Antico Regno, Luce tra le ombre

SULLE TRACCE DI UNI

(noto anche come Weni il Vecchio)

Di Ivo Prezioso

LA BIOGRAFIA

E’ uno dei testi più noti dell’Antico Regno, inciso su una stele proveniente da Abydos. Fu ritrovata da Auguste Mariette, incisa su una grande parete di calcare (m. 2,75×1,13×0,30) in una mastaba della Necropoli Centrale di Abydos nel febbraio 1860. Uni fu un alto funzionario all’inizio della VI Dinastia. La sua biografia presenta molti spunti di interesse e mette in luce aspetti interessanti e caratteristici della mentalità degli antichi egizi. Uni comincia la sua carriera come semplice ispettore di magazzino per salire, grazie alla fedeltà al suo sovrano, all’abnegazione mostrata nel fornirgli i suoi servigi, i gradini della scala sociale fino a diventare governatore dell’Alto Egitto. E già, a mio parere, si manifestano due elementi fondamentali, e direi unici, della concezioni del tempo. Innanzitutto la lealtà al re e l’incondizionato sottomettersi al suo volere (ma direi, piuttosto, alle sue direttive): sarebbe facile, scorrendo le righe del testo, etichettare questo atteggiamento per mero servilismo. In realtà, per cercare di valutare con equilibrio e serenità di giudizio, occorre spogliarsi completamente dei nostri schemi mentali. Fondamento imprescindibile della visione egizia, che caratterizzava ogni aspetto vitale, sia materiale che trascendente, era la Ma’at (riduttivamente tradotta con vari sinonimi, come Verità, Giustizia, Equilibrio e Ordine Cosmico, ecc.), un concetto, nonché astrazione e personificazione dell’ordine divino, stabilito e nato perfetto al momento stesso della creazione e perciò compiuto e immodificabile. A lei dovevano uniformarsi tutti indistintamente ed il faraone, ne era il garante in terra. Appare, così molto più logica e coerente la totale dedizione al proprio sovrano: ciò che egli disponeva era rispondente alla Ma’at e ogni individuo, rispettando il suo volere, non faceva altro che “fare la Ma’at” secondo la tipica espressione egizia. Un altro aspetto, apparentemente contraddittorio, ma perfettamente in linea con questa concezione, è la possibilità che veniva offerta a chiunque di migliorare la propria condizione sociale: siamo di fronte ad un’organizzazione autocratica, in cui il sovrano investito della qualità di custode della Terra d’Egitto, ne era, durante il suo Regno, l’assoluto “proprietario”, potendo disporre (ma sempre nel rispetto della Ma’at), di tutto ciò che conteneva (risorse, animali, uomini). Eppure, l’ascesa sociale poteva avvenire con modalità che oggi definiremmo “democratiche”(direi meglio meritocratiche). Pertanto, erano apprezzate e ricompensate le capacità individuali e, nel caso delle menti più brillanti, si procedeva all’indirizzamento verso lo studio, indipendentemente dal ceto di appartenenza. Anzi, come sembrerebbero confermare i tanti scritti sapienziali che ci sono giunti, il miglioramento del proprio stato non solo era ritenuto aspirazione legittima e auspicabile, ma anche fortemente incoraggiata.

Due particolari dell’autobiografia di Uni conservata presso il Museo del Cairo.

Da notare come nell’immagine in alto sono visibili i cartigli di Teti e Pepi (I), mentre in quella inferiore ricorre più volte il cartiglio di Merenra

(©Eugene Grébaut (1846-1915) – Le Musée égyptien: recueil de monumenti et de notices sur les fouilles d’Egypte, vol. I, Le Caire, 1890-1900, pp. XXVII-XVIII

Il testo lo possiamo considerare come suddiviso in tre parti, di cui quella centrale, nota come “Inno alla Vittoria”, dal tono spiccatamente lirico.

Tutta la parte evidenziata in neretto è quella che più ci interessa riguardo alle problematiche relative al trasporto dei materiali durante l’Antico Regno. Uni ci informa del carico di elementi architettonici in granito, di un Pyramidion e di un sarcofago in grovacca, del trasporto via fluviale, anche per lunghissime distanze, e addirittura dello scavo di canali in Alto Egitto per velocizzare la consegna di grandi blocchi di granito.

<<Ero un fanciullo che annodavo il nastro (attorno alla testa) sotto la Maestà di Teti. Avevo la funzione di sovrintendente di magazzino, ed ero ispettore ai Khentiu-sce(1) del Palazzo regale […]. Fui eletto primo ritualista anziano di palazzo sotto la Maestà di Pepi(2). Sua Maestà mi pose nella funzione di «amico», ispettore dei sacerdoti della sua città funeraria. Ecco, mentre avevo la carica di […], Sua Maestà mi elesse giudice e «bocca di Nekhen»(3), poiché il suo cuore aveva fiducia in me più che in ogni suo servitore. Giudicavo le cose, solo con il giudice-visir in ogni faccenda segreta e provvedevo in nome del re per l’harem regale e per la Grande Casa dei Sei; poiché il cuore di Sua Maestà di me si fidava più che di ogni suo funzionario, più di ogni suo dignitario, più di ogni suo servo. Pregai la Maestà del mio signore che mi si portasse un sarcofago di pietra bianca di Troia(4). Sua Maestà fece che un portasigilli del dio, insieme ad una squadra di marinai al suo comando, traversasse il fiume per portarmi questo sarcofago da Troia. Arrivò per suo mezzo, in una zattera grande della Residenza, col suo coperchio, una falsa porta, un architrave, gli stipiti e la soglia. Mai era stata fatta in passato una cosa simile per nessun servitore, tanto ero pregiato nel cuore di sua Maestà, tanto ero piacevole nel cuore di Sua Maestà, tanto il cuore di Sua Maestà si fidava di me. Mentre ero giudice e «bocca di Nekhen», Sua Maestà mi fece «amico unico» e sovrintendente ai Khentiu-sce del Palazzo e soppiantai quattro sovrintendenti ai Khentiu-sce del Palazzo che erano là. Agii secondo quello che Sua Maestà loda, adempiendo (il turno) di guardia, facendo la via del re, assicurando il rispetto dell’etichetta (di corte). Mi comportai in tutto in modo tale che Sua Maestà mi lodò per questo più che per ogni altra cosa. Ci fu un processo nell’harem contro Iametes, la grande sposa del re, in segreto, e Sua Maestà mi fece andare per giudicare, solo, senza che ci fosse nessun giudice-visir, nessun funzionario, eccetto me, solo, perché ero pregiato e piacevole nel cuore di Sua Maestà e Sua Maestà aveva riempito il suo cuore di me. Misi per scritto, solo con un giudice e «bocca di Nekhen», mentre la mia carica era quella di sovrintendente dei Khentiu-sce del Palazzo. Mai in passato era stato giudicato così un affare segreto dell’harem, precedentemente. Senonché Sua Maestà fece che io giudicassi perché ero prezioso nel cuore di Sua Maestà più che ogni suo funzionario, più che ogni suo dignitario, più che ogni suo servitore. Sua Maestà attaccò gli asiatici che stanno sulla sabbia(5). Sua Maestà formò un esercito di molte decine di migliaia, provenienti da tutto quanto l‘Alto Egitto, da Elefantina a sud, fino ad Afroditopoli a nord, provenienti dal Delta, provenienti dalla due Metà del Dominio, al completo, provenienti dalle fortezze, dall’interno delle fortezze, provenienti da Ircet(6) dei Nubiani, da Megiai(7) dei Nubiani, da Iam dei Nubiani, da Uauat[8] dei Nubiani, da Kaau(9) dei Nubiani, provenienti dal paese dei Libi. Sua Maestà mi invitò alla testa di questo esercito, mentre governatori, portasigilli del re del Basso Egitto, amici unici del Grande Castello, sovrintendenti e principi di Castelli della Vallata e del Delta, amici, soprastanti agli interpreti, soprastanti ai sacerdoti della Valle e del Delta, soprastanti alla Parte del Dominio, erano alla testa di un reggimento della Valle e del Delta, dei castelli dei quali erano principi o dei nubiani di queste terre straniere. Io, però, ero quello che facevo per loro piani, mentre avevo la carica di sovrintendente ai Khentiu-sce, per la correttezza della situazione, affinché uno di loro non fosse messo al posto del compagno, affinché nessuno di loro rubasse la pasta del pane o i sandali al viandante, affinché uno di loro non portasse via vesti da nessuna città, affinché uno di loro non portasse via nessuna capra a nessuno. Li guidai per l’Isola del Nord, la Porta di Imhotep, il distretto di Horo Nebmaat (Snofru), mentre avevo la carica di […]. Passai in rivista ognuno di questi reggimenti, mentre nessun servitore li aveva prima passati in rivista.

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva distrutto la terra di Quelli che stanno sopra la sabbia

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva saccheggiato la terra di Quelli che stanno sopra la sabbia,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva distrutto le sue fortificazioni

Tornò questo esercito in pace, dopo che aveva tagliato i suoi fichi e le sue viti,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva appiccato il fuoco alle case di tutta la sua gente,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che aveva fatto a pezzi le truppe ch’erano là a molte decine di migliaia,

Tornò questo esercito in pace,

dopo che ebbe riportato le truppe che erano in lei in grandissimo numero come prigionieri.

Mi lodò Sua Maestà per questo più che per ogni cosa. Sua Maestà mi inviò per condurre questo esercito per cinque volte, per battere la terra di Quelli che stanno sulla sabbia, ad ogni loro ribellione, con questi reggimenti. Agii in modo che Sua Maestà mi lodò per questo più che per ogni cosa. Fu riferito che c’erano dei ribelli per qualcosa, fra questi stranieri (che abitano) nel «Naso della gazzella»(10). Dopo aver traversato mediante navi da trasporto, insieme a queste truppe, sbarcai dietro le alture della montagna, a Nord di Quelli che stanno sulla sabbia, mentre una metà di questo esercito era per strada. Ritornai dopo averli presi tutti quanti, dopo che fu fatto a pezzi ogni ribelle che era fra loro. Ero nel palazzo come portasandali e il re dell’Alto e del Basso Egitto Merenra, mio signore, possa egli vivere in eterno, mi fece governatore e soprastante dell’Alto Egitto, a partire da sud da Elefantina, fino a Nord, ad Afroditopoli, perché ero pregiato nel cuore di Sua Maestà, perché il cuore di Sua Maestà si fidava di me. Ero nella carica di portasandali e Sua Maestà mi lodò per la mia vigilanza e la guardia che facevo nel servizio d’etichetta, più che ogni suo funzionario, più che ogni suo dignitario, più che ogni suo servitore. Mai questa carica era stata tenuta da qualsiasi servitore. Io agii per lui come soprastante dell’Alto Egitto soddisfacentemente, affinché nessuno là si lanciasse contro il suo compagno. Eseguii ogni lavoro, contando ogni cosa che deve esser contata per la corte, in questo Alto Egitto, per due volte, ed ogni prestazione di lavori al tempo che deve essere contata per la corte in questo Alto Egitto, per due volte. Agii come funzionario, in ogni cosa che deve essere fatta in questo Alto Egitto. Mai simile cosa fu fatta in passato in questo Alto Egitto, precedentemente. Agii in tutto in modo che Sua Maestà mi lodasse per ciò. Poi Sua Maestà mi inviò a Ibhat(11), per riportarne un «signore della vita», cassa dei viventi (un sarcofago) con il suo coperchio ed il «pyramidion» augusto e venerabile della piramide Merenra- khanefer (“Merenra appare in splendore”: è il nome della piramide), mia signora, e Sua Maestà mi inviò a Elefantina per riportarne una falsa porta in granito, con la sua soglia e i montanti e gli architravi di granito, per riportarne portali di granito e una soglia per la camera alta della piramide Merenra-khanefer, mia signora. Navigai secondo corrente a partire di là fino a Merenra-khanefer, con sei zattere, tre barche da trasporto, tre barche di otto braccia, in una sola spedizione, nel tempo di nessun re. Il fatto è che ogni cosa che Sua Maestà mi ordinò, fu eseguita interamente, secondo tutto ciò che Sua Maestà mi ordinò in quel luogo. Sua Maestà mi inviò a Hat-nub per riportarne una grande tavola da offerte in alabastro di Hat-nub. Feci discendere per lui questa tavola da offerte in diciassette giorni, dopo che era stata estratta da Hat-nub, facendo che navigasse scendendo verso il nord, in questa zattera – perché avevo tagliato per essa un zattera di acacia, di sessanta cubiti di lunghezza (poco più di 30mt.), di trenta cubiti di larghezza, che costruii in diciassette giorni, nel terzo mese della stagione estiva. Benché non ci fosse acqua sui banchi di sabbia, approdai felicemente a Merenra-khanefer, e tutto avvenne per mio merito, conformemente al comando che mi aveva ordinato la Maestà del mio signore. Poi, Sua Maestà mi inviò per scavare cinque canali nell’Alto Egitto, e per fare tre zattere e quattro barche da trasporto in acacia di Uauat. Giacché i principi dei paesi stranieri di Ircet, di Uauat, di Iam, di Megiai ammucchiarono il legname per questo, io feci tutto in un anno solo: furono messe a galleggiare e caricate di granito in grandi blocchi per Merenra-khanefer. Certamente feci questa economia (di tempo) per il Palazzo, grazie a questi cinque canali, perché è augusta, illustre, venerabile la potenza del re dell’Alto e del Basso Egitto, Merenra, possa egli vivere eternamente, più di quella di ogni dio; e per il fatto che ogni cosa si realizza conformemente al comando che il suo ka ordina. Io sono uno amato da suo padre, lodato da sua madre, caro ai suoi fratelli, (io) il governatore, soprastante dell’Alto Egitto in funzione, beneficiato presso Osiri, Uni>>.

1 Attendenti

2 Si riferisce a Pepi I

3 E’ un titolo che appare a partire dall’Antico Regno accanto a quello di <<guardiano di Nekhen>>. Nekhen è il nome egizio della città meglio conosciuta col nome greco di Hierakonpolis.

4 E’ una cava di calcare situata nei pressi di Menfi (immagino si riferisca a Tura).

5 I Beduini nomadi.

6 Contrada nubiana, davanti a Uauaut

7 Località della Nubia da cui provengono probabilmente i Megiau, identificati con gli odierni Begia del deserto orientale della Nubia

8 Parte della Nubia, situata tra la catena arabica e la costa, tra le attuali Aswan e Korosko

9 Regione della Nubia posta probabilmente a sud della regione di Megia, sulla riva destra del Nilo.

10 E’ solo probabile l’identificazione di questa località asiatica con il Carmelo.

11 Cave situate nel Wadi Hammamat nel Deserto Orientale grosso modo a metà strada tra la grande ansa del Nilo a Nord di Luxor e la costa del Mar Rosso.

Autobiografia di Uni, descrizione di Auguste Mariette(dal Catalogue général des monuments d’Abydos découverts pendant les fouilles de cette ville, pubblicato da Auguste Mariette nel 1880: <<Necropoli Centrale. Calcare: H 1,10 m; larg. 2,70 m. Un funzionario della VI Dinastia chiamato Una (Uni,Weni) si era fatto costruire ad Abydos, sulla sommità della collina alla quale la Necropoli Centrale dà il suo nome, la tomba che ha arricchito la scienza dell’importante iscrizione di cui ci occupiamo. Questa tomba era costruita in forma di mastaba. Un blocco monolitico, oggi spezzato in due frammenti, formava una delle pareti dell’unico vano che fungeva da cappella esterna. E’ su questa parete, che ne era completamente ricoperta, che la nostra iscrizione era incisa. Non spetta a noi far conoscere l’iscrizione di Una che è stata resa celebre dai lavori dei sigg. de Rougè, Brugsch e Maspero. Basti ricordare che contiene la storia, raccontata in prima persona, della vita di un alto funzionario, che iniziò da bambino alla corte del re Téta (Teti), fu elevato alle più alte cariche da Appapus (Pepi I) e morì carico di onori sotto Meri-en-Ra. Se gli scavi potessero restituirci molte iscrizioni dello stesso valore di questa, l’innumerevole schiera di re egiziani che abbiamo il compito di classificare, ci imbarazzerebbe di meno>>

Fonte: Edda Bresciani. Letteratura e Poesia nell’Antico Egitto ed. Einaudi, pp. 22÷27

WENI IL VECCHIO E IL SUO COMPLESSO FUNERARIO AD ABYDOS

Il sito di Abydos (l’antica Abdju), fu identificato dagli antichi egizi come luogo di sepoltura di Osiride e come ingresso principale all’esistenza ultramondana. Per questa ragione vi si possono rintracciare complessi funerari sia di reali che di privati che coprono un arco temporale di oltre tremila anni. La più importante necropoli, riservata ai privati è stata denominata come Cimitero Centrale dai moderni scavatori. Preso di mira dagli antiquari all’inizio del XIX secolo, il sito fu poi indagato nel 1860 da Auguste Mariette che portò alla luce una serie di iscrizioni da importanti tombe di funzionari della VI Dinastia (ca. 2407-2260 a.C.). Tra queste si rivelò di particolare interesse una narrazione autobiografica fra le più lunghe tra quelle conosciute del tardo Antico Regno: quella dell’ufficiale Uni o Weni il Vecchio. Fu considerata da Mariette come la scoperta più importante dell’anno, per cui ritenne che il contenuto del testo fosse di gran lunga più rilevante del contesto archeologico che la conteneva. Di conseguenza, fornì solo scarse informazioni sulla struttura e la localizzazione della tomba, limitandosi a descriverla come una mastaba situata in cima alla collina del Cimitero Centrale e che la biografia, incisa su una lastra, fu ritrovata nella cappella orientale della struttura.

Mappa schematica complessiva di Abydos (©Barry John Kemp 1975, in Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

Una serie di missioni britanniche tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX, rivelarono la presenza di una considerevole necropoli costituita da sepolture più piccole, e non di élite. sui pendii sottostanti la collina che ospita le tombe dei funzionari individuata da Mariette. Ma il contesto del complesso funerario, che includeva, tra le altre, la tomba di Weni, rimase pressoché sconosciuto, non essendo riusciti gli scavatori ad identificarne con precisione la posizionei, fino a quando l’Università del Michigan non ottenne il permesso di riprendere i rilevamenti nel 1995 e gli scavi nel 1999. Grazie all’interessamento del Ministero del Turismo e delle Antichità Egiziane, i team dell’ Università hanno dato inizio a nuove indagini sulla tomba di Uni (Weni) e del Cimitero Centrale. I risultati della ricerca hanno contribuito a riscrivere la storia politica e sociale dell’Egitto tra la fine del terzo e gli inizi del secondo millennio a.C. Nel progetto era anche contemplata anche la pubblicazione di un volume in cui sarebbero confluiti dati GIS (Geografic Information System), archeologici, biologici, testuali ecc., sotto la direzione della D.ssa Janet Richards, in collaborazione con Ayman Damarany, Suzanne L.Davis, Salima Ikram, Christian Knoblauch, Peter Lacovara, Franck Monnier, Mohammed Naguib Reda, Caroline Roberts, Hamada Sadek, Heather Tunmore, Korri Turner e Mohammed Abuel Yazid.

Vediamo allora alcuni dei risultati della ricerca.

Chiunque abbia una certa familiarità con la storia dell’Antico Egitto, avrà senz’altro sentito parlare della autobiografia di Uni (altrimenti noto come Weni il Vecchio), un personaggio molto intraprendente che visse durante la VI Dinastia. Un’ iscrizione, scoperta nel 1860 da Mariette descrive entusiasticamente il suo lungo servizio sotto tre sovrani culminato con la nomina a “Governatore dell’Alto Egitto”. Gli studiosi hanno generalmente valutato questo testo come il più importante documento storico dell’Antico Regno, nel quale era l’illustrata l’ascesa sociale di una categoria di uomini, determinata non necessariamente dalla nobiltà di nascita, ma piuttosto dalle capacità individuali. Tuttavia le varie discussioni si sono incentrate sull’analisi testuale senza tenere conto (anche per la carenza di dati oggettivi, fino alle nuove scoperte) del contesto archeologico e geografico. Questa ricerca si poneva appunto l’obiettivo di integrare le evidenze dell’autobiografia con le nuove conoscenze dei luoghi, nella convinzione che il contesto unito al contenuto potesse arricchire ciò che il testo ci racconta, fornendo informazioni su argomenti sui quali resta muto.

Pianta del complesso funerario del Tardo Antico Regno posizionato sul’ “Alta Collina” menzionata da Mariette. (©Mappa G.F. Compton for the “Abydos Middle Cemetry Project”)

Ma, a questo punto, lascio la parola alla D.ssa Janet Richards.

<< Dal 1995, l’Abydos Middle Cemetery Project, che dirigo sotto l’egida del Kelsey Museum e della spedizione della Pennsylvania-Yale-New York University, si è concentrato sulla parte misteriosa di Abydos da cui si sapeva provenire l’iscrizione di Weni. “Misteriosa” perché nessuno vi aveva scavato dal 1870 (almeno ufficialmente), allorché Auguste Mariette, il colorito primo direttore dell’organizzazione egiziana delle antichità, scagliò centinaia di operai in tutto il sito settentrionale di Abydos.

Mariette non brillava certo per meticolosità nel redigere appunti sul campo, e di conseguenza non vi è alcuna registrazione dettagliata dei luoghi di ritrovamento dell’iscrizione di Weni o di quelli di molti altri importanti funzionari trovati “sull’Alta Collina che dà il nome al cimitero di mezzo” (parole di Mariette, e tra i suoi commenti contestuali più dettagliati!). Una serie di campagne, all’inizio del XX secolo, ha chiarito che le aree circostanti quest’ alta collina ospitavano un cimitero “borghese” costituito da migliaia di modeste fosse a pozzo e di superficie . Ma nessuno di quegli scavatori era riuscito a individuare l’area indagata dagli uomini di Mariette>>.

Ricostruzione 3D dell’architettura di fine 3° millennio a.C. sul basso plateau desertico di Abydos (©Immagine G.S. Tucker nell’ambito dell’ “Abydos Middle Cemetry Project”)

La stagione 1999

<<Il nostro interesse quindi non è stato solo quello di ricollocare fisicamente l’individuo Weni il Vecchio, ma anche di illuminare il carattere e l’organizzazione spaziale del cimitero dell’Antico Regno nel suo insieme, nonché il suo rapporto con la città adiacente e l’area del tempio durante un periodo cruciale della storia egiziana.

Nel corso delle due brevi stagioni di rilevamento nel 1995 e nel 1996, abbiamo creato una mappa topografica dettagliata dell’intero Cimitero Centrale completando un’intensa raccolta di superficie e un’analisi della ceramica dell’area molto probabilmente riconducibile all’ “Alta Collina” riferita da Mariette. I materiali ceramici e le grandi mastabe di mattoni crudi in rovina, rinvenute durante queste stagioni, indicavano una forte presenza della VI dinastia. Armati di queste informazioni e di un’indagine sui reperti di Mariette al Museo del Cairo, siamo tornati sul sito nel settembre 1999 per una stagione di scavi su vasta scala. La troupe comprendeva me come regista; vicedirettore per la bioarcheologia Brenda Baker dell’Arizona State University; Geoff Compton e Amanda Sprochi dell’Università del Michigan, nonché lo studente universitario Jason Sprague; e gli studenti laureati dell’Arizona State University Scott Burnett, Anna Konstantatos, Penny Minturn e Korri Turner. Il signor Adel Makary Zekery di Sohag ha gentilmente agito come ispettore del progetto; siamo grati anche al Dr. Yahia el Sabri el-Misri e al Sig. Ahmet el-Khattib per il loro supporto. Infine, molti ringraziamenti vanno a Sharon Herbert e allo staff del Kelsey Museum.*

Nonostante le temperature estreme (caldo a settembre e ottobre, gelo a novembre e dicembre), un veicolo blindato nel Cimitero di Mezzo, i pozzi delle tombe che crollavano, le visite regolari di vipere cornute e un’epidemia di tifo negli scavi, la stagione ha prodotto risultati fenomenali. Abbiamo raccolto informazioni su individui precedentemente sconosciuti e prove di attività votive private del tutto insospettabili. Nuovi fatti sono emersi anche riguardo alla carriera e alla famiglia di Weni il Vecchio e al progetto della sua residenza eterna nel cimitero dell’Antico Regno. Infine, gli scavi hanno fornito dati sul periodo tardo e tolemaico-romano nel sito. (Uno dei rischi di scavare in periodi fin dall’Antico Regno è che sono inevitabilmente ricoperti da metri di attività successive.) Lo spazio mi costringe a concentrarmi qui su Weni e sui resti dell’Antico Regno>>.

Il Team dell’ “Abydos Middle Cemetry Project” (©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

*Il finanziamento del progetto è stato generosamente fornito dal Kelsey Museum of Archaeology, dall’Office of the Vice President for Research, dalla Horace H. Rackham School of Graduate Studies e dall’Institute of Fine Arts della New York University.

Lascio che sia ancora la D.ssa Janet Richards a riprendere la parola

Il complesso di Nhty

<<Due delle quattro grandi aree che abbiamo indagato si sono rivelate essere le più importanti per comprendere il modello funerario del tardo Antico Regno. La prima di queste era una mastaba gravemente rovinata che, sembrava essere la cappella più visibile della zona di Mariette. Nel 1996 avevamo pensato che fosse molto probabilmente la cappella di Weni, anche per i danneggiamenti cui era stata sottoposta: la rimozione degli elementi architettonici in pietra calcarea dalle loro posizioni originali, infatti richiede solitamente la demolizione dell’edificio in cui si trovano e Mariette di questi reperti con iscrizioni riferite a Weni, ne estrasse molti.

Il nostro scavo di quest’area ha rivelato le presenza di un grande complesso costituito da una mastaba e una serie di monumenti sussidiari, costruiti intorno ad essa, databili al tardo Antico Regno, al Primo Periodo Intermedio, al Medio Regno e al Periodo Tardo. La mastaba principale, tuttavia, non apparteneva a Weni; era, invece, la tomba di un persona, precedentemente non identificata, di nome Nhty, un principe, sindaco, unico compagno e sommo sacerdote.

Nhty sembra essere stato un personaggio che ispirava un forte rispetto, duraturo e concreto: infatti, 50 centimetri sopra il livello stratigrafico originale dell’Antico Regno, nel Medio Regno furono costruite piccole cappelle votive in mattoni di fango allineate al complesso di Nhty, una delle quali conteneva ancora una coppia di statue in basalto. Questa scoperta fu del tutto inaspettata, poiché le ceramiche di questo strato non mostravano evidenze riferibili ad attività riconducibili al Medio Regno>>.

La Mastaba di Weni

<<A nord del complesso di Nhty si trova una struttura ancora più grande ed è qui che abbiamo trovato la prova più convincente che si trattasse dell’ultima dimora di Weni il Vecchio. Nel 1996 avevamo documentato la presenza di una costruzione in mattoni di fango lunga 16 metri sulla sua parete nord; gli scavi hanno rivelato che si trattava di un imponente recinto di 29 metri di lato, spesso 3 metri e alto oltre 5 metri.

La mappa delle prime aree scavate(©Mappa G.F. Compton for the “Abydos Middle Cemetry Project”)

I costruttori costruirono un grande pozzo funerario, e due più piccoli, all’interno di questo recinto. L’intera struttura fu poi riempita di sabbia pulita e ricoperta nell’antichità, per darle l’aspetto di una solida mastaba. Questa mastaba si trova nel punto più alto del Cimitero Centrale e il suo impatto visivo sugli abitanti della città sottostante doveva essere molto simile a quello determinato dai grandi recinti funerari della prima dinastia (ca. 3100-2750 a.C.), attraverso lo wadi nel Cimitero Settentrionale. Come quelli, infatti, è così grande che è visibile dalle alte pareti rocciose del deserto a più di mezzo miglio di distanza.

Panoramica del complesso di Nehty(©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

All’inizio della stagione, abbiamo rinvenuto in quest’area un certo numero di frammenti di rilievo inscritti, inclusi due pezzi che, uniti insieme, formavano il nome “Weni il Vecchio” e un frammento che restituisce l’appellativo di “Vero governatore dell’Alto Egitto”, il più alto titolo riferito nell’autobiografia di Weni. Ulteriori prove sono emerse a sostegno di questa associazione. La facciata esterna della parete nord incorpora una grande nicchia e durante gli scavi qui è stata scoperta in situ una falsa porta danneggiata con un’ iscrizione per Weni il Vecchio. Non solo questa falsa porta fornisce un soprannome per Weni (“Nefer Nekhet Mery-Ra” – I soprannomi egizi erano spesso più lunghi dei nomi di nascita!), ma documenta anche la sua promozione finale in carriera, un fatto non registrato nella sua autobiografia: Capo Giudice e Visir.

Vista del muro della mastaba di Weni, che evidenzia la nicchia dell’angolo sud-orientale dopo la rimozione del pilastro. A sinistra del muro, in basso è presente una cappella a forma di mastaba databile agli inizi del Medio Regno. In alto, sulla sinistra si trovano resti di strutture d’epoca tolemaica edificate su rovine di monumenti del 3° e 2° millennio a. C. (©Ph. K.D. Turner for the “Abydos Middle Cemetry Project”)
La Mastaba di Weni con la falsa porta in situ(©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

Una serie di pozzi e sepolture di superficie si trovavano a nord della falsa porta; sono databili dal tardo Antico Regno al Primo Periodo Intermedio e suggeriscono che la tomba di Weni sia diventata il fulcro di un cimitero di gruppo, probabilmente contraddistinto da legami di parentela.

Sulla parete est della mastaba abbiamo scoperto ulteriori prove riferibili a Weni. Nel riempimento di superficie, abbiamo scavato lo stipite di una porta in pietra calcarea lungo quasi due metri e inscritto per lo stesso visir Iww documentato in una tomba da Richard Lepsius nel 1840. Su entrambi i lati dello stipite, parenti maschi presentano offerte a Iww; uno di questi è identificato come: “suo figlio maggiore, il governatore dell’Alto Egitto Weni il Vecchio”. Quindi, nonostante Weni nella sua autobiografia enfatizzi i suoi meriti come fattore determinante della sua ascesa sociale, appare chiaro che doveva appartenere a una famiglia già diventata influente, anche se ha scelto di non comunicare questo particolare>>.

La Cappella delle offerte

<<Pochi metri a est dello stipite, abbiamo scavato una piccola cappella delle offerte costruita direttamente sul muro della grande mastaba. Vi si accede attraverso uno stretto portale sul lato est ed era, in origine, completamente decorata con bassorilievi dipinti raffiguranti portatori di offerte. Parecchi dei blocchi che compongono questo schema decorativo furono rimossi durante alcuni precedenti episodi di scavo o di saccheggio, ma altri rimasero in situ sulle pareti e sul portale; inoltre, nove blocchi aggiuntivi giacciono sul pavimento. Lo stipite esterno di una porta, parzialmente conservato, reca una rappresentazione in piedi del proprietario della tomba, conservata dalla vita in giù. Il confronto di questo rilievo con la parte superiore del proprietario di una tomba di nome Weni il Vecchio nel Museo Egizio, suggerisce che originariamente appartenessero allo stesso assieme.

Mastaba di Weni, resti della Cappella Orientale(©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo)

Sembra evidente che questa cappella semidistrutta sia il contesto originario degli arredi funerari di Weni scavati da Mariette e attualmente nel Museo Egizio, e possiamo ora proporre la seguente ricostruzione.

La prima falsa porta di Weni fu collocata nella nicchia principale di questa cappella. La massiccia lastra dell’autobiografia è stata montata sulla facciata esterna della cappella, le cui pareti sono sufficientemente spesse per sopportarne il ragguardevole peso. Una tale collocazione spiegherebbe sia la posizione fuori asse dell’ingresso della cappella, che è stato deviato a nord per accogliere la larghezza di 2,75 metri dell’autobiografia, sia le condizioni estremamente alterate dell’autobiografia. Due obelischi in miniatura con il nome di Weni sarebbero stati collocati appena fuori dall’ingresso della cappella>>.

Ricostruzione della cappella di Weni con i reperti del Museo Egizio ricollocati (illustrazione di Geoff Compton©Kelsey Museum News Letter pubbl. primavera 2000 dagli associati del Museo

Ulteriori prove di Weni

<<Dopo la promozione a giudice capo e visir, alla fine della sua carriera, Weni installò la sua seconda falsa porta registrando l’evento sulla parete nord della sua mastaba. Entrambe le false porte si allineano con la probabile posizione della camera funeraria, che si trova a nord del grande pozzo a una profondità di oltre 12 metri.

Weni il vecchio in posa adorante e rivolto ad occidente verso la tomba di Osiride. Le immagini sono incise su un pilastro di pietra calcarea estratto dalla nicchia presente nell’angolo sud-ovest della sua mastaba, nel 2013 (©Ph. K.D. Turner for the “Abydos Middle Cemetry Project”)

All’interno della mastaba, un enorme deposito della VI dinastia conteneva ceramiche (oltre 500 vasi da vino giacevano in pile a est e ad ovest del pozzo e,in linee ordinate, a nord). In questo deposito di ceramiche si trovavano in situ dieci sepolture a bara del Periodo Tardo, indizio di un successivo riutilizzo di questo spazio come piccolo cimitero.

Il collegamento finale a Weni proveniva da una struttura rettangolare nell’angolo sud-est. Questa conteneva i resti deteriorati di più di trenta basi in legno per statue, oltre a diversi elementi disincarnati come braccia, mani, frammenti di animali e componenti in pietra calcarea di scene di produzione, come bacini in miniatura ricoperti da colini a cestello per la produzione di birra. Il manufatto meglio conservato e più significativo era una statuetta in calcare, splendidamente eseguita, del proprietario della tomba da ragazzo, identificato come il “conte” Weni”>>.

Immagine di una statua in granito di Weni il Vecchio, ripresa da tre diverse angolazioni. Probabilmente fu danneggiata per episodi di esecrazione durante il 1° Periodo Intermedio. Scavata da A. Mariette nel 1860. Inv. N. 175 del Museo Egizio del Cairo. (©Ph. A. Damarany for the “Abydos Middle Cemetry Project”).

Il significato della tomba

<<La summa di queste evidenze suggerisce fortemente che abbiamo ritrovato la tomba di Weni, il monumento principale di in una zona d’élite circondata da un cimitero della classe media. Questa tomba rappresenta una straordinaria dichiarazione visiva del raggiungimento della ricchezza e del potere politico, che potrebbe rispecchiarsi, nella città di Abydos, in un misterioso e massiccio edificio, che Matthew Adams, ha da tempo sospettato essere un Palazzo del Governatore. Date le sue dimensioni e la somiglianza delle sue tecniche di costruzione con la tomba di Weni, si è tentati di considerarla parte delle sue attività edilizie: un collegamento tra strutture per i viventi e funerarie.

Statuetta in calcare di Weni. Riportata alla luce dal team del Michigan nel 1999. Museo di Sohag, Alto Egitto. (©Ph.“Abydos Middle Cemetry Project”).

I risultati degli scavi del 1999 presentano una complessa miscela di sepolture d’élite e non d’élite e attività votive durante il tardo Antico Regno e nel Medio Regno, un arco di tempo in cui sia il potere politico che l’importanza di Osiride stavano crescendo in questa regione. La ricollocazione fisica di un importante individuo storico all’interno di quel quadro multidimensionale ci permette di integrare più efficacemente le linee di evidenza testuali e archeologiche nella nostra ricostruzione della storia politica e sociale dell’antico Egitto. Molto lavoro resta da fare, ma il successo della scorsa stagione, grazie a un equipe straordinariamente qualificata, ci ha fornito una solida base per le future ricerche sul sito>>.

Janet Richards

Fonti: Harvard University, Biographies of Person and Place: The Tomb Complex of Weni the Elder at Abydos https://whitelevy.fas.harvard.edu/biographies-person-and…

The Kelsey Museum of Archaeology: Kelsey Museum News Letter published by the associate of Museum, spring 2000

https://newsletters.kelsey.lsa.umich.edu/spring2000/abydos.html?fbclid=IwAR1-NmAaM5lzp71czhw8IMUuYp6bcEevPmTWwS8ZTFVoA5chPfWZrYUEZGc 

https://newsletters.kelsey.lsa.umich.edu/spring2000/abydos.html?fbclid=IwAR1-NmAaM5lzp71czhw8IMUuYp6bcEevPmTWwS8ZTFVoA5chPfWZrYUEZGc

Ringrazio, il nostro esperto Nico Pollone per avermi fornito il materiale che mi ha permesso di effettuare questa stimolante ricerca su un personaggio così affascinante ed emblematico.

Ulteriori contenuti relativi a Uni li potete trovare qui: https://laciviltaegizia.org/tag/weni-il-vecchio/ (a cura di Luisa Bovitutti)

e qui: https://laciviltaegizia.org/…/la-piramide-di-merenre…/ (a cura di Piero Cargnino)

IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta, Mastaba

LA MASTABA DI KHUFU-KHA-EF

Di Grazia Musso

Titoli principali: Cancelliere, figlio di re

IV Dinastia

La tomba di questo principe, figlio di Cheope, si trova ad est della piramide di sua madre, la regina Henutsen, che occupa la posizione mediana nel gruppo delle tre piramidi secondarie di Cheope.

I bassorilievi che decorano le pareti di questa piccola tomba, sebbene senza tracce di policromia, sono di grande finezza e perfettamente conservati.

Nel vestibolo a destra e a sinistra della porta che dà accesso alla camere delle offerte, vi sono due grandi rappresentazioni del defunto con la madre (a sinistra) e con un figlio (a destra), mentre riceve le offerte.

Il tema delle offerte continua nella stanza successiva, dove si trova anche la Stele falsa porta e, nella parte nord, disposta su cinque registri, la processione dei portatori di offerte provenienti dai possedimenti del defunto, che qui è accompagnato dalla moglie.

Da questa stanza si entra nella camera sepolcrale, probabilmente di epoca più tarda e senza decorazioni.

Fonte: Le guide di Archeo: le piramidi d’Egitto – Edizioni White Star

Fotografie: Andrea Vitussi

Teologia

HEKA

Di Andrea Petta

Heka (a destra) segue Khnum che sta offrendo la vita al Faraone (Tempio di Esna)

Heka è la divinità che incarna il concetto di potere magico ed energia. Nei Testi dei Sarcofagi Heka è descritto come generato all’inizio del tempo dal dio creatore Atum allo scopo di fornire una forza soprannaturale che pervada l’universo consentendo alle divinità e all’umanità di agire.

Questa forza viene indicata come il nome della divinità, “heka” e si può identificare con il concetto moderno di “magia”, ma non si limitava a rituali attivi; era un potere che permeava la vita.

Heka (divinità): la parola ḥeka, quando scritta in geroglifici, è composta dal geroglifico monoconsonantico, ḥ (una corda attorcigliata, Gardiner V28) e dal geroglifico biconsonantico k ꜣ (ka, Gardiner D28), due braccia parallele rivolte verso l’alto, segno usato anche per esprimere l’antico concetto egizio della forza vitale chiamata appunto “ka”

“Heka” come “magia” si scrive con gli stessi simboli della divinità, ma il determinativo “divinità” è sostituito dal rotolo di papiro (“parola”, “concetto”) e comprende i tre trattini della pluralità.

Heka (concetto) con il simbolo del rotolo di papiro (Gardiner Y1) ed i tre trattini, simbolo di pluralità

Ogni cosa è quindi fatta, o permeata, di “heka”. Jan Assman la definisce

potere coercitivo onnipervadente, paragonabile alle leggi della natura nella sua coercizione e in tutta la sua pervasività, mediante il quale in principio fu fatto il mondo, mediante il quale è quotidianamente mantenuto e mediante il quale l’umanità è governata”.

Da notare che per la ciclicità del tempo egizio, Heka non “ha dato vita agli dei” ma Heka “dà vita agli dei” (Incantesimo 641 del Libro dei Sarcofagi); il suo ruolo non è quindi legato ad un momento singolo ma si ripete quotidianamente.

Per questa duplice accezione (concetto/divinità) Heka è spesso messo in relazione a Ma’at (“ordine”).

Heka con i due bastoni a forma di serpente. Il suo emblema (phty) significa “Forza” o “Potere”)

Heka non è il solo fattore presente nella creazione. Il potere creatore nella mitologia egizia si personifica infatti in diverse divinità.

**Sia **è il potere della percezione, che consente al Creatore di visualizzare tutte le forme

**Hu **è il potere dell’autorità della parola, che consente al Creatore di dare vita alle forme nominandole (nella cosmogonia di Neith, anche la dea crea il mondo con sette parole magiche)

Nel Testi dei Sarcofagi (Incantesimo 335) entrambe queste divinità sono al fianco del padre Atum ogni giorno.

Sia è alla destra di Ra, personifica la saggezza e porta in mano il Libro di Ra. A volte viene indicato come vivente “dentro” l’occhio di Ra permettendo al dio solare di vedere e capire tutto. Nei testi del Nuovo Regno, Sia è colui che pronuncia le formule per aprire le Dodici Porte.

Hu è invece chiamato “colui che parla nell’oscurità” intendendo il buio primordiale prima della creazione della luce.

Nel Nuovo Regno, dove Ptah viene venerato come mente creatrice, Sia e Hu diventano rispettivamente il cuore e la lingua di Ptah, essendo ritenuto il cuore la sede del pensiero umano. Così “attraverso quello che il cuore pensa e la lingua comanda, tutto fu creato

Heka (all’estrema sinistra) dietro a Osiride e Ma’at. Papiro funerario della sacerdotessa Nesitanebetisheru, 950 BCE circa

Heka è quindi il potere attraverso il quale i pensieri ed i comandi del Creatore diventano realtà (“l’espressione della creatività divina attraverso il pensiero e la parola”). In parte era possibile utilizzare questo potere (o cercare di farlo) nella vita quotidiana. Il medico, ad esempio, rivestiva il ruolo di Thot che invoca protezione “heka” nei confronti del paziente, quest’ultimo nel ruolo di una divinità sofferente come Horus ferito da Seth. In una stele della V Dinastia i medici sono definiti sia come *swnw *(dottori) che come hm-ntr-hk (“profeti di Heka”). Ma la “heka” era anche distruttiva: nel Papiro Ebers si fa menzione della necessità di far uscire la “heka” dal corpo del malato per permettergli di guarire.

Heka è una delle divinità più antiche; il suo nome è già presente nel tempio funerario di Sahure (V Dinastia) ma sarà venerato fino all’epoca tolemaica e copta.

Sarcofago di Paduamen, XXI Dinastia. Heka dietro il trono di Osiride con due serpenti e due bastoni/serpenti nelle mani

A volte è rappresentato dietro il trono di Osiride nei papiri funerari, con in mano uno o più serpenti – di solito due (uno dei miti antichi narra che Heka sia stato attaccato e morso da due serpenti nel deserto, ma con il suo potere ne sia guarito) oppure scettri/bastoni a testa di serpente. Si è ipotizzato una derivazione del bastone di Esculapio da questa simbologia, ma è un argomento molto controverso. I bastoni a forma di serpente sono invece caratteristici della dea Weret-Hekau “Padrona della Magia”, di solito raffigurata come un cobra anche nelle insegne reali.

Bastone magico a forma di cobra, XVII Dinastia

Il suo nome potrebbe derivare da “Padrone dei Ka” intendendo la forza vitale di ciascun uomo dalla nascita.

Nei Testi dei Sarcofagi (Incantesimo 261) Heka si dichiara al fianco di Atum dall’inizio del tempo “prima della dualità”. Nell’Incantesimo 648 la “heka” è presentata nuovamente come un aiuto fornito dagli dei; è quindi da ritenersi una forza difensiva. Negli stessi Testi è presente un riferimento ad una “heka malvagia” (traduzione credo impropria) che non è però sovrapponibile alla “magia nera”; si tratta della heka posseduta dai demoni dell’oltretomba e non ha nessuna connotazione malvagia. Infatti heka non è il potere malevolo dello stregone che può essere usato a sé stante. È invece una forza che ha creato e spinto l’universo, ma può nella visione egizia anche essere manipolata dalle azioni, dalle parole, dagli oggetti e dalle immagini per ottenere un risultato desiderato. In questa chiave alla “heka” si ispirano alcune sette esoteriche moderne.

In questa stele del V secolo BCE propostaci da Nico Pollone non molto tempo fa, Heka è visibile a sinistra, vicino alla testa di Horus, con i due serpenti a formare una X

Nei Testi delle Piramidi Heka è una forza minacciosa, simile a Sekhmet, in grado di divorare dei e uomini e nutrirsi della loro energia vitale (incantesimi 472 e 539, “Castigatore degli dei”).

Il Libro dei Morti contiene incantesimi seguendo i quali il defunto possiederà i poteri magici universali di Heka per contrastare i pericoli dell’oltretomba. Un incantesimo è specificatamente rivolto contro i coccodrilli.

Nel Libro delle Porte Heka è raffigurato in forma antropomorfa in piedi sulla Barca Solare durante il viaggio notturno attraverso gli Inferi e sventa i tentativi del serpente Apophis di fermare la barca nel Libro dell’Amduat (Settima Ora)

Sarcofago di Nectanebo XI 345 BCE. Heka sulla Barca Solare

Nei miti sviluppatisi più recentemente, Heka, insieme a Ra, Thoth e Sekhmet, protegge Osiride accecando i coccodrilli.

Nel Mammisi del tempio di Philae, Heka è la divinità che proclama l’ascesa al trono del figlio di Iside, simbolicamente il Faraone stesso raffigurato come un bambino, tenendolo in braccio

Heka come divinità non ebbe mai alcun tempio (anche in questo paragonabile a Ma’at), anche se esisteva una figura sacerdotale detta “Profeta di Heka” che, come abbiamo visto, era inizialmente rivestita dai medici.

FONTI:

  • George Hart, The Routledge Dictionary of Egyptian Gods and Goddesses (2005)
  • Geraldine Pinch, Egyptian Mythology: A Guide to the Gods, Goddesses, and Traditions of Ancient Egypt (2004)
  • Geraldine Pinch, Magic in Ancient Egypt
  • Katharina Zinn, Magic Pharaonic Egypt
  • Taylor, J., Death and the afterlife in Ancient Egypt. (2001)
  • Paula Alexandra Da Silva Veiga, Health and Medicine in Ancient Egypt; Magic and Science (2009)
  • Robert Ritner, The Mechanics of Ancient Egyptian Magical Practice (1997)
  • Jan Assman, Magic and Theology in Ancient Egypt
IV Dinastia, Mai cosa simile fu fatta, Mastaba

LA MASTABA DELLA REGINA MERESANKH III

Di Grazia Musso

Titoli principali : Figlia del re, Sposa reale di Chefren

IV Dinastia

La Mastaba di Meresankh ( o Mersyankhl III) è una delle più belle della necropoli per la qualità dei bassorilievi che, in molte parti, hanno conservato una buona policromia.

Questa principessa, era figlia di Kawab e di Hetepheres II, entrambi figli di Cheope, e sposò in seguito il fratellastro Chefren.

La tomba comprende due stanze rettangolari disposte in senso nord – sud

Nella prima le pareti sono decorate prevalentemente con scene agricole , nautiche, di caccia e pesca, di preparazione degli alimenti e di artigianato.

Meresankh ed Hetepheres sono rappresentate mentre colgono fiori di loto e cacciano con le reti gli uccelli delle paludi.

Sulla piccola porzione della parete est, a sinistra della porta d’ingresso, i bassorilievi illustrano la fabbricazione delle statue.

In questo settore vi è una scena di grande interesse, che raffigura un artista chiamato “Rehay” intento a dipingere una statua della regina, mentre al suo fianco si trova lo scultore “Inkaf”, nell’atto di modellare una seconda statua di Meresankh : non sappiamo se questi due personaggi siano realmente i principali decoratori della tomba, ma è certo che si tratta della prima volta in cui gli artisti sono rappresentati con i loro nomi.

Nella contigua parete sud si osservano tre nicchie contenenti sei statue scolpite in alto rilievo, raffiguranti sei personaggi maschili non identificabili con precisione.

Sul lato nord si notano due pilastri quadrangolari, al di là dei quali vi è un prolungamento della prima sala: qui, nella parte rocciosa è intagliata una vasta nicchia in cui sono state scolpite in alto rilievo dieci grandi statue di dimensioni decrescente da destra a sinistra, raffiguranti personaggi femminili : in assenza di iscrizioni individuabili, si presume che queste statue raffigurano la defunta, sua madre Hetepheres, la figlia Sjepseskau e le altre figlie di Meresankh

La parte ovest, nella cui parte sud vi è anche una stele falsa porta incompiuta, comincia con due ampie aperture con la contigua sala delle offerte: qui, al tema dell’agricoltura si affianca. quello del banchetto funebre con cantanti e musici ( parete nord), mentre sulla parete ovest vi sono ancora altre due nicchie contenenti due statue ciascuna, raffiguranti probabilmente Meresankh e sua madre Hetepheres, che fiancheggiano una seconda stele falsa porta.

In questa stanza si trova anche il pozzo che conduce alla camera funeraria, situata a una profondità di circa 5 metri, dove nel 1927 Reisner trovò il sarcofago in granito nero con la mummia della regina, che venne trasferito Museo del Cairo.

Fonte

Le guide di Archeo – Piramidi d’Egitto – edizioni White Star

Fotografie

Egitto nel cuore e nella mente

Egypt Cradle of Civilization

Harem Faraonico

LE COSPIRAZIONI – RAMSES III

Di Luisa Bovitutti

Un regno di prosperità e gloria?

Ramses III è considerato dagli studiosi l’ultimo grande sovrano del Nuovo Regno; egli lasciò ampia traccia di sé attuando un importante programma architettonico ed istituzionale in tutto il paese, cercando di imitare le gesta e la politica del suo modello Ramses II, del quale assunse anche i nomi.

Ramses III trionfa sui nemici

Egli dovette difendere il paese dai Libici che premevano sul Delta Occidentale e dai Popoli del Mare, che provenivano forse dall’Europa Centro-Orientale, che avevano razziato per anni le coste orientali del Mediterraneo e che dopo aver invaso l’impero hittita si erano insediati nel Delta, con l’evidente intento di conquistare tutto il paese risalendo il Nilo.

La battaglia navale contro i popoli del mare; il rilievo si trova sulle pareti del tempio di Medinet Habu, ed è stato qui riprodotto e colorato per una maggiore comprensione

Con l’aiuto di truppe mercenarie il Faraone li affrontò, li sconfisse, riuscì a respingerli ed ispirandosi al suo idolo Ramses II, continuò a glorificare la sua persona e le sue imprese, cercando di fornire un’immagine idilliaca del suo regno e di accreditarsi come colui che con l’appoggio di Amon aveva regalato stabilità e sicurezza al paese.

“Io ho sostenuto in vita tutto il paese, sia gli stranieri, sia la gente comune, sia i cittadini, sia il popolo, sia i maschi che le femmine. Ho tratto un uomo dalla sua sventura e gli ho dato fiato; Io l’ho salvato dall’oppressore, che era più importante di lui. Ho sistemato ogni uomo nella sua sicurezza, nelle sue città; ho sostenuto in vita altri nella sala delle petizioni. Ho restaurato il paese nel luogo in cui era stato distrutto. La terra fu ben soddisfatta durante il mio regno. Feci del bene sia agli dèi che agli uomini, e non ebbi nulla che appartenesse a nessun popolo…” (dal Grande papiro Harris, traduzione di J. H. Breasted).

Disegno del rilievo della battaglia navale

I rilievi e le iscrizioni sulle pareti del suo tempio funerario di Medinet Habu sono ampiamente autocelebrativi e costituiscono il più significativo esempio di propaganda faraonica:

Parole dette da Amon-Ra, re degli dei, a suo figlio, il Signore delle Due Terre User-Maat-Ra Mery-Amon: “Benvenuto in pace! Tu hai predato le nazioni straniere, hai calpestato i loro villaggi, hai riportato i tuoi nemici come prigionieri di guerra, in quanto io ho decretato per te valore e vittoria!”(iscrizione sulle pareti del tempio di Medinet Habu, traduzione di Alberto Elli).

Ramses III viene rappresentato nella posa tradizionale del guerriero vincitore, mentre tiene fieramente numerosi nemici per i capelli e si appresta a colpirli con la sua mazza, ed è il protagonista indiscusso delle incredibili scene delle sue battaglie vittoriose, tra le quali ci sono anche quelle contro gli Hittiti ed i Nubiani che non hanno alcun riscontro storico.

L’egittologo Nicolas Grimal, nel suo libro dedicato alla Storia dell’antico Egitto, spiega che le scene rappresentano simbolicamente il Faraone che eternamente sconfigge i nemici dell’Egitto, e quindi non solo quelli che ha effettivamente combattuto, ma anche quelli che affrontarono tutti i grandi Faraoni del passato ed in particolare il suo grande predecessore Ramses II, le cui battaglie contro gli Hittiti (Kadesh) ed i Siriani sono raffigurate nel vicino Ramesseum.

I nemici del Faraone appaiono soverchiati dall’impeto del re che li travolge con il suo carro riducendoli ad un groviglio di corpi, che li bersaglia con il suo arco facendone strage e che respinge le loro navi sterminandone gli equipaggi; la vittoria è schiacciante ed i suoi uomini gli portano innumerevoli prigionieri e gli mostrano mucchi di mani e di falli tagliati ai nemici sconfitti, che egli a sua volta presenta unitamente al bottino di guerra agli dei che hanno propiziato il suo successo.

Le mani tagliate dei nemici vengono presentate a Ramses III, e uno scriba ne tiene il conto

Un’altra interessantissima testimonianza del regno di Ramses III è il papiro Harris n. 1, noto anche come “Grande papiro Harris” (è lungo ben 42 metri), oggi custodito al British Museum di Londra; esso è scritto in ieratico e venne sicuramente commissionato da Ramses IV, secondo alcuni per essere letto alle esequie del padre Ramses III; reca la data del 6° giorno del terzo mese di shemu dell’anno 32 del regno di quest’ultimo, che probabilmente coincide con l’effettiva presa di potere del figlio.

Il sovrano defunto viene fatto parlare in prima persona, ed implora favore e benedizioni per la sua vita oltremondana e per il suo successore, ricordando agli dei le immense donazioni di servi, terre, vigneti, bestiame, derrate alimentari e metalli preziosi elargite ai templi di Tebe, Eliopoli e Menfi negli oltre trentun anni del suo regno.

“… Oh dio Amon, toro di sua madre, sovrano di Tebe. Concedimi di arrivare in sicurezza, di sbarcare in pace, di riposare a Tazoser come gli dei. Che io possa mescolarmi con le anime eccellenti di Manu, che vedono il tuo splendore al primo mattino. Ascolta la mia petizione! … Incorona mio figlio (Ramses IV) come re sul trono di Atum, stabiliscilo come potente Toro, …. re dell’Alto e del Basso Egitto, signore delle due terre … Tu sei colui che lo ha designato come re, mentre era giovane. … Dagli un regno di milioni di anni, con tutte le sue membra integre, in prosperità e salute. … Rendilo divino più di qualsiasi re e grande come la tua riverenza, come signore dei Nove Archi. Fa’ che il suo corpo fiorisca e sia giovane ogni giorno, mentre tu sei uno scudo dietro di lui ogni giorno. Poni la sua spada e la sua mazza da guerra sulle teste dei Beduini; … Estendi per lui i confini fino a dove desidera; possano le terre e i paesi temere per il suo terrore. Concedi per lui che l’Egitto si rallegri” (dal Grande papiro Harris, traduzione di J. H. Breasted).

 Particolare della battaglia contro i libici

L’ultima delle cinque sezioni del papiro illustra i disordini sociali della fine della XIX dinastia (si vedano a questo proposito i post sulla regina Tausert, su Siptah e sul Gran Cancelliere Bay sul nostro sito Laciviltaegizia.org) e spiega come Ramses III, ricevendo il trono da suo padre Sethnakht avesse difeso i confini del paese e ristabilito l’ordine riorganizzando l’amministrazione statale e l’esercito e riprendendo i contatti commerciali con la Terra di Punt.

“…Sconfissi coloro che lo invadevano (l’Egitto) dalle loro terre … Ho portato via quelli che la mia spada ha risparmiato, come numerosi prigionieri, immobilizzati come uccelli davanti ai miei cavalli: le loro mogli e i loro figli a decine di migliaia, il loro bestiame a centinaia di migliaia. … ho costruito grandi galee con chiatte, dotate di numerosi equipaggi e di numerosi aiutanti … Le galee e le chiatte erano cariche dei prodotti della terra (di Punt), che consistevano in tutte le strane meraviglie del loro paese … Inviai i miei messaggeri nel paese degli Atika, alle grandi miniere di rame che si trovano in questo luogo … Fu inviato in Egitto e arrivò sano e salvo… Mandai maggiordomi e funzionari nel paese della malachite … Piantai tutta la terra di alberi e di verde e feci abitare il popolo alla loro ombra. Feci in modo che la donna d’Egitto andasse nel luogo che desiderava, perché nessuno straniero e nessuno per strada la molestò. Feci dimorare la fanteria e i carri a casa mia; gli Sherden e i Kehek (i mercenari) erano nelle loro città, sdraiati sulla schiena; non avevano paura, perché non c’era nessun nemico da Kush e nessun nemico dalla Siria… Le loro mogli erano con loro, i loro figli al loro fianco; non si guardavano alle spalle, ma il loro cuore era fiducioso, perché io ero con loro come difesa e protezione delle loro membra (dal Grande papiro Harris, traduzione di J. H. Breasted).

Il Sovrano, quindi, esaltava il suo buon governo e rassicurava i sudditi spiegando loro di aver ripristinato il commercio marittimo, che i templi prosperavano, che le strade e le città erano sicure e che l’esercito era in ozio perché i nemici erano stati annientati, ma in realtà la situazione era complessa a causa di un’incombente crisi economica.

La migrazione dei Popoli del Mare, infatti, aveva alterato definitivamente il paesaggio geopolitico dell’antico Vicino Oriente e l’Egitto, circondato da popolazioni ostili, si trovò isolato a livello internazionale; inoltre lo sforzo bellico lo aveva impoverito ed aveva altresì perso il controllo di Canaan e della Siria e le risorse che da tali territori gli derivavano.

Ramses III non seppe adattare la sua politica alla nuova realtà né assumere iniziative per risanare l’economia del paese ed assicurare prosperità al popolo; si verificarono quindi disordini politici e sociali che si ingigantirono con il tempo e che meno di un secolo dopo condussero al tracollo della XX dinastia, caratterizzata dall’avvicendarsi sul trono di una serie di personaggi senza spessore che regnarono pochi anni.

NON È TUTTO ORO QUEL CHE RILUCE…. LE PRIME, DRAMMATICHE AVVISAGLIE DEL TRAMONTO

Nonostante l’entusiasmo con cui Ramses III magnificava il suo regno, in realtà soprattutto negli ultimi anni fu caratterizzato da notevoli tensioni sociali e da una significativa crisi economica.

Il Tesoro statale si era impoverito perché il Sovrano vi aveva ampiamente attinto per finanziare le campagne militari, il suo imponente programma architettonico e le generose offerte ai templi; il prezzo del grano era aumentato per la scarsità dei raccolti e l’incremento della domanda indotto dall’immigrazione; la corruzione dilagante aveva nuociuto all’efficienza dell’apparato amministrativo statale, un tempo perfettamente funzionante.

La coltivazione del grano. Tomba di Menna. Gurna

Un chiaro segnale delle difficoltà di questo periodo storico fu lo sciopero degli artigiani di Deir el Medina, iniziato nel mese di novembre del 29’ anno di regno del sovrano, descritto dal cosiddetto “papiro dello sciopero”, un documento amministrativo redatto in ieratico dallo scriba Amennakht e custodito al Museo Egizio di Torino.

A Deir el-Medinah viveva una comunità composta da circa 120 artigiani specializzati con le loro mogli ed i loro figli, per i quali erano state costruite circa 70 unità immobiliari: i migliori muratori, scalpellini, pittori, incisori a rilievo e scultori erano stati reclutati in tutto l’Egitto per lavorare alla realizzazione delle tombe reali.

Ricostruzione del villaggio di Deir el-Medinah

I “Servi nel luogo della verità” (così erano chiamati gli artigiani reali) percepivano un salario di tutto rispetto, molto superiore rispetto a quello degli altri operai, anche se specializzati: la loro “razione”, infatti, conosciuta grazie ad una tabella salariale trovata in loco, comprendeva numerosi sacchi di grano, da utilizzare per il sostentamento personale e come merce di scambio (sette sacchi e mezzo i capisquadra e gli scribi, cinque sacchi e mezzo gli artigiani, due sacchi e mezzo gli apprendisti), oltre a birra, verdure, pesce, abiti ed unguenti per difendersi dal sole.

Lo sciopero, il primo della storia, venne attuato perché le autorità governative erano in ritardo di ben diciotto giorni nella consegna delle razioni e gli artigiani e le loro famiglie erano allo stremo.

Disperati per la situazione, essi inviarono presso il tempio di Horemheb (che faceva parte del grande complesso amministrativo di Medinet Habu) lo scriba Amennakht affinchè denunciasse formalmente l’inadempimento, ed il giorno successivo sfidarono apertamente l’autorità regia, sospendendo il lavoro fino a che non fossero stati pagati.

“Anno 29, sesto mese, giorno 10. Oggi la squadra ha attraversato i cinque posti di blocco della necropoli gridando: “Abbiamo fame! Sono già trascorsi diciotto giorni di questo mese!” (…) “Se siamo arrivati a tanto, è stato a causa della fame e della sete. Non ci sono abiti, né unguenti, né pesci, né verdura. Scrivete al faraone il nostro signore perfetto, riguardo alle nostre parole, e scrivete al visir, il nostro superiore, perché ci siano date le provviste”.

E’ dello stesso periodo un ostrakon trovato a Deir el Medinah che reca una lettera indirizzata al Visir Ta con la quale lo scriba Neferhotep lo rende edotto della drammatica situazione degli artigiani:

(…) Informo il mio Signore che lavoro alle tombe dei principi, che il mio Signore ha ordinato di costruire. Lavoro con molta attenzione e in modo eccellente, procedendo bene e perfettamente.

Non voglio disturbare il mio Signore, perché lavoro molto regolarmente e non sono stanco. Voglio che il mio Signore sappia che noi siamo nella più estrema privazione… (…) Le pietre non sono leggere da trasportare!

Qualcuno ha anche sostituito un sacco e mezzo di orzo, dandoci invece un sacco e mezzo di terra!

Possa il mio signore agire in modo che i nostri mezzi di sussistenza siano assicurati, perché siamo già prossimi alla morte e non possiamo rimanere in vita. Infatti [i responsabili] non ci danno niente, proprio niente!”

Gli artigiani occuparono i recinti dei templi, sede delle istituzioni amministrative statali; il primo giorno stazionarono in quello di Thutmosi III, mentre Amennakht contrattava con i sacerdoti affinché consegnassero loro le razioni prelevandole dai magazzini del tempio, ottenendo solo vuote promesse; il secondo e il terzo giorno invasero il recinto del Ramesseum, provocando la fuga delle guardie e dei funzionari ed ottenendo dallo scriba Pentaweret 55 pani.

La situazione era grave: il capo della polizia Mentmose, recatosi a Tebe per informare Ptahemheb, Sindaco della città e funzionario delle entrate, aveva appreso che i granai del faraone erano vuoti, e nei giorni seguenti l’amministrazione centrale aveva inviato sul posto provviste di pessima qualità ed in quantità insufficiente per le necessità del villaggio.

La tomba di Ramses III

Per placare gli scioperanti era addirittura intervenuto Ta, visir dell’Alto e del Basso Egitto, che si era adoperato perchè potessero essere pagati, pur nella difficoltà generale: 

“(…) Non ho forse fatto tutto ciò che un uomo come me può fare? Per quanto non ci sia nulla nei granai, vi ho consegnato ciò che ho potuto reperire”.

Le agitazioni si protrassero per tre mesi, sempre con le medesime modalità, e le risorse continuarono ad arrivare a singhiozzo ed in quantità minime; il testo, poi, non menziona ulteriori scioperi, forse perché il pagamento delle razioni tornò ad essere regolare; guarda caso però, nello stesso periodo tornò a manifestarsi il fenomeno dei furti nelle tombe, già presente in passato e segnalato dagli stessi artigiani ai loro superiori durante le proteste.

“E l’operaio Mosè, figlio di Anakhte, disse: (…) se oggi vengo portato via di qui, mi addormenterò solo dopo aver fatto i preparativi per depredare una tomba (…) Dite ai vostri superiori (…), che non solo abbiamo abbattuto i muri per fame, ma abbiamo un’accusa importante da fare perché in questo luogo del Faraone si commettono crimini”.

Non c’è da stupirsi che questi uomini, spinti dal bisogno, si siano risolti al sacrilegio, ben consapevoli delle immense ricchezze che giacevano nelle tombe che essi stessi avevano costruito e di cui conoscevano l’ubicazione.

Ramses III offre incenso ad Amon. Rilievo dalla sua tomba nella Valle dei Re (KV11)

Le tensioni interne ed il malcontento generale dunque persistevano e si amplificavano, e crearono le condizioni perché un gruppo di cortigiani eminenti si determinassero ad un colpo di stato, che prevedeva l’uccisione di Ramses III e l’ascesa al trono di un sovrano da essi stessi scelto, che avrebbero potuto manovrare nel loro interesse.

LA CONGIURA

Come si è detto il malcontento generale indusse un gruppo di funzionari e cortigiani di Ramses III ad ordire un colpo di stato nel 31’ anno del suo regno (1156 a.C.) per propiziare l’ascesa al potere di un sovrano che avrebbero potuto gestire nel proprio interesse.

Esso è molto ben documentato da fonti scritte; in particolare il papiro Harris, proveniente con ogni probabilità dalla biblioteca di Medinet Habu e detto “il papiro giudiziario di Torino” perché è custodito presso il Museo Egizio di quella città illustra gli addebiti a carico dei congiurati e le punizioni loro irrogate all’esito dei procedimenti penali celebratisi a loro carico, mentre i papiri Rollin e Lee descrivono le magie utilizzate per perseguire lo scopo e le condanne subite da chi le aveva preparate.

La cospirazione venne probabilmente organizzata nell’harem del re a Piramesse e vide come ispiratrice una delle sue mogli di nome Tiy, che si avvalse della collaborazione di Pebekkamen, un funzionario di altissimo rango con il titolo di “Capo della Camera” e di Mesedsure, un maggiordomo reale; l’obiettivo era quello uccidere Ramses III e di escludere l’erede designato, il principe Ramses Amonherkhopshef, per porre sul trono Pentawere “che portava quell’altro nome”, (il principe veniva quindi indicato nei documenti giudiziari con uno pseudonimo perchè non emergesse la vera identità del traditore), il figlio che ella aveva avuto dal sovrano.

Il progetto eversivo trovò l’appoggio di molti altri che facevano parte della cerchia ristretta del faraone: il sovrintendente dell’harem Peynok; lo scriba dell’harem Pendua; il sovrintendente della Casa Bianca (tesoreria) Pere figlio di Ruma; Binemwese, capitano degli arcieri in Nubia, che venne coinvolto dalla sorella che viveva nell’harem.

Inoltre i congiurati poterono contare sul silenzio di altri personaggi eccellenti che pur essendo al corrente del complotto e non avendovi partecipato direttamente non l’avevano denunciato: si trattava del comandante dell’esercito Peyes; degli scribi Messui, Shedmeszer e Pere; del capo Perekamenef, capo (…); del sovrintendente Iroi; dei maggiordomi Nebzefai, Henutenamon e Weren; degli ispettori dell’harem Petewnteamon, Kerpes, Khamopet, Khammale, Setiimperthoth e Setimperamon; di Eshehebsed assistente di Pebekkamen e di Peluka e Yenini, maggiordomi della Casa Bianca.

Per reclutare sostenitori, Pebekkamen aveva fatto in modo che le donne dell’harem che appoggiavano Tiy inviassero ai congiunti, tramite le mogli dei guardiani dell’harem, dei messaggi con i quali li invitavano a sobillare il popolo in modo che al momento della morte del sovrano scoppiasse una rivolta che consentisse di porre sul trono l’usurpatore: tutti loro “suscitavano il popolo e incitavano all’inimicizia per fare ribellione contro il loro signore”.

I congiurati avrebbero dovuto passare all’azione ed uccidere il re durante l’annuale Bella Festa della Valle, nel momento in cui si sarebbe recato a Medinet Habu con il suo “harem di accompagnamento”, che era solito seguirlo nei suoi spostamenti.

Perché la congiura avesse buon esito, Pebekkamen fece anche ricorso alla magia, introducendo a palazzo delle figurine magiche realizzate in cera da usare per indebolire coloro che dovevano proteggere il faraone e rotoli recanti incantesimi che avrebbero dovuto paralizzare le guardie ed infondere forza e potere agli aggressori che si era procurato presso uno stregone.

Gli incantesimi, tuttavia, non funzionarono in quanto gli dei e le dee che gli accusati avevano invocato affinchè li assistessero nella realizzazione del loro piano avevano disapprovato la loro iniziativa sacrilega: “..sono stati maledetti dal divino per i loro abominevoli desideri”, per cui il colpo di stato venne sventato, i traditori furono arrestati e Ramses IV salì al trono dopo suo padre.

Le fonti non dicono se il sovrano cadde vittima dei colpi dei congiurati; leggendo il Papiro di Torino si ricava la convinzione che Ramses III sopravvisse alla congiura, in quanto nomina personalmente i giudici destinati ad occuparsi del processo e dà loro le necessarie istruzioni.

In realtà, di seguito, nel testo il Faraone si dichiara come ormai al di là delle miserie umane:

“… io sono protetto e difeso per sempre, mentre sono [tra] i re giusti, che sono davanti ad Amon-Ra, re degli dèi, e davanti a Osiride, sovrano dell’eternità”

e nel papiro Lee viene definito “il Grande Dio”,titolo che può riferirsi solo a un re defunto, per cui alcuni studiosi hanno ipotizzato che fosse morto nel corso del processo, dopo aver ordinato di perseguire i traditori ma prima che il dibattimento fosse celebrato.

L’esame della sua mummia, rinvenuta nella cachette di Deir el- Bahari (DB320) nel 1881, aveva indotto ad escludere una morte violenta, perché le radiografie effettuate negli anni ‘60 non evidenziavano traccia di ferite; le analisi compiute in epoca più recente, tuttavia, attraverso metodi di indagine più moderni, consentivano di raggiungere risultati ben diversi.

Già nel 2012 la TAC della mummia aveva svelato tagli sulla trachea e sull’esofago del re e nascosti dalle bende, avvalorando l’ipotesi che fosse stato sgozzato.

Qualche anno dopo uno studio pubblicato dalla rivista British Medical Journal, divulgato dal quotidiano egiziano Al-Ahram e ripreso poi dalle agenzie stampa di tutto il mondo ha infine provato che il faraone venne mutilato e ucciso da diversi assalitori armati e che dopo la morte subì una “chirurgia ricostruttiva” finalizzata a nascondere ferite e amputazioni.

Un’equipe di ricercatori incaricati degli studi sulle mummie reali – tra cui l’egittologo Zahi Hawass, l’esperto di genetica molecolare dell’Universita’ di Tubinga Carsten Pusch, i docenti di Radiologia e paleoradiologi dell’Università del Cairo Ashraf Selim e Sahar Selim ed il paleopatologo Albert Zink dell’Eurac di Bolzano, ha effettuato la scansione completa della mummia del faraone, conservata al Museo Egizio del Cairo ed ha scoperto che la gola di Ramses III è stata tagliata profondamente con un coltello affilato, che ha reciso la trachea, l’esofago e i grandi vasi sanguigni del collo fino a raggiungere l’osso sottostante e che al momento della morte gli venne anche amputata parte dell’alluce destro.

TAC della mummia che evidenziano le ferite

In un libro pubblicato nel 2016 (“Scansione dei faraoni: CT Imaging of the New Kingdom Royal Mummies”), Zahi Hawass e Sahar Saleem raccontano una fine drammatica, spiegando che il Faraone venne aggredito da più assassini che agirono contemporaneamente: la mutilazione al piede non guarita (per cui probabilmente perimortem) infatti, fa pensare ad un attacco frontale con un’ascia o una spada, in ogni caso con un’arma diversa da quella sottile ed appuntita che causò la profonda ferita alla gola, inferta ragionevolmente da un altro congiurato che si portò alle spalle della vittima.

Protesi dell’alluce del sovrano

La salma venne accuratamente ricomposta durante la mummificazione per restituire al Sovrano un corpo perfetto per l’Aldilà: gli imbalsamatori collocarono nel suo addome quattro figurine dei figli di Horus e dei materiali di riempimento per dare al cadavere un aspetto più verosimile, bendarono con spessi strati di lino la ferita al collo e vi inserirono un amuleto perche’ guarisse nell’aldila’ (un occhio di Horus) e sostituirono il dito mancante con una protesi post mortem realizzata in lino e ricoperta di spessi strati di resina.

Le tracce della fine di Ramses e il sacrilegio del quale si erano macchiati i suoi aggressori vennero poi definitivamente nascoste avvolgendo strettamente la mummia con bende sigillate con grandi quantità di resina.

E’ quindi probabile che il papiro giuridico di Torino sia stato fatto comporre da Ramses IV, il quale, per affermare il proprio diritto al trono e giustificare la feroce epurazione di tutti coloro che lo avversavano, attribuì al padre l’istituzione del tribunale speciale per giudicarli, facendolo parlare in prima persona come se fosse ancora vivo.

Dal momento che nel papiro giudiziario di Torino manca qualsiasi riferimento al regicidio, alcuni studiosi ancora oggi dubitano del fatto che Ramses III sia morto in un agguato nel suo stesso palazzo, affermando che in assenza di prove che il taglio della sua gola sia stato inferto ante mortem, è più ragionevole pensare che sia stato praticato durante il processo di mummificazione per asportare gli apparati digerente e respiratorio o come risultato dell’azione sacrilega di antichi ladri.

IL PROCESSO E LE CONDANNE


Come si è visto, subito dopo la cattura dei congiurati venne immediatamente costituito un Tribunale speciale, incaricato di stabilire il verdetto e in via del tutto eccezionale anche di determinare le pene e di farle eseguire, compito che in casi di particolare rilievo come questo era solitamente riservato al Faraone.

Questo Tribunale era composto, secondo quanto si apprende dal papiro di Torino, da dodici membri: i due sovrintendenti della Casa Bianca Mentemtowe e Pefroi; dall’alfiere Kara, dai maggiordomi Pebes, Kedendenna, Maharbaal, Payernu e Thutrekhnefer; dall’araldo del re Penrenut; dallo scriba Mai; dallo scriba degli archivi Peremhab e dal portabandiera della fanteria Hori, ed avrebbe dovuto giudicare secondo le istruzioni dettate dallo stesso Ramses:

“Quanto alle parole che il popolo ha detto (n.d.r. qui il re allude probabilmente alle testimonianze raccolte) io non le conosco. Andate ed esaminatele. Quando (i giudici) saranno usciti e le avranno esaminate, consentiranno ad alcuni condannati a morte di suicidarsi, senza che io lo sappia. Eseguiranno la punizione (su) gli altri, allo stesso modo senza che io lo sappia. Quando [andrete] [vedete] di prestare attenzione, e badate di non punire … … ingiustamente …….. Ora, in verità vi dico, quanto a tutto ciò che è stato fatto, e a coloro che l’hanno fatto, ricada sulle loro teste tutto ciò che hanno fatto”.

I dodici si organizzarono in differenti collegi giudicanti, che celebrarono più processi: il più imponente di essi fu quello istruito da Mentemtowe, Pefroi, Kara, Pebes, Mai ed Hori a carico dei “grandi criminali” Pebekkamen e Mesedsure, che avevano appoggiato il progetto di Tiy ed insieme a lei erano stati i principali artefici della congiura, oltre che a carico di altri che a vario titolo erano stati coinvolti e delle sei mogli degli ufficiali dell’harem che avevano portato all’esterno i messaggi sediziosi.

Tomba di Menna, XVIII din., Sheikh Abd el-Qurnah, la punizione di un evasore fiscale.

Nulla si sa della sorte di Tiy e delle altre mogli del Faraone che avevano preso le sue parti, anche se non vi è dubbio, vista la gravità del reato, che furono giustiziate.

Il papiro di Torino enuncia sinteticamente le condotte delle quali gli imputati erano chiamati a rispondere; furono tratti a giudizio non solo coloro i quali offrirono un contributo attivo alla cospirazione, ma anche chi rifiutò di aderirvi senza denunciarla, o ne venne altrimenti informato e tacque.

Il capo della camera Pebekkamen “Fu arrestato a causa della sua collusione con Tiy e con le donne dell’harem. Fece causa comune con loro e cominciò a riferire le loro parole alle loro madri e ai loro fratelli che erano lì, dicendo: “Suscitate il popolo! Incitate i nemici all’ostilità contro il loro signore”.

Il maggiordomo Mesedsure (in realtà si chiamava Meryra – “Amato da Ra” ma nei documenti giudiziari appare come “Odiato da Ra” affinchè venisse ricordato con un nome infamante) “fu arrestato a causa della sua collusione [con] Pebekkamen, già capo della camera, e con le donne, per istigare i nemici all’ostilità contro il loro signore”.

Il sovrintendente dell’harem Peynok “fu portato in tribunale per aver fatto causa comune con Pebekkamen e Mesedsure, per commettere ostilità contro il loro signore”.

Lo scriba Pendua “fu portato qui perché aveva fatto causa comune con Pebekkamen e Mesedsure, l’altro criminale, già sorvegliante dell’harem del re, e con le donne dell’harem, per cospirare con loro, per commettere ostilità contro il loro signore”.

L’ispettore dell’harem Petewnteamon “fu portato qui perché aveva sentito le parole che il popolo discuteva con le donne dell’harem, senza riferirle” ed anche i suoi colleghi Kerpes, Khamopet, Khammale, Setiimperthoth e Setimperamon, furono giudicati “a causa delle parole che avevano sentito e che avevano nascosto”; analoga imputazione dovettero affrontare le sei mogli degli ufficiali dell’harem “che si univano agli uomini quando si discuteva di queste cose”.

Il maggiordomo Weren, l’assistente di Pebekkamen chiamato Eshehebsed, i maggiordomi Peluka e Yenini furono invece giudicati “perché avevano sentito le parole del capo della camera e, dopo essersi ritirati da lui, le nascosero e non le riferirono” (quindi probabilmente per non aver denunciato il complotto dopo aver rifiutato l’invito di Pebekkamen a farne parte).

Le sei mogli dei guardiani dell’harem, vennero tratte a giudizio perché “si univano agli uomini, quando si discuteva delle cose”.

Il sovrintendente della Casa Bianca Pere figlio di Ruma fu giudicato per essere stato colluso con Penhuibin (sorvegliante delle mandrie reali che aveva fabbricato le figurine magiche di cera introdotte nell’harem), “facendo causa comune con lui per istigare i nemici all’ostilità contro il loro signore”.

Un secondo collegio composto da Kedendenna, Maharbaal, Pirsun e Thtrekhnefer fu chiamato a giudicare Binemwese (anche in questo caso si tratta di uno psudonimo infamante, che significa “Malvagio in Tebe”) capitano degli arcieri in Nubia il quale “fu portato in carcere a causa della lettera che sua sorella, che era nell’harem, gli aveva scritto, dicendo: “Incita il popolo all’ostilità! E tu vieni a iniziare l’ostilità contro il tuo signore”.

Il papiro sintetizza il processo ed il suo esito in una frase standardizzata, sostanzialmente identica per ognuno degli imputati: “Lo esaminarono; lo giudicarono colpevole; gli hanno inflitto la punizione” che non viene specificata ma che certamente fu la pena capitale, eseguita in modo non specificato; si è altresì ipotizzato che i corpi dei condannati a morte siano stati bruciati e le ceneri disperse per precludere loro la vita nell’Aldilà.

Tomba di Mereruka, VI dinastia, Sakkara, la punizione di un evasore fiscale

Uno dei metodi usualmente utilizzati fin dalla XIX dinastia per giustiziare un condannato era l’impalamento; i testi non legali citano anche la decapitazione, l’annegamento e l’essere dati in pasto ai coccodrilli, metodiche queste ultime che comportavano la perdita e la distruzione del corpo, la cui integrità era fondamentale per la vita oltre la morte.

Un altro processo venne celebrato da un collegio giudicante i cui componenti non sono noti, e vide in qualità di imputati “per i loro crimini e per la loro collusione con Pebekkamen, Peyes e Pentawere” il comandante dell’esercito Peyes, gli scribi della casa degli scritti sacri Messui e Shedmeszer, il capo Perekamenef, il supervisore Iroi ed il maggiordomo Nebzefai.

Questi personaggi furono tutti condannati a morte, ma evidentemente il loro crimine non venne considerato grave come per gli altri giudicati in precedenza, perché “li lasciarono nelle loro mani (li lasciarono soli) nella corte d’esame; si tolsero la vita e non fu eseguita alcuna punizione su di loro”; il suicidio avrebbe preservato il corpo, che avrebbe quindi potuto essere adeguatamente mummificato garantendo l’Aldilà.

UNA SCENA UNICA: il rilievo originale è deteriorato. Un uomo nudo con un giogo al collo. Tomba di Henqu a Deir el Gebrawi.

Un ulteriore dibattimento si svolse davanti a Kedendenna, Maharbaal, Pirsun, Thutrekhnefer e Mertusamon: comparvero davanti al Tribunale il principe Pentewere “a causa della sua collusione [con] Tiy, sua madre, quando discuteva le parole con le donne dell’harem, essendo ostile al suo signore” ed insieme a lui Henutenamon, Amenkha vice dell’harem e Pere scriba dell’harem “a causa dei crimini delle donne dell’harem; essendo stati in mezzo a loro e avendoli sentiti, non li denunciarono”.

Un quinto processo, del quale i nomi dei giudicanti sono rimasti ignoti, fu riservato ai Giudici Pebes, Mai ed Hori, che facevano parte del Tribunale speciale; all’ufficiale di fanteria Teynakht ed al capitano di polizia Oneney che avevano in carico i prigionieri; ad alcune tra le cospiratrici ed al generale Peyes.

L’accusa era gravissima: con la complicità degli ufficiali che avrebbero dovuto sorvegliare gli imputati e che per l’occasione avevano finto di non vedere, le donne e Peyes avrebbero raggiunto i Giudici a casa loro ed avrebbero organizzato un festino probabilmente per corromperli ed ottenere un verdetto favorevole (“lì si era gozzovigliato”, ha tradotto Breasted).

Hori venne assolto perché, pur essendo stato legato agli altri Giudici aveva litigato con loro con parole cattive e violente e per sua fortuna era stato allontanato; tutti gli altri vennero puniti con il taglio del naso e delle orecchie: dopo che la pena era stata eseguita, Pebes non resse al disonore e si suicidò

Il papiro Rollins ed il papiro Lee si occupano invece dei processi a carico dei maghi che fornirono a Pebekkamen ed ai suoi complici i “rotoli magici per rincretinire e terrorizzare”“il rotolo per dare forza e potenza” e le figurine degli “dei di cera e delle persone per inebetire le membra delle persone”.

Il nome dei Giudici dei processi e degli imputati sono rimasti ignoti; peraltro ognuno di loro fu riconosciuto colpevole e condannato a morte: “La verità fu trovata in ogni crimine e in ogni azione malvagia che il suo cuore aveva progettato di compiere… li aveva commessi tutti, insieme a tutti gli altri grandi criminali. Erano grandi crimini di morte, le grandi abominazioni del paese, le cose che aveva fatto”.

Anche in questo caso, alcuni dei condannati ebbero la facoltà di suicidarsi; altri, invece, furono giustiziati: “Su di lui furono eseguiti i grandi castighi della morte, di cui gli dèi hanno detto: “Eseguitele su di lui”.

TIY E PENTAWERE PIU’ VICINI AL TRONO DI QUANTO SI E’ SEMPRE RITENUTO?

Si è visto che mandante dell’assassinio di Ramses III fu la regina Tiy, che intendeva consegnare il trono al figlio ventenne Pentawere, usurpandolo al legittimo erede principe Ramses; quest’ultimo reagi’ prontamente al tentativo di colpo di stato, divenne faraone con il nome di Ramses IV e puni’ in modo esemplare i congiurati.

L’unica donna citata per nome nel papiro giudiziario di Torino è proprio Tiy, che con estrema probabilità venne giustiziata al pari degli altri complici, anche se le fonti nulla dicono in merito alla sua sorte che resta ignota, in quanto la sua mummia non è stata rinvenuta e quindi non è possibile acquisire notizie.

Fin dall’inizio del 1900 Breasted la qualificò come “moglie secondaria” del sovrano, peraltro senza avere prove concrete del suo ruolo a corte; tuttavia il fatto che il papiro la indichi per nome accanto alle evanescenti “donne dell’harem” induce a sospettare che rivestisse una posizione sovraordinata rispetto ad esse.

L’egittologa Susan Redford si è interrogata su di lei, osservando che è assai inverosimile che una moglie minore del sovrano avesse acquisito un potere così grande da indurre altre donne dell’harem, molti importanti funzionari e addirittura la guarnigione di Kush ad appoggiarla nel suo proposito criminoso e convincerla che il popolo si sarebbe ribellato per sostenere suo figlio.

L’ipotesi della studiosa è che ella fosse in realtà una Grande Sposa Reale e che Pentawere fosse il secondo in linea di successione, cosicchè gli sarebbe bastato eliminare l’unico principe davanti a lui per raggiungere legittimamente il trono; i redattori del papiro giuridico inoltre avrebbero sorvolato sui loro veri titoli per occultare almeno in parte lo scandalo generato dalla loro condotta, e dopo il processo avrebbero accuratamente rimosso tutti i riferimenti al loro rango elevato.

Ramses III lasciò solo esili tracce delle donne che orbitarono attorno a lui, anche di quelle più vicine: sulle pareti del tempio di Medinet Habu compaiono diverse raffigurazioni di una Grande Sposa Reale e due processioni di principesse, ma nessuna di queste immagini reca un’indicazione nominativa; in una di esse addirittura figura il cartiglio destinato ad ospitare il nome, ma è stato lasciato vuoto.

Egli ebbe certamente una Grande Sposa Reale di nome Isis, di origine forse siriana, conosciuta per una statua nella quale è rappresentata accanto al consorte e definita nella sua tomba con il titolo di “Madre del re”.

Dalle fonti, tuttavia, emerge che Ramses attribuì titoli ed incarichi prestigiosi tradizionalmente riservati ai principi ereditari anche ad alcuni figli che non aveva avuto da Isis e che dovevano quindi essere stati generati da un’altra Grande Sposa Reale, la cui identità è tuttora dibattuta tra gli studiosi, che non hanno raggiunto conclusioni condivise in merito all’albero genealogico dei ramessidi della XX dinastia.

E’ giusto quindi sottolineare che la ricostruzione qui riportata rispecchia l’opinione della dott. Redford, ma non è affatto accettata dai suoi colleghi che suggeriscono una differente linea di successione tra i figli di Ramses III e assegnano loro madri differenti.

Particolare (ricostruito e colorato) della processione in onore di Min, con i figli reali che trasportano Ramses III sul palanchino.

Il primo elemento sul quale poggia la suggestiva teoria della studiosa attiene alla collocazione delle tombe dei figli di Ramses III nella Valle delle Regine, la necropoli dove vennero sepolte le Grandi Spose Reali della XIX e della XX dinastia ed i loro figli che non raggiunsero il trono.

All’estremità occidentale del wadi principale si trovano le tombe della regina Isis (QV51) e di tre figli di Ramses III (Ramses non meglio definito -QV53-, Amonherkepshef I -QV55- e Tyti -QV52- che alcuni ritengono invece sorella e moglie del sovrano) oltre che un’altra tomba mai completata (KV54); in un wadi periferico che si dirama a sud-ovest da quello principale ci sono invece le tombe dei principi Pareherwenemef (QV42), Sethirkhopshef che probabilmente salì al trono come Ramses VIII e dovrebbe essere stato sepolto nella Valle dei Re, sebbene il suo ipogeo non sia ancora venuto alla luce (QV43) e Khaemwese (QV44) oltre alle coeve QV41 e QV45, nessuna delle quali è decorata.

La studiosa ipotizza che i principi vennero sepolti accanto alla loro madre, per cui Ramses, Amonherkepshef e Tyti dovevano essere figli di Isis ed anche la vicina KV54 era probabilmente destinata ad un loro fratello germano.

Muovendo dalle descritte premesse, giungeva alla conclusione che i principi Pareherwenemef, Sethirkhopeshef e Khaemwese fossero figli di un’altra Grande Sposa Reale, il cui nome è rimasto sconosciuto e che è ritratta nella tomba di Pareherwenemef (QV42) mentre fa offerte ad Osiride in favore del defunto; questa donna ed uno dei suoi figli, forse, erano i destinatari delle due tombe non completate. Nell’immagine, la regina sconosciuta

Da qui ad ipotizzare che questa regina potesse essere Tiy e che il principe titolare dell’altra tomba fosse Pentawere, entrambi poi caduti in disgrazia, il passo è breve.

E’ chiaro che le due Grandi Spose Reali avrebbero dato al Faraone almeno dieci figli, cinque dei quali sono attestati nelle citate tombe nella Valle delle Regine; i principi ereditari sono inoltre raffigurati in un rilievo di Karnak, dove sono ritratti mentre partecipano alla Festa in onore del dio Min e varie volte sulle pareti del tempio di Medinet Habu.

Anche una delle raffigurazioni a Medinet Habu rappresenta la celebrazione della festa di Min, nei quali “i principali figli reali” trasportano il palanchino sul quale è assiso Ramses III, seguiti da alcuni funzionari e dai “figli reali al seguito di sua maestà”.

Particolare della processione in onore di Min

Dieci principi compaiono inoltre effigiati in ordine di successione in un famoso corteo dei figli reali, ed otto di essi sono raffigurati mentre fanno offerte al padre nel rilievo di una cappella.

Secondo la dott. Redford la regina Isis diede al re il suo primogenito Ramses (il futuro Ramses IV), che ricevette i titoli di “Portatore di ventaglio alla destra del re, principe ereditario, scriba del re e comandante in capo dell’esercito” (titolo, quest’ultimo, riservato in via esclusiva all’erede al trono); egli appare come tale in tutti i rilievi che raffigurano i principi ereditari, talvolta con il nome inserito in un cartiglio.

La stessa regina avrebbe avuto dal sovrano anche Amonherkhepshef I (premorto al padre e come si è detto sepolto nella Valle delle regine), Amonherkhopshef II (nato dopo la morte dell’omonimo fratello maggiore e per questo chiamato allo stesso modo, salito al trono come Ramses VI e sepolto nella Valle dei re) e Ramses Meryamon, il più giovane dei principi reali principali, definito “portatore del ventaglio alla destra del re” ma che non risulta aver rivestito particolari incarichi, forse perchè era ancora troppo piccolo.

Tutti gli altri figli che compaiono nei rilievi parietali sarebbero nati dalla regina misteriosa, e quindi da Tiy: si tratterebbe di Pentawere, Sethirkhopshef (divenuto Faraone in tarda età con il nome di Ramses VIII), Pareherwenemef (“primo figlio del re” e “grande capo auriga di sua maestà”, premorto al padre e sepolto nella Valle delle regine), Montuherkhepshef (che ereditò i predetti titoli dal fratello maggiore, sepolto nella Valle delle Regine ma del quale non si sa nulla, se non che forse fu il padre di Ramses IX), Meryatum (noto come Sommo sacerdote di Ra ad Heliopolis, dove venne probabilmente sepolto) e Khaemwese (“Primo figlio del re e sacerdote sem di Ptah” a Memphis, sepolto nella valle delle Regine).

La processione dei dieci figli reali (Medinet Habu).

Ramses III fece scolpire sulle pareti del tempio di Medinet Habu molteplici immagini dei suoi figli, ma omise di indicarne nomi e titoli, che furono poi fatti inserire dai suoi successori ben dopo la sua morte; la dott. Redford ipotizza che la linea di successione fosse la seguente:

  1. Ramses
  2. Pentawere
  3. Ramses Amonherkhepshef I
  4. Ramses Sethirkhepeshef
  5. Ramses Prehirwenemef
  6. Ramses Montuhirkhepeshef
  7. Ramses Meryatum
  8. Ramses Khaemwaset
  9. Ramses Amonherkhepeshef II
  10. Ramses Meryamon

Il corteo di principi è guidato da Ramses, seguito al secondo ed al terzo posto da due personaggi ai quali Ramses VI (Amonherkhepshef II) attribuì i propri cartigli reali ed i titoli di: “Portatore di ventaglio alla destra del re, principe ereditario, scriba del re e comandante in capo dei carri del re vittorioso” a suo tempo portati dall’omonimo fratello defunto come risulterebbe anche dalla sua tomba nella Valle delle regine; seguono Sethirkhopeshef (Ramses VIII), Pareherwenemef, Montuherkhepshef, Meryatum, Khaemwese, Amonherkepshef II e Ramses Meryamon.

Il nono personaggio del corteo è ancora Ramses VI – Amonherkepshef II, “Portatore di ventaglio alla destra del re, figlio del re del suo corpo” che quindi ha conservato anche la posizione che effettivamente rivestiva quando le immagini furono scolpite.

Il fatto che il sovrano si sia attribuito non solo la posizione del suo omonimo, ma anche quella del principe immediatamente più anziano si spiegherebbe, secondo la dott. Redford, solo ipotizzando che il secondo principe fosse Pentawere, il primogenito di Tiy che doveva essere cancellato dalla storia.

Tale ipotesi troverebbe ulteriore conferma nel citato rilievo che raffigura otto figli innominati che fanno offerte a Ramses III: i principi sono allineati in due file di quattro e solo i capifila sono individuati in base ai loro titoli: uno di essi è certamente Ramses in quanto “comandante in capo dell’esercito” ed erede legittimo del re; l’altro, “principe ereditario” di rango elevato e “comandante in capo del menfat” (un reparto specializzato di fanteria), che non figura rappresentato in nessun altro rilievo, secondo la dott. Redford sarebbe “Pentawer, che portava quell’altro nome”, “il figlio sfortunato, gettato nell’oblio da un atto avventato”.

Gli otto figli reali fanno offerte a Ramses III (Medinet Habu)

Nel 2010, tuttavia, in un articolo pubblicato sul Journal of Egyptian Archaeology, l’egittologo J. Grist ha escluso che Ramses IV fosse figlio di Isis, identificandone la madre e quindi la Grande Sposa Reale sconosciuta in Tyti, la citata figlia di Ramses III la cui tomba si trova nella Valle delle Regine, accanto a quella di Isis.

Tale ricostruzione si fonda su basi piuttosto solide, in quanto lo studioso ha analizzato il papiro BM EA 10052 che costituisce la confessione di un ladro di tombe, il quale narra di avere rubato i gioielli che facevano parte del corredo funerario della donna e la definisce moglie di Ramses III; dal momento che ella portava il titolo di “figlia, sorella, sposa e madre del Re”, così come si desume dalle iscrizioni nella sua tomba, doveva essere la madre di Ramses IV, in quanto l’altro possibile candidato era Ramses VI la cui madre era certamente la regina Isis.

L’egittologo Aidan Dodson, inizialmente in disaccordo con le conclusioni di Grist, si è successivamente pronunciato a favore, accettando le evidenze archeologiche del Papiro BM EA 10052.

Grazie infinite a Nico Pollone e ad Andrea Petta per il valido aiuto prestatomi nella ricerca delle immagini dei rilievi e del testo della dott. Redford.

LA MUMMIA CHE URLA

Nella cachette di Der el-Bahari, scoperta nel 1886 (TT320, precedentemente indicata come DB320) insieme alla mummia di Ramses III e di molti altri sovrani venne ritrovata anche quella inviolata di un giovane tra i 18 ed i 24 anni di età, con i lineamenti del volto contratti e la bocca aperta come se stesse urlando (da qui il soprannome di “mummia che urla”); essa era inserita in un pregiato sarcofago bianco in legno di cedro (CG 61023) che era privo di decorazioni o di iscrizioni che permettessero di identificare l’occupante.

La fotografia della mummia scattata nel 1912 da G. Elliot Smith.

Il sarcofago presenta sia elementi tipici della XIX dinastia (le braccia incrociate dell’individuo scolpito sul coperchio) che della XVIII (la parrucca); peraltro il suo interno risultava allargato per adattarlo alla mummia, per cui evidentemente era stato predisposto per altri e quindi la sua datazione non è significativa per stabilire l’epoca in cui visse il misterioso personaggio.

La mummia fu denominata Unknown Man E e fu trasportata al Cairo dove è conservata anche oggi; essa fu sbendata il 6 giugno 1886 da G. Maspero, dal medico dott. D. Fouquet e dal chimico M. Mathey, i quali scoprirono che il defunto indossava orecchini d’oro a forma di mezzaluna, che era stato avvolto in una pelle di pecora che presentava ancora parte del vello originale e che non era stato mummificato secondo i protocolli tradizionali.

Gli organi interni e il cervello infatti non erano stati rimossi; il corpo non era stato disidratato ma solo spalmato con un composto a base di natron, resina frantumata e calce; nella bocca era stata versata della resina; era stato avvolto in due strati di bende intervallate da uno strato di natron che aveva assorbito il grasso corporeo ed emetteva ancora un fetore incredibile.

Immagine TC della regione toracica inferiore della mummia. Il torace è gonfio (area contrassegnata dalle stelle). Residui del diaframma e degli organi (indicati dalle frecce) sono presenti nella parte dorsale.

Le bende, realizzate con lino di ottima qualità, erano state impregnate con una sostanza collosa, e dovettero essere rimosse con una sega, il che precluse la possibilità di leggere le eventuali iscrizioni vergate su di esse.

La collocazione della mummia insieme a quelle dei faraoni indica che si trattava di un personaggio di sangue reale e che, secondo ZahiHawass, doveva aver commesso azioni scellerate; per questo sarebbe stato avvolto nella pelle di pecora che gli avrebbe precluso l’Aldilà in quanto ritenuta impura dagli Egizi.

Quanto all’identità del personaggio, già G. Maspero nel 1889 e poi G. Elliot Smith nel 1912 avevano ipotizzato che il cadavere potesse appartenere a Pentawere; in seguito si pensò che potesse trattarsi del principe ittita Zannanza, inviato in Egitto per sposare Ankhesenamon e morto durante il viaggio, oppure di un Egizio di alto rango che viveva nell’area palestinese durante la XVIII dinastia, ritrovato cadavere con il rigor mortis già avanzato, che sarebbe stato imbalsamato ed avvolto in un sudario di pelle di pecora secondo le usanze funerarie locali.

Nel 2008 l’identificazione del corpo in Pentawere è stata riproposta, e la teoria ha trovato un solido riscontro nell’analisi del DNA effettuata tramite un prelievo di tessuti di Unknown Men E dallo staff incaricato degli studi sulle mummie reali.

Il rilievo in una cappella del tempio di Medinet Habu che rappresenta un principe non identificato che fa offerte a Ramses III, che secondo la dott. Redford sarebbe Pentawere.

E’ stato infatti dimostrato che il giovane e Ramses III erano padre e figlio, anche se solo incrociando i dati genetici di Tiy (il cui corpo, come si è detto, non e’ stato ritrovato) sarebbe possibile stabilire con certezza assoluta che si tratti proprio del figlio traditore.

Come si è detto, il Papiro giuridico di Torino spiega che a Pentawere fu consentito di suicidarsi e l’analisi della mummia offre indicazioni utili a stabilire quale fu la modalità scelta per togliersi la vita, in ordine alla quale sono state formulate nel tempo svariate ipotesi.

L’espressione del viso ed il movimento disperato della testa all’indietro indussero il medico Daniel Fouquet ed in epoca molto più recente la dott. Redford a ritenere che avesse assunto del veleno e che fosse morto tra gli spasmi, tanto più che non ci sono ferite sul corpo, che i muscoli addominali sono contratti e che lo stomaco non conteneva quasi nulla, forse perché l’agente venefico gli aveva provocato attacchi di vomito.

Si pensò anche che potesse essere stato impalato, in quanto aveva una grave lacerazione al perineo, ma l’esame degli organi interni, che si presentavano integri, aveva indotto a ritenere che fosse una lesione post mortem.

Maspero ritenne che l’orrore sul suo viso e gli arti legati rivelassero che era stato sepolto vivo, e quindi che fosse morto per asfissia; peraltro tale modalità di esecuzione capitale era sconosciuta in Egitto e recentemente si è ipotizzato che i segni sulle mani e sui piedi fossero da imputare ai legacci di lino utilizzati per tenere in posizione gambe e braccia irrigiditi dal rigor mortis o le bende della mummia attorno ai polsi e alle caviglie.

Oggi e’ quasi certo che Pentawere morì impiccato, o per propria scelta, o perché costretto a farlo: il cadavere è stato sottoposto ad una TAC, che ha rivelato, oltre alla bocca irrigidita in una smorfia che potrebbe anche non essere significativa, il torace gonfio in modo anomalo e la pelle del collo recante segni probabilmente attribuibili a corde.

Le frecce indicano i segni lasciati probabilmente dalle corde sul collo del cadavere.

FONTI:

Le immagini della TAC sono state reperite a questi link:

Se desiderate leggere le argomentazioni dello studioso Dylan Bikerstaffe, che non condivide l’identificazione di Unknown man E in Pentawere, andate a questo link:

E' un male contro cui lotterò

LA CASA DELLA VITA IDEALE

Di Andrea Petta

In un papiro di epoca tolemaica conservato al British Museum di Londra (Papiro Salt 825), viene descritta la Casa della Vita ideale.

Con anche una sorta di schema disegnato, il testo recita:

Per quanto riguarda la Casa della Vita, la costruirai ad Abydos. Costruiscila in quattro parti, la parte interna coperta di canne. Colui che è Vivo è Osiride, e le quattro parti saranno Iside, Nephtys, Horus e Thot. Iside sarà su un lato e Nephtys sull’altro; Horus sarà su un lato e Thot sull’altro. Questi saranno i quattro lati. Geb sarà il pavimento e Nut il suo firmamento. Il Grande Dio è colui che è nascosto e riposa al suo interno.

I quattro edifici esterni saranno in pietra e conterranno due ali; la parte inferiore in sabbia. La parte esterna avrà quattro porte separate; una a sud, una a nord, una a ovest ed una a est. Sarà nascosta molto bene e molto grande. Non dovrà essere conosciuta, o vista, ma il sole brillerà sul suo mistero.

Coloro che entreranno saranno i sacerdoti di Ra e gli scribi della Casa della Vita. Le persone che saranno al loro interno sono Shu il sacerdote Shu, Horus il macellaio che stermina i ribelli in nome del padre Osiride, e Thot lo scriba, che reciterà i rituali di glorificazione, non visto e non sentito.

La purezza delle bocche ed i segreti del corpo e delle bocche saranno tenuti lontani dai pericoli (letteralmente: dai tagli improvvisi). Nessun asiatico (straniero) varcherà la sua porta; non dovrà vedere il suo interno altrimenti la tua arte verrà meno.

I libri al suo interno sono l’emanazione di Ra, con cui mantenere vivo il Dio e sconfiggere i suoi nemici. Il personale della Casa della Vita sono i seguaci di Ra che proteggono il suo figlio Osiride ogni giorno

Appare chiaro come le Case della Vita fossero “anche” delle biblioteche (“i libri al suo interno…”) e che i libri fossero “anche” di medicina (“mantenere vivo il Dio…”), ma non solo.

I libri sono chiaramente indicati come “ispirati” dal Dio (“Emanazione di Ra”) e nel testo compaiono i simboli che indicano “Le parole del Dio”, che ci rimandano ad altri testi sacri molto più vicini a noi.

Il testo rimane oscuro in alcuni passaggi, ed ovviamente è stato di ispirazione per diverse correnti esoteriche che si rifanno all’Antico Egitto

Fonte:

Gardiner, Alan H. “The House of Life.” The Journal of Egyptian Archaeology, vol. 24, no. 2, 1938, pp. 157–79. Il testo citato è una mia libera interpretazione della traduzione di Sir Gardiner.

Foto: British Museum

Amuleti

GLI SCARABEI DI WAH

Di Patrizia Burlini

Gli scarabei, potenti amuleti ma anche opere d’arte, legati in un connubio inscindibile.

Scarabeo Amuleto di Wah, circa 1981-1975 a.C. Argento, elettro, steatite e corda di lino. Dimensioni dello scarabeo: l. 3.9 cm (1 1/2 in.); w. 2.7 cm (1 1/16 in.); h. 2.5 cm (1 in.). Credit Line: Rogers Fund and Edward S. Harkness Gift, 1940. Inventario Nr.: 40.3.12. MET New York

Questo amuleto appartiene a Wah, scriba vissuto nel 2000 a.C. circa.

Wah amministrava i possedimenti di un alto funzionario, Meketre, durante il regno di Montuhotep II, XI Dinastia e i sovrani successivi, XII Dinastia.

Wah fu sepolto in una piccola tomba (MMA1102) vicino alla gigantesca tomba di Meketre, a Tebe. La sua mummia, scoperto negli scavi del Met degli anni ‘20, presentava 3 scarabei, di cui questo grande, e dei braccialetti di perline ai polsi.

Questo magnifico e prezioso scarabeo, in argento ed elettro (lega di oro e argento), mi ha colpito molto perché insolito.

Innanzitutto non è realizzato in un unico pezzo ma composto da tre parti separate saldate assieme.

L’iscrizione geroglifica a sinistra elenca il nome di Wah e il suo titolo (“sovrintendente dei magazzini”), mentre quella a destra nomina il suo signore, il nobile Meketre.

Sul retro, una decorazione a spirale (già vista negli scarabei Hyksos).

Secondo scarabeo di Wah

Altra curiosità: la testa dello scarabeo (anche del secondo scarabeo) è stata volutamente graffiata prima della sepoltura.

Secondo il MET potrebbe trattarsi di un rito magico, di uccisione (suppongo degli spiriti maligni).

Terzo scarabeo di Wah e braccialetto con perline

Fonti:

https://www.artandobject.com/…/egyptian-amulets-and&#8230;

https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544228

Mai cosa simile fu fatta, Mastaba

LA MASTABA

Di Grazia Musso

Mastaba di Seshemnefer, a Giza ( IV Dinastia)

Termine arabo che in origine indicava le panche in mattoni crudi che sono costruite contro i muri delle case egizi e nubiane.

Per associazione di idee il nome fu dato dagli arabi alle tombe egizi e dai muri rastremati verso l’alto.

La Mastaba appare fin dall’epoca Thinita, in cui era riservata al faraone, poi l’uso si estese anche ai membri della Corte e, nell’Antico Regno, era prerogativa di tutti i nobili, tanto da formare delle vere e proprie città funerarie.

Le più antiche mastaba reali si trovano a Sakkara, Naqada e Abydos ( Umm el Qaab), la necropoli dei re thiniti e dei loro predecessori.

Inizialmente la mastaba consisteva in una substruttura ricavata dallo scavo nel suolo, in cui una camera funeraria centrale era circondata da altre camere supplementari separate da pareti in mattoni senza comunicazione fra i singoli ambienti.

Il tutto veniva preparato prima della costruzione della sovrastruttura che era inizialmente semplice e compatta.

La decorazione esterna divenne ben presto più complessa con rientrante a limitare quella che doveva essere la facciata dei palazzi reali e la cinta muraria di palazzi e città.

La Mastaba era circondata da piccole costruzioni sussidiarietà che poi vennero inglobato nella struttura, che divenne una vera e propria casa per il defunto, con camere riccamente decorate.

Veduta ricostruttiva

Legenda:

  1. Sovrastruttura
  2. Pozzi
  3. Cappelle
  4. Lastra che sigilla la camera funeraria
  5. Riempimento dell’anticamera
  6. “Testa di riserva”
  7. Sarcofago e camera funeraria
  8. Offerte
  9. Accesso alle cappelle
  10. Accesso al pozzo

Nell’antico Regno mastaba di questo genere formarono le necropoli di Giza, Abu Sir, Sakkara, Meidum.

La sovrastruttura delle mastaba dell’epoca era un nucleo di muratura a pianta rettangolare, rivestito di calcare e con le pareti leggermente inclinate verso l’ interno.

Tale struttura copriva l’imboccatura di un pozzo scavato nella sua parte superiore e poi nel terreno, dove sprofondava nella roccia per l’accesso alla substruttura che conteneva la camera in cui era deposto il sarcofago.

Una nicchia era posta nella parete orientale della sovrastruttura, in fondo alla quale si trovava la falsa porta, era il luogo della deposizione delle offerte

La consuetudine decorativa ebbe inizio con la rappresentazione della stele.

La nicchia si sviluppò in seguito una serie articolata e complessa di ambienti nel corpo della mastaba.

Non va dimenticato uno dei locali più importanti per la funzione magica: il serdab, la “casa della statua”.

Il serdab è un locale ricavato nella mastaba o presso la piramide del re defunto, ha la caratteristica di non possedere alcuna apertura salvo una feritoia o dei fori comunicanti con la cappella funeraria.

Il serdab conteneva una o più statue del defunto e la sua funzione più importante dal punto di vista della fede magico – religiosa nella tomba era quella di contenere e proteggere le statue, sostituti fisici del defunto in caso di deterioramento della mummia, per questo motivo il nome dei serdab ( parola araba che significa “cantina”) in egizio era per-twt, ossia ” casa della statua”.

Dalle feritoie le statue incarnanti il defunto potevano usufruire delle offerte funeraria.

Le mastaba si trovano fino al Medio Regno.

Fonte:

Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane di Maurizio Damiano – Appia – Mondadori.

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

I 40.000 VASI NELLA PIRAMIDE DI DJOSER

Di Luisa Bovitutti

Il grande vaso in alabastro raffigurato qui sopra (H. 63.5 cm, diam. 19.1 cm), oggi al Museo del Cairo (JE 65423) mostra l’elevato livello di abilità raggiunto dagli artigiani della 3a dinastia nella lavorazione della pietra, pur con strumenti modesti; esso è decorato con un motivo geometrico che imita in modo molto realistico l’imbragatura di corda che veniva effettivamente utilizzata per trasportare oggetti pesanti.

Lo straordinario reperto è stato scoperto dagli archeologi James E. Quibell e Jean-Philippe Lauer in uno degli undici pozzi profondi più di trenta metri scavati lungo la facciata est della tomba, tra loro comunicanti tramite una galleria e forse destinati alle sepolture delle mogli e dei figli del re: in due di essi si trovavano circa quarantamila vasi di varie forme e materiali (soprattutto alabastro, diorite, calcare, ardesia e terracotta), molti dei quali infranti.

Essi erano ordinatamente riposti uno dentro l’altro e recavano i nomi di sovrani della prima e della seconda dinastia (Narmer, Djer, Den, Adjib, Semerkhet, Kaa, Hetepsekhemwy, Ninetjer, Sekhemib e Khasekhemwy), alcuni dei quali sepolti ad Abydos: ancora oggi non si sa perché si trovassero nella piramide a gradoni, in quanto le molteplici teorie elaborate in merito dagli studiosi sono rimaste a livello di ipotesi.

Lauer pensò che fossero gli arredi delle tombe di quei sovrani, distrutte dal re Peribsen negli sconvolgimenti che contrassegnarono la sua epoca, raccolti dal suo successore Khasekhemwy e che poi Djoser seppellì con onore nella sua piramide; Rainer Stadelmann pensava invece che Djoser avesse fatto restaurare quelle tombe, facendo scaricare i vasi rotti nel pozzo della sua piramide; il suo collega tedesco Hans Wolfgang Helck riteneva invece che i vasi provenissero dai magazzini del tempio, anche se non seppe spiegare per quale motivo Djoser li avrebbe accumulati nel suo complesso funerario.

Nelle altre immagini, una fotografia risalente all’epoca della scoperta ed alcuni tra i vasi ritrovati intatti.

FONTI:

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta, Statue

IL PRINCIPE ANKH

Di Grazia Musso

La statua di Ankh ha le caratteristiche dell’arte menfita: massiccia, nel corpo ricorda il blocco di pietra e le luci sfruttano le masse originarie, mentre i tratti del viso sono più curati.

Le iscrizioni sono sulle gambe, e va sottolineata sia la rara posizione delle mani che la poco comune collana shenu.

Da Bet Khallah (?)

III Dinastia

Granito porfiroide grigio

Altezza cm 62,5

Museo del Louvre

N 40

Fonte: Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa