Teologia

KHONSU O KHONSHU? CHI ERA COSTUI?

Di Luisa Bovitutti

I ragazzi probabilmente conosceranno molto meglio KHONSHU, che appare nella serie TV Moon Knight, trasmessa su Disney+ dalla fine di marzo e che è il live action movie del famoso ed omonimo fumetto Marvel.

Moon Knight

Khonshu, nella serie dio della luna e della vendetta, resuscita il mercenario Marc Spector che condivide il corpo con il mite Steven Grant che soffre di dissociazione di identità, e lo rende suo servo e vigilante con il nome di Moon Knight, conferendogli il compito di combattere gli dei che gli sono nemici ed in particolare Ammit, il mostro che assisteva al giudizio del defunto davanti ad Osiride e che realizzava la giustizia divina divorandone il cuore e precludendogli l’Aldilà se fosse stato indegno.

Khonshu combatte contro Ammit

Il dio appare al vigilante in visioni e sogni, assumendo le sembianze di un uomo che ha al posto della testa un gigantesco teschio di rapace; egli è caratterizzato da una grande sete di sangue e vendetta, e talvolta ne abita il corpo per garantirgli una forza sovrumana.

La dea Tueris

Poco o nulla a che vedere, quindi, con l’egizio Khonsu, il quale solo durante l’epoca arcaica sembra essere stato considerato un dio terrificante, che trucidava i nemici del faraone per poi estrarne le viscere; dal Nuovo Regno, infatti, egli fu adorato principalmente come dio della luna e del tempo, figlio gentile, compassionevole e protettivo di Amon e Mut, insieme ai quali componeva la cosiddetta “Triade tebana”.

Khonsu era rappresentato mummiforme, talvolta con la testa di falco, ma di solito con la testa di un giovane con la treccia dell’infanzia e la barba ricurva; egli teneva in mano uno scettro ed un flagello ed indossava un copricapo costituito da una falce di luna orizzontale sormontata da una luna piena ed un ampio collare con un pettorale a forma di mezzaluna.

Rilievo parietale raffiguranti Khonsu, nel tempio a lui dedicato a Karnak

Il centro del suo culto era a Tebe e varie aree del tempio di Karnak gli erano dedicate; in epoca tolemaica ivi sorse un tempio a lui dedicato; a Kom Ombo era considerato figlio di Sobek e di Hathor, ad Edfu figlio di Osiride.

Egli faceva crescere le piante e maturare i frutti, favoriva il concepimento degli umani e degli animali ed una cosmogonia raffigurata nel tempio di Karnak gli attribuisce un ruolo importante nella creazione dell’universo; era anche il dio della guarigione, perché era in grado di dominare le forze malvage che attaccavano l’uomo sotto forma di dolori, e malattie, producendo decadimento, follia e morte.

Statuetta raffigurante Khonsu, di epoca tarda, al Louvre

Il suo animale sacro era il babbuino, tradizionalmente associato alla luna e a Thot.

«Divinità e Supereroi»: il percorso guidato sulle orme di «Moon Knight».

L’uscita su Disney+ di “Moon Knight” ha risvegliato nei giovani spettatori l’interesse nei confronti della mitologia dell’Antico Egitto.

Al fine di promuovere la serie la Disney ha realizzato una collaborazione con il Museo Egizio di Torino, che dal mese di aprile ha introdotto un percorso guidato di circa un’ora, intitolato «Divinità e Supereroi», che si snoda nelle sale più importanti alla scoperta dei miti e delle divinità che hanno ispirato i personaggi della serie.

Al link sotto indicato potrete leggere informazioni più approfondite sulla visita e prenotarla.

https://museoegizio.it/esplora/visite/divinita-e-super-eroi/

FONTI:

Harem Faraonico

MEDINET HABU: L’HAREM DI RAMSES III

IL TEATRO DI UN DELITTO

Di Luisa Bovitutti

Ramses III fu un grande faraone e regnò per più di trent’anni, arginando gli attacchi dei libici dall’ovest e respingendo i popoli del mare che scendevano da nord dopo aver devastato le terre del Mediterraneo orientale; venne assassinato nella cosiddetta “congiura dell’harem”, organizzata da una moglie secondaria che cercò senza riuscirvi di porre sul trono suo figlio (ne parleremo in uno dei prossimi post).

La ricostruzione del migdol come doveva apparire a chi raggiungeva il tempio dal Nilo

A Medinet Habu, in una piana posta sulla riva occidentale del Nilo di fronte a Luxor, egli costruì il suo grande tempio funerario, ancora oggi molto ben conservato, e lo racchiuse, insieme ad un preesistente tempio dedicato ad Amon risalente all’inizio della XVIII dinastia in una possente duplice muraglia di mattoni crudi dotata di camminamenti e merlature (una più esterna di 222 x 327 m, alta 4.40 m sul lato esterno, 2.40 m in quello interno e spessa 4.4 m ed una ben più imponente all’interno, di 210 x 315 m., spessa 10-11 m, alta circa 18 m).

il migdol come appare oggi.

Questa cittadella fortificata divenne il cuore del governo e della vita economica di Tebe fino alla fine della XX dinastia: asud del primo cortile del grande tempio funerario sono state scoperte le rovine di uno dei suoi palazzi, portato alla luce nel 1913 nell’ambito di una campagna di scavi condotta dal Metropolitan Museum di New York.

Il tempio funerario era collegato al Nilo per mezzo di un canale, perchè potesse essere raggiunto dalle barche delle processioni rituali nelle festività religiose; la banchina per lo sbarco era collegata da un corridoio in pietra all’ingresso principale della muraglia posto sul lato est, che costituiva l’unico accesso alla cittadella ed era difeso da due torrioni a pianta quadrata con facciata realizzata in blocchi di pietra che si ergevano al di sopra della cinta.

Tale ingresso fortificato viene da sempre definito “migdol”, che significa più o meno torre fortificata, ed è ispirato all’architettura difensiva siriana documentata nelle raffigurazioni parietali delle città conquistate dagli Egizi; esso era costituito da due torri anteriori ai lati dell’ingresso (oggi sopravvive quella orientale) e tre posteriori decorate da rilievi, con la sommità merlata e con due finestre sopra la porta.

La torre meglio conservata del migdol

Le quattro torri esterne del migdol delimitavano una corte a forma di pseudo-imbuto dalla quale si accedeva all’unico ingresso ricavato sulla torre centrale, probabilmente sbarrato da una porta lignea rinforzata con barre metalliche e dotata di perni che andavano ad innestarsi su solidi blocchi circolari in granito nero (0.60 m di diametro) al di sotto della pavimentazione.

Un rilievo di una delle stanze della costruzione che raffigura il re che accarezza una fanciulla

L’illuminazione del complesso era garantita da una serie di aperture protette da griglie in legno; il migdol presenta al secondo e terzo piano anche “finestre delle apparizioni” dotate di soglie sostenute da sculture raffiguranti teste e busti di nemici, dalle quali i sovrani si affacciavano per essere visti dal popolo che non aveva accesso all’area templare.

All’impatto visivo del complesso in tutta la sua imponenza contribuivano i rilievi distribuiti sulle superfici esterne dei torrioni e della corte interna, che raffigurano il faraone che davanti ad Amon annienta i nemici (a sinistra nubiani e libici, a destra ittiti, amorrei, cananei e “Popoli del Mare”).

Un’altra scena che raffigura una teoria di fanciulle che omaggiano il re.

La parte inferiore delle torri, come già detto, era costituita da solida muratura e non aveva stanze; il secondo piano, invece, al quale si accede ancora oggi grazie ad una rampa esterna, era suddiviso in numerosi ambienti il cui tetto era costituito da travi di legno che sostenevano il pavimento di stucco del terzo piano, interamente in mattoni, le cui camere erano coperte con volte a botte.

Griglia della finestra dalla sala del trono – palazzo di Ramesse III a Medinet Habu – ca. 1184-1153 a.C. – oggi al MET di New York.

Originariamente era collocata in alto sulla parete e permetteva solo alla luce indiretta di entrare nella stanza. La decorazione è una celebrazione del sovrano, al quale vengono augurate vita e stabilità E’ divisa in due registri: la parte superiore è decorata con due cartigli che portano il nome di intronizzazione di Ramses III (wsr m3՚t r՚ mr imn ossia Usermaatra Meriamon = Potente è la Maat di Ra, amato da Amon), incorniciato da falchi solari; sul fondo compaiono i simboli geroglifici della vita (ankh) e della stabilità (djed), fiancheggiati a loro volta da cartigli con il nome di nascita del re (r՚ ms sw hq3 jwnw ossia Ramessu heka Iunu = Nato da Ra, signore di Iunu).

Le pareti erano decorate con rilievi che rappresentavano il re seduto sul trono mentre riceve fiori, frutta e gli omaggi di giovani fanciulle, mentre gioca a senet con una di esse abbracciandone un’altra; le ragazze indossano i sandali, una decorazione floreale sui capelli ed una collanina di perline al collo, ma per il resto sono completamente nude.

La particolarità di queste scene, che illustrano momenti ben poco convenzionali della vita del sovrano, ovunque nel tempio ritratto in modo solenne e rigidamente protocollare, hanno indotto quasi unanimemente gli studiosi a ritenere che le stanze fossero riservate al divertimento ed al piacere del re e de sue donne e che siano state teatro della congiura in danno di Ramses III, che cadde vittima di un agguato ordito da una delle sue mogli secondarie e da alcuni funzionari in servizio presso l’harem reale.

I disegni delle scene superstiti

I QUARTIERI FEMMINILI

Talvolta i complessi templari del Nuovo Regno avevano un appartamento nel quale il Sovrano poteva soggiornare quando doveva adempiere ai suoi doveri religiosi; esso riproduceva in forma semplificata le strutture principali di un palazzo residenziale ed includeva anche stanze per le donne della corte reale.

Il complesso di Medinet Habu, con i resti del palazzo e dell’harem a sinistra, nello spazio tra il primo ed il secondo pilone

Il “secondo palazzo” di Ramses III a Medinet Habu doveva appartenere a questa categoria di edifici: esso deriva la sua denominazione dal fatto che sorgeva sull’area precedentemente occupata dal “primo palazzo”, che il re decise di ampliare quando fece costruire la grande cinta muraria e l’ingresso fortificato.

La pianta del “secondo palazzo”. Le lettere indicano le varie stanze, così come spiegato nel testo

Esso sorgeva all’interno del muro ma all’esterno del tempio, nello spazio libero tra il primo e il secondo pilone, aveva pianta quadrata ed era realizzato in mattoni crudi, come tutti gli edifici residenziali dell’epoca, salvo la facciata, che era in pietra in quanto costituiva anche una delle pareti esterne del primo cortile del tempio, che richiedeva un materiale più pregiato e duraturo.

Un’altra vista delle rovine del sito; si nota la facciata in comune con il primo cortile del tempio, davanti alla quale vi è un peristilio.

Una serie di aperture che avevano sede sulla facciata lo collegavano al primo cortile del tempio; la facciata ospitava anche una “finestra delle apparizioni” che si affacciava su di un peristilio, dalla quale gli ospiti del palazzo potevano assistere alle rappresentazioni di canti e danze che si svolgevano nel cortile del tempio.

Il podio per il trono del re nella hall dell’harem

La struttura aveva numerose stanze piuttosto piccole, in parte destinate ad uso pubblico, altre invece private del Faraone o delle sue donne; la più importante di esse era la sala del trono il cui soffitto era retto da sei colonne (delle quali sopravvivono solo le basi circolari), e che presentava un podio di alabastro con approccio a gradini (stanza C della piantina).

Il passaggio privato del re verso l’harem

Sul fondo di questa stanza si apriva un vestibolo (H) che dava ingresso all’appartamento reale, costituito da un’anticamera con due colonne ed un podio per il trono (stanza F), da una camera dotata di un podio dove veniva collocato il letto (stanza G) e sulla destra del vestibolo da un bagno e da un’altra piccola stanza ad esso attigua.

L’altra porta del passaggio privato del Faraone.

Sempre dal fondo della sala si aveva accesso all’”harem”, o meglio ai quartieri destinati alle donne più vicine al Faraone (appartamenti M), collocati all’estremità sud dell’area, separati dal palazzo reale (in realtà alcuni studiosi hanno ipotizzato che fossero abitati dallo stesso gruppo di donne che aveva a disposizione le stanze nel migdol); essi erano tutti e tre identici ed erano costituiti da un ingresso, un salotto quadrato, un bagno e un’altra piccola stanza laterale; non sembra ci fossero camere per dormire, e si ipotizza che le donne reali utilizzassero letti che la servitù allestiva nel salotto.

La scala che portava ad uno dei passaggi che univa il palazzo al primo cortile del tempio

Gli appartamenti dell’harem avevano un ingresso sul lato Ovest (L), raggiungibile dalla sala del trono attraversando il giardino laterale (J) ed un’anticamera (K), larga m. 4,6, a quanto pare coperta con una volta a botte, così come tutte le stanze del palazzo e dotata di una pedana in alabastro.

I resti delle colonne della sala del trono

Esisteva inoltre un passaggio privato 👎 che cominciava all’estremità est del corridoio dell’harem con una porta finemente decorata, ed avevano un’uscita diretta sulla strada (E ) raggiungibile attraverso un cortile di servizio (O).

Il cartiglio di Ramses III

FONTI:

  • Murnane W., United with eternity. A concise guide to the monuments of Medinet Habu. The Oriental Institute, University of Chicago and The American University in Cairo Press, 1980
  • Cavillier G., MIGDOL, Ricerche su modelli di architettura militare in età ramesside, Medinet Habu. BAR International series 1755, 2008
  • Holscher U., Excavations at ancient Thebes, 1930 – 1931, The University of Chicago press, Chicago Illinois, 1932
  • Holscher U., The mortuary temple of Ramses III, Part I, The University of Chicago press, Chicago Illinois, 1941
  • The epigraphic survey, The eastern higt gate with translations of texts, The University of Chicago Press

E' un male contro cui lotterò

IL CIBO NELL’ANTICO EGITTO

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Per tutto il periodo predinastico e dinastico, la vita e la morte in Egitto dipendevano dal Nilo, e dalla sua annuale esondazione che donava il fertile limo ai terreni assetati che lambiscono il deserto. Iniziava a metà luglio e terminava a ottobre (stagione di “akhet”).

Poche immagini posso rendere l’idea dell’Antico Egitto come questa, presa a Dashur: fin dove arriva il Nilo c’è la vita; oltre solo il deserto e la morte

Se il Nilo esondava troppo poteva creare problemi anche alle città; se esondava troppo poco causava mancanza d’acqua e carestia. Una situazione che ha sicuramente facilitato la nascita di pratiche magico-scaramantiche per cercare di evitare carestie come quella disastrosa che avvenne per ben 7 anni sotto il regno di Djoser e che rimase nell’immaginario fino all’epoca tolemaica, a cui risale la “Stele della Carestia” che ancora la ricordava e la paventava.

La “Stele della Carestia” di epoca tolemaica ma che narra gli eventi successi sotto il Faraone Djoser.: “Il dolore mi aveva inchiodato al mio trono e le persone intorno a me erano tristi.
Il mio cuore soffriva perché durante il mio regno il Nilo non era risorto a tempo debito da sette anni.
La coltivazione dei cereali era scarsa, i semi si seccavano per terra e non c’era cibo a sufficienza.
I bambini piangevano, i giovani svenivano e gli anziani si rannicchiavano a gambe incrociate sul pavimento.”

Anche nella piramide di Unas, un rilievo murale descrive gli effetti della carestia, un evento da scongiurare a tutti i costi.

Scena della carestia dalla piramide di Unas

La base della coltivazione egizia era la cosiddetta “aroura”, cioè un appezzamento di circa 2700 metri quadrati, capace di produrre probabilmente con il solo grano (al netto di tasse e perdite varie) circa 2600 kcal al giorno, sufficienti a nutrire una singola persona.

A ciascun contadino ed al suo nucleo familiare veniva normalmente assegnato un terreno di 20 “aroure”, capace di sfamare 20 adulti e di barattare il surplus con altre cose. Negli anni di piena normale del Nilo, si calcola che la coltivazione del grano avrebbe potuto sfamare 4 milioni di persone, rendendo l’Egitto Faraonico una formidabile potenza economica ed una fonte di cereali sfruttata fino all’epoca romana ed oltre.

Nella gestione dei lavoratori “statali”, ognuno riceveva una razione giornaliera ben precisa e la razione aveva il valore di salario: l’eccedenza poteva essere scambiata con altri beni o servizi.

La posizione dell’Wadi Hammamat, da cui provengono molte informazioni sulle razioni dei lavoratori

Sono particolarmente interessanti, ad esempio, le iscrizioni rupestri dell’Wadi Hammamat, che contengono i ragguagli sulle razioni distribuite ai componenti delle spedizioni faraoniche per raggiungere le cave o il Mar Rosso nel Medio Regno, che potevano contare fino a 17,000 uomini come nel caso di Ameni sotto Sesostri I. In questo caso il capo spedizione riceveva 200 pani e 5 misure di birra, mentre a scalare gli alti dignitari, gli ufficiali ed i funzionari ricevevano 100 pani e 3 misure di birra fino ad un minimo di 15 pani e 3/4 di misura di birra per i cacciatori e l’armaiolo, 20 pani e 1/2 misura di birra per lo scultore mentre per gli operai c’erano 10 pani e 1/3 di misura di birra a testa. È possibile che i dignitari avessero le famiglie al seguito, oppure che ricevessero il loro compenso al ritorno.

Ogni spedizione che completava il viaggio iscriveva il suo “rapporto”

Anche i minatori di Sethi I alle cave di Silsileh ricevevano 1.8 kg di pane al giorno, ma questa volta accompagnati da due cesti di verdure ed un arrosto di carne.

Le cave di Silsilah, da cui provengono altre informazioni sulle razioni giornaliere dei lavoratori nel Nuovo Regno

Ci è pervenuto anche un rapporto sulle consegne a Deir el Medina, da cui si evince che i capicantiere e gli scribi ricevevano l’equivalente di 48,000 kcal/giorno e via via a scendere, con i guardiani che ne ricevevano 29,000, i ragazzi 12,800 ed i semplici portatori d’acqua 9,600.

I medici – a sorpresa – sono in fondo a questa “classifica”, con solo 8,000 kcal/giorno, ma con ogni probabilità perché la loro mansione era una “aggiunta” ad altre, soprattutto a quella di scriba.

Il consumo di cibo medio durante il periodo dinastico era tra i 500 ed i 600 grammi – comparabile a quello dell’attuale America latina – prevalentemente pane di farro, lenticchie, ceci, lattuga, porri, ravanelli, aglio. Nella zona del Delta era comune una sorta di pane fatto con il loto essiccato.

Preparazione del pane, Antico Regno

Di norma si facevano tre pasti al giorno, fossero anche solo fatti di pane, frutta e birra. Un proverbio egizio racconta che “non mangiamo fino a quando non siamo affamati e non mangiamo fino ad essere sazi”. L’eccesso di cibo era considerata una causa di malattia.

Alcune delle pagnotte ritrovate invece nella tomba di Tutankhamon

Esclusa una quantità di proteine spesso non sufficiente, la dieta egiziana era decisamente sana, a tal punto che i greci, che approfondirono i contatti con la civiltà egizia dopo Alessandro Magno, ne furono stupiti attribuendola ai medici locali.

Una tavola di offerte dalla tomba di Nebamun ci fornisce un’idea della varietà alimentare egizia: si distinguono delle pagnotte, un cuore (di bue?), dei fichi, delle zucche, la testa e la zampa di un bovino, un’anatra arrostita, dei grappoli d’uva, dei favi per il miele. Le giare con il vino sono posizionate sotto la tavola

La frutta comprendeva datteri, fichi, uva e meloni. Veniva prodotto olio di sesamo, birra d’orzo e vino; il miele veniva usato come dolcificante.

Raccolta e conservazione del miele, dalla “Tomba delle api”, TT279, tomba di Pabasa, El-Assasif (foto Tiziana Giuliani). “Il dio Ra pianse, le lacrime scese dai suoi occhi caddero a terra e si trasformarono in api. Le api fecero il loro alveare e si operarono con i fiori di ogni pianta per produrre miele e cera. Così anche il miele e la cera d’api fuoriuscirono dalle lacrime di Ra”. Papiro Salt 825

La principale fonte di proteine era ovviamente il pesce, che veniva consumato in tutti i modi e costituisce l’unica derrata, oltre i cereali, che veniva distribuita come un componente normale della razione ed implicitamente del salario.

Una delle specie di pesce distribuita che è stata identificata era lo Synodontis schall, una sorta di pesce gatto poco pregiato. Si potevano tuttavia pescare nel Nilo (ma anche dalla zona marina del Delta) molte altre specie tra cui la tilapia nilotica, che divenne un simbolo della generosità del Grande Fiume. Era considerato fondamentale la rimozione delle interiora per prevenire le malattie. Secondo Erodoto, era un cibo impuro per i sacerdoti.

Cattura di uccelli palustri per mezzo di due reti esagonali calate in acqua, dalla Raccolta di disegni dell’antico Egitto di Ippolito Rosellini presso la Biblioteca Universitaria di Pisa

La carne di qualunque tipo era un lusso riservato ai ricchi; c’erano pochi pascoli, la maggior parte di essi nella zona del Delta, visto che lo spazio coltivabile era preziosissimo nella stretta del deserto. Si allevavano mucche, pecore, capre e maiali, anche se il maiale era considerato poco sano e riservato alle classi meno abbienti, ed insieme al pescato del fiume la loro carne veniva essiccata e salata.

Datteri dalla tomba di Kha e Merit, Museo Egizio di Torino

La caccia ad anatre, oche e quaglie era riservata alla nobiltà e ne abbiamo molte testimonianze nelle tombe dei nobili tebani.

Menna e la sua famiglia cacciano e pescano (dalla tomba TT69)

L’acqua proveniva ovviamente dal Nilo ed era considerata superiore a qualunque altra forma d’acqua al mondo; veniva inviata ai nobili all’estero in giare di terracotta. In Egitto, l’acqua era trasportata in sacche di pelle di capra e, se possibile, bollita prima dell’uso.

Latte e birra erano le bevande più comuni, mentre il vino era troppo costoso per le persone comuni; tuttavia ci sono diversi riferimenti all’ubriachezza che era considerata estremamente poco dignitosa per qualunque persona. Da notare che il latte umano (soprattutto se proveniente da una donna che aveva partorito un maschio) era usato a fini terapeutici.

Mai cosa simile fu fatta

LA STELE DEL RE DJET

Di Grazia Musso

Quando il francese Amelineau scoprì le tombe dei primi re d’Egitto, a Umm El Qaab, portò alla luce delle grandi stele con il nome del sovrano defunto.

Fra queste spicca la Stele di Djet, il Re Serpente.

Al contrario delle altre che hanno uno stile più rozzo e incompleto, questa è di squisita fattura e con un’ottima rifinitura.

Il falco Orus domina il serekh del re, ossia la rappresentazione stilizzata del palazzo reale che racchiude il primo dei nomi regali, quello detto ” di Horus”, uno dei cinque nomi ufficiali che il sovrano ha in epoca storica.

La stele ha in un certo modo il valore di una statua : rappresenta il re.

Il nome in questo caso è dato dal serpente,. “Djet”.

Da Albidos

Prima Dinastia

Calcare

Altezza 143 cm.

Museo del Louvre, Parigi

Acquisizione 1904, collezione Amelineau

È 11007

Fonte:

  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
  • Arte Egizia – Sergio Donadoni – Ghibli
Mai cosa simile fu fatta

I BRACCIALI DELLA TOMBA DI DJER

Di Grazia Musso

I quattro bracciali furono rinvenuti nella tomba di Djer, terzo faraone della I Dinastia, situata nella necropoli reale di Abido, la città di origine dei primi sovrani dell’Egitto unificato.

I quattro bracciali erano infilati a un braccio (probabilmente di una donna che faceva parte della famiglia reale) avvolto in bende di lino, rinvenuto all’interno di una crepa del muro perimetrale della tomba.

Si tratta di bracciali dalle forme sobrie e originali.

Le perle, dai colori che si alternano con armonico equilibrio, sono unite tra loro con soluzioni sempre nuove e diverse, per dare vita a differenti tipologie.

La tecnica della lavorazione degli artigiani indica inoltre una straordinaria padronanza nell’uso dei materiali tipici della gioielleria egizia.

Il primo bracciale è formato da ventisette placchette raffiguranti il falco, simbolo del dio Horus, appollaiato sul serekh, il disegno stilizzato della pianta e della facciata del palazzo reale.

All’interno veniva scritto il cosiddetto ” nome di Horus” di ogni faraone.

Le placchette, di dimensioni decrescenti dal centro del bracciale verso le sue estremità, sono eseguite alternativamente con oro e turchese, in modo da creare un raffinato contrasto cromatico, ogni placchetta è provvista di due fori sul proprio spessore, per consentire l’inserimento di due fili che sono assicurati a un elemento triangolare in oro posto alle entrambe estremità del bracciale.

Il secondo è composto da tre fili di perle uniti tra loro in quattro punti, in modo da formare tre sezioni uguali, separate l’una dall’altra da due gruppi di tre perle: d’oro, turchese e lapislazzuli.

Le perle della parte centrale sono di dimensioni maggiori rispetto alle altre, ma la successione segue sempre uno schema preciso.

Al centro si trova una perla di lapislazzuli affusolata la cui superficie è decorata con incisioni parallele,la chiusura è ottenuta per mezzo di un bottone d’oro da inserire all’interno dei due anelli posti all’estremità del gioiello.

Il terzo bracciale è costituito da dodici perle a clessidra, disposte verticalmente in quattro gruppi di tre, separati fra loro da coppie di perle di turchese a forma di losanga.

Ogni gruppo comprende una perla centrale in ametista.

Le perle non sono bucate, ma sono legate per mezzo di un filo annodato intorno al solco centrale e tenuto in posizione tramite un sottile anello d’oro.

Le perle di turchese a losanga, separate dalle perle a clessidra in oro per mezzo di sfere in turchese,hanno i vertici foderati con foglia d’oro e sono bucate per consentire il passaggio del filo.

L’ultimo bracciale, il più piccolo, era quello più vicino al polso della mummia.

È formato da due parti che, al momento della scoperta, erano ancora unite tra loro per mezzo di un intreccio di fili d’oro e crine, forse di coda di giraffa.

Il segmento del bracciale destinato ad ornate la parte superiore del polso è il più elaborato: nel centro si trova una rosetta dai petali d’oro affiancata da tre fili di perle per parte, ognuno dei quali è composto da perle di turchese di forma irregolare separate tra loro.

Le estremità dei tre fili sono infilate in una grande perla di lapislazzuli.

L’altra parte del bracciale, che costituisce il retro del gioiello, presenta gli stessi fili di perle, ma è priva della rosetta centrale e l’ordine delle due perle di lapislazzuli e oro è invertito rispetto al fronte.

Materiale: oro, lapislazzuli, turchese e ametista

Lunghezza variabile da cm 10,2 a 15,6.

Abito, tomba di Djer

Scavi di William Matthew Flinders Petrie 1901

I Dinastia 2920-2770 a.C., regno di Djer

Museo Egizio del Cairo

Fonte: Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie di Araldo De Luca. Edizioni White Star

Tutankhamon

IL SARCOFAGO DI TUTANKHAMON

(Carter 240)

Di Andrea Petta

Messo in ombra dal brillìo dell’oro, il sarcofago che conteneva le tre bare di Tutankhamon è anch’esso un pezzo unico di arte funeraria egizia.

È costituito da una cassa in quarzite rossa di 2,75 x 1,33 x 1,45 metri di altezza e da un coperchio in granito rosso, coperchio spezzatosi già prima della deposizione della salma del sovrano e “aggiustato” con una colata di gesso dipinto per mimetizzare la frattura. Si ignora il motivo di questi due materiali diversi tra di loro, ma è probabile che nella fretta per il decesso prematuro del re sia stata utilizzata la prima lastra disponibile delle misure corrette. Un’altra ipotesi è che il sarcofago non fosse destinato a Tutankhamon e le modifiche alle iscrizioni abbiano spezzato il coperchio originale in quarzite.

Nella foto originale di Burton si può notare la frattura “mimetizzata” del coperchio del sarcofago

La testa della cassa è posizionata ad ovest in modo che la mummia del Faraone guardasse verso oriente. La forma spiovente del coperchio ricorda quella del secondo e terzo sacrario (“Sacrari del Sud” o “pr-wr”) anche se è meno accentuata.

Il coperchio è rimasto per decenni appoggiato per terra ai piedi della cassa, sostituito da una lastra di vetro per permettere di vedere all’interno la prima bara lasciata in situ prima del suo restauro ed il trasferimento della mummia del Faraone nell’Anticamera. Presenta due distinti interventi per ricomporre la frattura: dei giunti a coda di rondine (che non hanno evidentemente tenuto) ed una colata di gesso apposta e dipinta dopo la chiusura del sarcofago. È plausibile che le dimensioni eccessive della prima bara la facessero spuntare dalla cassa facendo perno e causando la rottura del coperchio.

Il sarcofago con la lastra di vetro a protezione della prima bara e della mummia di Tutankhamon prima del restauro della prima bara ed il trasferimento della mummia del Faraone nell’Anticamera

In una particolare cerimonia avvenuta nel 2019, in concomitanza con il restauro della prima bara, il coperchio è stato posto nuovamente sulla cassa alla presenza del Ministro delle Antichità Khaled El-Anani.

Le iscrizioni sul coperchio riportano invocazioni di Behedety (Horus il Vecchio, un caso unico nei sarcofagi della XVIII Dinastia), di Anubi e di Thot. Stranamente non è citata Nut, presente in molte altre iscrizioni della tomba.

Lo schema originale di Carter con le iscrizioni del coperchio. In alto il disco solare alato verso occidente

La cassa presenta agli angoli le rappresentazioni di Iside e Nephti di fianco alla testa del Re, mentre Selqet e Neith sono ai suoi piedi. Tutte le dee sono identiche e riconoscibili solo dalle iscrizioni; tutte hanno le braccia alate distese a protezione del sovrano e tutte guardano verso la testa del sovrano.

Nephti (in primo piano) e Iside (a sinistra) proteggono la testa del Faraone
Neith sull’angolo nord-orientale della cassa

La cassa mostra i segni di una finitura frettolosa: Selqet è la meno particolareggiata, mentre Nephti è la più rifinita. Le ali sono aggiunte postume, ed hanno coperto molte iscrizioni, forse per cancellare i riferimenti ad Aton dei primi anni di regno oppure perché il sarcofago era stato preparato per Smenkhare (non c’è traccia di sarcofago nella famigerata KV55 a lui attribuita). L’aggiunta postuma delle ali crea uno strano effetto visivo, visto che le mani di ciascuna dea sono sovrapposte alle ali dell’altra in un curioso intreccio.

Selqet (o Selkis) sul lato sud-orientale della cassa, quello meno rifinito. Alcuni particolari qui sono stati solo dipinti sulla figura della dea e non intagliati come per le altre tre.

Iside (a sinistra) e Nephti (a destra) sul lato ovest, a protezione della testa del Faraone. Si noti l’intreccio strano di braccia ed ali, con le mani di ciascuna dea sovrapposte all’ala dell’altra a causa dell’aggiunta postuma di queste ultime.

Lo stesso strano intreccio di braccia ed ali è visibile sul lato est, con Selqet (a sinistra) e Neith (a destra)

Iside sull’angolo nord-ovest (particolare)

Anche i simboli tyet e djet incisi sulla base della cassa, e che ricordano il primo sacrario, sono molto meno definiti verso l’angolo di Selqet; evidentemente non c’era più tempo per completare il decoro.

Il dettaglio del fregio composto da simboli tyet e djed alternati, legati rispettivamente ad Iside ed Osiride. Il numero 251 si riferisce ai trucioli di legno sul pavimento della camera, rigorosamente classificati da Carter

I lati della cassa presentano le invocazioni dei quattro figli di Horus (Imseti, Duamutef,. Hapi e Qebehsenuf), insieme a quelle delle quattro dee nonché di Thot e Osiride. Il lato est, rivolto verso la Camera del Tesoro, ha solo un’invocazione generica sul fregio.

Uno dei due udjat, sul lato sud della cassa vicino a Nephti

Forse non la più significativa, ma sicuramente l’iscrizione più veritiera è quella di Duamutef, che recita:

Parole dette da Duamutef: Il tuo nome durerà per sempre, Tutankhamon, sovrano di Eliopoli meridionale”.

NOTA: una ricostruzione 3D virtuale è visibile qui: https://sketchfab.com/3d-models/tutankhamun-sarcophagus-2aaf85ca66b044e3aa2ccda0d9c3b33b

FONTI:

  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • https://mediterraneoantico.it/
  • https://see.news/
  • Foto: The Griffith Institute, https://see.news/
Tutankhamon

LA PRIMA BARA DI TUTANKHAMON

(Carter 253)

Di Andrea Petta

La prima bara all’interno del sarcofago

La prima bara, quella più esterna, è stato il primo “incontro” di Carter con i segreti più intimi della sepoltura del Faraone. Quando comparve sollevando il coperchio del sarcofago, il 12 febbraio 1924, fu una notizia sensazionale, diffusa in tutto il mondo. Non era solo un magnifico oggetto, era anche – ancora – il “custode” del corpo di Tutankhamon.

Come apparve appena sollevato il coperchio del sarcofago
Il coperchio appoggiato sulle assi in attesa di poter liberare le altre bare. Si notano le maniglie d’argento e, sul piede della bara, i segni della piallatura ricoperti dalla resina
La cassa della bara dopo aver “liberato” la seconda. Si vedono le viti ad occhiello usate per sollevare tutto il blocco delle bare

Lunga 224 cm e larga 84, con un’altezza massima di 109, è in legno di cipresso ricoperto di gesso e da una lamina d’oro giallo, il Faraone vi è rappresentato come Osiride.

Il capo è coperto da una copricapo simile al “khat” della statua del “ba” di Tutankhamon posta di guardia alla camera sepolcrale. Il “khat” è arrotondato ai lati ed è legato al simbolismo lunare nonché alla “radianza” (iAxw – oggi forse lo chiameremmo “aura”) simbolo della trasformazione divina del sovrano. Dal “khat” spunta la parte inferiore di una parrucca cerimoniale.

Sulla fronte un avvoltoio Nekhbet anch’esso dorato, con becco in ebano e occhi di ossidiana, insieme ad un ureo in bronzo dorato con intarsi in pasta vitrea colorata.

Gli emblemi regali sulla fronte del Faraone (riproduzione)

I due simboli erano avvolti da una coroncina floreale con foglie di ulivo e fiordalisi. “Ci piace pensare che che proprio questo sia stato l’estremo saluto recato dalla fanciulla, ormai vedova, a suo marito”

Il particolare della coroncina di ulivo e fiordalisi intorno agli emblemi regali

Il viso è raffigurato in una spessa lamina d’oro, con occhi in calcite bianca ed ossidiana.

I tratti del volto assomigliano molto a quelli della terza bara e della maschera funebre, rendendo certa l’attribuzione originale a Tutankhamon (riproduzione)

Le braccia sono flesse sul petto, in bassorilievo; le mani chiuse sono modellate a tutto tondo ed impugnano il flagello ed il pastorale, intarsiati con pasta di vetro blu. Nelle parole di Carter: “L’insieme era di una bellezza che superava ogni nostra previsione)

Sia il volto che le mani sono ricoperti da una lega d’oro più chiara del resto della bara; secondo Carter “dando così l’impressione del pallore della morte”

Il corpo è decorato a bassorilievo secondo il modello “rishi”, con un disegno a piume impreziosito dalle figure di Iside a destra e Nephti a sinistra che avvolgono il corpo del Faraone con le loro ali. Sulla base della bara, Iside viene di nuovo rappresentata con le ali aperte sopra un segno “neb”.

La decorazione rishi dorata che caratterizza la prima bara (riproduzione)
Iside sul fianco destro (riproduzione)

Sul coperchio della bara sono presenti due linee verticali di iscrizioni. Una in particolare colpì Carter, tanto da riportarla nel suo volume sulla scoperta della tomba: “O madre Nut, stendi le tue ali su di me come le stelle imperiture”.

L’interno della cassa riporta delle iscrizioni a cui Carter accenna in modo superficiale e che non vengono riportate nei suoi appunti

La parte superiore della base è stata piallata dagli artigiani al momento dell’inserimento nel sarcofago in quanto troppo alta per chiudere il coperchio; schegge di legno dorato sono state infatti ritrovate nel sarcofago stesso (permettendo peraltro l’identificazione del legno usato). Il danno al sarcofago è stato coperto con uno strato di unguento nerastro.

Iside sulla faccia inferiore della base (originale)

Il coperchio era chiuso da dieci tenoni in argento massiccio (quattro per lato più uno sulla parte superiore della testa ed uno sulla base). Le quattro maniglie originali in argento massiccio come abbiamo visto furono utilizzate per ri-sollevare il coperchio più di tremila anni dopo.

La prima bara è rimasta per quasi un secolo nella tomba, all’interno del sarcofago. Nel 2019 è stata estratta per la prima volta dalla deposizione della mummmia del re, in modo da essere restaurata per essere poi esposta al GEM dopo la sua (futura) inaugurazione.

Il restauro si è reso necessario per i danni evidenti dovuti all’umidità nel microambiente del sarcofago all’interno della tomba, probabilmente derivati da milioni di turisti in visita. Qui i danni alla base della testa della bara
Larghi pezzi della gessatura dorata si sono staccati dalla struttura in legno di cipresso
Un primo restauro è stato effettuato direttamente nella tomba viste le gravi condizioni della bara
Probabilmente aver rimosso il cataletto originale, esposto al Museo del Cairo, senza sostituirlo appropriatamente ha contribuito al deterioramento della parte inferiore della cassa

Dopo il restauro di emergenza nella tomba, la bara è stata trasportata al Cairo in un contenitore ermetico e sterilizzante ad atmosfera controllata. Per la prima volta dopo 33 secoli dalla cerimonia funebre di Tutankhamon è uscita dalla tomba. Due cuscinetti sono stati posti sotto il flagello ed il pastorale per il timore che potessero spezzarsi durante il trasporto. La bara è rimasta una settimana “in quarantena” nel laboratorio del Museo per acclimatarla e completare la sterilizzazione prima di aprire il contenitore ermetico

Dopo quasi un secolo dall’apertura della tomba è stato possibile ammirare la prima bara in tutta la sua bellezza. Qui il danno al piede della bara è ancora più evidente
E qui possiamo intravedere Nephti sul fianco sinistro del Faraone

Il Ministro delle Antichità, Khaled El-Enany, si è “lanciato” in un’affermazione (“le tre bare verranno esposte insieme, come desiderava Tutankhamon”) che lascia un po’ perplessi, ma è bello sapere che le moderne autorità conoscono così bene i desideri dei loro regnanti di 33 secoli fa…

La regalità del riposo eterno di Tutankhamon

FONTI:

Mai cosa simile fu fatta, Protodinastico

NASCITA DELLO STATO FARAONICO

Di Franca Loi

La nascita dello stato unitario: evento cruciale per lo sviluppo della cultura in tutta la valle del Nilo

Lo Stato faraonico nasce intorno al 3200 a.C. dall’Unione di un regno meridionale con uno settentrionale. Il primo documento storico che attesta che i due paesi sono uniti è una tavolozza di scisto ritrovata a Ieraconpoli, che è ora al museo del Cairo.

La tavolozza di Narmer.- Il Cairo, Museo Egizio
È una delle prime attestazioni del tema figurativo del sovrano che colpisce il nemico con la mazza, ripreso fino nell’Egitto di epoca romana.

La tavolozza è molto importante non solo perché testimonia la prima unione delle due corone al medesimo re, ma anche dal lato artistico perché finora è la prima opera d’arte quasi completamente egizia (quasi, perché risente ancora di una influenza mesopotamica).

In alto tra le due teste di Hathor, è scritto il nome di Narmer. La tavolozza è del 3150 e la maggior parte degli studiosi ha identificato Narmer con il grande Menes.

Di Menes, il fondatore dell’Egitto storico, sappiamo che è nato a Tinis, quasi sicuramente re dell’Alto Egitto che dopo aver conquistato il Delta penso’ bene di spostare il suo centro di potere sul confine tra l’alto e il basso Egitto. Eresse infatti una fortezza chiamata ” Chiamata il grande muro bianco” dove sarebbe poi sorta Menfi.

La stele di re Djet (o di re Get), proveniente da Abido ed oggi conservata al Museo del Louvre, è una lapide funeraria in pietra risalente alla I dinastia egizia, quindi circa al 3000 a.C., che prende il nome dal faraone “Djet, il Re Serpente:
al contrario delle altre che hanno uno stile più rozzo e incompleto, questa è di squisita fattura
e con un’attenta rifinitura”.

La prima dinastia assieme alla seconda formarono l’epoca Tinità (3185-2700) e posero le basi dello Stato, la suddivisione in distretti del paese, la sua strutturazione burocratica e organizzativa. la terza dinastia segna l’inizio del periodo che noi oggi chiamiamo Antico Regno che va dalla terza alla sesta di dinastia: 2700-2200. In campo artistico il fatto che ci sia una sola casa regnante determina la creazione di modelli di riferimento e canoni legati alla regalità che è considerata eterna e in un certo qual modo immutabile.

Frammento di pettine in avorio riportante il serekh di Djet e il nome dell’ufficiale di corte Sekhemkasedj, Museo Egizio del Cairo.

Il pettine fu rinvenuto all’interno della tomba, assieme a utensili di rame e ceramica.

La scultura di questo periodo è basata su una visione frontale e il blocco di pietra viene mantenuto il più inalterato possibile.

Statuina femminile
Monaco, Staatliche Sammlung Agyptischer
.

La scultura risulta completamente appiattita in un’ottica che prevede soltanto la visione frontale della figura umana.

Il rilievo è utilizzato quasi esclusivamente su oggetti cerimoniali dedicati alle divinità ed è sorprendentemente realizzato in modo da creare interessanti contrasti tra luce ed ombra. Nella realizzazione delle figure spesso si dà un forte risalto alla muscolatura nella difficile ricerca di una scansione degli spazi ben definita.

Frammento statuina di personaggio virile, Monaco, Staatliche Sammlung Agyptischer Kunst.


La scultura presenta un modellato molto accurato della muscolatura. Le striature della roccia sedimentaria sono sfruttate in modo da accentuare le forme del corpo trasformandole in linee che conferiscono una vibrazione vivace a tutta la statua.

Pian piano l’artista Egizio riuscì con abilità a esprimere il proprio pensiero, i propri concetti” all’interno di quei canoni, con piccole limitate innovazioni. Un processo lento il graduale che porterà l’arte a livelli evolutivi sublimi “.

Statua di cinocefalo con il nome di Narmer, Berlino, Agyptischer Museum. L’animale è modellato in modo da lasciare inalterata la forma del blocco.

Fonte: MAURIZIO DAMIANO Antico Egitto- Electa

Foto anche di Wikipedia

Mai cosa simile fu fatta, Predinastico

LA CULTURA DI BADARI

5500 – 3800 a.C.

Di Franca Loi

La cultura di Badari è una delle più interessanti che si siano sviluppate in Egitto in età predinastica; prende il nome dalla località di el-Badari, nel tratto tra Asyut e Akhimim.

Cartina dell’antico Egitto.

In questa regione, dal 1923, Guy Brunton e Gertrude Canton -Tompson riportarono alla luce “necropoli e insediamenti umani attribuiti a un’epoca posteriore a quella di Merimda.”

Gli studiosi hanno la certezza che la regione risenti delle prime ondate di siccità che costrinsero i Pastori a lasciare il Sahara verde Neolitico (6500- 5500 a.C.), per spostarsi gradualmente nella parte centrale della lunghissima Vallata scavata dal Nilo che va dal Medio all’alto Egitto. La cultura Badariana è detta calcolitica o eneolitica perché in questo periodo ” rame è selce sono impiegati impiegati contemporaneamente “

Punta di freccia Badariana.

Le abitazioni sono disposte in alto rispetto al Nilo, per evitarne le piene e l’umidità.

L’economia si basava sulla coltivazione di cereali, sull’allevamento con l’integrazione della caccia e della pesca.

Figura animale, raffigurante un canide. Badariano. Osso
Torino, Museo Egizio

“L’arte fittile Badariana mostra una perfezione artigianale mai più uguagliata nella valle del Nilo; i vasi più belli sono estremamente sottili e presentano una decorazione a linee ondulate in rilievo che più tardi si incontra solo assai di rado………. Alcuni alcuni cucchiai e pettini d’avorio sono straordinariamente raffinati per un periodo così remoto, e delle tre figurine femminili nude ritrovate, almeno due sono più proporzionate delle successive statuine Amratiane………. Va Qui osservato che per gli oggetti rituali si continuò ad usare la selce quando già da tempo il rame era divenuto d’uso generale per armi e utensili; ancora durante la dodicesima dinastia i falcetti sacrificali di legno sono muniti di denti di selce.”

Filo di perline, Badariano
4400-3800 a.C.

La cultura è famosa soprattutto per le numerose sepolture ritrovate, si contano circa 60 insediamenti e 600 tombe.

“Esse sono generalmente disposte sulle terrazze del Basso Deserto e non sono mai troppo lontane dagli abitati antichi, almeno per quanto si puo dedurre dai siti in cui è stato possibile individuare l’insediamento, con la rispettiva necropoli……

Vasellame della cultura di Badari. Predinastico antico. ca.4500 a.C.
The British Museum – Londra

Le tombe badariane, databili con il metodo della termoluminescenza tra il 5580 ed il 4360 a.C., sono in genere fosse rotonde od ovali, talvolta fornite di una nicchia…. Le pareti sono talvolta rivestite con una stuoia e non vi è traccia sicura di copertura, tranne in alcuni casi dove sono stati trovati i fori in cui erano infissi i bastoni di sostegno di essa e resti di travi sfondate.

Sepoltura di Badari.

In molti casi comunque è stata scoperta una stuoia che copriva la fossa. Il corpo è generalmente deposto in posizione contratta, sul fianco sinistro, con la testa a sud e la faccia rivolta ad ovest. Talvolta esso è deposto su una stuoia; spesso è avvolto in pelli di capra ο di gazzella e qualche volta in stuoie.

Antica statuetta Badariana raffigurante una donna.
Scolpita nell’avorio proveniente da un ippopotamo.
4000 a.C.
British Museum di Londra

Statuetta di donna
Badari o Naqada I
Avorio ?
Museo del Louvre
Parigi

Su alcuni corpi inoltre sono state trovate tracce di vesti. In rarissimi casi i corpi sono deposti in una cesta usata come sarcofago. Salvo pochissime eccezioni, le sepolture sono singole. Nelle tombe Badariane, ma anche in quelle di Naqadiane, il corredo è situato in vari punti della fossa…… Esso comprendeva una varietà notevole di oggetti: vasellame, vasi in pietra, tavolozze di ardesia, teste di mazza, utensili ed armi in selce, raramente in ossidiana, utensili ed armi in metallo, legno, osso e avorio, figurine antropomorfe e teriomorfe, pettini e fermagli per capelli, vesti, perle e pendenti, amuleti, sigilli, offerte di cibo, resti di uccelli (penne e uova di struzzo).

Vaso a forma di ippopotamo
Badari, V Millennio a.C. – Avorio di elefante.

Le sepolture riflettono verisimilmente in modo preciso la struttura sociale delle popolazioni egiziane del quinto e quarto millennio a.C.

Statuetta di donna.
Badari
British Museum

La variabilità dei tipi di tombe e di corredi sembra suggerire infatti che i morti venissero sepolti con i simboli del loro status sociale come ancora oggi avviene presso molte società tradizionali.”

Perline in pietra ollare smaltata, conchiglia. Badariano
4000-3800 a.C.
Metropolitan Museum of Art

Fonti:

  • Alan Gardiner : LA CIVILTÀ EGIZIA. pag.352-353
  • EDITION DE LA MAISON DES SCIENCES DE L’HOMME
  • Foto: anche Wikipedia
Mai cosa simile fu fatta

L’EPOCA THINITA

I E II DINASTIA – L’ARTE DEI PRIMI RE

Di Grazia Musso

I re thiniti, dalla capitale, Memphis, crearono le basi organizzative della nazione egizia; non poteva mancare l’inevitabile base religiosa e propagandistica.

L’arte ne fu il vettore principale : si moltiplicano i templi, le statue dei re e degli dei e furono fissate le regole artistiche sia per i i motivi religiosi, sia per uniformare la visione divina e reale da una parte all’altra dell’Egitto.

Nella statutaria si fissano le tipologie : le statue possono essere di uomo ( dio, re, privato) raffigurato in piedi, fra le rare immagini regali, quella della fotografia, dove il re in abito della festa giubilare avvolto in un manto, indossa la corona bianca dell’Alto Egitto.

La statua rappresenta il re in abito della festa giubilare (sed) e indossa la corona bianca dell’Alto Egitto.

Il mantello mostra ancora una ricca decorazione nonostante il deterioramento della statuina.

Da Abydos, tempio di Osiris, camera M69

Prima Dinastia

Avorio

Altezza 8,8 cm

British Museum di Londra

Scavi di F. Petrie 1903, EA 37996

Un’altra categoria è quella delle statue sedute, in cui il re si trova su un parallelepido o trono, ha le gambe unite e appoggiate al sedile, le braccia aderiscono al corpo, le mani si appoggiano sulle ginocchi, oppure un braccio è piegato sul petto e si intravede sotto il manto del giubileo.

Le statue mantengono ancora la maestosità delle opere arcaiche, ma le forme ora sono più dettagliate.

Connesse alle divinità, si trovano statue che raffigurano animali, come il babbuino o il leone.

Nel rilievo e nella pittura nasce la prima ricerca di un ordine che porterà all’esposizione delle scene su registri sovrapposti, si confermano le regole della rappresentazione parzialmente frontale e in parte di profilo, non viene nascosta alcuna parte del soggetti, questo per motivi magici-religiosi: la mancanza di una parte nella raffigurazione sarebbe una mutilazione nella realtà dell’oltretomba.

Alla fine della II Dinastia, l’arte è pronta per il grande passo successivo : le piramidi.

Fonte:

  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa