Harem Faraonico

LE COSPIRAZIONI – PEPI I

Di Luisa Bovitutti

L’harem era un ambiente nel quale nascevano con estrema facilità gelosie, rivalità ed alleanze: le numerose donne del sovrano, appoggiate dai familiari e dal proprio entourage entravano in competizione tra loro per ottenere il favore del re e talvolta complottavano affinché il proprio figlio ottenesse il trono al posto del principe ereditario.

Particolare della statua che raffigura Pepi I – oggi al Museo del Cairo – Fotografia di Heidi Kontkanen

Sono attualmente riconosciute tre cospirazioni dell’harem, ordite rispettivamente in danno di Pepi I, di Amenemhat I e di Ramses III; Naguib Kanawati, professore di egittologia della Macquarie University di Sidney, esperto dell’Antico Regno, ritiene altresì che Pepi I ne subì una seconda in età avanzata, così come spiegherò in seguito.

Pepi I salì al trono in giovanissima età e governò per oltre 40 anni cercando di rinsaldare l’autorità del governo centrale e di opporsi ai potenti nobili locali che portarono il paese alla crisi in pochi decenni.

Sulla base dell’unica fonte disponibile si ipotizza che egli dovette affrontare una congiura ordita da una donna dell’harem, probabilmente una moglie secondaria, madre di un pretendente al trono il cui nome è perduto, conosciuta come “Weret-Yamtes”, che alcuni studiosi (Grimal e Goedicke) interpretano come nome proprio, altri invece come titolo onorifico generico.

Gli egittologi non sono concordi nell’individuare la data del fatto: alcuni (Darrel Baker, Wilfried Seipel e Vivienne Callender) la collocano all’inizio del suo regno, la maggioranza (Hans Goedicke per primo), invece, non prima del ventunesimo anno, molto probabilmente attorno al quarantaquattresimo.

Di essa riferisce un alto funzionario del Faraone di nome Weni (o Unis) nella sua autobiografia, scolpita su di una grande stele di calcare (m. 2,75 x 1,13 x 0,30) oggi al Cairo e proveniente dalla sua mastaba ad Abydos, scoperta nel febbraio 1860 da Mariette.

Statua di Weni il vecchio trovata nel serdab della sua mastaba ad Abydos, ora al museo di Sohag

Weni entrò al servizio della corona con Teti e vi rimase con i suoi successori fino a Merenra; la sua carriera raggiunse l’apice sotto Pepi I, che lo insignì dei titoli di Giudice di Nekhen, Compagno unico, Responsabile dell’Harem, Custode superiore dei domini del faraone, e gli assegnò il processo istruito a seguito della cospirazione contro di lui.

La vicenda venne tenuta rigorosamente segreta per non offuscare l’immagine pubblica del sovrano, e nell’autobiografia egli vi allude solo in modo vago, limitandosi a riferire di avere presieduto il procedimento legale, senza specificare l’imputazione e l’esito.

“Ci fu un processo nell’harem contro la grande sposa del re Yamtes, in segreto, e Sua Maestà mi fece andare per giudicare, solo, senza che ci fosse nessun giudice-visir, nessun funzionario, eccetto me solo, perché ero apprezzato e piacevole nel cuore di Sua Maestà e Sua Maestà aveva riempito il suo cuore di me. Misi per scritto, solo con un giudice e «bocca di Nekhen», mentre la mia carica era quella di custode superiore del dominio del Faraone. Mai in passato era stato giudicato così un affare segreto dell’harem, precedentemente”.

Sorprende che un caso così delicato non sia stato assegnato ad un Visir o ad un Giudice di alto rango, ma è possibile che il Faraone, in un momento certamente difficile del suo regno, non si sentisse sicuro della fedeltà dei suoi dignitari ed abbia quindi loro preferito il responsabile dell’harem, che ben conosceva gli equilibri e le dinamiche della struttura e di cui egli si fidava ciecamente.

“(…) Sua Maestà mi elesse giudice e «bocca di Nekhen», poiché il suo cuore aveva fiducia in me più che in ogni suo servitore. Giudicavo le cose solo con il giudice-visir in ogni faccenda segreta e provvedevo in nome del re per l’harem regale e per la Grande Casa dei Sei; poiché il cuore di Sua Maestà di me si fidava più che di ogni suo funzionario, più di ogni suo dignitario, più di ogni suo servo”.

Weni seppe gestire la situazione in modo talmente efficiente da guadagnarsi la riconoscenza del suo re, che lo ricompensò donandogli un sarcofago di pietra, stipiti e architravi per la sua tomba e un tavolo per offerte in calcare fine di Tura, il più pregiato d’Egitto.

“Sua Maestà fece sì che un portasigilli del dio, insieme ad una squadra di marinai al suo comando, traversasse il fiume per portarmi questo sarcofago da Tura. Arrivò per suo mezzo, in una zattera grande della Residenza, col suo coperchio, una falsa porta, un architrave, gli stipiti e la soglia. Mai era stata fatta in passato una cosa simile per nessun servitore, tanto ero apprezzato nel cuore di sua Maestà (…)”

“Sua Maestà fece sì che un portasigilli del dio, insieme ad una squadra di marinai al suo comando, traversasse il fiume per portarmi questo sarcofago da Tura. Arrivò per suo mezzo, in una zattera grande della Residenza, col suo coperchio, una falsa porta, un architrave, gli stipiti e la soglia. Mai era stata fatta in passato una cosa simile per nessun servitore, tanto ero apprezzato nel cuore di sua Maestà (…)”

I partecipanti alle cospirazioni in danno di Pepi I e di suo padre Teti, assassinato dalle sue guardie del corpo, furono identificati e puniti e subirono la damnatio memoriae, rilevabile dall’esame delle loro mastabe, molte delle quali si trovano nella necropoli associata alla piramide di Teti perché il figlio non volle che i suoi dignitari venissero sepolti accanto a lui.

In alcune di esse furono erase sia l’immagine che il nome del proprietario; in altre solo il nome e furono mutilate parti del corpo (occhi, orecchie, naso, polsi o caviglie); in altre ancora furono scalpellate figure secondarie di figli o di servitori; in un altro gruppo la decorazione venne interrotta; un ultimo gruppo di sepolture, infine, furono espropriate al titolare ed assegnate ad altri.

Pilastro della mastaba di Weni il vecchio, raffigurato in adorazione: il nome del personaggio è scritto sopra di lui: la lepre, wn, l’acqua n , la canna i, ed il determinativo di vecchio smsw (l’uomo curvo con il bastone)

L’ipotesi formulata dagli studiosi è che il grado di distruzione dei rilievi, da intendersi quale sanzione accessoria per il crimine commesso, fosse proporzionale al ruolo rivestito nella congiura dal titolare della tomba o dai suoi figli, e quindi alla gravità del suo coinvolgimento; più in particolare l’abrasione della figura sarebbe conseguita all’irrogazione della pena capitale, mentre le mutilazioni potevano raffigurare la punizione in concreto applicata, tenuto conto che il taglio del naso, delle orecchie e di altre parti anatomiche era la sanzione tipica per determinati crimini.

Le tombe danneggiate e poi restaurate potevano appartenere a soggetti inizialmente condannati e poi perdonati o riabilitati, o forse furono cedute ad altri dopo che il proprietario era caduto in disgrazia, mentre quelle rimaste incomplete, ove non appartenenti a soggetti deceduti prima che fossero terminate, erano forse appartenute a funzionari destituiti dall’incarico come punizione per il crimine commesso e quindi rimasti privi dei mezzi finanziari necessari per portare a compimento il proprio sepolcro.

Anche il visir Rawer subì la damnatio memoriae: i rilievi parietali che lo raffigurano nella sua mastaba di Sakkara sono stati profanati, il nome, le mani ed i piedi sono stati scalpellati, così come le figure di alcuni offerenti.

Il prof. Kanawati fonda la sua teoria in merito all’esistenza di una seconda congiura osservando che egli visse nella seconda metà del lungo regno di Pepi I e quindi non poteva aver preso parte al primo complotto, a suo parere verificatosi nel decimo anno di governo.

Egli sarebbe stato l’organizzatore, insieme ad altri funzionari, di una seconda cospirazione ai danni di Pepi I, collocata verso la fine del regno di costui e finalizzata ad usurpare il trono; il colpo di stato fallì, e per consolidare la posizione dell’erede da lui designato, Pepi fece incoronare suo figlio Merenre che regnò al suo fianco.

Questa fu la prima coreggenza della storia d’Egitto, ed è documentata da un ciondolo d’oro recante i nomi di Pepi I e Merenre I associati come sovrani e da un’iscrizione di quest’ultimo trovata ad Hatnoub, dalla quale si desume che cominciò a contare i suoi anni di regno quando ancora governava il padre.

FONTI:

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

I PANNELLI DI HESIRA

Di Grazia Musso

I pannelli fanno parte di un gruppo di sei rinvenuti nella mastaba di Hesira, situata a nord del complesso di Djoser a Saqqara.

Esterno della mastaba di Hesira, i lavori sono del 2010

La dimora funebre dell’alto funzionario è divisa negli appartamenti sotterranei (dove si trovava il corpo del defunto) e nella sovrastruttura.

La parte superiore comprendeva il serdab un locale dove era collocata la statua, e la sala per le offerte funerarie.

È da questo ambiente, un lungo e stretto corridoio, che provengono le splendide immagini in bassorilievo di Hesira, ritratto in vari atteggiamenti.

Foto Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa

I pannelli sono forniti, nella parte superiore, di un incavo rettangolare che doveva servire come fissaggio alle pareti.

Nel primo pannello (CG 1426), Hesira è seduto, rivolto a destra, su un seggio con gambe terminati con zampe di leone: porta una parrucca riccia e indossa un lungo mantello che lo ricopre fino alle caviglie e lascia scoperti spalla e braccio destro che è proteso verso la tavola delle offerte che ha davanti.

Il braccio sinistro è piegato al petto e la mano stringe un sottile bastone.

Sulla spalla destra è poggiata la strumentazione da scriba che è composta da una tavoletta con i due colori ( rosso e nero) legata con un nastro alla boccetta per l’acqua e allo stilo che scendono sulla scapola.

La tavola delle offerte è sormontata da una lista in geroglifico di prodotti offerti :incenso, vino, pane, carne.

La parte superiore è occupata dai titoli e dal nome di Hesira, che è definito capo-dentista, scriba reale, capo di Buto, sacerdote di Horus.

Nel secondo pannello (CG 1427) Hesira è raffigurato in piedi con la gamba sinistra avanzata: nella mano sinistra tiene gli strumenti da scriba e un bastone, nella destra lo scettro keberep, simbolo di potere.

Ha una parrucca lunga che gli ricade sulle spalle e indossa un gonnellino corto con cintura.

La figura del funzionario è scolpita con grande cura: la muscolatura di braccia e gambe è sottolineata per mezzo di un gioco di chiaroscuro creato da un sapiente intaglio nel legno , il volto è serio con lineamenti pronunciati, sopracciglia arcate, occhi attenti sottolineati da zigomi alti e sporgenti, bocca chiusa e baffi.

Nella parte superiore sono riportati alcuni dei titoli e il suo nome.

Nel pannello (CG 1428), Hesira è ancora ritratto in piedi, con le braccia lungo il corpo e le mani libere, sulla spalla destra ha gli strumenti da scriba, indossa un gonnellino corto e porta una parrucca corta e riccia.

Davanti a lui doveva trovarsi la tavola per le offerte ( purtroppo in una zona del legno danneggiata) e una lista di offerte, come negli altri pannelli la parte superiore è occupata dai titoli e dal nome del defunto.

Pannelli di Hesira

Legno

Altezza cm 114

Larghezza cm 4

Saqqara, Mastaba di Hesira ( A 3), rimossi da Auguste Msriette

Terza Dinastia (2649-2575 a. C.)

Disegni di Quibell dei giochi ritrovati nella tomba di Hesire: a sinistra il “Gioco del serpente” o “Mehen”, a destra in alto il “Senet” ed in basso a destra il “Men”, che cadde in disuso alla fine dell’Antico Regno. Di nessuno di questi abbiamo le regole di gioco.
Decorazioni interne della tomba

Fonte

Tesori Egizi nella collezione del Museo del Cairo – Francesco Tiradritti, fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Harem Faraonico

LE MAIOLICHE DEI PRIGIONIERI NEI PALAZZI DI RAMSES III

Di Luisa Bovitutti

Tra le rovine dei due palazzi di Ramses III a Medinet Habu e a Tell el-Yahudiya, ad una ventina di chilometri a nord-est del Cairo, gli abitanti del luogo che cercavano il sebakh, ossia i residui degli antichi mattoni di fango e paglia che utilizzavano come fertilizzante, rinvennero nel 1870 e nel 1903 delle spettacolari piastrelle policrome che originariamente li decoravano e che ora sono esposte in vari musei del mondo, tra i quali quello del Cairo, il MFA di Boston, il British Museum di Londra ed il Louvre di Parigi.

Esse sono realizzate in maiolica e sono smaltate; raffigurano in rilievo i tradizionali nemici dell’Egitto (Nubiani, Libici, Siriani, Amorrei, Filistei, Beduini e Popoli del mare) fatti prigionieri e sottomessi dal Faraone, e simboleggiano il suo dominio sul resto del mondo conosciuto, costituendo nel contempo una vivace decorazione in quanto sono rappresentati con i loro abiti tradizionali e con i tratti somatici tipici dell’etnia di appartenenza.

Tutte sono rettangolari, con uno spessore compreso tra 1,0 ed 1,2 cm. (tra 1,8 e 2,0 cm.se si conta anche il rilievo); quelle trovate a Tell el-Yahoudieh sono larghe circa 10,5 cm., mentre quelle di Medinet Habu sono di due misure diverse: 30 x 7 cm. e 25 x 6,5 cm.).

Maioliche da Medinet Habu conservate al Museo del Cairo: tutti e tre i personaggi hanno la corda bianca e nera al collo.
A sinistra: un nubiano, caratterizzato dalla pelle scurissima
Al centro: un siriano, con la pelle chiara e l’abito orientaleggiante lungo fino alle caviglie
A destra: un libico, caratterizzato dai tatuaggi e dalla pelle chiara

Probabilmente le basi furono prodotte in serie, ma i diversi elementi del corpo dei prigionieri sono stati modellati ed applicati in seguito; per colorare i dettagli venivano utilizzati ossidi metallici ed ai colori primari disponibili in precedenza si aggiunsero anche tonalità intermedie e colori pastello come il rosa e il grigio chiaro.

Le piastrelle di Medinet Habu erano originariamente incastonate in tre celle rettangolari ai lati delle porte del palazzo: quelle degli ingressi principali mostravano il re come una sfinge che calpesta i suoi nemici, e sugli stipiti inferiori file di stranieri legati continuavano il tema della vittoria del faraone; è probabile che anche quelle di Tell el-Yahoudieh avessero analoga collocazione.

Nel primo palazzo di Medinet Habu (che fu poi rimaneggiato dando vita a quello le cui vestigia vediamo ancora oggi), inoltre, una fila di immagini di nemici prigionieri si trovava alla base della finestra delle apparizioni, ed il sovrano torreggiava su di essa quando si mostrava al popolo.

I personaggi di Tell el-Yahudiya sono raffigurati in posizioni diverse e mostrano maggiori dettagli rispetto a quelli di Medinet Habu, che sono tutti stanti, alcuni in punta di piedi e molti con le braccia legate e una corda bianca e nera intorno al collo.

Qui ho inserito alcune delle piastrelle esposte al MFA di Boston: esse provengono da Medinet Habu e raffigurano da sinistra a destra un Siriano, legato ed indifeso, riconoscibile dall’abito con frange e nappe, dalla fronte bassa, dal naso prominente e dalla barba lunga e appuntita, un Ittita dalla pelle bianca ed un Nubiano, dalla pelle scura e dal caratteristico perizoma con le code.

Ecco un’altra carrellata di prigionieri, distribuiti in vari musei del mondo…. sono uno diverso dall’altro….

Un prigioniero siro-filisteo, da Tell Yahudiya, al Louvre
Un prigioniero Siro-filisteo, raffigurato nella posizione dello sconfitto, con le mani legate dietro la schiena. Indossa una veste a pieghe, con una decorazione molto colorata e porta un ciondolo a disco. Il gioiello e la forma della barba ne identificano la provenienza. Da Tell el-Yahudiya, ora al Louvre
Un prigioniero nubiano, al British Museum, da Tell el-Yahudiya
Un prigioniero libico, con le mani legate e una treccia laterale, da Tell el Yahudiya, ora al British Museum
Un prigioniero Shasu (beduino) ed un Ittita, da Medinet Habu, ora al Cairo

Piastrella in maiolica intarsiata dal palazzo di Medinet Habu, ora al MFA di Boston, raffigurante un capo filisteo prigioniero; ha la pelle rossastra, una barbetta appuntita, una veste lunga e bianca con decorazioni geometriche, i capelli nerissimi raccolti con una fascia bianca con piccole decorazioni colorate.
All’epoca di Ramses III i filistei venivano chiamati Peleset (da cui il nome Palestina alla terra ove essi si erano stanziati) e vengono nominati in un’iscrizione sul secondo pilone del tempio di Medinet Habu, nella quale il sovrano celebra la sua vittoria sui Popoli del Mare: 

I paesi stranieri hanno fatto una cospirazione nelle loro isole…. L’insieme (di questi popoli) comprendeva i Peleset, i Tjeker, gli Shekelesh, i Denyen ed i Weshesh. Tutti questi paesi erano uniti, le loro mani (erano) sui paesi al cerchio della terra, i loro cuori erano fiduciosi e sicuri: “I nostri progetti avranno successo!”

https://collections.mfa.org/objects/130485

Piastrella proveniente da Medinet Habu ed ora al Museo Nubiano di Assuan raffigura un prigioniero nubiano, con una corda al collo; ha la pelle scurissima tipica della sua gente, i capelli corti e ricci, un orecchino a cerchio, ed indossa un gonnellino dalla forma strana (in realtà mi ricorda una pelle di animale), con decorazioni geometriche.

Questa piastrella proveniente da Tell el-Yahudiya ed ora al British museum raffigura un capo della tribù libica dei Tjehenu fatto prigioniero. Egli indossa l’abbigliamento tipico del suo rango, caratterizzato dalle cinture decorate da borchie rotonde e incrociate sul petto e da un perizoma; ha anche un piercing all’orecchio e dei tatuaggi sul corpo.
https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA12337

FONTI:

Antico Regno, Mai cosa simile fu fatta

LA STATUARIA E IL RILIEVO DELLA III DINASTIA

Di Grazia Musso

Nelle opere della terza Dinastia l’arte egizia menfita ricerca il suo equilibrio e dà inizio ad una nuova tradizione.

Dalle radici della preistoria in poi la ricerca dei volumi non si separerà o non vorrà farlo, separarsi del tutto dalle regole della figura piana rimanendo dunque creata per frontalità: la statua egizia va vista di fronte o di profilo.

Non è nata affatto per la visione, al chiuso delle tombe o dei templi la statua, supporto materiale per anime immortali di divinità o di umani defunti , essa guarda, non è guardata.

Nella terza Dinastia si osserva la continuità dell’arte Thinita, ma con maggiore sicurezza : la ricerca dei canoni si avvicina al suo compimento.

La sperimentazione del passato inizia a porre dei punti fermi in alcuni tipi standardizzati, senza cessare la ricerca, che si può evidenziare nella statua di Djoser, qui raffigurata.

Il sovrano è rappresentato su un trono dall’alto schienale.

Ha il braccio destro riportato al petto con la mano chiusa a pugno e il sinistro appoggiato sulla gamba con la mano aperta a palmo in giù.

Indossa l’ampio mantello del giubileo che lo ricopre quasi completamente lasciando scoperte solo le mani.

La folta parrucca, tripartita, ricade ai due lati del volto in spesse bande ed è parzialmente coperta da una versione arcaica del nemes, che qui appare come un semplice drappo poggiato sul capo e fissato alla fronte.

Le orecchie scoperte incontrano, a angolo retto, il piano della testa una caratteristica che si trova spesso nella statutaria successiva, sopratutto nel corso del Medio Regno.

La posa rigida della figura è controbilanciata dalla plasticità del volto: gli occhi, , che dovevano essere intarsiati , vicini e profondi, coperti da spesse sopracciglia, gli zigomi alti, le guance scavate, la mascella lievemente sporgente e la bocca grande, sottolineata dalla barba rituale, danno impressione di potenza e di divino allo stesso tempo.

La parte anteriore della base reca incisi in bassorilievo i titoli e il nome del sovrano, che è Netjerket.

Il nome di Djoser si ritrova invece nei documenti posteriori e mai in quelli a lui contemporanei.

La Scultura, primo esempio di statua egizia a grandezza naturale, fu rinvenuta nel serdab del complesso funerario di Djoser a Saqqara.

Il piccolo locale, addossato al lato nord della piramide a gradoni, reca due fori nella parete, all’altezza degli occhi, che dovevano consentire alla statua del sovrano di guardare fuori e di partecipare alle celebrazioni e ai riti che avvenivano nel tempio attiguo.

Statua di Djoser

Calcare dipinto

Altezza cm 142

Saqqara, Serdab del complesso funeraria di Djoser

Scavi del Servizio delle Antichità 1924-192

III Dinastia, Regno di Djoser 2630 – 2611 a. C

Fonti:

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa

Tesori Egizi del Museo del Cairo – Francesco Tiradritti, fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Cose meravigliose, Tutankhamon

LA BARA D’ORO DI TUTANKHAMON

(Carter 255)

Di Andrea Petta

La terza bara di Tutankhamon rimane probabilmente l’oggetto più stupefacente di tutta la tomba. Se la maschera funebre ha un valore artistico superiore, il valore intrinseco della terza bara è ai limiti dell’immaginabile. Solo il peso dell’oro varrebbe quasi sei milioni di euro al giorno d’oggi.

Il coperchio della seconda bara è stato sollevato, il volto scoperto della bara d’oro appare per la prima volta dalla sepoltura di Tutankhamon

Ben 110 chili di oro puro, fusi a creare l’ultimo bozzolo che avvolgeva la mummia del Faraone. Lo splendore del metallo perfetto, che ricorda il calore del sole, che non si ossida e non si arrugginisce ad accompagnare Tutankhamon nel suo viaggio nell’oltretomba. Scrisse il suo scopritore: “Il mistero dell’enorme peso, che fino a quel momento ci aveva lasciati perplessi, ora era chiaro

Il volto scoperto, quasi fosse impossibile per le mani che hanno chiuso la bara ricoprire la sua bellezza. Si nota intorno alla testa il secondo drappo avvolto appositamente per non celare il volto

Lunga 188 cm, larga ed alta 51, con uno spessore da 2.5 a 3 mm, fu indicata da Carter come “esempio unico di dell’arte della lavorazione del metallo, sia tecnicamente che artisticamente”. Anche gli 8 tenoni sono in oro, fissati con chiodi anch’essi in oro e che furono segati per permettere l’apertura del coperchio. Quattro maniglie, sempre in oro, permettevano l’apertura del coperchio, come nella prima bara.

La terza bara, ancora avvolta dalla cassa della seconda, pronta per essere esaminata. In basso si vede bene l’eccesso di unguenti utilizzati a formare una massa nerastra accumulata soprattutto verso il piede

Il Faraone vi è raffigurato con il nemes come copricapo, la cui plissettatura è in rilievo e non ad intarsio. Una sorta di sudario in lino colorato originariamente di rosso avvolgeva il corpo del Faraone, lasciando però scoperta la testa ed il volto. Un secondo panno in lino era arrotolato e posizionato tra la terza e la seconda bara, intorno alla testa. Forse qualcuno durante la cerimonia funebre non se l’era sentita di coprire quel volto, forse Ankhesenamon ha voluto che risplendesse per l’eternità. 

Una curiosità: la fascia che chiude il nemes sulla fronte del Faraone è identica a quella trovata effettivamente sulla mummia e che tratteneva la calottina decorata con perline e pietre preziose andata persa come ci ha mostrato Patrizia Burlini.  Una seconda curiosità è che questa banda è stata identificata per la sua forma come un “sistema di comunicazione wireless” utilizzato dal Faraone od un “potenziatore di onde cerebrali”

Il contorno degli occhi e le sopracciglia sono in intarsio di pasta vitrea blu lapislazzulo, gli occhi in calcite bianca con pupille in ossidiana. Il deterioramento della calcite accentua ulteriormente l’impressione di sacralità di un’immagine quasi eterea del volto del Faraone. Le orecchie hanno i lobi forati, anche se i fori erano coperti con una lamina d’oro al momento della scoperta.

Due collari intarsiati, a dischi in oro giallo ed oro rosso alternati a faience blu scuro, circondano il collo del Faraone, mentre un pettorale “del falco” scende sotto i lembi del nemes, intarsiato da undici file di perline tubulari in lapislazzuli, quarzo e corniola, feldspato verde e pasta di vetro turchese. La parte esterna è decorata con finti pendenti. Le braccia sono decorate con braccialetti intarsiati degli stessi materiali.

In questa foto si vede abbastanza bene il doppio collare a dischi d’oro giallo e rosso alternati a faience blu che passa sotto la barba cerimoniale. L’ala di Nekhbet si protende sulla spalla sinistra del Faraone. Si vede anche il cattivo stato di conservazione del flagello, la cui asta è in bronzo

Il manico del flagello, stranamente realizzato in bronzo, ha sofferto molto dell’impregnazione con le resine dell’imbalsamazione.

La decorazione è nuovamente del tipo “rishi”; in una sorta di “fusione” tra le due bare più esterne ricompaiono come sulla prima bara Iside e Nephti che protendono le ali a protezione della salma del re, ma questa volta sono posizionate intorno ai fianchi e le gambe, mentre Nekhbet e Wadjet sono posizionate a livello del torace e delle spalle come sulla seconda bara.

L’intarsio a formare la figura di Nekhbet sul fianco destro di Tutankhamon. Tra gli artigli i due simboli “shen”

Il fianco sinistro della bara, dove spiccano sull’oro le ali spiegate delle dee e il fianco destro in una foto molto più moderna

Due colonne verticali di testo sono disposte lungo la parte anteriore del coperchio della bara dal ventre ai piedi, mentre ricompare Iside inginocchiata sul geroglifico “nbw” sotto il piede della bara.

Nonostante la sua composizione in puro oro, la terza bara non brillava come le altre due una volta scoperta del sudario. Gli unguenti versati durante la cerimonia funebre avevano creato uno spesso strato di materiale nerastro “simile alla pece” che, come abbiamo visto, rese estremamente difficile la separazione tra le due casse e l’estrazione della maschera funebre.

Carter ripulisce con un pennellino la superficie della terza bara – e probabilmente si sta chiedendo come farà a liberarla da quella sostanza simile alla pece che la imprigiona

Ma una volta liberata da quel manto nero che la avvolgeva è diventata uno dei simboli della ricchezza e della potenza della civiltà egizia nel Nuovo Regno, che ha potuto permettersi questo “lusso” artistico e materiale per un Faraone fanciullo il cui ruolo nella storia è ancora da decifrare completamente.

FONTI:

  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
Cose meravigliose, Tutankhamon

LA SECONDA BARA DI TUTANKHAMON

(Carter 254)

Di Andrea Petta

La seconda bara, quella intermedia, è la più “controversa”, la cui attribuzione originale è ancora dubbia. Il volto è marcatamente diverso da quello della prima e della terza bara, nonché dalla maschera funebre, il che ha generato diverse ipotesi sul “proprietario” originale.

Il confronto tra i due volti (da “Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998“)

La netta discrepanza nella raffigurazione ha sucitato, soprattutto in tempi relativamente recenti, un’accesa discussione tra gli egittologi. Claude Vandersleyen ad esempio ha rilevato che il viso sia molto più squadrato e con un’espressione “imbronciata”, ipotizzando l’appartenenza originale a Nefertiti o al misterioso Faraone Neferneferuaton (Nefertiti? Merytaton?), mentre secondo altri sarebbe appartenuto a Smenkhare.

Carter all’opera con un pennellino per togliere delicatamente gli ultimi resti del tessuto in lino che copriva la bara, dissoltosi al primo tocco degli scopritori.

Però…

Però le tre bare si incastrano perfettamente una dentro l’altra; pensare ad un “adattamento” risulta difficile. Inoltre, su nessuna delle tre bare ci sono segni che indichino una modifica ai testi iscritti. In mancanza di ulteriori prove è impossibile determinare se effettivamente questa bara sia stata usurpata da Tutankhamon.

La seconda bara ancora all’interno della prima, da cui fu estratta facendo scivolare giù la cassa della prima

Lunga 204 cm e larga 68, con un’altezza massima di 79, è anch’essa in legno ricoperto di gesso e dorato, ma, a differenza della prima bara, è interamente decorata in pasta vitrea e faience. Dieci tenoni in argento chiudevano originariamente il coperchio, che non ha ovviamente maniglie dovendo instrarsi nella prima bara.

Uno dei dieci tenoni di chiusura del coperchio, in argento massiccio. Nei fori erano inseriti chiodi in argento con testa in elettro; a questi chiodi, estratti parzialmente per quanto possibile nello spazio tra prima e seconda bara, furono agganciate le carrucole per tenere ferma la seconda bara mentre la prima veniva fatta scivolare giù. I carpentieri egizi sapevano fare il loro mestiere

La posizione dei dieci tenoni di chiusura nella visione di tre quarti della bara, che permette la visione d’insieme della lavorazione a cloisonné egiziano (foto Sandro Vannini)

Un finisssimo tessuto in lino proteggeva la bara; su questo tessuto diverse ghirlande floreali avvolgevano la bara (molto simili a quelle trovate da Davies ne pozzo 54 nella Valle dei Re). Una seconda coroncina era stata posta intorno ai due emblemi reali sulla fronte, sempre in foglie di ulivo, fiordalisi e petali di loto.

La seconda bara come apparve agli scopritori, con il tessuto in lino a coprirne le sembianze e ricoperta di ghirlande floreali compresa la coroncina sugli emblemi reali
La prima foto della seconda bara “libera”. L’impatto visivo della decorazione a cloisonné fu sensazionale.

Il Faraone, rappresentato come Osiride, indossa questa volta il nemes decorato in pasta vitrea blu, sempre con un avvoltoio nekhbet ed un ureo sulla fronte. L’ureo è in legno dorato, con testa in faience blu ed intarsi colorati. L’avvoltoio è anch’esso in legno dorato, con becco in ebano.

Il volto della seconda bara

La barba cerimoniale è in pasta vitrea ed oro.

Il re è rappresentato con un collare cosiddetto “del Falco” decorato con diaspro rosso, turchese e lapislazzuli.

La bara in mostra al vecchio Museo Egizio

Sotto le braccia, incrociate sul petto con il flagello ed il pastorale, al posto delle dee presenti sulla prima bara sono rappresentati nuovamente l’avvoltoio Nekhbet ed un ureo alato “wadjet” mediante uno spettacolare intarsio, sempre in diaspro rosso, turchese e lapislazzuli. I simboli “shen” che tengono negli artigli sono in diaspro rosso contornato da pasta vitrea turchese.

L’ala di Nekhbet protesa sulla spalla sinistra del Faraone

Gli stessi materiali formano il decoro “rishi” su tutto il resto della bara, realizzato in “cloisonné egiziano”. In questa tecnica, sottili strisce d’oro sono state saldate alla lamina d’oro sottostante e riempite con la pasta di vetro colorata (si differenzia dal cloisonné tradizionale in quanto vengono inserite negli spazi creati le “tessere” già formate, invece del vetro ancora fuso). La mole di lavoro per realizzare l’intero sarcofago con questa metodica è inimmaginabile.

Lo spettacolare intarsio dell’ureo alato, sempre sul fianco sinistro, con i due simboli “shen” in diaspro rosso e pasta vitrea turchese

Il decoro a cloisonné egiziano ricorda peraltro quello del sarcofago danneggoato rinvenuto nella tomba KV55 (Akhenaton? Smenkhare?).

L’intarsio prosegue su tutta la bara, qui un particolare delle gambe

Due colonne di testo sono intarsiate sulle gambe della bara. Sulla superficie inferiore del piede, un’altra figura alata di Iside simile a quella della prima bara inginocchiata su un segno “nbw” (oro).

Sotto il piede dalla bara, nuovamente Iside
Il particolare della dea che stende le sue ali
La foto ufficiale del Museo Egizio del Cairo

FONTI:

Antico Regno, Arte, Statue

“GUARDIAMOCI NEGLI OCCHI”

LE STATUE VIVE DI RAHOTEP  E  NOFRET

Di Piero Cargnino

Avete letto bene, “guardiamoci negli occhi”, le foto che vi propongo vi invitano a farlo, più avanti capirete il perché.

Conosciamo bene tutti quello stupendo complesso statuario che ritrae il principe Rahotep e sua moglie Nofret. Ma chi erano questi personaggi per essere rappresentati nella loro tomba in modo così stupendo?

Rahotep era figlio del faraone Snefru, (anche se Zahi Hawass  ha ipotizzato che il padre in realtà fosse Huni), e quindi fratello di Nefermaat, che era maggiore di lui, e di Ranefer fratello minore. Probabilmente nessuno dei tre fratelli sopravvisse al padre in quanto alla morte di questi fu il loro fratellastro Medjedu Khnum-Khufu, più noto come Cheope a salire sul trono.

Nella mastaba di  Nefermaat e di sua moglie Itet (o Atet) viene citato, tra i loro quindici figli Hemiunu, per cui si pensa che costui fu quasi certamente il visir che si crede progettò la Grande Piramide di Cheope.

Membro della famiglia reale, il principe Rahotep vantava diversi titoli importanti: “Gran sacerdote del re”, “Capo dei costruttori”, “Capo dell’esercito reale”, “Direttore delle spedizioni” e, naturalmente, “Figlio del re, generato dal suo corpo”.

Da parte sua, Nofret (che significa “la bella”) vantava il titolo di “Conoscente del re”. Sembra che Rahotep sia morto giovane e sia stato sepolto in una lussuosa mastaba nella necropoli di Meidum vicino a quella del fratello Nefermaat dove venne scoperto uno dei dipinti più belli e famosi dell’arte egizia le controverse “Oche di Meidum”.

Nel 1871 Auguste Mariette, capo del Servizio di Antichità d’Egitto, stava facendo degli scavi a Meidum, famosa per la sua piramide a gradoni che si staglia nel paesaggio desertico come una gigantesca torre sprofondata. Mariette scavava nella vicina necropoli dell’Antico Regno situata nei pressi della piramide, vicino alla mastaba di Nefermaat, Albert Daninos, suo collaboratore, durante il recupero di una stele si trovò di fronte all’ingresso di un pozzo che dava accesso ad una galleria. Subito si pensò che si trattasse dell’ingresso di una nuova tomba.

Uno degli operai, con una candela, entrò per effettuare un’ispezione preliminare. Passarono pochi minuti e l’operaio riapparve correndo all’impazzata completamente terrorizzato. Raccontando l’episodio Daninos spiegò perché l’operaio era terrorizzato:

<<……Si vide davanti le teste di due esseri umani vivi che lo fissavano coi loro occhi che brillavano alla fioca luce della candela…..>>.

La mastaba, saccheggiata fin dall’antichità, conservava un tesoro sconvolgente che ancora oggi non finisce di meravigliare coloro che hanno la fortuna di vederlo, due statue a grandezza naturale dei proprietari della tomba eseguite con una finezza straordinariamente unica. Si trattava delle statue funerarie molto realistiche, che rappresentavano i proprietari della tomba: il principe Rahotep e sua moglie Nofret.

Non si tratta di un “gruppo statuario” nel vero senso della parola, sono due statue distinte che rappresentano i soggetti realizzati in calcare di alta qualità, blocchi scelti appositamente con la massima cura per garantire lo straordinario risultato dell’artista che le scolpì, capolavori della statuaria della IV dinastia. Il grande realismo e la perfezione formale le hanno ormai rese dei punti di riferimento nella storia dell’arte.

Le statue conservano ancora la meravigliosa policromia originale, il colore della pelle rispecchia le convenzioni dell’epoca, Rahotep presenta due baffetti non molto usuali all’epoca e la sua pelle compare con un tono più scuro mentre la principessa Nofert, veste sontuosamente un abito molto attillato e quasi trasparente e porta una corta parrucca, la sua pelle appare di color giallo-crema, in conformità con la tradizione secondo cui la carnagione chiara è, nelle donne, simbolo di nobiltà e di bellezza.

Ma la cosa più sorprendente sono i loro occhi, incorniciati da un tratto di colore nero e intarsiati con quarzo bianco, e cristallo di rocca, sembrano ancora vivi mentre osservano lo spettatore.

Sulle pareti della tomba sono rappresentati tutti i loro figli: tre maschi Djedi, Itu e Neferkau e tre femmine Mereret, Nedjemib e Sethtet. Sicuramente, dopo i millenni passati nell’oscurità della loro dimora eterna, debbono aver impressionato non poco il primo essere umano che li vide.

Oggi stanno in un museo e lo spettatore che li guarda  non teme più il loro sguardo limpido e profondo ma ammira  la loro bellezza eterna e immutabile. Come dico nel titolo: “guardiamoci negli occhi”, questo è un enigma che ci affascina, gli occhi di queste, come quelli di altre statue, sono costituiti da pezzi di cristallo di rocca perfettamente levigato, che veniva inserito, nel calcare o nel legno delle statue. La qualità delle lenti è così alta che il pensiero ci porta a formulare le più strane ipotesi.

Qui non ci troviamo di fronte al lavoro di scalpellini che percuotono coi loro mazzuoli di legno rudimentali scalpelli di rame. Per usare le parole dell’egittologa Carme Mayans di National Geographic:

“la perfezione con cui sono state eseguite le lenti fa venire in mente un fine lavoro di tornitura e rettifica con macchine rotanti ad alta velocità. L’unica spiegazione ragionevole a tutto questo è che gli egizi abbiano preso in prestito da qualche parte tali tecnologie e, quando le scorte si esaurirono, tutto si perse piano piano”.

Fonti e bibliografia:

  • Carme Mayans, “Le statue “vive” di Rahotep e Nofret”, National Geographic, 2021
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche” – Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia” – Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • Nicolas Grimal,  “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Roma-Bari, 1998
Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

LA PIRAMIDE ROSSA DI SNEFRU A DAHSHUR

Di Piero Cargnino

Certo che a Snefru quella piramide col profilo spezzato non dovette piacere gran che neppure finita col suo rivestimento in calcare.

La prima, costruita forse sullo scheletro di quella di suo padre Huni, era crollata, la seconda era storta, immagino che la cosa deve aver fatto infuriare non poco il faraone tanto che decise di farsene costruire un’altra.

Forti dell’esperienza maturata con le prime costruzioni i suoi architetti stavolta dovevano innanzitutto trovare un terreno resistente. Allo scopo risalirono il deserto di Dashur per circa 4 km. a nord finché non trovarono quello che pareva il luogo adatto.

Quella che si presenta agli occhi dei visitatori è una immensa costruzione, universalmente riconosciuta nel mondo egittologico come la prima concepita e costruita per essere realmente geometrica (a facce piane).

Deriva il nome di “Piramide Rossa” dal colore della pietra con cui è costruita, ma non fu sempre rossa, in origine era rivestita con blocchi di bianco calcare di Tura, rivestimento che venne quasi completamente asportato durante il Medioevo per essere riutilizzato nella costruzione del Cairo.

Nell’antico Egitto era nota come “Snefru risplende” (o “Snefru appare in gloria”); visto che la Piramide Romboidale era chiamata “Snefru del sud risplende” ci si aspetterebbe che questa venisse chiamata “Snefru del nord risplende”, invece no, questo non è riportato in nessun testo antico egizio. Gli egiziani di oggi la chiamano “El-Haram el-watwat” ovvero la piramide dei pipistrelli o piramide cieca.

La piramide era conosciuta fin dal Medioevo e furono molti i viaggiatori europei che vi si recarono, nel 1660 fu visitata dall’inglese Melton. Un primo interessante rapporto ci viene dai diari di viaggio del missionario francescano ceco Vàclav Remedius Prutky il quale, nel XVIII secolo, entrò fin nei sotterranei della piramide e descrive la discesa in un suo scritto. Le prime indagini archeologiche moderne furono intraprese da Perring nel 1839 e da Lepsius nel 1843. Più tardi si interessarono brevemente anche Petrie e Reisner ma senza approfondimenti.

Nel secondo dopoguerra l’egittologo Abdel Salam Hussain intraprese una serie di ricerche più approfondite, seguito in questo da un altro egittologo egiziano Ahmed Fakhry  che, intorno agli anni 50 del 900, condusse anch’egli una campagna di ricerche ma nulla di più di quanto già fatto da Hussain. Per giungere ad  un’indagine sistematica ed approfondita si dovette aspettare fino al 1982 quando Stadelmann iniziò le sue ricerche.

Gli antichi architetti egizi, facendo tesoro delle deludenti esperienze fatte in precedenza con la piramide di Maidum e quella Romboidale, questa volta decisero di adottare un atteggiamento esageratamente prudente. Innanzitutto venne preparata una base molto ampia, anche se non perfettamente quadrata (218,50 m x 221,50 m), quindi i progettisti iniziarono i lavori adottando la stessa inclinazione della parte superiore della piramide romboidale, la già collaudata inclinazione di 43° (43,22) mantenendola per tutta la sua altezza. Questa inclinazione ne fa la piramide con l’angolo più acuto di tutte le altre piramidi egizie conferendogli quel caratteristico aspetto, decisamente unico per cui appare più “schiacciata” rispetto alle piramidi più note portandola a raggiungere un’altezza di 101,40 metri.

Le facce della piramide si presentano un po’ irregolari e leggermente concave, la forma concava delle pareti serviva a dare maggiore stabilità al paramento; lo stesso metodo che verrà poi adottato nella costruzione della piramide di Cheope. Il nucleo è costituito da blocchi di calcare dal colore rossiccio di minor pregio rispetto a quello di Tura che veniva estratto dalle cave che si trovano a poche centinaia di metri in direzione sud-ovest della piramide.

Secondo l’egittologo Stadelmann la costruzione della piramide ebbe inizio da ovest mediante l’utilizzo di numerose rampe corte che venivano costruite su tutti i quattro lati. Giunti ad un’altezza di circa 25 metri le rampe sarebbero state ridotte ad una per ogni lato ed avrebbero accompagnato la costruzione per altri 15 metri per poi essere totalmente eliminate. Stadelmann però non fa alcun accenno a come sarebbero stati costruiti gli ulteriori 61,40 metri, da parte mia non ho trovato alcun riferimento in proposito.

Per la base della piramide e il paramento è stato fatto uso del fine calcare di Tura e su alcuni blocchi del nucleo ed anche del paramento, rinvenuti alla base della piramide, sono stati scoperti graffiti di cantiere dall’importante significato storico. Nei graffiti viene riportato, oltre al nome di Snefru, l’indicazione della: <<………messa in opera della pietra angolare occidentale nell’anno della quindicesima conta del bestiame……..>>. Questo però rappresenta un primo enigma, considerando che solitamente il bestiame veniva censito con cadenza biennale, ciò indicherebbe il trentesimo anno di regno di Snefru ma, secondo il Papiro di Torino, Snefru regnò solo 24 anni.

Da altri graffiti scoperti su blocchi a diverse altezze si può dedurre che almeno un quinto della piramide venne costruita in due anni. Stadelmann afferma di aver trovato un’altra annotazione secondo la quale si accenna al << …….ventiquattresimo anno della conta dei capi di bestiame…….>>, cosa che ha incontrato forti critiche da parte dell’egittologo tedesco R. Krauss secondo il quale il periodo indicato da Stadelmann risulterebbe troppo ampio. Mentre alcuni affermano che pare certo che la costruzione ebbe inizio durante il terzo anno di regno di Snefru, per quanto riguarda la durata dei lavori questa è molto dibattuta tra gli egittologi, Rainer Stadelmann fa riferimento alle iscrizioni trovate nelle cave per cui fissa come durata 17 anni, secondo John Romer, invece la durata sarebbe molto più breve, al massimo 10-11 anni. Sorvolo sull’evoluzione della diatriba non avendo elementi per confermare l’una o l’altra teoria.

Personalmente mi chiedo: se Snefru ha completato la piramide di Maidum e poi ha costruito quella romboidale, come è possibile che abbia iniziato a costruire quella rossa durante il terzo anno di regno? Se si presume che per costruire quest’ultima abbia impiegato da 10 a 17 anni, la altre due le ha costruite in 3 anni? Nelle mie ricerche non ho trovato nulla che mi spieghi questo paradosso. Nei pressi della piramide vennero rinvenuti i resti di un pyramidion in calcare, oggi restaurato che fa bella mostra di se davanti alla piramide, un ritrovamento del genere è il più antico fino ad oggi. Non è però certo che questo pyramidion sia stato realmente impiegato per la piramide Rossa in quanto il suo angolo di inclinazione è diverso da quello della piramide.

Ma adesso dirigiamoci verso l’ingresso della Piramide Rossa ansiosi di scoprire quello che ha da rivelarci.

L’ingresso della piramide lo troviamo nella parete nord ma per raggiungerlo dobbiamo salire ad un’altezza di 28,65 metri dalla base; ci infiliamo e scendiamo attraverso un corridoio discendente di 58,80 metri e ci troviamo al livello della base della piramide.

Da questo punto il corridoio diventa  orizzontale e prosegue per 7,40 metri terminando nella prima anticamera posta esattamente sull’asse verticale della piramide; le sue dimensioni sono di 8,35 x 3,60 metri sovrastata da una volta ad aggetto alta 12,31 metri, da questa, attraverso un breve corridoio di soli 3 metri, si accede ad una seconda anticamera di 8,30 x 4,15 metri, la cui volta, come in tutte le camere è aggettante per un’altezza di 12,30 metri.

In questa camera che, come tutto il resto dell’appartamento funerario sin qui visto si trova inserita nel corpo della piramide, troviamo a 7,80 metri dal pavimento un cunicolo di 7,50 metri che dà accesso alla camera funeraria le cui dimensioni risultano leggermente inferiori a quelle delle anticamere, questa misura 8,30 x 3,60 metri, sempre con volta ad aggetto alta 15,25 metri.

Un’altra particolarità inspiegabile è che, mentre la prime due camere hanno un orientamento nord-sud, la camera funeraria è orientata secondo l’asse est-ovest contraria alla tradizione della III dinastia.

La camera si presenta oggi molto danneggiata a causa dell’asportazione di alcuni strati di blocchi dal pavimento ad opera di antichi saccheggiatori mentre il soffitto e le pareti sono annerite dal fumo prodotto dalle torce e dai fuochi accesi per far luce.

Le pareti della seconda anticamera, così come lo stretto corridoio che conduce alla camera funeraria, presentano numerosi graffiti dei visitatori tra i quali quelli di Perring, Drovetti ed altri.

Durante i lavori condotti nel 1952, Hussain scoprì nel corridoio discendente, una sepoltura secondaria, contenente i resti arcaici di una mummia, lo scheletro apparteneva ad un giovane uomo di piccola statura, risalente però ad epoca tarda, del quale non si conosce nulla.

E’ possibile accertare che alla morte di Snefru la piramide era sicuramente completata, non così per i fabbricati accessori che formavano il complesso funerario del faraone. Del tempio funerario sono rimasti pochi resti, il nucleo consisteva in un sito sacrificale dove sono stati ritrovati frammenti di una falsa porta in granito rosa. Stadelmann, scavando nel tempio trovò frammenti di calcare che riproducevano un rilievo raffigurante Snefru con indosso i paramenti per la festa sed.

Fu ritrovata inoltre una notevole quantità di punte di frecce di rame risalenti però solo al medioevo quando il luogo era diventato un bersaglio per l’addestramento degli arcieri mamelucchi. Pochi sono i resti di una cinta muraria e non si è riscontrata la presenza di alcuna piramide cultuale.

Dai resti scavati si deduce che una vera e propria rampa cerimoniale, ancorché iniziata, non fu mai terminata, in compenso sono emerse le tracce di varie strade utilizzate per il trasporto dei materiali da costruzione ed altre che andavano dal tempio funerario alla città delle piramidi che si trovava ai bordi della Valle del Nilo.

In un decreto del faraone Pepi I si riscontra che vennero attribuiti privilegi alla città di Snefru e nel contempo viene citata anche la piramide di Menkauhor, a tutt’oggi mai scoperta. Secondo Borchardt si tratterebbe delle rovine a nord-est della piramide rossa che Lepsius aveva cartografato come n. L.

I recenti studi di una missione tedesca hanno portato alla conferma che anche la piramide di Seila (di cui ho già trattato nel capitolo delle piramidi minori) venne fatta costruire da Snefru. A questo punto sorge spontanea tutta una serie di domande:

  1. Perché Snefru fece costruire per se non una ma più piramidi?
  2. Secondo quale ordine cronologico queste sono state erette?
  3. in quale di esse fu sepolto?
  4. Com’è possibile che nei suoi 24 anni di regno Snefru abbia potuto erigere tutte quelle piramidi?

Studi eseguiti da Charles Maystre su marchi di cava apposti su alcuni blocchi della Piramide Rossa, consentirebbero di dimostrare che la loro lavorazione avvenne contestualmente a quella dei blocchi di rivestimento della “Falsa Piramide” di Meidum e quindi secondo lui i due cantieri avrebbero lavorato contemporaneamente. Secondo Stadelmann anche la piramide a gradoni di Seila fu costruita nello stesso periodo.

A questo punto però diventa complicato stabilire in quale di queste piramidi fu sepolto Snefru, Fakhri sostiene che il luogo corrisponda alla camera superiore della Piramide Romboidale, Stadelmann sostiene invece che Snefru venne sepolto nella Piramide Rossa nonostante l’interno non sia mai stato completamente rifinito. Finché non emergeranno prove più concrete, il luogo di sepoltura del faraone Snefru continua a rimanere nel mistero.                                                     

Fonti e bibliografia:

  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi, Necropoli di Dahshur. Ananke, Torino, 2009
  • Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi, “L’architettura delle piramidi menfite “, Tip. Canessa, 1963
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori, 1997
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Edizioni CDE spa su licenza Giulio Einaudi editore, 2017
  • Mark Lehner, “The Complete Pyramids”, Thames & Hudson, 1997
  • Georges Goyon, “Il segreto delle grandi piramidi”, Grandi tascabili Newton, 1977
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2005
  • John Romer, “The Great Pyramid: Ancient Egypt Revisited”, Press, Cambridge, 2007
  • Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”,  Ananke, 2004 Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993
Epoca thinita, Mai cosa simile fu fatta

STATUA DI KHASEKHEM

Di Grazia Musso

Questa statua fu rinvenuta a Ieraconpoli , città che svolse un ruolo fondamentale per tutto il periodo Protodinastico, insieme a un esemplare analogo in calcare , conservato all’Asmolean Museum di Oxford.

La statua si stacca dalle opere precedenti e anticipa le soluzioni stilistiche dell’antico Regno.

Soprattutto, lo rivela, una maggiore tridimensionalità della figura.

La scelta di raffigurare il sovrano seduto su un trono con un basso schienale e con la corona bianca, conferisce verticalità e leggerezza che si contrappongono al tentativo di mantenere l’insieme quando più possibile raccolto e racchiuso in sé stesso.

Khasekhem indossa il tipico abbigliamento del Giubileo , che veniva celebrato nel corso del trentesimo anno di regno e aveva lo scopo di riaffermare la capacità di governare del sovrano, costituito da un mantello, che copre tutta la figura sino ai polpacci e il cui lembo di destra si sovrappone a quello di sinistra.

Il braccio sinistro, stretto contro l’addome, sembrerebbe ricoperto da una manica con una fascia lungo il bordo il braccio destro è appoggiato sulla gamba.

Le mani sono chiuse a pugno ed entrambe hanno un foro al cui interno dovevano essere inseriti gli emblemi della regalità.

I piedi sono modellati con estrema cura e poggiano sulla stessa base su cui si trova il trono.

Il bordo anteriore della base reca incisi il nome del re e il numero dei nemici, 47.209, da egli abbattuti, i cui corpi decorano i bordi laterali della base.

L’interpretazione storica della raffigurazione che decora la base della statua è quella che vedrebbe nei nemici uccisi una commemorazione di una vittoria di Khasekhem su popolazioni del nord ribellatesi al potere centrale, in seguito a questo evento, il re avrebbe cambiato il proprio nome in quello di Khasekhemuy

Secondo altre teorie, Khasekhem e Khadekhemuy sarebbero invece da considerare due sovrani distinti.

Materiale scisto

Altezza cm 56

Ieraconpoli (Kom el-Ahmarl

Scavi di James Quibell, 1898

II Dinastia

Regno di Khasekhem ( 2770 – 2649 a. C.)

JE 32161

Fonte:

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie di Araldo De Luca – Edizioni Wite Star

Luce tra le ombre, Predinastico

L’UOVO DI ASSUAN

Di Ivo Prezioso

E’ un uovo che risale al periodo Naqada I.

E’ databile tra il 4.400 e il 4.000 a.C. circa ed è attualmente esposto al Museo Nubiano di Aswan. La particolare decorazione non poteva mancare di fornire un pretesto agli amanti della “fantarcheologia” per l’immancabile retrodatazione delle piramidi di Giza. Sulla superficie del guscio, secondo loro, sarebbe illustrata una precisa cartina geografica della Valle del Nilo: il fiume fiancheggiato dalle terre coltivate, l’oasi del Fayyum e il profilo dei tre monumenti (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 L’uovo di Assuan con le sue incisioni posto a confronto con la cartina dell’Egitto. In alto a sinistra sarebbero incise le tre piramidi di Giza, mentre la figura centrale illustrerebbe la Valle del Nilo con l’oasi del Fayyum (©Archeoworld).

Sicché, nel caso specifico, le Piramidi di Khufu, Kaefra Menkaure risalirebbero “solo” ad un paio di millenni prima, con buona pace di altri accaniti “ricercatori indipendenti o alternativi” che le vorrebbero risalenti a circa 12.500 anni fa o, nei casi più estremi, anche ben oltre. I tre triangoli che le indicherebbero, sono replicati nell’altro lato dell’uovo, affiancati da una linea serpeggiante anch’essa da interpretare come una rappresentazione del fiume Nilo. (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 L’altro lato della superficie del guscio che reca incisi i tre triangoli (le piramidi!) ed una linea serpeggiante (Il Nilo!). (©Archeoworld).

Vediamo, in realtà, di cosa si tratta.

Questo guscio d’uovo di struzzo è stato scoperto dall’egittologo britannico Cecil Mallaby Firth (5 luglio1878-25 luglio1931) alla fine degli anni ’10 dello scorso secolo nella tomba di un bambino presso la necropoli di Darka, vicino ad Assuan, un sito oggi completamente sommerso dalle acque del lago Nasser. Si tratta di un oggetto che aveva un duplice scopo: uno funzionale, essendo utilizzato per contenere liquidi, come dimostra il foro il foro in cima, l’altro, prettamente rituale, in quanto simbolo di rinascita; un’ ulteriore conferma della fiducia che questi antichissimi abitatori della Valle del Nilo riponevano nell’idea di una vita oltremondana. La decorazione va, invece letta nell’ottica dei motivi artistici tipici della produzione predinastica. I due fiumi, in realtà, non sono altro che rispettivamente uno struzzo ed un serpente. Per quanto riguarda le presunte piramidi, si tratta della rappresentazione stilizzata, estremamente diffusa anche sui vasi e ceramiche coeve, di montagne o, in generale di alture, colline, dune, ecc. (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Vasellame dipinto. Naqada II (3600-3250 a.C. ) Su questo vaso si riconoscono i tre triangoli in tutto simili a quelli che decorano “l’uovo di Assuan”. Argilla dipinta: altezza cm. 18,9, diametro massimo cm. 20,7. Londra, The British Museum

E’ rimarchevole notare, come la triplice raffigurazione non stia affatto a identificare i celeberrimi monumenti faraonici, ma semplicemente ad indicare il plurale, una convenzione che sarà codificata definitivamente nella scrittura geroglifica.(In questa scrittura esistevano tre forme: singolare, duale e plurale. Quest’ultimo lo si indicava ripetendo tre volte l’elemento, oppure facendolo precedere, ovvero, seguire da tre trattini o puntini). In particolare, i tre triangoli connotavano semplicemente una zona montuosa. Essi, infatti diventeranno un segno determinativo per indicare queste aree, ma anche i paesi stranieri che, in quanto esterni alla Valle del Nilo, venivano considerati concettualmente connessi alla montagna o al deserto. I più antichi esempi coincidono con le più antiche vestigia ad oggi conosciute della scrittura egizia, rinvenute nella Tomba U-J Umm-el Qa’ab nei pressi di Abydos.

In questa sepoltura, probabilmente appartenuta al Re Scorpione I (Dinastia 0), furono recuperati vasi con tracce di inchiostro, impronte di sigillo e placchette d’osso e d’avorio, che recano simboli, che si suppone siano null’altro che una rappresentazione, ancorché in fase embrionale, della suddivisione amministrativa del territorio alla fine del periodo predinastico.

Fonte: Mattia Mancini, Blog Djed Medu