Questa statua rappresenta uno dei principali capolavori dell’arte egizia arcaica: l’uso delle masse, delle luci e delle ombre, della rigorosa frontalità nell’opera, suggeriscono una relazione con il mondo del divino:
è il babbuino celeste, il ” Grande Bianco”, connesso con gli antenati divini del sovrano; più tardi esso sarà posto in relazione col dio Thot.
Il dio svolgeva un ruolo nella festa giubilare.
Il nome inciso alla base della statua
NOTA DI NICO POLLONE: Il nome è ben evidenziato ma il tipo di materiale non è adatto alla scrittura pertanto in tutti i casi è poco visibile.
Il nome è composto dall’ideogramma egiziano antico nar (pesce gatto) segno K13, e dal bilitterale: lo scalpello, cesello e similari, quest’ultimo con due valori fonetici: Ab e mr. In altri manufatti, questa seconda parte è stata spesso modificata nella scrittura (vedi foto). Altra variabile è il segno Hr : Falcone-Horo non sempre presente sopra al srx (Serech simbolo del palazzo), esempio classico la “palette”.
Il nome di Narmer è stato talvolta tradotto come “pesce gatto da combattimento” e infatti, in alcuni manufatti, il pesce gatto è raffigurato come un animale aggressivo e combattivo.
Questo bellissimo coltello con manico in oro, è un oggetto cerimoniale, veniva usato infatti dai sacerdoti nei templi, è classificato come “coltello da sacrificio”.
È in selce, e ha inciso, sul manico in oro, il nome Horus del faraone Djer.
Indubbiamente uno dei reperti più preziosi trovati a Tell el-Farkha.
Questo cucchiaio in grovacca ha un manico a forma di coccodrillo.
L’animale è accuratamente modellato con tutte le sue caratteristiche: denti, segmenti del corpo che sono enfatizzate con incisioni, gli occhi sono a forma mandorla, le zampe contrassegnate da delle piccole protuberanze ovali.
Durante la cosiddetta ” cultura gerzenana”, meglio conosciuta come Naqada II, la produzione vascolare conobbe un notevole progresso che si manifestò nella mutazione delle forme, decorazioni e tecniche di lavorazione.
Il vasellame prodotto durante questo periodo si distingue per l’uso di terracotta chiara, forse già lavorata con ruota a mano, lasciata del colore naturale e decorata con motivi stilizzati dipinti di rosso che riproducono animali, vegetali, uomini e imbarcazioni.
Le raffigurazioni ricordano l’ambiente neolitico, dalla flora alla fauna tipicamente fluviali, preso come spunto per queste primordiali espressioni artistiche.
Le forme preferite dei vasi sono quelle chiuse, dotate di anse e con le singole parti ben definite.
La giara ha un fondo leggermente convesso e sotto l’imboccatura si trovano due piccole anse forate.
La superficie esterna è decorata con colore rosso e mostra nel suo punto di massima espansione l’immagine di una barca dal cui scafo pendono quaranta linee verticali, che sono state interpretate come remi.
Sull’imbarcazione vi sono due gabine una delle quali è sormontata da un alto stendardo, sulla prua è fissato un palo, al di sotto del quale è disegnata un’ancora.
Sotto la barca sono raffigurati quattro struzzi stilizzati, affiancati da due piante di aloe che decorano i fianchi della giara raggiungendo la parte opposta, dove si trova una scena simile: un’imbarcazione, su cui un ramo stilizzato ricurvo è dipinto sora a cinque struzzi disposti in fila, ai cui lati si trovano due piante di aloe.
L’idea dell’acqua è inevitabile in ambiente fluviale, è resa per mezzo di linee ondulate sulle anse e intorno alla base della giara.
Fonte
Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie Araldo De Luca.
La produzione di vasellame in pietra è uno degli elementi caratteristici della cultura egizia pre e Protodinastico.
Il livello raggiunto dagli artigiani dell’epoca era tale da consentire loro di attribuire una grande plasticità anche ai materiali litici più duri e resistenti.
Il vassoio proviene dalla tomba di un funzionario vissuto durante la Seconda Dinastia e riproduce accuratamente un originale in papiro.
L’artigiano non si è limitato a prendere spunto dai fasci di steli, ma ha anche osservato e studiato il loro modo di piegarsi: le delimitazioni tra stelo e stelo procedono per linee ondulate avvicinandosi a riprodurre la differenza di spessore di ogni fusto.
Le corde e i nodi che tengono insieme il cestino sono realizzati con estrema verosimiglianza.
All’estremità di uno dei lati lunghi è inciso il segno geroglifico “oro”, forse riferito a quello che doveva essere contenuto il cestino, in scene di epoche posteriori, soprattutto risalenti al Nuovo Regno, sono raffigurati personaggi nell’atto di presentare o di trasportare oggetti in metallo prezioso in cestini o in vassoi.
È assai probabile che la parola, oro, incisa servisse ad assicurare la presenza del prezioso metallo.
Fonte:
Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – Edizioni White Star
Fotografie: Nico Pollone che ringrazio dell’aiuto.
Nel 1905, W.M.Flinders Petrie condusse una spedizione archeologica nel Sinai. Si concentrò in particolare sul tempio di Serabit-el-Khadim, dedicato alla dea Hathor, chiamata Signora del turchese, in onore delle miniere che qui si trovavano. Il tempio originariamente fu costruito da Snefru, ma nel corso dei millenni, molti faraoni lo modificarono ed arricchirono.
Nel suo rapporto « Ricerche nel Sinai » del 1906, Petrie riporta gli esiti degli scavi e dal suo resoconto emerge una piccola ma allo stesso grande scoperta: una magnifica testa in steatite della regina Tiye, alta soli 7 cm, oggi conservata al Museo del Cairo.
Le foto originali di Petrie
Emozionante la descrizione che ne fa Petrie:
« … Un’altra regina ha lasciato qui uno dei ritratti più suggestivi mai scolpiti da un egizio (fig. 133). La famosa regina Tiye, consorte del magnifico monarca Amenhotep III, è stata fino ad ora conosciuta solo da alcune sculture in rilievo e non da una figura con nome a tutto tondo. È strano che questo remoto insediamento d’Egitto abbia conservato per noi il suo ritratto, identificato inequivocabilmente dal cartiglio in mezzo alla corona. Il materiale è steatite scistosa verde scuro e l’intera statuetta doveva essere alta circa un piede. Sfortunatamente, nessun altro frammento della figura è rimasto nel tempio e solo la testa è stata conservata. La superba dignità del viso si fonde con un’affascinante immediatezza e fascino personale. La delicatezza delle superfici intorno all’occhio e sopra la guancia mostra la massima cura nella manipolazione. Le labbra curiosamente abbassate, con la loro pienezza e tuttavia delicatezza, il loro disprezzo senza malizia, sono evidentemente modellate dal vivo. Dopo aver visto questo ritratto, sembra probabile che il magnifico frammento di testa di regina in marmo proveniente dal tempio di Tell el Amarna sia il ritratto di Tiye, e non di Nefertiti (PETRIE, Tell el Amarna, tav. i, 15). Questa ipotesi è più probabile in quanto la testa di una regina trovata quest’anno a Gurob e acquistata da Berlino è indiscutibilmente coerente con i ritratti non a tutto tondo di Nefertiti e non assomiglia alla testa di marmo. Inoltre, N. Davies ha osservato che solo le statue di Akhenaton e Tiye sono raffigurate nel tempio dove è stata trovata la testa di marmo. Passando al nuovo ritratto, raccogliamo alcuni dettagli sulla regina. L’orecchio è rappresentato forato, come è anche il caso di suo figlio Akhenaton (Tell el Amarna, tav. i, 9). La corona che indossava era probabilmente traforata, in oro. I due uraei alati estendono la loro lunghezza in spire intorno alla testa, finché non si incontrano sul retro, mentre frontalmente sostengono il cartiglio con il nome. Dai due lati del cartiglio scendono i due urei sulla fronte, emblema della grande regina dell’Alto e del Basso Egitto. Questo pezzo da solo valeva tutto il resto dei nostri guadagni dell’anno; ora è al Museo del Cairo. …”
Testa della Regina Tiye, Museo del Cairo JE 38257
Bibliografia;
W. M. Flinders Petrie’s Researches in Sinai Chapter IX, The Lesser and Foreign Monuments (extract, pages 125 – 126), mia traduzione
Alle giare che contenevano olio, prodotto ritenuto di grande pregio in quel periodo, venivano normalmente applicate etichette in avorio di diverso formato.
Su quelle più piccole erano scritte informazioni relative al contenuto, l’indicazione della località ( forse quella di produzione) e alcuni numeri.
Su quelle di maggiori dimensioni erano invece registrati il tipo di olio, i nomi del monarca e la data, quest’ultima espressa attraverso un evento di particolare rilievo accaduto nel corso dell’anno.
I frammenti che compongono questa tavoletta a nome di Aha sono stati ritrovati in due momenti diversi, in corrispondenza dei resti della sepoltura di una delle mogli del re.
In alto a destra, accanto al foro, sono incisi due dei nomi del sovrano.
Il nome Horus è iscritto all’interno del serekh: le zampe del falco scendono all’interno di un palazzo e si trasformano in due braccia che stringono la mazza e lo scudo, venendo così a formare il geroglifico che, in epoca classica, avrà lettura Aha ovvero ” il Combattente”.
A destra, all’interno di un padiglione è racchiuso il nome nebty del sovrano.
La dea avvoltoio Nekhbet dell’alto Egitto e la dea cobra Uadjet del Basso Egitto sormontano un segno, molto simile al geroglifico della tavola per il gioco della senet che si legge men e il cui significato è ” durare, stabilire”.
Alla sinistra dei nomi di Aha si trova la figura di una imbarcazione con la prua decorata e una cabina al centro.
Sopra a questa è inciso un falco su una barca, da interpretare come la didascalia relativa all ‘identita’ di colui che di trova all’interno della cabina e che potrebbe essere sia il re, sia un simulacro del dio Horus.
Sull’estremità sinistra dell’etichetta si trovano alcuni geroglifici che fanno riferimento, forse, a una battaglia del sovrano o a una sua opera di costruzione.
A destra della scena inferiore so trova un edificio al cui interno stanno in piedi tre personaggi.
Un quarto uomo, con in mano un lungo bastone è raffigurato all’esterno, rivolto verso il centro della scena dove si trovano due uomini ai lati di quello che sembrerebbe essere un grande vaso di supporto.
A sinistra sono rappresentati alcuni prigionieri, un toro legato e uno decapitato, giare e pani posti su una stuoia ( che corrisponde al segno geroglifico “offerte”).
Nel registro inferiore una processione di quattro personaggi con le braccia conserte avanza verso sinistra dove è scritto il nome di un olio
Etichetta di Aha
Avorio
Altezza cm 4,8
Larghezza cm 5,6
Naqada, scavi del 1897, un frammento fu ritrovato da Garstang 1904
Prima Dinastia ( 2920-2770 a.C.),
Regno di Aha
Museo Egizio del Cairo
JE 31773 = 14142
Fonte:
Tesori Egizi della collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie Araldo De Luca
Tranquilli, non avete sbagliato sito, siamo pur sempre su Civiltà Egizia, ma l’argomento di cui oggi voglio parlarvi doveva avere un punto di partenza e allora perché non giocare su uno stereotipo che tutti crediamo vero? I Vichinghi indossavano elmi con le corna!
E chi l’ha detto? In realtà, ritrovamenti archeologici hanno dimostrato che gli elmi vichinghi erano semplici calotte in ferro con paranaso o una sorta di celata fissa, una specie di grandi occhialoni, che, più che a salvare gli occhi, serviva a far calzare meglio l’elmo per non perderlo combattimento durante. E gli elmi cornuti? Pare che gli elmi cornuti siano un’invenzione abbastanza recente risalente addirittura solo al 1600, idea poi ripresa con il romanticismo e, in particolare, con un’edizione della prima metà dell’800 della Saga di Frithiof[1] illustrata dal pittore svedese Gustaf Malmström[2] che pensò bene di ornare l’elmo dell’eroe principale, Frithiof appunto, di corna e, talvolta di ali di drago. E sono certo che vi stiate ancora chiedendo cosa c’entrino i vichinghi con l’antico Egitto… semplice: nulla!
Ma questa introduzione mi ha consentito di arrivare al centro dell’argomento che intendo trattare stavolta: le corna! Ma per non restare sul piano prosaico umano, qui tratteremo di corna, si, ma divine! Non sono pochi, infatti, nelle antiche civiltà, e forse non sempre molto lontane da noi, gli esempi di ierogamia, ovvero di unione tra un Dio e un essere umano per garantire la procreazione di profeti, veri eroi o “semplici” Re, in barba al legittimo consorte. Ovvio che l’argomento potrebbe espandersi a molte civiltà e religioni, come non citare, ad esempio, la ierogamia tra Zeus e Olimpiade da cui sarebbe nato il Grande Alessandro, in barba a Filippo II, legittimo consorte della Regina. In qualche modo già con questa ierogamia macedone siamo anche in ambito egittologico poiché Alessandro, come ricorderete, si fece a sua volta proclamare Faraone, ma il compito che mi sono assegnato è quello di viaggiare in ambito egittologico e perciò preparatevi a un excursus tra i più famosi “cornuti” della Terra di Kemi.
PERCHE’ “CORNUTO”?
Prima di entrare nel vivo della nostra narrazione, tentiamo però di capire perché un simbolo come quello delle corna abbia assunto, con l’andar del tempo, una valenza denigratoria e offensiva. Diciamo subito che non esiste UNA risposta, ma tante ipotesi. Una delle più antiche ci riporta alla Civiltà egea e all’enorme palazzo di Knossos costruito da Dedalo, costituito da così tante stanze, cortili, meandri da meritare il titolo di Palazzo delle Labrys (λάβρυς), o se preferite “labirinto”, con riferimento alle asce bipenni che rappresentavano il potere in quel contesto e di cui sono state trovati innumerevoli esempi negli scavi egei.
Ebbene, narra la leggenda che Minosse, era inviso alla popolazione cretese perché non direttamente discendente dal suo predecessore sul trono, ma figlio di quel furbacchione di Zeus che, trasformatosi in un toro bianco, aveva rapito Europa portandola a Creta ove avrebbe generato il Signore di Knossos. Poiché le cose si mettevano male, quest’ultimo pregò Poseidone, Dio del mare da cui la vita stessa di Creta dipendeva, di inviargli un segno della sua benevolenza così da dimostrare al suo popolo che godeva dell’amore degli Dei. Poseidone, memore anche dell’inizio del regno di Minosse[3], segnato dalla presenza di un toro bianco, inviò al Signore di Knossos proprio uno di tali animali, bellissimo e di grande candore, privo di macchie, perché gli fosse poi sacrificato.
Ma Minosse, colpito dalla magnificenza dell’animale, decise di trattenerlo nelle sue stalle e di sacrificarne al Dio del mare un altro. Gli Dei greci, si sa, sono soggetti alle passioni umane forse più di altre divinità; fu così che Poseidone, che ovviamente si era accorto della sostituzione, si vendicò facendo innamorare Pasifae, moglie di Minosse, proprio del toro bianco. Fu così che Dedalo[4], che già aveva costruito il Palazzo delle Labrys, costruì un altro suo marchingegno: una giovenca di legno in cui Pasifae poté entrare e congiungersi con il toro dando così vita a un essere mostruoso, per metà uomo e per metà toro: il Minotauro.
Inutile dire che il popolo, avuta conoscenza dell’accaduto, iniziò a sottolineare il tradimento mostrando al poco amato Minosse il gesto delle corna.
E questa, con la presenza di un toro, animale notoriamente cornuto, è la prima delle ipotesi per giustificare la terminologia usata per indicare un tradimento.
Un’altra, forse più storica e credibile, ci vede fare un salto di svariati millenni, fino al XII secolo d.C. L’area si sposta di poco: da Creta, infatti, eccoci a Costantinopoli e da Minosse al regno dell’Imperatore Andronico I Comneno (1118-1185), divenuto famoso anche per la sua crudeltà. Questi era solito far arrestare i suoi maggiori nemici e, quindi, non solo sedurne le mogli annoverandole tra le sue concubine, ma per massimo disprezzo e per far conoscere l’onta al popolo, far appendere sulla porta di casa del malcapitato la testa di un animale provvisto di corna, fosse esso un bue, piuttosto che un cervo. Sarebbe così nata l’espressione greca “cherata poiein”, cioè “mettere le corna”, poi giunta nell’area mediterranea a seguito della presa della città di Tessalonica (1185) da parte dei soldati siciliani di Guglielmo II di Sicilia “il Buono” (1153-1189).
“CORNA” DIVINE EGIZIE
Ma dopo questo excursus archeo-storico è ormai giunto il momento di tornare nel nostro Antico Egitto e chiarire il perché di questo titolo. Forse il concetto offensivo, come abbiamo sopra visto, non era ancora noto e forse non erano indicati come “cornuti” alcuni re che, per apparire ancor più legittimati ad assurgere al trono, non trovarono di meglio che far derivare la loro stessa nascita dall’unione tra la propria madre e una divinità. Abbiamo sopra accennato ad Alessandro Magno, figlio di Zeus e Olimpiade, ma ora dobbiamo tornare ancora più indietro nel tempo di circa 2500 anni…
IL PAPIRO WESTCAR E LA V DINASTIA
Il papiro di Berlino 3033, o papiro Westcar (Ägyptisches Museum di Berlino)
…nella sala del trono, Khufu[5] è circondato dai suoi figli Djedefra, suo diretto erede, Khafra, Baufra ed Herdjedef e si sta annoiando, nasce così la sua richiesta di narrargli storie[6], possibilmente di maghi e magie poiché lo appassionano molto.
Un primo racconto, andato perso, vede come narratore, verosimilmente, Djedefra[7] (immediato successore di Khufu), ma conosciamo solo il premio che il re offre alla memoria del predecessore Djoser[8]; è poi la volta di un secondo figlio, Khafra[9], che, rifacendosi al regno di uno dei predecessori di Khufu, il re Nebkha, narra del mago Ubanoer che, tradito dalla consorte, plasma un coccodrillo di cera che, magicamente, prenda vita e intrappoli il giovane amante della moglie; Baufra[10], terzo figlio, narra, a sua volta, una storia ambientata durante il regno del re Snefru[11], padre di Khufu, che annoiandosi a sua volta, chiamò il saggio mago Djadjaemankh che gli suggerì di fare un viaggio sul lago sacro, a bordo della barca reale condotta, ai remi, da venti splendide fanciulle nude. Una di queste, la capo-voga, avrebbe perso nel lago un amuleto e il mago Djadjaemankh, su richiesta del re, avrebbe sollevato le acque perché l’amuleto potesse essere ritrovato agevolmente.
È quindi la volta dell’ultimo figlio, Herdjedef[12]:
«[Tu hai udito finora] degli esempi di ciò che hanno saputo [fare] coloro che oggi sono trapassati: e non si può riconoscere il vero dal falso. [Ma c’è, sotto] la Tua Maestà del tuo proprio tempo, [uno] che non è conosciuto da te, e che è un grande mago»
Così esordisce il principe Herdjedef stuzzicando la curiosità paterna giacché, come egli stesso precisa, quello che sta per narrare non è qualcosa che è accaduto chissà quando, ma è “cronaca”, giacché proprio durante il regno di Khufu, esiste un mago grandissimo, ha 110 anni e si chiama Djedi.
Costui è in grado di mangiare «…cinquecento pani, e come carne, mezzo bove…» e di bere «…cento brocche di birra ancora oggi…». Il suo potere è così grande che può riattaccare la testa di un uomo, sa farsi seguire da un leone senza tenerlo al guinzaglio e, cosa che intriga Khufu più di tutto «…conosce il numero delle stanze segrete del santuario di Thot…». Accade così che lo stesso Herdjedef venga incaricato di portare Djedi al cospetto del re che, come prima cosa, chiede di dimostrargli il suo potere riattaccando la testa a un prigioniero cui verrebbe tagliata, ma il mago rifiuta l’esperimento eseguendo però la magia prima su un’oca, e poi su un bue.
Ma Khufu è decisamente più incuriosito dal numero delle stanze del santuario di Thot e, posto il quesito al mago, ottiene per risposta un racconto che, finalmente, è quello che interessa l’argomento del nostro articolo: spiega infatti Djedi, che non conosce il numero segreto delle stanze, ma il luogo in cui tale numero è custodito, all’interno di un baule. Alla legittima curiosità di Khufu, Djedi precisa che non lui porterà al re il baule, ma «…Te lo porterà il primo dei tre figli che sono nel grembo di Redjedet».
Già, ma chi è Redjedet?
«…È la moglie di un sacerdote di Ra, signore di Sakhebu, che è incinta di tre figli di Ra, signore di Sakhebu. Egli ha detto che eserciteranno questa funzione benefica in questo intero paese, e il primo di essi sarà Grande dei Veggenti a Eliopoli…».
La profezia, perciò, indica che dopo Khufu, Djedefra e Khafra, tutti della IV dinastia, sorgerà una nuova dinastia, la V, e che i tre figli di Redjedet ne saranno i sovrani.
Il concepimento è perciò avvenuto ad opera del dio Ra e lo stesso racconto, riportato nel Papiro Westcar della XVI-XVII dinastia, risale invece verosimilmente proprio alla V per rafforzare la legittimità dei regnanti di quella dinastia e confermare il potere proprio del dio Ra. Accade così, proseguendo nel racconto di Herdjedef, che Ra ordini che alla nascita dei tre “gemelli” (non risulta archeo-storicamente, tuttavia, che un tale parto trigemellare di sovrani sia mai avvenuto) siano presenti le dee Iside, Nephtys, Meskhenet (protettrice delle partorienti); Heqet (dea della fertilità) e il dio Khnum (colui che plasmava, sul tornio del vasaio, il kha, una sorta di anima, del nuovo nato).
Fu così che
«… Iside si pose davanti a lei, Nephtys dietro a lei, e Heqet affrettò la nascita. Iside disse: “Non esser troppo possente nel tuo grembo, in questo tuo nome di User(kha)f[13]”…».
La dea Meskhenet, allora,
«…andò verso lui e disse: “Un re che eserciterà la regalità nel paese intero”, mentre Khnum dava la salute al suo corpo…».
Le nascite si susseguono seguendo il medesimo schema e nascono così Sahura[14] e Kheku[15]; a tutti e tre Meskhenet, quasi come una “madrina” delle nostre fiabe, dona la regalità sul Paese di Kemi, e per ognuno Khnum[16] plasma il giusto kha. Non si tratta, come ovvio, di tre nascite qualunque visto che tutti e tre diverranno re e saranno i primi di una nuova dinastia, la V.
È da tener presente, come peraltro già più sopra accennato, che l’episodio non trova riscontro nella realtà archeo-storica giacché non risulta alcuna nascita trigemellare né i tre futuri regnanti risultano figli di una medesima coppia. Il racconto, verosimilmente risalente proprio alla V dinastia, tendeva a glorificare i tre re della nuova dinastia facendoli discendere dal massimo dio, Ra, che proprio in tale periodo storico assurge al titolo di supremo tra gli dei. Questo in forza, ovviamente, di un antico clero, quello di Heliopolis, particolarmente aggressivo, politicamente parlando, che data la relativa recente unificazione delle Due Terre, tende alla ricerca di un dio che possa essere sovraordinato alle divinità delle due parti unificate. Nasce proprio nell’Antico Regno, e segnatamente nelle dinastie IV e V, specialmente, l’enunciazione della Grande Enneade[17] eliopolitana.
Il racconto del Papiro Westcar ci ha consentito di entrare nell’argomento di questo articolo giacché la presunta madre, Redjedet, sposa di un sacerdote proprio di Ra, viene, come abbiamo visto strumentalmente, resa gravida dei tre re dal massimo dio.
HATSHEPSUT E LA XVIII DINASTIA
Planimetria del “djeser djeseru”, “Sublime dei Sublimi”, il tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari
Lasciamo l’Antico Regno per spostarci avanti di quasi mille anni. Anche in questo caso, di fondo, assistiamo a una crisi politica: da poco il paese è stato riunito dopo la parentesi di quasi due secoli di dominazione degli Haqau-khasut, gli Hyksos[18]. Dal sud i principi tebani, con Seqenenra Ta’o “il Valoroso”, prima, e Khamose poi, hanno iniziato la loro campagna di riunificazione delle Due Terre scontrandosi con gli stranieri che, sconfitti, si sono attestati nella loro capitale, Avaris, sul Delta nilotico.
Con la XVIII dinastia nasce, così, il Nuovo Regno (~1540-1180 a.C., dinastie XVIII-XIX-XX). Primo sovrano della dinastia del paese unificato sarà Ahmose I, forse fratello di Khamose, ma gli Hyksos tenteranno di riprendere il potere e la guerra proseguirà fino, verosimilmente, all’anno quindicesimo o sedicesimo del regno di Ahmose quando, allontanati gli Hyksos e stroncati anche altri tentativi di rivolta dei nubiani, già alleati dei primi, le Due Terre possono finalmente dirsi riunificate.
Dopo circa venticinque anni di regno, il trono passa al successore Amenhotep I e da questi, dopo ulteriori vent’anni, a Thutmosi I. Non si è a conoscenza se quest’ultimo fosse un diretto discendente di Amenhotep I, ma di certo legittimò il suo diritto al trono sposando una sorella di Amenhotep, Ahmose[19], con la quale generò Hatshepsut.
Alla morte di Thutmosi I, pur essendo Hatshepsut in posizione di preminenza per la successione (essendo figlia di un re e sorella di un altro re), il trono venne assunto da Thutmosi II, fratellastro di Hatshepsut, che però la sposò conferendole il titolo di Grande Sposa Reale.
Da tale unione nacque una figlia femmina, Neferura, mentre da una regina minore, Iset, nacque Menkheper-Ra Thutmosi, erede al trono, che però, alla morte del padre, aveva forse tre o quattro anni. Fu così che, in luogo del III dei Thutmosi, assunse la reggenza, in nome del figliastro/nipote, proprio Hatshepsut. Tra il terzo e il settimo anno di reggenza, però, pur lasciando nominalmente sul trono Thutmosi, Hatshepsut compì un vero e proprio colpo di mano nominandosi Re (non regina) a tutti gli effetti e assumendo, per questo, la titolatura completa di cinque nomi[20].
Come ovvio, una tal forzatura, di certo fortemente appoggiata dai sacerdoti di Amon[21]. non poteva che suscitare, quanto meno, disappunto tra i dignitari e la stessa popolazione, rendendo necessario il ricorso a qualcosa che potesse costituire una valida base di conferma: cosa di meglio, come peraltro nel caso che abbiamo sopra visto della V dinastia, che non una forte giustificazione teologica?
Il racconto di quel che accadde ci è stato tramandato su un enorme registro di pietra: il “Djeser Djeseru”, Sublime dei Sublimi è Amon, cioè il tempio funerario di Hatshepsut a Deir el-Bahari[22]. Qui, nel lato nord del secondo portico, sono riportati i rilievi relativi al concepimento e alla nascita di Hatshepsut. Il racconto si sviluppa organicamente, su più registri sovrapposti. Nel primo riquadro il Dio Amon comunica a dodici divinità[23] la sua intenzione di procreare un Re avendo prescelto, quale madre, la Regina Ahmose (o Ahmasi), sposa del Re Thutmosi I (effettivo padre di Hatshepsut):
«[24]Desidero la compagna [Ahmasi] che egli [Thutmosi I] ama, colei che sarà la madre autentica del re dell’Alto e Basso Egitto Maatkara, che viva, Hatshepsut Unita ad Amon. Io sarò la protezione delle membra fintanto che ella non si leverà […] Io le darò tutte le pianure e tutte le montagne […] Ella guiderà tutti i viventi […] Io farò cadere la pioggia dal cielo durante il suo tempo, farò che siano dati dei grandissimi Nili alla sua epoca […] e colui che bestemmierà impiegando il nome di Sua Maestà, farò che muoia sul campo.»
Amon, accompagnato dal Dio Thot quale paraninfo, assume perciò le sembianze dello sposo, il re Thutmosi I; l’amplesso tra i due è, molto romanticamente, simboleggiato dal segno della vita, l’ankh, che il Dio poggia sul viso della regina Ahmasi che, a sua volta, gli accarezza una mano:
«Allora Amon, il dio eccellente signore del Trono delle Due Terre, si trasformò e prese l’aspetto di Sua Maestà [Thutmosi I], lo sposo della regina. La trovò che dormiva nella bellezza del suo palazzo. L’odore del dio la svegliò e la fece sorridere alla Sua Maestà. Appena egli si avvicinò a lei arse il cuore, e fece in modo che lei potesse vederlo sotto il suo aspetto divino. Dopo che l’ebbe avvicinata strettamente e che lei si fu estasiata a contemplare la sua virilità, l’amore di Amon penetrò il suo corpo. Il palazzo era inondato del profumo del dio, tutti gli aromi del quale venivano da Punt.»
L’avvenuto concepimento viene così narrato:
«Disse Amon, Signore di Karnak: Henemetamon-Hatshepsut è il nome di questa mia figlia. […] Ella eserciterà una regalità benevola nell’intero Paese. A lei il mio ba15, a lei la mia potenza, a lei la mia venerazione, a lei la mia corona bianca! Certamente ella regnerà sui Due Paesi e guiderà tutti i viventi […] fino al cielo. Io unisco per lei i Due Paesi nei suoi nomi, sul seggio di Horus dei viventi, e assicurerò la sua protezione ogni giorno, con il dio che presiede a quel giorno.»
È quindi la volta del Dio Khnum, il vasaio che modellava l’uomo sul suo tornio, cui Amon dà incarico di plasmare la futura figlia:
«Va’! Per modellarla, lei e il suo kha15, a partire dalle membra che sono mie. Va’! Per formarla meglio di ogni dio. Forma per me questa mia figlia che ho procreato […]
[Risponde Khnum] Darò forma a tua figlia […] Le sue forme saranno più esaltanti di quelle degli dei, nel suo splendore di re dell’Alto e Basso Egitto.»
Trascorsi i nove mesi di gravidanza, tocca nuovamente a Thot, accompagnato dalla Dea Heket, protettrice delle nascite e delle partorienti, portare alla Regina l’annunciazione della paternità divina e dell’imminente nascita. Le due divinità accompagnano quindi, tenendola per mano, Ahmasi verso la sala ove avrà luogo il parto. Qui Khnum profetizza l’immensa grandezza della nascitura, addirittura indicandola come superiore ad ogni altro re precedente:
«Io avvolgo tua figlia nella mia protezione. Tu sei grande, ma colei che aprirà il tuo grembo sarà più grande di tutti i Re esistiti fino a oggi.»
È quindi la volta del padre divino, Amon, che riconosce la figlia come sua, la presenta al consesso degli Dei mentre Atum le porge la corona e la titolatura regale:
«Salute a te, figlia mia, nata dalla mia carne, Maatkhara, immagine brillante uscita da me. Tu sei il re che regge i Due Paesi, sul trono di Horus, come Ra. […] baciarla, abbracciarla, cullarla, perché io l’amo più di ogni cosa.»
«La sua figura era quella di un dio, lei faceva ogni cosa come un dio; il suo splendore era quello di un dio. Sua Maestà diventò una bella giovinetta fiorente come la nuova stagione.»
Poco distante, quattordici “geni”, che rappresentano il destino dei Re[25], tendono la mano a proteggere la bimba e il suo kha.
E, in tutto questo, l’amato padre Thutmosi I?
Non volendo, a causa della sua dichiarata nascita divina, disconoscere tuttavia la paternità “terrena”, Hatshepsut chiarisce che il diritto terreno di regnare le viene conferito dal padre Thutmosi I, ma che la legittimità divina non può che provenire dal padre divino Amon, così, in una scena quasi identica, in un’altra parte del tempio, Thutmosi I presenta il Re Hatshepsut alla Corte così come aveva fatto Amon con il consesso degli Dei; anche in questo caso la doppia corona viene offerta da due divinità, Horus e Seth.
AMENHOTEP III
Se con Hatshepsut abbiamo dovuto fare un salto di quasi mille anni, dalla V alla XVIII dinastia, per trovare un altro esempio di ierogamia, stavolta il passo è davvero molto più breve giacché resteremo nella XVIII dinastia. Meno di ottanta anni, infatti, separano la fine del regno di Hatshepsut (~1458 a.C.) dall’inizio di quello di Amenhotep III (~1388 a.C.).
Quello che appare strano, però, nella vicenda di questo Re è che il ricorso a una ierogamia per legittimare il diritto al trono non sarebbe stato per nulla necessario. Nel caso di Hathsepsut, infatti, abbiamo visto che l’appoggio del clero di Amon le consentiva di legittimare un’ascesa totale al trono che, di fatto, spettava al suo figliastro/nipote Thutmosi III in nome del quale, data la giovanissima età, di fatto regnava.
Ma in questo caso? Amenhotep III era figlio di un Re, Thutmosi IV, e di una Regina, sia pure non principale, Mutemwia, e nulla sembrerebbe necessitare il ricorso a una ierogamia a meno che… forse una giustificazione nella scelta del III Amenhotep può essere cercata quasi a voler confermare il diritto nell’assunzione del trono di suo padre e, conseguentemente, il suo.
Facciamo, perciò, un passo indietro per narrare la vicenda di Thutmosi IV (regno ~1398/1388 a.C.): questi non era, verosimilmente, designato quale erede al trono paterno di Amenhotep II[26], legittimazione che egli tuttavia ottenne, anche in questo caso, appoggiandosi al clero. Narra infatti la “Stele del Sogno”, che ancora si erge tra le zampe dell’immensa sfinge di Giza (l’antica Kher-Neter), che il giovane principe, amante della caccia, si sdraiò per riposare all’ombra dell’enorme volto, giacché tutto il resto del corpo era completamente insabbiato. Al sonno seguì il sogno e lo stesso Harmaki-Khepri-Atum, Dio del sole nascente rappresentato dalla sfinge, a lui così si rivolse:
«[27][…] questo dio parlava con la sua stessa bocca, come un padre parla al proprio figlio, dicendo: “guardami, volgi gli occhi su di me, o figlio mio Thutmosi! Io sono tuo padre Harmaki-Khepri-Atum.”
Io ti concedo la mia regalità sulla terra, a capo dei viventi. Tu porterai alta la corona bianca e la corona rossa sul trono di Geb, il dio principe ereditario; a te apparterrà tutto il paese quanto è lungo e quanto è largo, e tutto ciò che illumina l’occhio del Signore Universale […]»
Ma il Dio è sofferente proprio per tutta la sabbia che lo opprime e così:
«[…] Vedi lo stato in cui sono e come il mio corpo è dolorante, io che sono il signore dell’altopiano di Giza. Avanza sopra di me la sabbia del deserto, quella su cui io sono: devo affrettarmi a fare che tu realizzi ciò che è nel mio cuore, perché io so che tu sei mio figlio, il mio protettore. […]»
Sarà perciò proprio in cambio del lavoro di ripulitura del corpo del Dio, circondando peraltro l’enorme monumento con un muro per limitare l’insabbiamento, che il giovane Principe Thutmosi otterrà la corona delle Due Terre. A ulteriore conferma del favore degli Dei, durante una cerimonia nel tempio di Amon, la barca sacra, recata sulle spalle dai sacerdoti del Dio deviò improvvisamente dal suo percorso, “trascinando” i preti che la sorreggevano proprio dinanzi al Principe Thutmosi e lì, addirittura, il simulacro del Dio s’inchinò per far comprendere che proprio quell’oscuro Principe era, in realtà, il suo prescelto per il trono.
Dal sogno premonitore e dal “miracolo” della barca, sembra potersi ipotizzare che quell’assunzione del trono, forse, non fu proprio lineare, da parte di Thutmosi IV, il cui regno sarà relativamente breve (~1398/1388 a.C.). Si potrebbe perciò ipotizzare che tale situazione ancora si riverberasse ai tempi del figlio Amenhotep III rendendo, in qualche modo, quanto meno, preferibile la conferma del diritto al trono da parte di una divinità importante come Amon. Fu così che nel tempio di Luxor, in una camera conosciuta come “Stanza della Nascita”, riprendendo quasi completamente l’iconografia del Tempio di Hatshepsut, il Dio Amon si sostituisce al Faraone Thutmosi IV per giacere con la regina Mutemwia e generare il sovrano. Anche in questo caso, il Dio si manifesta con un forte e inebriante profumo che pervade tutto il Palazzo. Il rilievo della stanza, come già per Hatshepsut, sintetizza la vicenda confermando, anche in questo caso, la legittimità divina a regnare di Amenhotep III.
Il “mito” della nascita di Amenhotep III, dal tempio di Luxor, “Sala della Nascita”. Da sinistra: Thot annuncia a Mutemwia il concepimento; Iside e Khnum accompagnano Mutemwia nella stanza della nascita; la Regina, sulla sedia del parto, accudita da divinità e geni, partorisce il futuro Re.
Può apparire paradossale che proprio Amenhotep III, nonostante la “benevolenza” del padre divino, sarà il Re che, con il trasferimento del Palazzo a Malqata, inizierà, di fatto, l’allontanamento della Corte dal potere dei preti di Amon che culminerà, con il figlio Amenhotep IV/Akhenaton, nell’ “Eresia Amarniana”.
RAMSES II
«Il suo aroma era quello della terra degli dei e il suo profumo quello di Punt.»
…ancora la presenza del Dio, Amon, è caratterizzata dal profumo che emana il suo corpo… e, ancora, il concepimento sacro è romanticamente rappresentato con il Dio che, seduto sul letto della Regina Tuya, le porge il segno della vita, l’Ankh mentre questa gli sfiora la mano.
Siamo in una Cappella del Ramesseum, che si erge a pochi chilometri dal Nilo a Luxor, dedicata alla Grande Sposa Reale, Nefertari, e alla proprio madre, la Regina Tuya. Ci siamo spostati, anche stavolta, di soli ottanta anni circa, ma siamo entrati in quella che viene indicata come XIX dinastia e, più specificamente, nel regno di quello che è, forse, il Faraone più noto della storia egizia (fatto salvo, s’intende, Tutankhamon): Ramses II, il Grande.
Anche questo grande Re ricorre, infatti, a una ierogamia per confermare la sua legittimità al trono, ma perché?
Anche in questo caso, dobbiamo forse fare un passo indietro per cercare di comprendere il bisogno di una conferma che poteva solo essere offerta da una nascita divina. È appena il caso di rammentare che la XVIII Dinastia si conclude, dopo il regno di Tutankhamon, senza eredi legittimi discendenti diretti del Re; tra la documentazione rinvenuta, nel 1907, nel sito dell’antica Hattusha (l’odierna Bogazkhoi), capitale dell’Impero Hittita, una in particolare deve, in questo caso, attirare la nostra attenzione: si tratta della tavoletta VII (cat. KBO2003).
Una “Regina vedova”[28] egizia dichiara che, alla morte del marito, non esiste un erede al trono del Paese e chiede pertanto al Re degli Hittiti, Shuppiluliumash, un suo figlio da sposare e rendere a sua volta Re di Kemi. Sappiamo che un principe Hittita, Zannanzash, partirà per l’Egitto, ma del suo viaggio si perdono le tracce e sul trono delle Due Terre salirà l’anziano Kheperkheperura Ay, già alto funzionario alla Corte di Akhenaton prima, di Smenkhara e Tutankhamon poi. Verosimilmente non di ascendenza regale[29], Ay otterrà la legittimità sposando, verosimilmente, proprio la regina, vedova, di Tutankhamon: Ankhesenamon.
Alla morte di Ay, dopo un brevissimo regno di soli due o tre anni, l’asse ereditario interrottosi con Tutankhamon e l’assenza di eredi legittimi al trono, vede l’ascesa di un Generale, Horemhab, che, a sua volta, verosimilmente sancirà il suo diritto al trono sposando Mutnodjimet, sorella di Nefertiti. Può essere interessante rammentare che Horemhab regnerà per ventotto anni ma dalle liste reali, con un’incisiva damnatio memoriae, il suo regno risulterà di quasi cinquantanove poiché si “approprierà” dei periodi di Ay, suo immediato predecessore, di Tutankhamon, dell’effimero e “misterioso” Smenkhara e dello stesso Akhenaton dicendosi, perciò, diretto discendente da Amenhotep III[30].
Già sotto Horemhab inizierà l’opera di “cancellazione” del periodo amarniano, opera che proseguirà anche nella Dinastia successiva, la XIX, per giungere, sotto Ramses II, alla completa e sistematica demolizione della città di Akhetaton.
Siamo così giunti alla nascita della nuova Dinastia, la XIX, e anche in questo caso Horemhab non lascerà eredi e passerà il trono a un altro, sconosciuto, Generale, già suo Visir[31]: Pramesse (Menhepetira Ramses ~1291-1289 a.C.), discendente da una famiglia del Delta nilotico e, forse, più esattamente, dell’antica Capitale Hyksos di Avaris.
Non destinato per discendenza diretta, come abbiamo visto, al momento dell’assunzione del potere Ramses I aveva oltre cinquanta anni, età considerevole per l’epoca, ed era già padre e nonno di due futuri Faraoni: Sethy I e Ramses II. Eccoci finalmente giunti, perciò, alle motivazioni che potrebbero aver spinto il secondo Ramses a ricorrere alla ierogamia come già i suoi predecessori, Hatshesput e Amenhotep III. In tutti e tre i casi, infatti, ci troviamo dinanzi a periodi d’incertezza politica in cui si rendeva necessario confermare il diritto a regnare per consolidare un potere altrimenti incerto.
Ma, non a caso, Ramses II è noto come “il grande”: poteva perciò accontentarsi di una nascita normale (o quasi)? Ecco, perciò che mentre nella cappella del Ramesseum, di cui abbiamo già accennato, dedicata alla madre Tuya e all’amata sposa Nefertari, il padre divino è Amon, un’altra ierogamia, per quanto non rappresentata, si ricava da rilievi del tempio di Karnak e dal tempio funerario del padre Sethy I, ad Abydos. Benché risalente al trentacinquesimo anno di regno (vi rammento che Ramses II regnò per quasi settant’anni), sulle pagine di pietra dei templi il Dio Khnum plasma il kha del Faraone che viene benedetto da un altro Dio che si dichiara suo padre divino:
«[…] Parole pronunciate da Ptah-Tatenen[32], quello delle lunghe piume e dalle corna aguzze, che generò gli dei: “Io sono tuo padre, che ti generai come un dio per agire come Re dell’Alto e Basso Egitto sul mio seggio. Io decreto per te le terre che ho creato, i loro signori ti tributeranno le loro entrate.[…]»
Insomma, “grande” anche nella nascita se è vero che ben due, se non tre, divinità, ne vorranno assumere la paternità.
Ad inizio di quest’articolo abbiamo chiarito che il ricorso alla ierogamia non è certo appannaggio della sola storia egizia e non pochi sono gli esempi, magari anche non molto lontani da noi, per giustificare la nascita di un semplice eroe, di un profeta o di un dio. Ma qui ci eravamo prefissi di parlare di Antico Egitto e, a meno di ulteriori scoperte, quelle sin qui narrate sono le ierogamie più importanti.
Ce ne sarebbe ancora una da narrare, il cui esito fu però semplicemente uno scandalo di proporzioni gigantesche che portò esiti disastrosi ai sacerdoti di una delle Dee più antiche e longeve del pantheon egizio, Iside in persona. Ma per parlare anche di questo dovremmo fare un salto temporale e geografico non indifferente: circa 1300 anni dopo il regno di Ramses II e da Tebe dovremmo spostarci a Roma… chissà, potrebbe essere l’argomento di un altro articolo…
Roma, 07/05/2022
[1] “Friðþjófs saga hins frækna”, “Saga di Frithiof”, è una saga islandese risalente, nella sua versione oggi nota, al XIII secolo, ma ambientata nel secolo VIII, ed è il seguito della “Þorsteins saga Víkingssonar”, “Saga di Thorstein, figlio di Vichingo”, ambientata nel VI-VII secolo.
[2] Gustaf Malmström (1829-1901) pittore e illustratore svedese, dal 1887 al 1893 Direttore dell’Accademia di Belle Arti Svedesi. Appartenente alla corrente romantica, fu particolarmente attivo nell’illustrazione di testi derivanti dalla mitologia norrena, ovvero dei miti delle popolazioni germano-scandinave precristiane. Tra le altre la Saga di Frithiof (1825), una serie di romanzi scritti da Esaias Tegnèr (1782-1846), ambientati nell’antico mondo nordico.
[3] Il termine Minosse, normalmente indicato come nome proprio, in realtà era un titolo giacché “minos”, in realtà, indicava il re, il signore, di un dato luogo.
[4] Il personaggio di Dedalo, e di suo figlio Icaro, potrebbe sembrare mitico, ma in una tavoletta rinvenuta nel Palazzo di Knossos (B KN Fp1) si fa riferimento ad offerte di olio d’oliva a divinità e personaggi famosi dell’isola. Una decina di litri alla sacerdotessa dei Venti, ad esempio, ma al terzo rigo viene riportata un’offerta di 24 litri di olio di oliva al santuario di Dedalo. La struttura dei Palazzi cretesi, pressoché simili, in tutta l’isola, sembrano indicare una progettazione architettonica unica e s’ipotizza che proprio Dedalo, venerato peraltro in un suo tempio, ne fosse l’autore.
[5] Khufu (~2589-2566 a.C.), meglio noto come Keope, IV dinastia.
[6] Il testo (Museo Egizio di Berlino, cat. P-berlin-3033), è meglio noto come “Papiro Westcar”, dal nome del suo “scopritore”. E’ bene tuttavia tener presente che Henry Westcar non precisò mai dove, o come, avrebbe rinvenuto il documento, né l’anno esatto (1823 o 1824) del ritrovamento, di fatto alimentando il dubbio che l’avesse verosimilmente acquistato sul mercato nero dei reperti egizi. Il testo prevedeva cinque racconti di cui se ne sono “salvati” tre. Scritto su 20 colonne in ieratico, il papiro risalirebbe alla XVI o XVII dinastia, ma i racconti in esso trascritti, all’analisi testuale, sembrano risalire al Medio Regno (~2055-1790 a.C.) e, dati gli argomenti trattati, si ritiene che fossero, a loro volta, trascrizioni di racconti risalenti a tempi ancora precedenti.
[7] Djedefra (~2566-2558 a.C.), IV dinastia, successore diretto di Khufu. È stato ipotizzato che il primo racconto fosse narrato da costui poiché nei pochi brani leggibili si fa riferimento alla memoria del re Djioser, della III dinastia e al suo “architetto” Imhotep.
[8] Ognuno dei racconti si conclude con un premio che il re Khufu elargisce alla memoria del/dei protagonista/i. La formula è sempre la stessa e varia solo la quantità di doni. A titolo di esempio, queste le offerte concesse dopo il racconto di Khafra: «…Si offrano mille pani, cento brocche di birra, un bove, e due misure di incenso al re Nebkha, e si diano un dolce, una brocca di birra, una porzione di carne e una misura d’incenso al capo ritualista Ubanoer, perché ho visto un esempio del suo potere…».
[9] Khafra (~2558-2532 a.C.), IV dinastia, successore diretto di Djedefra.
[10] Salvo questo accenno nel Papiro Westcar, e in un altro documento, nulla si sa di questo principe. Nello Wadi Hammamat un’iscrizione parietale riporta il suo nome iscritto in un cartiglio reale; si ritiene, tuttavia, che tale titolatura non faccia riferimento ad un reale potere, ma piuttosto ad una sorta di individuazione del principe quale “protettore” delle cave.
[11] Snefru (~2630-2609 a.C.), padre di Khufu, IV dinastia.
[12] Come per Baufra, anche di Herdjedef, Supervisore di tutti i lavoratori del re, dei pescatori e degli uccellatori, Protettore di Hierakompolis, Figlio del re, del suo corpo (il titolo “figlio del re” era onorifico e solo per gli effettivi figli veniva precisato “del suo corpo”) e suo Unico Compagno, si ha un’iscrizione nelle cave di Wadi Hammamat in cui, analogamente al fratello, il nome compare iscritto in un cartiglio. Non è tuttavia noto che questo principe sia mai assurto al trono. Di lui è rimasto un testo sapienziale indirizzato al figlio, il principe Awib-Ra. Le sue sepolture si trovavano nelle mastabe G7210/7220 nell’area est del complesso piramidale di Giza; il suo sarcofago è, oggi, al Museo Egizio del Cairo.
[13] Userkhaf Hor Irmaat (~2510-2500 a.C.), fu il primo re della V dinastia. Suoi genitori, aldilà del racconto del Papiro Westcar, sarebbero stati Neferhetepes, figlio di Khufu, e Khentkaues, figlia di Menkhaura (Micerino) ultimo, o penultimo, re della IV dinastia.
[14]Sahura Hor-Nebkhau (~2500-2490 a.C.), secondo re della V dinastia. Come per Userkhaf, suoi effettivi genitori sarebbero da individuarsi in Userkhaf e Khentaus.
[15] Kheku, Neferirkhara Kakai (~2490-2480 a.C.), terzo re della V dinastia, probabilmente fratello di Sahura e figlio di Userkhaf. A lui si deve l’introduzione del secondo cartiglio nella titolatura regale: Neferirkhara = Ciò che il Kha di Ra ha fatto è meraviglioso.
[16] Tre erano gli elementi spirituali dell’uomo, diremmo oggi l’anima: il ba, il kha e l’akh. Khnum il vasaio, divinità locale di Aswan, plasmava il corpo con l’argilla e lo deponeva nel ventre materno creando il kha, un “doppio” identico alla persona che era la forza guida del corpo. Alla morte dell’individuo, il kha permaneva nella tomba poiché aveva bisogno di un corpo in cui continuare a “vivere” e di cibi; per questo le tombe avevano sempre una parte “pubblica” in cui depositare le offerte a lui destinate. Con il passare del tempo il kha dimenticava, però, l’essenza terrena e non avendo più bisogno di cibi effettivi, si accontentava delle relative immagini e delle preghiere.
[17] Grande Enneade: gruppo di nove divinità di cui erano parte Atum, “Toro dell’Enneade”, i suoi figli Shu (l’aria) e Tefnut (l’umidità), i figli di questi Geb (la terra) e Nut (il cielo), e i figli anche di questi: Iside, Osiride, Nephtys e Seth. A questi venne associato, durante la V dinastia, un decimo dio, Horus il Vecchio proprio quale divinità super-partes che, nelle intenzioni dei sacerdoti di Ra, avrebbe potuto costituire un dio unificante cosa che, in effetti, non avvenne del tutto se si considera, ad esempio, che in quel periodo i sacerdoti di Menfi preferirono Ptah ad Horus.
[18] Non esiste prova archeo-storica che gli Hyksos abbiano militarmente invaso l’Egitto e si ritiene che il potere sia stato raggiunto attraverso una normale scalata della gerarchia egizia (prova ne sarebbero la scelta di continuare a usare nomi e titolature egizie, e l’accettazione pressoché totale delle divinità locali). In quello che viene indicato come Secondo Periodo Intermedio (~1790-1540), decisamente caotico, si accavallano più dinastie contemporaneamente: la XIII e la XIV, la XV e la XVI, nonché la XVII, tebana, che inizierà la guerra di riconquista.
[19] Presso gli antichi egizi non esisteva differenza tra nomi maschili e femminili, è quindi possibile, come in questo caso, che un maschio e una femmina abbiano lo stesso nome. Per differenziarla si usa, perciò, indicarla come Ahmasi.
[20] Nome di Horus: Userhetkhau (ricolma di Kha); titolo le Due Signore: Uadjetreneput (Fiorente di Anni); nome di Horus d’oro: Netjeretkhau (divina nell’apparizione); Nesu-Bity: Maatkhara (la Verità è l’anima di Ra); Sa-Ra: Henemetamon-Hatshepsut (Amata da Amon, Prima tra le Nobili Dame).
[21] Si ritiene che l’ascesa al trono, quale re, di Hatshepsut sia stata appoggiata fortemente dal clero amoniano e, in particolare da Hapuseneb (tomba TT67 di Sheikh Abd el-Qurna), che ricoprì la carica di Primo Profeta di Amon dal 2° al 16° anno del suo regno. Tale fu il suo potere che assunse le cariche di Supervisore di tutti i lavori del Re, di Supervisore di tutti i preti dell’Alto e Basso Egitto, Tesoriere del Re, Visir e, addirittura, Principe ereditario, carica che, sebbene spesso solo nominale, dimostra tuttavia una altissima considerazione. Hapuseneb era, inoltre, Supervisore alla costruzione della tomba reale, ma non è noto se possa trattarsi della KV20 o di altro sepolcro rupestre, pure collegato ad Hatshepsut e scoperto da Howard Carter nel 1916, nel Wadi Sikket Taqa el-Zaide (oggi noto come WA D). Il sarcofago di questa tomba reca l’indicazione: “La principessa ereditaria, grande di favori e di grazia, Signora di tutte le terre, figlia del re, sorella del re, la Grande Sposa e Signora delle Due Terre Hatshesput”
[22] Altro personaggio, peraltro strettamente legato al culto di Amon, che si ritiene abbia avuto concreto merito nell’assunzione del trono da parte di Hatshespsut fu l’architetto Senenmut (progettista e Supervisore dei lavori del Sublime dei Sublimi) che valutazioni, tuttavia prive di fondamento e di dati concreti, ipotizzano essere stato l’amante della regina. È un dato di fatto, tuttavia, che lo stesso conseguì in breve tempo, dopo l’ascesa al trono di Hatshepsut, svariati titoli tra cui Responsabile della duplice casa dell’oro, dei campi e del giardino di Amon, Sacerdote della Userhat (la barca) di Amon, Intendente di Amon, Responsabile delle greggi di Amon e, a rafforzare l’ipotesi di uno stretto legame affettivo con Hatshepsut, Intendente della figlia reale Neferura di cui è stato ipotizzato fosse il padre naturale.
[23] Geb e Nut, Shu e Tefnut, Osiride e Iside, Nephtys e Seth, Horus, Hathor, Monthu, Atum.
[24] Tutti i brani sono tratti da “La regina misteriosa”, di Christiane Desroches Noblecourt,Sperling & Kupfer, Milano, 2003, pp. 117-133.
[26] A conferma di una situazione di minor chiarezza nel diritto al trono, nel testo della “Stele del Sogno” si legge, tra l’altro: «Thutmosi era ancora un giovanotto, simile al piccolo Horo delle paludi di Khemmi […]». È evidente il richiamo al mito di Iside che, per proteggere il figlio avuto da Osiride, Horus, dalla vendetta del Dio Seth, lo nascose, appunto, nelle paludi del Delta nilotico.
[27] Tutti i brani tradotti della Stele sono tratti da “Letteratura e poesia dell’antico Egitto”, Edda Bresciani, ed. Einaudi, p. 272.
[28] Si è a lungo dibattuto, e ancora si dibatte, se questa “Regina vedova” fosse Nefertiti (alla morte di Akhenaton) o Ankehsenamon alla morte di Tutankhamon anche se, quest’ultima, è la assegnazione più accreditata. La richiesta, che poteva incriminare addirittura la Regina di alto tradimento giacché era rivolta a un nemico del Paese, doveva apparire “folle” anche per gli Hittiti, tanto che Shuppiluliumash ritenne necessario inviare in Egitto un suo ambasciatore, Hattusha-Zittish, per accertarsi della verità. Anche di tale situazione si ha contezza; l’ambasciatore hittita, infatti, torna in Patria, accompagnato stavolta da un emissario egizio, Hani, con una seconda lettera in cui ancora la “Regina vedova” si lamenta della scarsa fiducia del Re: “Ti avrei scritto se avessi avuto un figlio da sposare?”.
[29] Anche in questo caso, il dibattito è costantemente aperto giacché si hanno più versioni sulla condizione di Ay: alcuni, anche per giustificare il gran numero di titoli e di incarichi rivestiti, lo vedono come sposo di Teye e padre di Nefertiti e Mutnodjimet (sposa di Horemhab), ma tale ipotesi cozzerebbe con il titolo di “nutrice della Regina” (Nefertiti) rivestito da Teye. Altri lo vogliono, invece, fratello di Tye, sposa di Amenhotep III. Resta che fu “Portatore di flabello alla destra del Re”, “Primo tra gli Scribi”, “Sovrintendente ai cavalli del Re” e, addirittura, “Padre del Dio” (titolo onorifico di altissimo livello), durante il regno di Akhenaton, e facente parte del consiglio di reggenza durante il periodo inziale del regno di Tutankhamon. Quanto al matrimonio con la vedova di Tutankhamon, unico indizio nel senso, è un anello il cui castone riporta, affiancati, i nomi di Ay e di Ankhesenamon.
[30] Sarà anche per tale motivo che, di tali sovrani, si perderà la memoria storica e, in ultima analisi, tale condizione renderà possibile la scoperta della tomba, quasi intatta, di Tutankhamon.
[31] “Comandante delle truppe”, “Capo degli arcieri”, “Capo dei carri di Sua Maestà”, “Sovrintendente ai cavalli del Re”, “Capo delle fortezze di Sua Maestà”, “Sovrintendente del Delta nilotico”, “Scudiero di Sua Maestà”, “Scriba reale”, “Capo dei giudici”, “Luogotenente del Re dell’Alto e Basso Egitto”, “Messaggero del Re per tutti i Paesi stranieri”.
[32] Tatenen era una divinità primordiale rappresentante la terra emersa dal Nun, l’oceano che tutto ricopriva. Originario di Menfi, era rappresentato mummiforme recante sul capo alte piume, corna ritorte e disco solare; venne poi associato al Dio demiurgo Ptah, protettore degli artigiani e degli architetti, signore della conoscenza, così da costituire il simbolo della creazione dell’origine della vita.
Che la piramide di Maidum sia crollata improvvisamente o col tempo questo non lo sappiamo, certamente di tempo non deve essercene passato molto. Forse iniziò con dei segni premonitori che fecero subito temere il peggio, in ogni caso Snefru decise che quella non poteva essere la sua piramide, visto l’esito deludente del suo tentativo di completare quella di Huni, Snefru decise di abbandonarla e di farsene costruire una nuova. Dovendola costruire a nuovo decise di lasciare Maidum per un altro posto, ancora oggi si dibatte sulle ragioni che portarono Snefru ad optare per il sito di Dahshur.
Molti sostengono che la decisione di costruire il suo complesso e la cittadella reale con una nuova reggia a Dahshur venne presa forse nell’intento di avvicinarsi alla fortezza del “Muro Bianco”, (Men Nefer, Menfi).
Un’altra ipotesi potrebbe essere quella di volersi stabilire in una posizione più strategica da cui far partire il suo esercito per eventuali spedizioni militari in Libia e nel Sinai.
Secondo alcuni studiosi invece la ragione sarebbe il sorgere di problemi dinastici all’interno della famiglia reale.
Dahshur è una vasta necropoli dove sono presenti diversi complessi piramidali oltre a numerose sepolture di nobili di notevole importanza archeologica ed un villaggio di operai e funzionari. Ubicata tra Saqqara ed il sito archeologico di Mazghuna, a circa 45 chilometri a sud del Cairo, ha un’ampiezza di circa 5 per 3 chilometri, si trova in una zona desertica all’inizio dell’altopiano libico il cui terreno risulta poco compatto, cosa che creò non pochi problemi in fase di costruzione della piramide.
Dahshur, oltre alla citata necropoli, possiede un’altra importante testimonianza del glorioso passato egizio. Sulla riva destra del Nilo, nello Wadi Al-Garawi, sono ancora presenti i resti di un’imponente diga risalente alla IV dinastia, la più antica di tali dimensioni al mondo, le sue misure erano di 100 metri di lunghezza per 50 metri di altezza con una larghezza della base di 98 metri e una larghezza della cresta di 56 metri. Venne costruita nella prima metà del terzo millennio a.C. per il controllo delle piene del Nilo, non fu però mai completata e dopo una dozzina di anni venne abbattuta dall’irruenza delle acque.
E’ chiamata Sadd el-Kafara (diga degli infedeli), i resti vennero scoperti dall’esploratore lettone Georg August Schweinfurth nel 1885.
Ma torniamo nella necropoli per visitare a fondo il complesso funerario piramidale meridionale di Snefru.
A Dahshur, Snefru parte alla grande, la sua piramide presenta una base quadrata di circa 189 metri per lato con un’altezza che in origine doveva raggiungere i 105 metri, (oggi ridotti a 101,15). Numerose le innovazioni che si riscontrano a Dahshur e che caratterizzeranno l’intera IV dinastia.
Le piramidi a gradoni lasciano il posto alle piramidi classiche dalle facce lisce, compaiono le piramidi accessorie per le regine, il tempio funerario e quello a valle con la rampa processionale.
Cambia anche l’orientamento dell’intero complesso funerario, che fino ad allora seguiva la linea nord-sud, tipica di quelli della III dinastia, ora viene orientato ad est-ovest per identificare la vita ultraterrena del sovrano con l’astro solare ed il suo eterno cammino.
Il, o i, nomi assegnati alla piramide sono diversi, per alcuni è la “Piramide Romboidale”, per altri è la “Falsa Piramide”, “Piramide a profilo spezzato” o “Piramide a Doppia Inclinazione”, per gli antichi egizi era semplicemente “Snefru appare in gloria”.
In un decreto di Pepi I la troviamo indicata con due segni geroglifici per “piramide”, forse era nell’intento dello scriba di indicarla come “doppia piramide”. Sempre nello stesso decreto, con la stessa rappresentazione in geroglifico, viene indicata la città di Snefru a Dahshur con il significato di “Città delle due piramidi” (in questo caso si tratterebbe di quella Romboidale e di quella Rossa).
La forma inusuale di questa piramide richiamò l’attenzione dei viaggiatori europei già fin dal XVII secolo, Huntington, Melton, Wood, Pococke ne parlarono con stupore. Fu poi dal XIX secolo che prese il via una esplorazione sistematica con Perring, Lepsius e lo stesso Petrie. Purtroppo nessuno scritto ci è pervenuto delle indagini svolte dall’archeologo egiziano Abdel Salam Hussains, mentre risultati basilari furono ottenuti da un altro egiziano, Ahmad Fakri nei primi anni 50. Importanti misurazioni sono state effettuate anche dagli italiani Maragioglio e Rinaldi.
Pare che in origine la piramide sia nata con i lati più corti degli attuali ma con una inclinazione più ripida, 60°. Non avendo però i costruttori tenuto conto del fatto che le fondamenta poggiano non già sulla roccia ma su un sottosuolo a strati friabili di argilloscisto, fin dalle prime fasi della costruzione si procedette a ridurre l’angolo a 55° e ad un allargamento della base.
Raggiunta un’altezza di 45 metri, inspiegabilmente, l’angolo per la parte superiore venne ulteriormente ridotto a 43° dando alla piramide la forma che vediamo oggi. Se non fosse stato variato l’angolo di pendenza, la piramide avrebbe raggiunto l’altezza di 128 metri.
Secondo altri studiosi la riduzione dell’angolo si rese necessaria per diminuire il peso che gravava sulle camere sottostanti dove pare vennero rilevate delle crepe. Sinceramente non credo che, alle prime avvisaglie di crepe che compromettevano la stabilità dell’opera, si sia deciso di proseguire nella costruzione riducendo solo un po il peso, (ma è un’opinione del tutto personale e da profano).
Altri studiosi hanno avanzato un’ipotesi secondo la quale la forma a profilo spezzato non sia dovuta a cause di rischio per la stabilità od a tentativi azzardati finiti male. Così come si presenta la piramide, con la doppia inclinazione, si possono contare otto facce, se si aggiunge anche la base il numero sale a nove per cui avrebbe dovuto simboleggiare l’Enneade Eliopolitana.
Secondo l’egittologo Alexandre Varille, invece, la doppia pendenza era già stata prevista in fase progettuale come trasposizione architettonica della dualità dell’Alto e Basso Egitto, la sua ipotesi sarebbe supportata anche dalla presenza doppia di altri elementi, (due gli ingressi, due i corridoi discendenti, due appartamenti funerari), senza considerare il fatto che la radice “sn” del nome di Snefru indica il numero due.
Seguono altre ipotesi ancora più azzardate ma penso non sia il caso di esaminarle tutte.
La piramide presenta ancora il rivestimento in calcare bianco meglio conservato di tutte le altre piramidi egizie e presenta un ingresso sulla parete nord e uno sulla parete ovest. Che ne dite, proviamo ad entrarci?
L’ingresso sulla parete nord si trova a circa 12 metri dal suolo, si accede quindi ad un corridoio lungo 79,53 metri che scende fino a 25 metri sotto il livello del suolo per poi risalire con una ripida scala che termina in una angusta anticamera sotterranea di 6 x 5 metri.
La volta, costruita ad aggetto è alta oltre 17 metri ed è accuratamente rifinita nella lavorazione e risulta composta da una cripta.
La cripta è anch’essa con pareti aggettanti comprendenti 15 corsi distanziati da vari centimetri; all’altezza del decimo aggetto, 12 metri dal pavimento, parte un cunicolo comunicante con l’appartamento funerario superiore.
Anche in questa camera si possono notare alcune crepe stuccate con malta gessosa. Lungo le pareti est e ovest si presentano i resti di una stretta scalinata che, in origine, permettevano l’accesso alla camera inferiore.
Nell’angolo sud-est, esattamente in corrispondenza dell’asse verticale della piramide, un corto passaggio conduce ad un pozzo verticale, oggi danneggiato, che fu chiamato “camino”, alto 14 metri del quale è ignoto il significato.
L’ingresso sulla parete ad ovest si trova a 33,32 metri dal suolo ed è costituito da un corridoio di sezione quadrata di 1,10 metri di lato che scende per circa 68 metri. Qui si trova una specie di vestibolo dal quale parte un altro corridoio di 20,12 metri che termina nella camera funeraria di 6,56 x 4,10 metri, con volta ad aggetto alta 16,50 metri, posizionata più in alto, all’interno della struttura, rispetto a quella dell’ingresso a nord. I blocchi della camera sono tutti rifiniti e su uno di essi compare un’iscrizione in geroglifico corsivo a caratteri rossi nella quale è inserito un cartiglio con il nome di Snefru.
Va precisato che durante il regno del faraone Snefru compare, per la prima volta, il cartiglio, ovvero l’ovale che racchiude il “praenomen” del sovrano “nesut-biti”. Il cartiglio è simile ad un altro trovato in un’iscrizione al Wadi Maghara.
Sulla parte inferiore della camera si trova una sorta di grande catafalco in blocchi di pietra, alcuni dei quali sono cementati con malta mentre gli altri sono a secco.
Le pareti laterali presentano delle aperture nelle quali furono rinvenute numerose travi in legno di cedro il cui uso è del tutto sconosciuto.
Le travi di legno di cedro ci riportano alla mente quanto è riportato sulla “Pietra di Palermo” nella quale viene citato che Snefru promosse una spedizione di 40 navi nel Libano che tornarono cariche di legno di cedro. Secondo Maragioglio e Rinaldi la costruzione avrebbe avuto lo scopo di sostenere il sarcofago del faraone sostituendo il classico sarcofago in pietra. Stadelmann sostiene invece che il tutto sarebbe servito agli operai per tentare di bloccare le crepe che si stavano aprendo e che avrebbero poi giustificato la variazione di pendenza della piramide.
Va sottolineato che in nessuna delle camere sepolcrali sono state rinvenute tracce di sarcofagi o di casse in legno il che rafforza il dubbio sul fatto che Snefru sia stato sepolto nella piramide o che la stessa abbia mai ospitato una sepoltura.
I due sistemi ipogei, quello accessibile da nord e quello accessibile da ovest sono collegati tra di loro tramite un rozzo e stretto cunicolo, con tutta probabilità scavato in epoca successiva, in modo da creare un collegamento tra i due ambienti per risolvere la contraddizione generata dal fatto che, mentre la consuetudine voleva che l’orientamento della camera funeraria fosse nord-sud, in questo caso, per la prima volta, l’orientamento era est-ovest.
Ma questo edificio presenta un’ulteriore questione archeologica, ci si domanda se le indagini svolte dagli egittologi abbiano rintracciato veramente tutte le camere della piramide.
Dubbi sorsero già nel 1839 quando Perring iniziò a svuotare il corridoio settentrionale, in quel tempo il corridoio occidentale era ancora sbarrato da una parete in pietra che verrà rimossa solo con le indagini condotte da Fakhri negli anni 50. Ad un certo punto dei lavori, Perring incontrò una forte corrente d’aria, come descrive nel suo diario, una corrente che aumentò a tal punto da spegnere le torce per l’illuminazione. Un altro fatto insolito è raccontato da Fakhri nel suo diario:
<<In alcuni giorni ventosi, all’interno della piramide, soprattutto nella parte orizzontale del corridoio ovest, fra le due barriere, è avvertibile un suono che dura circa 10 secondi.>>.
Questo non si è più verificato da quando è stato aperto l’accesso occidentale. A fronte delle numerose domande che ancora si pongono agli egittologi si deduce che è necessario molto lavoro ed indagini più approfondite all’interno della piramide.
Adesso usciamo dalla piramide e facciamoci un giro intorno per vedere l’insieme di questo complesso funerario di Snefru.
Poco lontano dalla parete sud incontriamo una piccola piramide satellite ancora ben conservata, è possibile accedere ma solo per un breve tratto a causa dell’insabbiamento. Abdel Salam Hussain che ebbe occasione di esplorarla nel 1946 parla di un corridoio che per un tratto è in discesa poi risale e sbuca in una modesta camera anch’essa a volta aggettante. All’interno Hussain trovò alcuni frammenti di vasi ma nessuna traccia di sepoltura.
Il rivestimento esterno della piramide satellite è fatto con piccoli blocchi di calcare molti dei quali recano ancora sia il nome di Snefru sia il grafema “hw”, l’antico nome della piramide.
Sul lato rivolto a nord della piramide romboidale si trovano pochi resti di una cappella che dovette essere il luogo di culto a nord, misura 10,60 x 3,40 metri ma non si riesce a stabilire dove fosse situato l’ingresso. L’insieme si presenta con un vano quadrato ed un cortile nel quale si trovava un altare per le offerte chiamato “Hetep” che significa “sacrificio” o “altare sacrificale”.
Un secondo luogo per sacrifici all’aperto era situato lungo l’asse est-ovest ad oriente della piramide, consisteva in un altare costituito da tre blocchi in calcare e comprendeva due enormi stele monolitiche sempre in calcare dalla forma di “hetep” alte circa 9 metri poggianti su un basamento, oggi raggiungono solo più i 2 metri circa.
Le stele sono decorate e su di esse spiccavano i titoli ed il nome del sovrano racchiuso nel serekht (parte di una delle due stele è stata sistemata nei giardini del Museo del Cairo). Sulla fronte si trova un altare di alabastro come luogo di culto.
Durante il Medio Regno il sito sacrificale subì un restauro, venne racchiuso tra mura in mattoni crudi che lo trasformarono in un piccolo Tempio funerario; oggi si trova ancora in buone condizioni probabilmente per le successive ristrutturazioni.
Una piccola piramide cultuale era situata accanto alla parete sud, Abdel Salam Hussain, che la esplorò asserisce di aver letto fra le altre iscrizioni il nome della regina Hetepheres I, moglie di Snefru ma ulteriori indagini svolte successivamente lo smentirono. L’ingresso alla piramide si trovava sotto la terra, da qui partiva un corridoio che, dopo un breve tratto discendente, risaliva per accedere ad una piccola camera la cui volta aggettante raggiungeva i 7 metri di altezza.
L’egittologo Herbert Ricke che ebbe a scavare nel sito ipotizzò, secondo la sua visione romantica, che l’ingresso fosse anticamente protetto da cobra vivi.
Si pensa che in origine l’intero complesso funerario fosse circondato da un imponente muro di calcare giallo grigiastro, al suo interno un’ampia corte, di pianta quadrata dove nel lato nord-est terminava la rampa cerimoniale.
Quella che risultò essere la rampa cerimoniale, fu portata alla luce nel 1925 da Gustave Jéquier. La rampa ha origine a sud-ovest ed è lunga 700 metri e larga 7 metri, completamente lastricata con blocchi di calcare, segue un percorso stranamente irregolare, non possedeva una copertura ed era protetta ai lati da due bassi muri in pietra arrotondata alla sommità.
Sul fondo presenta un piccolo vestibolo di due locali con ancora i fori di battenti per la chiusura. Interessante il ritrovamento di una stele in calcare proveniente dalla vicina tomba di Netejeraperef, figlio di Snefru, probabilmente riutilizzata in un probabile restauro all’epoca del medio Regno.
Il Tempio a valle è ubicato a circa 1 chilometro ad ovest della Valle del Nilo ed in quanto tale risulta il primo di quelli che poi verranno edificati successivamente e dal quale parte la rampa processionale.
Venne scavato da Fakhry nel 1952, si presenta con una base rettangolare di 47 x 26 metri con muri di 2,60 metri decorati con la rappresentazione dei vari possedimenti del re delle Due Terre sotto forma di donne che recano doni. Al nord sono stati rinvenuti i resti di sei cappelle con vestibolo dove il sovrano era rappresentato in differenti pose e con diversi abiti.
Si pensa che le sei cappelle rappresentassero i sei componenti dell’essere: “khet, ren, shut, ka, ba e akh. Per concludere con Stsdelmann, la piramide romboidale non fu mai la tomba di Snefru ma un elemento per il culto funerario del faraone sul tipo della tomba sud di Djoser in funzione della vera tomba di Snefru: la Piramide Rossa.
Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi, “L’architettura delle piramidi menfite “, Tip. Canessa, 1963
Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton editori, 1997
Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. White Star, 2005
Pietro Testa, “Lettere dall’antico Egitto”, (Decreto di Pepi I sulla piramide di Snefru), 2013
Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2004
Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993)
Un ringraziamento particolare agli amici Ahmed Galal, Travel Agent ed a Hussein Mahmoud Abdel Salam, italian english guid per avermi fornito gran parte delle foto da me utilizzate per i tre articoli sulla piramide Romboidale.