro effettuato nel 1956 è possibile visitare il tempio anche negli ambienti sotterranei (con molta prudenza per la presenza di serpenti), è inoltre possibile salire sul tetto per ammirare il paesaggio del deserto circostante.

Il tempio di Qasr Qarun riserva uno spettacolo ai turisti che si trovano al suo interno il 21 dicembre quando, in concomitanza con il solstizio d’inverno e l’inizio della stagione più fredda, i raggi del sole penetrano all’interno dell’edificio e vanno ad illuminare  la parte più interna che è sempre al buio, il sancta sanctorum con le statue del dio Sobek, proprio come avviene due volte l’anno nel Tempio Maggiore di Abu Simbel.

Presso la più grande città greco-romana del Fayyum, Kiman Faris, l’antica Crocodilopolis (Arsinoe), è stato recentemente (2015) inaugurato il museo all’aperto del centro dedicato al culto di Sobek, il centro fu fondato da Tolomeo II Filadelfo (285-246) come sede dei mercenari del suo esercito.

All’estremità orientale del Fayyum si trova la necropoli di Fag el-Gamous dove gli archeologi statunitensi dell’Università di Provo, Utah, che scavano il sito da oltre trent’anni, hanno scavato più di 1700 sepolture. Utilizzata in epoca romana e bizantina fino al VII secolo d.C. era destinata in modo particolare alla gente comune, i corpi sono sepolti senza bare e senza corredi è la mummificazione è naturale grazie al clima secco della zona.

Rimane un mistero il fatto che la necropoli sia così vasta quando il vicino villaggio è troppo piccolo per giustificare una simile estensione e la città di Filadelfia (da Tolomeo II Filadelfo) possiede già una sua necropoli.

Altra importante area archeologica è Kom Aushim, che custodisce le rovine di Karanis, una città sorta nel III secolo a.C, all’estremità orientale del bacino.

Esistono anche testimonianze di epoca cristiana come il Monastero dell’Arcangelo Gabriele a Naqlun.

Altra località nel Fayyum è Medinet Madi (Narmouthis in greco) ove si trovano i resti di un tempio tolemaico, modificato in epoca romana. All’interno del tempio si trova l’unico esempio di edificio di culto risalente al Medio Regno (XII dinastia) riportato alla luce nel 1935 dall’egittologo italiano Achille Vogliano.

A sud est di  Medinet Madi si trova il sito archeologico di Tebtynis (Tepten in greco, Oumm el-Baraga in arabo) fondato durante la XIII dinastia, fu abitato fino al XIII secolo d.C., qui sono stati scoperti gli archivi sacerdotali, in geroglifico e demotico, oltre a papiri di epoca tolemaica e romana, sono state rinvenute anche diverse mummie di coccodrillo. Scavi risalenti ad epoche precedenti hanno portato alla luce diverse chiese decorate con affreschi.

Di rilevante interesse è il “Labirinto di Meride” una costruzione annessa al tempio funerario di Amenernhat III. Scoperto da Flinders Petrie nel 1888 che rinvenne i nomi di Amenernhat III e della figlia Sebeknofru venne citato da molti storici antichi, Manetone racconta:

<<…..egli costruì il Labirinto nel nomo di Arsinoe, come tomba per sé……>>. Divenne molto conosciuto grazie alla descrizione di Erodoto: <<…….stabilirono, poi, anche di lasciare un monumento a ricordo del comune dominio……..costruirono il Labirinto, che si trova un po’ sopra il lago Meri, press’a poco all’altezza di quella che è detta la «città dei coccodrilli…….>>.

Strabone lo descrive proprio alla stregua di un labirinto: <<……. si aprono numerose e lunghe gallerie sotterranee, collegate fra loro da tortuosi passaggi; sicché senza guide per nessun visitatore è possibile entrare e uscire…….>>. Anche Pitagora visitò il sito: <<……Il mio interprete mi condusse nel labirinto all’estremità del lago Meride……..in virtù del sigillo reale, che ne apriva l’ingresso……… >>. Gardiner ebbe a dire che era del tutto simile a quello di Cnosso.

Di notevole importanza sono i “Ritratti del Fayyum”, circa 600 ritratti funebri risalenti all’epoca tolemaica, principalmente sotto Tolomeo II Filadelfo, ed all’epoca romana (vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2021/11/06/i-ritratti-del-fayyum/). I dipinti sono realizzati  per lo più su tavole lignee e ricoprivano il volto delle mummie mettendo in evidenza la loro immagine.

L’OASI  DI SIWA

Spostiamoci ora verso occidente per andare a visitare l’Oasi di Siwa. Si, spostiamoci ma non in linea retta, non abbiamo la tempra dei beduini e per evitare spiacevoli inconvenienti è meglio se prendiamo la strada che dal Cairo porta a Marsa Matruh poi di li ci dirigiamo verso Siwa, sono solo 750 km. in tutto, circa 8 ore e 21 minuti di viaggio.

Siwa è il nome berbero dell’oasi più occidentale dell’Egitto. Si trova nel Governatorato di Matrouh quasi al confine con la Libia, via strada è collegata con Marsa Matrouh e con l’oasi di Bahariya. L’oasi si trova in una depressione di circa 18 metri sotto il livello del mare ed è molto ricca di acqua, pare (da verificare) che un’impresa italo-egiziana imbottigli parte di quest’acqua che poi viene  commercializzata in gran parte dell’Egitto.

L’enorme presenza di acqua dell’oasi è spesso fonte di gravi problemi in quanto se il livello aumenta troppo c’è il rischio che vengano allagati i terreni coltivati ma non solo, si potrebbe verificare che l’acqua raggiunga le grandi distese di sale e quindi spargendosi renda sterili i campi. Per ovviare a questo inconveniente è necessario tenere sotto controllo la situazione ed agire con una costante opera di drenaggio delle acque. Il fatto che la sua posizione è molto spostata verso occidente fa si che i suoi abitanti (circa 15.000) siano tutti berberofoni in quanto la lingua parlata è il berbero.

Sono stati ritrovati strumenti fabbricati in selce che testimoniano che Siwa era già abitata nel Paleolitico e nel Neolitico. I primi documenti storici risalgono al Medio e Nuovo Regno anche se, vista la distanza dal centro del potere, è molto improbabile che i faraoni ed i loro governatori abbiano realmente governato su Siwa, ne è una prova la mancanza di edifici risalenti a questo periodo.

Il nome Siwa deriva dall’arabo Wahat Siwah, che significa “Protettore del dio del sole egiziano Amon-Ra”. L’oasi è famosa per il tempio dedicato al dio sole a testa di ariete Amon-Ra, che nel 700 a.C. circa, ospitava un oracolo divino la cui fama era diffusa nel Mediterraneo orientale. Erodoto ci racconta che le tribù che abitavano Siwa nei tempi antichi erano gli Ammonii. Ancora oggi, come un tempo le costruzioni dell’abitato di Siwa, che si stende ai piedi dell’antica cittadella (Shali), presenta un’architettura molto suggestiva e del tutto particolare, le abitazioni sono costruite con materiali ricchi di salinità presi sul luogo, con l’umidità tendono a sciogliersi, per cui ogni pioggia richiede frequenti restauri.

La società tradizionale di Siwa coltivava usanze del tutto particolari, esisteva la casta dei nullatenenti (zaggala) ai quali era imposto il divieto di sposarsi prima di una certa età, lavoravano come braccianti nei campi ed erano costretti a vivere all’esterno dell’abitato, conducevano una vita promiscua ed erano frequenti veri e propri “matrimoni omosessuali”. Oggi queste usanze  sono quasi del tutto scomparse e gli zaggala sono noti per le loro canzoni che vengono anche riprodotte su cassette e diffuse nel paese.

Molto nota la storia che ci riporta lo storico Erodoto sull’Armata perduta di Cambise. Il re Cambise di Persia, figlio di Ciro il Grande, nel 524 a.C., dopo aver conquistato l’Egitto venne a sapere che l’oracolo di Siwa aveva predetto che le sue conquiste in Africa avrebbero presto vacillato, come in effetti fecero. Colmo di rancore nei confronti dell’oracolo, Cambise inviò un’armata di 50.000 uomini a Siwa per distruggere l’oracolo. L’intera armata però non raggiunse mai Siwa, di essa non se ne seppe più nulla, forse inghiottita per sempre dalle sabbie del deserto come racconta Erodoto:

<<………transitata l’armata dall’oasi (di Kharga), di essa nessuno seppe più alcunché, ma quando aveva ormai percorso circa la metà del tragitto che la divideva dalla meta (Siwa), mentre erano intenti gl’uomini al pasto, soffiò contro di loro un vento del sud insolitamente impetuoso e trascinando vortici di sabbia li seppellì, ed essi scomparvero in questo modo. Gli Ammonii dicono che questo è avvenuto di tale spedizione……..>>.

Recenti scoperte archeologiche ad opera dei fratelli Angelo e Alberto Castiglioni parrebbero confermare la versione tramandata dallo storico greco. Ma un altro condottiero famoso decise di consultare l’oracolo di Amon a Siwa, Alessandro Magno, il macedone. Dopo aver sconfitto il re persiano Dario nella battaglia di Issus nel 333 a.C. Alessandro viene proclamato faraone d’Egitto. Due anni sopo, nel 331, Alessandro lascia la città che aveva appena fondato, Alessandria, con l’intento di andare a consultare l’oracolo di Siwa ma lui non fece l’errore dell’armata di Cambise, non puntò direttamente sull’oasi ma si diresse prima a Marsa Matruh e di qui, come avviene ancora oggi, marciò verso Siwa lungo la strada del deserto. Non si sa con certezza ma con ogni probabilità Alessandro fece il viaggio a Siwa poiché tutti i faraoni della XXVIII dinastia si erano recati a Siwa per essere riconosciuti come figli di Amon-Ra dall’oracolo del  tempio, infatti da allora tutti i faraoni sono raffigurati con le corna di ariete di Amon sulla loro testa. Forse fu la brama di veder legittimato il potere divino a portare Alessandro a Siwa. Secondo molti erano talmente grandi i vincoli che univano il conquistatore macedone all’oracolo che egli abbia deciso di farsi seppellire

L’acqua dell’oasi di Siwa – (foto propria)

L’OASI  DI BAHARIYA

Come promesso partiamo per una nuova escursione nelle oasi egiziane e, scendendo verso sud-ovest del Cairo, nel deserto occidentale, dopo circa 400 km. arriviamo all’oasi di Bahariya (in arabo al-Wahat al-Bahariyya, spesso solo Bahariya che significa “Marina”).

I latini la conoscevano come “Oasi Parva” (Piccola oasi). Strabone la chiama la ‘Seconda Oasi’. Eccoci arrivati, ci troviamo in una depressione quasi ovale di circa 2.000 kmq e siamo circondati da montagne che ci offrono numerose sorgenti di acqua fresca. Sita nel governatorato di Giza, Bahariya, l’oasi comprende diversi villaggi il maggiore dei quali, che è pure il centro amministrativo, è Bawiti, non molto lontano troviamo il villaggio di Qasr el-Miqisba del tutto simile a Bawiti. Dieci km ad est si trovano i villaggi di Mandishah e al-Zabu ed a metà strada da Bawiti si incontra il piccolo villaggio di Aguz Harrah che è anche il villaggio più orientale. E ancora un ultimo villaggio el-Haiz, che però non sempre viene considerato come parte dell’oasi, data la distanza da Bahiti di circa 50 km.

Ad el-Haiz si trova un insediamento preistorico dove sono stati rinvenuti resti di macine, punte di freccia, raschietti, scalpelli e gusci d’uovo di struzzo. Per secoli Bahariya è stata considerata tappa obbligatoria per le carovane provenienti dal nord dell’Africa e dirette alla Mecca. Da Bahariya partono strade che la collegano alle altre oasi, Siwa, el-Fayyum, Farafra oltre al Cairo.

Abitata fin dal paleolitico, durante il Medio Regno fu un centro commerciale e culturale. Si trattava di un centro agricolo importante, i prodotti dell’oasi consistevano in guava, mango, datteri e olive, ma soprattutto era la produzione di vino che veniva esportava in grandi quantità nella Valle del Nilo. Secondo molti egittologi, nel periodo greco-romano vantò un notevole aumento demografico, la popolazione in quel periodo contava oltre mezzo milione di individui.

Gli abitanti dell’oasi sono detti Wahati (oasiti in arabo) e sono discendenti dalle tribù nomadi che abitavano l’oasi nell’antichità, provenienti  principalmente dalla Libia, e da altre tribù che provenivano dalla Valle del Nilo. Tra i monumenti più importanti a Qarat el-Toub troviamo una vecchia struttura consistente in una fortezza militare di epoca romana, segue un gruppo di due o tre tombe ed un tempio di Amon-Ra risalente alla XXVI dinastia.

A Qasr el-Miqisba si trovano le rovine di un tempio greco eretto in onore di Alessandro Magno, nel 332 a.C. Alcuni egittologi ritengono che il conquistatore greco sia passato da Bahariya di ritorno dall’oracolo di Ammon a Siwa.

Due miglia a sud di Bahariya, nel 1900 Giorgio Steidorff scoprì il sito di Garet-Helwa, che si trova vicino alla tomba di Amenhotep, chiamato Huy eretta in Qarat Hilwah alla fine della XVIII dinastia. L’oasi comprende una delle delle più importanti necropoli d’Egitto risalente all’epoca tolemaica situata nell’area desertica a circa 6 km da El-Bawiti, a sud del tempio di Alessandro Magno.

Nel 1996 una spedizione archeologica guidata dal Dr. Zahi Hawass mentre stava effettuando scavi nella necropoli successe una cosa strana, uno degli operai stava trasportando materiale con un mulo quando l’animale rimase impigliato in una buca con una zampa, scavando attorno per liberarlo si rivelò una tomba. Allargando lo scavo emerse una tomba contenente diversi corpi imbalsamati in modo naturale accatastati alla rinfusa. I corpi, in ottimo stato di conservazione, si presentavano ricchi di decorazioni e interamente ricoperti d’oro. Con sorpresa venne rinvenuto il corpo imbalsamato di una madre con quello del figlio stretto al petto. Gli scavi continuarono in quelle “tombe di famiglia” nelle quali furono trovate 142 mummie con tutt’intorno scarabei, collane, orecchini di corniola, braccialetti d’argento ed accanto immagini del dio della fertilità, Bes. Gli scavi continuano e si stima che vi si possano trovare circa 10.000 mummie le cui sepolture risalirebbero al I e II secolo d.C. La località venne battezzata la “Valle delle Mummie d’Oro” e venne istituito in loco un piccolo museo dove sono state sistemate le mummie d’oro.

I riti funebri di quel tempo avevano subito una  profonda trasformazione, i corpi non venivano più imbalsamati e le viscere del defunto non venivano più estratte e riposte nei vasi canopi, si nota anche la scarsa presenza di sarcofagi. La mummia veniva avvolta in coperte e sul capo veniva posta una maschera di cartonnage con dipinta l’immagine del defunto, come abbiamo visto nel Fayyum. Nei pressi del centro dell’oasi sono emerse anche due tombe precristiane che si trovano in un tumulo, quella di Zed Amun Ef Ankh e del proprio figlio Banentu.

Il sito dove si trovano le due mummie è estremamente interessante in quanto si presenta del tutto integro, non saccheggiato e trafugato da sciacalli, le immagini presentano ancora un colore quasi del tutto integro e i geroglifici che le corredano non hanno nulla da invidiare a quelli delle tombe della Valle dei Re, altro aspetto interessante è che le mummie denunciano la loro appartenenza a tutti gli strati sociali. Attualmente nella necropoli sono in corso gli scavi e quindi l’intera zona è interdetta al pubblico. Anche gli altri siti archeologici, la necropoli e le rovine del tempio di Ra non sono visitabili, ma e probabile che il sito denominato “Valle delle Mummie” diventi presto un grande museo all’aperto.

Nel maggio del 2000 vennero effettuate ulteriori indagini, alcune delle quali vennero riprese in diretta da un noto canale televisivo, che portarono alla luce la tomba di Djedkhonsuefankh il cui nome significa “Khonsu parla ed egli vive” (1045 a.C. circa), la tomba si trova a Karet el-Salim, vicino al cenotafio dello sceicco Soby, nei pressi della città di El Bawiti. Djed-Khonsu-Ef-Ankh, che rivestì la carica di Profeta di Amon durante la XXVI dinastia. Già conosciuto dagli archeologi che lo cercarono per decenni, Djedkhonsuefankh fu il più potente governatore di Bahariya nel Nuovo Regno. Potrebbe essere il figlio di Pinedjem I morto durante la ribellione scoppiata nella Tebaide contro la dinastia dei Primi Profeti di Amon.

All’interno della sua tomba, gli archeologi hanno trovato un sarcofago in pietra calcarea, all’interno del quale è stata scoperta una bara di alabastro che conteneva la mummia. Sia i greci che i romani, affascinati dalle pratiche e dai riti funerari degli egizi, li adottarono anch’essi, ciò si evince dalle iscrizioni nelle tombe che attestano la provenienza non solo egizia ma anche greca e romana.

Finiamo con due curiosità, nel 1934 il paleontologo tedesco Ernst Stromer rinvenne nell’oasi di Bahariya i resti della “lucertola di Bahariya” dinosauro datato circa 95 milioni di anni fa; nel 1944, in piena Seconda Guerra Mondiale un team americano guidato dal paleontologo Joshua Smith trovò i resti di un dinosauro della specie “Paralitian stromeri” (gigante della marea) risalente a circa 100 milioni di anni fa. Lasciamo ora i dinosauri per scendere verso sud-est e ci dirigiamo all’oasi di Farafra distante circa 200 km.

L’OASI  DI FARAFRA

Incamminiamoci ora per l’oasi di Farafra. Incamminiamoci si fa per dire nel senso che, magari a bordo di un fuoristrada, percorriamo i circa 180 Km di tragitto attraverso il deserto e località suggestive quali il Deserto Nero, la valle di El Agabat e la montagna di Cristallo. Dopo un paio d’ore eccoci giunti alla più piccola oasi del deserto occidentale, a metà strada tra Dakhla e Bahariya.

L’oasi di Farafra si trova a nord-ovest di El Dakhla, presso le rovine di Kasr El Farafrah, di Kasr Abou Monkara e del cimitero di El Bagawat. L’insediamento maggiore, Qasr Farafra, è costruito attorno a una fortezza ora in rovina, ci vivono circa 5.000 abitanti la maggior parte dei quali sono beduini che abitano in piccole case di terra, per la maggior parte dipinte di blu per allontanare, secondo una credenza, gli spiriti maligni, sono famosi per il loro fervore religioso e la fedeltà alle tradizioni.

La scarsità dei pozzi presenti nell’oasi è sempre stato un  ostacolo per gli insediamenti, in tempi più recenti il governo egiziano ha costruito edifici in cemento per attirare nella zona nuovi abitanti. Principale occupazione è la coltivazione, l’oasi è interamente coltivata a ulivi e albicocchi oltre ai datteri che la natura fornisce. Nell’antichità l’oasi era famosa come la “terra delle vacche dei faraoni”. Studi recenti hanno appurato che qui, come in altre località in Egitto, si svilupparono le prime forme di agricoltura durante le fasi culturali di Badari e Naqada (V-IV millennio a.C.).

Vicino a Farafra si trovano le sorgenti calde di Biʾr Sitta e il lago di al-Mufīd e, un poco più lontano verso nord, si trova il “Deserto Bianco” (al-Ṣaḥrāʾ al-Bayḍāʾ), formato da numerosi faraglioni di calcari fossiliferi, erosi dal vento in forme bizzarre che emergono dalle sabbie gialle del deserto.

La particolarità di questo deserto consiste nella crosta di calcare formatasi quando l’intera area era coperta dal mare, forma un paesaggio unico al mondo dall’aspetto quasi lunare; in esso è presente una gran quantità di fossili e coralli incastonati nella roccia.

Pur risalendo ai tempi dei faraoni, a Qasr Farafra non vi sono monumenti, viene citata su alcune stele rinvenute nella Valle del Nilo come importante tappa per il rifornimento d’acqua di carovane ed eserciti che transitavano nel deserto. Una strana casa di mattoni ospita il Museo Badr dove sono esposte le opere del figlio più illustre di Farafra, l’artista Badr, un artista che nei suoi quadri e nelle sue sculture ritrae gli abitanti del villaggio nelle loro occupazioni quotidiane.

Tra il VII e il VI millennio a.C. si formò nel Deserto Occidentale una vera cultura delle Oasi, Farafra rappresenta oggi lo scenario più completo e articolato. I piccoli villaggi di Hidden Valley e di Sheikh el Obeiyid nella parte nord della depressione mostrano la nascita di una cultura neolitica caratterizzata da insediamenti semi-sedentari in villaggi. Un paio di chilometri a nord della grotta di Hidden Valley sono state rinvenute incisioni e pitture rupestri che denotano un ruolo rituale e di culto per coloro che transitavano nell’area. Nell’oasi troviamo l’unica chiesa cristiana del deserto occidentale, la chiesa di San Giorgio del V secolo d.C., è considerata uno dei monumenti cristiani più importanti delle oasi.

L’OASI  DI DAKHLA

Adesso alziamoci di buon’ora e con una jeep partiamo attraverso il deserto. Un tour già predisposto con partenza da Baharia ci porta verso Farafra, senza dimenticare di passare da Abu Tuyur, un luogo stupendo, con formazioni che confrontate con quelle del Deserto Bianco sono meno sagomate ma più imponenti. Dopo aver pranzato a Farafra ed esserci bagnati nelle vasche d’acqua pulita dei canali d’irrigazione proseguiamo per strada asfaltata e, dopo un breve tragitto fuori strada attraverso le dune di sabbia della zona, raggiungiamo Dakhla.

L’oasi di Dakhla fa parte del Governatorato di Wadi al Jadid e si trova a circa 350 km dalla Valle del Nilo quasi a metà strada tra le oasi di Farafra e Kharga, ha una lunghezza di circa 80 km e larghezza da nord a sud di circa 25 km.. La depressione ha un’area di 410 km2 (dei quali 107 sono occupati da due oasi molto fertili), ospita giacimenti di fosfati. Sono presenti anche industrie del Musteriano evoluto, del Paleolitico medio e del Neolitico antico.

Recenti ricerche indicano che Dakhla era già abitata sin dalla preistoria. Durante la tarda epoca faraonica l’oasi assunse una notevole importanza per la ricchezza dei suoi pozzi che furono regolarmente accatastati dal sovrano Psusenne unitamente ai terreni. E’ formata da un gruppo di piccoli e pittoreschi villaggi in mattoni di fango tra frutteti e campi rigogliosi che si allungano da est ad ovest lungo la strada principale e comprende più di 600 sorgenti e laghetti naturali. I suoi 70.000 abitanti sono distribuiti nei vari villaggi di cui il più caratteristico dei quali è El Qasr. Costruito in età medievale sui resti del villaggio romano di Al Balat e il tempio di Deir El Hagar. Presenta inoltre le vestigia di alcuni antichi palazzi oltre ad un’interessante moschea del XII secolo e una madrasa del X secolo.

Come detto sopra tutte le case sono costruite con mattoni di fango e si trovano una vicino all’altra per ripararsi dal sole, le viuzze tortuose a volte sono coperte formando degli spazi silenziosi avvolti nell’ombra e sulle case si trovano degli architravi in legno dal disegno assai elaborato. Percorrendo una pista che parte da El Qasr, dopo circa 3 km si arriva alle tombe di El-Muzawaka di eta romana. Le due più belle sono quelle di Petosiris e Sadosiris, dipinte con bellissimi colori splendenti, mentre una terza contiene quattro mummie. Più a ovest, isolati nel deserto, sorgono i resti del tempio di Deir al-Hagar che l’imperatore Nerone fece costruire nel primo secolo d.C..

Dagli scavi effettuati nel sito di Beer El-Shaghala sono emerse altre due tombe di epoca romana con pareti dipinte di colori vivaci. Mostafa Waziri, segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità egizie spiega che la prima tomba presenta una scalinata di 20 gradini interamente rivestita di intonaco attraverso la quale si giunge in una stanza di mattoni di fango con il soffitto a volta in parte distrutto. Sul lato nord si trovano due camere funerarie contenenti teschi e scheletri umani, lampade e vasi in terracotta.

A Dakhla è stata trovata la famosa Stele, risalente ai tempi del faraone Sheshonq I, la “Stele di Dakhla” che narra di una richiesta all’oracolo del dio Seth in merito ad una disputa sulla proprietà dell’acqua di un pozzo. Gli scavi, nel 2014, hanno inoltre portato alla luce una scuola romana sulle cui pareti era presente un brano scritto in greco dell’Odissea di Omero.

Le ricerche di una missione locale hanno portato alla scoperta di un tesoretto di monete d’oro. Si tratta di un piccolo vaso ancora chiuso da un coperchio d’argilla contenente 10 solidi aurei risalenti al regno di Costanzo II (337-361), figlio di Costantino il Grande.

Altro centro abitato e Mut, un villaggio cosparso di piccole casette che ospita un Museo Etnografico che espone sculture dell’artista locale Mabrouk. L’oasi è ricca di sorgenti calde sulfuree, a circa 3 km da Mut si trova quella più vicina, Mut Talata. Percorrendo la strada che conduce da Mut a Kharga si incontra il villaggio di Balat, costruito in epoca medievale sulle rovine di un insediamento dell’Antico Regno che commerciava con Kush (l’antica Nubia), poco oltre si incontra il villaggio di Bashandi che possiede un bellissimo centro storico.

L’OASI  DI KHARGA

Partiamo ora da Dakhla per raggiungere la più meridionale delle oasi del deserto occidentale, Kharga o el-Kharga, che in arabo significa “l’esterna”, (Oasi Magna per gli antichi).

L’Oasi, o per meglio dire il gruppo di oasi che compongono Kharga, ha una forma allungata, si estende per circa 180 km da nord a sud con una larghezza variabile da 20 a 80 km ed una superficie di circa 1500 kmq e si trova a 200 km dalla Valle del Nilo, l’oasi copre una depressione di circa -18 metri, va però detto che le vere e proprie oasi occupano oggi solo poco più che 19 kmq, un tempo al suo interno si trovava un lago oggi scomparso. Si arriva da Dakhla percorrendo la strada che attraversa il deserto fino ad Asyut,

Kharga, conta circa 10.000 abitanti dediti principalmente alla coltivazione di orzo, grano e cotone. Un tempo era conosciuta come “Oasi del sud” e costituiva  un punto di riferimento per le carovane in arrivo dalla regione subsahariana che, attraverso la “via dei quaranta giorni”, principale via di transito per il traffico degli schiavi nel periodo della dominazione araba, arrivava alla Valle del Nilo. Capoluogo dell’oasi e El-Kharga, nel governatorato della New Valley Egiziana, modesta città oasita, l’oasi offre un paio di hotel, un Museo Archeologico nel quale sono esposti notevoli reperti archeologici provenienti da Kharga e Dakhla e conserva materiale proveniente da scavi locali e i cui reperti di maggiore spicco sono costituiti da una collezione di utensili preistorici.

I più antichi resti conosciuti risalgono all’Acheuleano evoluto (400.000 anni fa). Dopo aver attraversato un periodo molto arido, intorno ai 50.000-10.000 anni fa, l’oasi si riformò e fu nuovamente abitata agli inizi dell’Olocene, con complessi litici classificati come ‘epipaleolitici’. Si possono visitare numerosi luoghi di interesse archeologico nei quali sono stati effettuati ritrovamenti che testimoniano l’importanza raggiunta da Kharga in passato, antichi templi, roccaforti e villaggi. Ancora molto evidenti sono le tracce della via carovaniera che raggiungeva il Sudan. V

icino a Kharga, si trova la fortezza romana di Qasr el Labeka, il Museo etnico dell’oasi, il Tempio Romano di Hibis, e il cimitero cristiano con le sue cappelle dipinte.

Non molto lontano dal  centro abitato si trova il Tempio di Hibis, fatto erigere dall’imperatore persiano Dario nel VI secolo a.C, dedicato alla triade tebana, composta da Amon, Mut e Khonsu.

Quasi di fronte al tempio, in una posizione un po’ rialzata, sorgono le rovine del Tempio-Fortezza di an-Nadura, costruito dall’imperatore Antonino Pio nel 138 d.C,

Salendo verso nord si incontra la  suggestiva Necropoli di el-Bagawat dove si trovano centinaia di tombe costruite con mattoni di fango nel IV-VI secolo d.C. che si presentano con cupole decorate da affreschi copti. Le tombe sono costituite da una camera con soffitto a cupola e da un’abside. In alcune di esse è presente anche un’anticamera.

Si trovano anche due mausolei, uno dedicato all’Esodo ed uno alla Pace arricchiti da pitture di argomento biblico. Una pista dietro la necropoli conduce alle rovine di Deir el-Kashef, uno dei primi monasteri copti.

Dirigendosi verso sud si incontrano i resti di due fortezze, Qasr el-Ghueita, all’interno della quale si trova un tempio di età tolemaica ancora in buone condizioni e, nei pressi di un moderno villaggio, Qasr el-Zaiyan, fatta edificare dai romani.

L’oasi di Baris è la seconda per dimensioni nell’area di Kharga. Nella prima metà del secolo scorso vennero realizzate delle abitazioni nel tipico stile nubiano, disegnate dall’architetto Hassan Fathy. Non furono però gradite dagli abitanti per la loro somiglianza a tombe e non sono mai state abitate, i locali si sono cercati altre case causando così l’arresto dell’espansione della cittadina.

Interessante è il Tempio di Dush, dedicato alla Dea Iside e Serapis, nell’Oasi di Baris. Il nome che venne assegnato al tempio risente dell’assonanza con quello di Kush, antica capitale sudanese. Sono in corso ulteriori scavi che stanno rinvenendo l’antica citta di Kysis. Dagli scavi è emerso un ingegnoso sistema di tubazioni in argilla nel sottosuolo ed il ritrovamento di una chiesa cristiana, testimoniano il destino della città quando le sue fonti sotterranee si prosciugarono. La data esatta di questo evento rimane pero ancora un mistero.

Nei dintorni di Baris si incontrano le rovine del tempio di al-Ghueita, risalente alla XXV dinastia. Il tempio si compone di quattro sezioni: un cortile, una sala ipostila con quattro colonne, un vestibolo e tre camere interne, di cui solo la sala centrale è decorata. Sulla facciata e sugli stipiti del portale d’ingresso si trovano scene e iscrizioni di Tolomeo III Evergete I in rilievo. Sono inoltre presenti le più imponenti rovine dell’area, la fortezza romana di Qasr ed-Dush.

Fonti e bibliografia:

  • National Geographic, “Le oasi”, Articolo di José Miguel Parra, 2021
  • M. Lichtheim, “Ancient Egyptian Literature: A Book of Readings”, Vol. 1, Berkeley, 1973
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Miriam Lichtheim, “Ancient Egyptian Literature: A Book of Readings”, Vol. 1, Berkeley, 1973
  • George W. Murray, “Harkhuf’s Third Journey, in The Geographical Journal”, vol. 131, n. 1, 1965
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol.I, Ananke, 2004
  • Ahmed Fakhri, “Siwa Oasis”, American University in Cairo Press, Cairo, Egitto
  • Alain Blottière, “L’Oasis”, éditions Payot, (Petite Bibliothèque Payot / Voyageurs), 2002
  • Ahmed Fakhri, “Bahariya and Farafra”, AUC Press, reprinted 2003
  • Arthur Verhoogt, “The Tebtunis Papyri at The Bancroft Library”, Bancroftiana,1994
  • Mattia Mancini, “Inaugurato il museo all’aperto di Kiman Faris (Fayyum)”,  Articolo su Djed Medu, 2015
  • Martin Gray, “Guida mondiale di pellegrinaggio”
  • Damell J.C., “The Antiquity of Ghueita Temple”, Göttinger Miszellen, 2007
  • G. Caton-Thompson, “Kharga Oasis in Prehistory”,  Londra, 1952
  • Henry P. Colburn, “Kharga Oasis”, edizione online, 2017 H. Onishi, “A Kushite Temple in a Western Oasis?”, Oxford, 2005
Arte militare

L’ARCO SEMPLICE EGIZIO

A cura del Docente Livio Secco

Secondo Giacomo Cavillier l’arco semplice egizio è un fusto unico di acacia con i flettenti di 1,50-1,70 metri lavorato a fuoco. La sua gittata massima è 60-70 m in tiro diretto. Il fatto che sia di acacia lo rende abbastanza economico. L’acacia è un albero indigeno e l’Egitto è poverissimo di legno sia normale che pregiato.

L’arco composito è simile nella forma, ma ha una anima lignea lavorata a fuoco e stagionata. All’esterno, sul lato concavo, è ricoperto di tendine animale, all’interno, sul lato convesso, da corno. Il tutto è rivestito da corteccia o legno leggero. L’arco composito, rispetto a quello semplice, è costosissimo. Infatti richiede legni più pregiati d’importazione, una stagionatura decennale e la reperibilità di materie prime animali e vegetali non sempre facili da trovare. Tecnicamente l’arco composito, essendo più potente, ha una gittata di 100-150 m in tiro diretto e fino a 250 m nel tiro curvo.

Le frecce sono costituite da fusti legnosi di particolare leggerezza del diametro di 60 – 70 mm, dotati di alette stabilizzatrici e di punte in selce o in metallo.

Queste ultime sono ottenute per fusione e sagomate: fogliate con codolo, triangolare o rombico con cordonatura per minor resistenza aerea e maggior penetrazione. L’archeologia sperimentale documenta che questi dardi non solo penetrano gli scudi, ma sono in grado, lacerandone le fibre lignee, di divaricarne le parti e quindi di spaccarli.

Nelle immagini: punta di freccia bidimensionale di selce ritrovata nel Fayum, punta tridimensionale in bronzo ritrovata a Kafr Ammar e datata al Terzo Periodo Intermedio, punta di freccia in ferro con codolo lungo ritrovata a Ibrim; disegno di arco semplice monolitico e arco composto con immagine della stratificazione dei materiali (Cavillier).

Per approfondire: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-soldati-del-faraone/

E' un male contro cui lotterò

HESY-RA

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Il giovane Hesy-ra su uno dei primi pannelli di cedro della sua tomba

Hesy-Ra è considerato il primo medico documentato della storia; o meglio, potrebbe essere stato il primo medico della storia.

Contemporaneo di Imhotep, visse sotto Netjerkhet (Djoser), all’inizio della III Dinastia (2650 BCE circa). Fu Capo dei Medici e dei Dentisti a corte. Non ne abbiamo prove concrete, ma è molto probabile che abbia conosciuto Imhotep ed è molto suggestivo pensare a questi due personaggi come colleghi, magari impegnati a discutere di un rimedio particolare o di un paziente ostico…

La mastaba di Hesy-Ra durante gli scavi del 2010

Fu sicuramente un’altra personalità di spicco dell’epoca, uno dei primi ad avere il nome collegato al dio Ra. La sua mastaba (S2405) fu scoperta da Mariette e De Morgan nel 1865 ma esplorata solo nel 1912 da Quibell, ed era una delle più rifinite in origine, con le pareti interne ed esterne ricoperte in calcare bianco, decorata con splendidi motivi geometrici.

I decori geometrici della mastaba di Hasy-Ra (da: Quibell, Excavations at Giza, 1910-1912, ricolorato)

La tomba ci ha restituito degli splendidi pannelli in legno di cedro raffiguranti Hesy-Ra in diversi momenti della sua vita, rappresentandolo prima da giovane e via via da uomo maturo ed infine anziano, descritti qui: https://laciviltaegizia.org/2022/05/16/i-pannelli-di-hesira/

Hesy-Ra, come testimoniato da questi pannelli, ebbe diversi titoli a testimoniare il favore del Sovrano nei suoi confronti. Fu confidente del re, capo degli scribi, e soprattutto (nell’ambito di questa rubrica) “Capo dei medici e dei dentisti” (“wer ibeh swnw”). La pluralità dei suoi titoli ha portato via via gli studiosi a considerare questo titolo come meramente onorifico od amministrativo (per questo potrebbe essere stato il primo medico); c’è però la possibilità che Hesy-Ra abbia effettivamente iniziato la sua carriera come medico ed abbia poi scalato la gerarchia fino alle altre cariche.

Il pannello in cui Hesy-Ra è definito “Capo dei dentisti e dei medici” (Museo del Cairo, JE 28504). Foto Carol Andrews
I titoli di Hesy-Ra riportati sul pannello 28504. La prima colonna a destra riporta quelli di Capo dei Dentisti e dei Medici

Non sappiamo se fu lui l’autore del primo “ponte” costituito da due molari legati da un filo d’oro, scoperto in una tomba della IV Dinastia a Giza. Probabilmente no, ma questo straordinario reperto ci offre la misura delle competenze raggiunte già a quell’epoca.

I due molari uniti da un filo d’oro trovati a Giza e risalenti probabilmente alla IV Dinastia, un impianto effettuato in vita e non per motivi estetici sul cadavere
Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno, Statue

LA STATUA DI SESOSTRI I

Di Grazia Musso

El-Lisht, complesso funerario di Sesostri I – XII Dinastia
Pietra calcarea, Altezza 200 cm, Larghezza 58,4 cm
Scavi dell’istituto Francese di Archeologia Orientale
Museo Egizio del Cairo, JE 31139.

Dieci di queste statue, probabilmente sepolte nel corso di un rituale, sono state rinvenute in una fossa nella zona del tempio.

Il sovrano è seduto su un trono cubico, ed ha un’espressione serena, appare giovane, con un volto armonioso e ben proporzionato.

L’intera figura, dai tratti stilizzati, risente ancora della tradizione scultorea dell’Antico Regno, la muscolatura è rigida e schematica e ne accentua il senso di forza.

Sesostri I indossa il nemes e un gonnellino aderente, sulla sua fronte l’ureo, sul mento la barba posticcia, entrambi simboli di regalità.

Le mani appoggiano sulle gambe: in quella destra impugna il cilindro, mentre la sinistra è distesa con il palmo rivolto verso il basso.

Il trono, su cui è seduto, ha i fianchi decorati a rilievo con il motivo del sema-tauy, che riproduce l’Unione delle Due Terre, affiancato da due personificazioni del dio Nilo è dai simboli delle piante araldiche del Nord, il papiro e del Sud il fior di loto.

Il cartiglio conil nome dell’incoronazione del sovrano Kheperkara sovrasta la composizione, insieme ad altri geroglifici che riportano i nomi delle divinità rappresentate..

La doppia immagine del dio Nilo, presente sui troni di 5 statue, è sostituita nelle altre, da quella di Horo e Seth, sormontati dal cartiglio con il nome di nascita del faraone: Senusret (Sesostri).

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.

Antico Regno, Statue

L’ISPETTORE DEGLI SCRIBI RAHERKA E SUA MOGLIE MERSEANKH

Di Giusy Antonaci

Scultura in calcare
IV- V dinastia – Antico Regno (2700-2200 a.C.)
Museo del Louvre

Questa posa delicata di una coppia statuaria egizia fa pensare che nella vita si può guardare avanti, si deve, e lo si riesce a fare meglio con una mano sulla spalla.

Che sia quella di una donna, di un uomo, di una moglie, di un marito, di un parente caro o del più grande amico.

Avanti, sempre avanti, e mai con la testa china.

Anche se davanti a sé c’è il buio, il vuoto del deserto, tutto da costruire di nuovo, l’inconoscibile.

Il senso di ogni cosa è la rinascita….

Vista frontale