Mai cosa simile fu fatta

LA STELE DEL RE DJET

Di Grazia Musso

Quando il francese Amelineau scoprì le tombe dei primi re d’Egitto, a Umm El Qaab, portò alla luce delle grandi stele con il nome del sovrano defunto.

Fra queste spicca la Stele di Djet, il Re Serpente.

Al contrario delle altre che hanno uno stile più rozzo e incompleto, questa è di squisita fattura e con un’ottima rifinitura.

Il falco Orus domina il serekh del re, ossia la rappresentazione stilizzata del palazzo reale che racchiude il primo dei nomi regali, quello detto ” di Horus”, uno dei cinque nomi ufficiali che il sovrano ha in epoca storica.

La stele ha in un certo modo il valore di una statua : rappresenta il re.

Il nome in questo caso è dato dal serpente,. “Djet”.

Da Albidos

Prima Dinastia

Calcare

Altezza 143 cm.

Museo del Louvre, Parigi

Acquisizione 1904, collezione Amelineau

È 11007

Fonte:

  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
  • Arte Egizia – Sergio Donadoni – Ghibli
Mai cosa simile fu fatta

I BRACCIALI DELLA TOMBA DI DJER

Di Grazia Musso

I quattro bracciali furono rinvenuti nella tomba di Djer, terzo faraone della I Dinastia, situata nella necropoli reale di Abido, la città di origine dei primi sovrani dell’Egitto unificato.

I quattro bracciali erano infilati a un braccio (probabilmente di una donna che faceva parte della famiglia reale) avvolto in bende di lino, rinvenuto all’interno di una crepa del muro perimetrale della tomba.

Si tratta di bracciali dalle forme sobrie e originali.

Le perle, dai colori che si alternano con armonico equilibrio, sono unite tra loro con soluzioni sempre nuove e diverse, per dare vita a differenti tipologie.

La tecnica della lavorazione degli artigiani indica inoltre una straordinaria padronanza nell’uso dei materiali tipici della gioielleria egizia.

Il primo bracciale è formato da ventisette placchette raffiguranti il falco, simbolo del dio Horus, appollaiato sul serekh, il disegno stilizzato della pianta e della facciata del palazzo reale.

All’interno veniva scritto il cosiddetto ” nome di Horus” di ogni faraone.

Le placchette, di dimensioni decrescenti dal centro del bracciale verso le sue estremità, sono eseguite alternativamente con oro e turchese, in modo da creare un raffinato contrasto cromatico, ogni placchetta è provvista di due fori sul proprio spessore, per consentire l’inserimento di due fili che sono assicurati a un elemento triangolare in oro posto alle entrambe estremità del bracciale.

Il secondo è composto da tre fili di perle uniti tra loro in quattro punti, in modo da formare tre sezioni uguali, separate l’una dall’altra da due gruppi di tre perle: d’oro, turchese e lapislazzuli.

Le perle della parte centrale sono di dimensioni maggiori rispetto alle altre, ma la successione segue sempre uno schema preciso.

Al centro si trova una perla di lapislazzuli affusolata la cui superficie è decorata con incisioni parallele,la chiusura è ottenuta per mezzo di un bottone d’oro da inserire all’interno dei due anelli posti all’estremità del gioiello.

Il terzo bracciale è costituito da dodici perle a clessidra, disposte verticalmente in quattro gruppi di tre, separati fra loro da coppie di perle di turchese a forma di losanga.

Ogni gruppo comprende una perla centrale in ametista.

Le perle non sono bucate, ma sono legate per mezzo di un filo annodato intorno al solco centrale e tenuto in posizione tramite un sottile anello d’oro.

Le perle di turchese a losanga, separate dalle perle a clessidra in oro per mezzo di sfere in turchese,hanno i vertici foderati con foglia d’oro e sono bucate per consentire il passaggio del filo.

L’ultimo bracciale, il più piccolo, era quello più vicino al polso della mummia.

È formato da due parti che, al momento della scoperta, erano ancora unite tra loro per mezzo di un intreccio di fili d’oro e crine, forse di coda di giraffa.

Il segmento del bracciale destinato ad ornate la parte superiore del polso è il più elaborato: nel centro si trova una rosetta dai petali d’oro affiancata da tre fili di perle per parte, ognuno dei quali è composto da perle di turchese di forma irregolare separate tra loro.

Le estremità dei tre fili sono infilate in una grande perla di lapislazzuli.

L’altra parte del bracciale, che costituisce il retro del gioiello, presenta gli stessi fili di perle, ma è priva della rosetta centrale e l’ordine delle due perle di lapislazzuli e oro è invertito rispetto al fronte.

Materiale: oro, lapislazzuli, turchese e ametista

Lunghezza variabile da cm 10,2 a 15,6.

Abito, tomba di Djer

Scavi di William Matthew Flinders Petrie 1901

I Dinastia 2920-2770 a.C., regno di Djer

Museo Egizio del Cairo

Fonte: Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie di Araldo De Luca. Edizioni White Star

Tutankhamon

IL SARCOFAGO DI TUTANKHAMON

(Carter 240)

Di Andrea Petta

Messo in ombra dal brillìo dell’oro, il sarcofago che conteneva le tre bare di Tutankhamon è anch’esso un pezzo unico di arte funeraria egizia.

È costituito da una cassa in quarzite rossa di 2,75 x 1,33 x 1,45 metri di altezza e da un coperchio in granito rosso, coperchio spezzatosi già prima della deposizione della salma del sovrano e “aggiustato” con una colata di gesso dipinto per mimetizzare la frattura. Si ignora il motivo di questi due materiali diversi tra di loro, ma è probabile che nella fretta per il decesso prematuro del re sia stata utilizzata la prima lastra disponibile delle misure corrette. Un’altra ipotesi è che il sarcofago non fosse destinato a Tutankhamon e le modifiche alle iscrizioni abbiano spezzato il coperchio originale in quarzite.

Nella foto originale di Burton si può notare la frattura “mimetizzata” del coperchio del sarcofago

La testa della cassa è posizionata ad ovest in modo che la mummia del Faraone guardasse verso oriente. La forma spiovente del coperchio ricorda quella del secondo e terzo sacrario (“Sacrari del Sud” o “pr-wr”) anche se è meno accentuata.

Il coperchio è rimasto per decenni appoggiato per terra ai piedi della cassa, sostituito da una lastra di vetro per permettere di vedere all’interno la prima bara lasciata in situ prima del suo restauro ed il trasferimento della mummia del Faraone nell’Anticamera. Presenta due distinti interventi per ricomporre la frattura: dei giunti a coda di rondine (che non hanno evidentemente tenuto) ed una colata di gesso apposta e dipinta dopo la chiusura del sarcofago. È plausibile che le dimensioni eccessive della prima bara la facessero spuntare dalla cassa facendo perno e causando la rottura del coperchio.

Il sarcofago con la lastra di vetro a protezione della prima bara e della mummia di Tutankhamon prima del restauro della prima bara ed il trasferimento della mummia del Faraone nell’Anticamera

In una particolare cerimonia avvenuta nel 2019, in concomitanza con il restauro della prima bara, il coperchio è stato posto nuovamente sulla cassa alla presenza del Ministro delle Antichità Khaled El-Anani.

Le iscrizioni sul coperchio riportano invocazioni di Behedety (Horus il Vecchio, un caso unico nei sarcofagi della XVIII Dinastia), di Anubi e di Thot. Stranamente non è citata Nut, presente in molte altre iscrizioni della tomba.

Lo schema originale di Carter con le iscrizioni del coperchio. In alto il disco solare alato verso occidente

La cassa presenta agli angoli le rappresentazioni di Iside e Nephti di fianco alla testa del Re, mentre Selqet e Neith sono ai suoi piedi. Tutte le dee sono identiche e riconoscibili solo dalle iscrizioni; tutte hanno le braccia alate distese a protezione del sovrano e tutte guardano verso la testa del sovrano.

Nephti (in primo piano) e Iside (a sinistra) proteggono la testa del Faraone
Neith sull’angolo nord-orientale della cassa

La cassa mostra i segni di una finitura frettolosa: Selqet è la meno particolareggiata, mentre Nephti è la più rifinita. Le ali sono aggiunte postume, ed hanno coperto molte iscrizioni, forse per cancellare i riferimenti ad Aton dei primi anni di regno oppure perché il sarcofago era stato preparato per Smenkhare (non c’è traccia di sarcofago nella famigerata KV55 a lui attribuita). L’aggiunta postuma delle ali crea uno strano effetto visivo, visto che le mani di ciascuna dea sono sovrapposte alle ali dell’altra in un curioso intreccio.

Selqet (o Selkis) sul lato sud-orientale della cassa, quello meno rifinito. Alcuni particolari qui sono stati solo dipinti sulla figura della dea e non intagliati come per le altre tre.

Iside (a sinistra) e Nephti (a destra) sul lato ovest, a protezione della testa del Faraone. Si noti l’intreccio strano di braccia ed ali, con le mani di ciascuna dea sovrapposte all’ala dell’altra a causa dell’aggiunta postuma di queste ultime.

Lo stesso strano intreccio di braccia ed ali è visibile sul lato est, con Selqet (a sinistra) e Neith (a destra)

Iside sull’angolo nord-ovest (particolare)

Anche i simboli tyet e djet incisi sulla base della cassa, e che ricordano il primo sacrario, sono molto meno definiti verso l’angolo di Selqet; evidentemente non c’era più tempo per completare il decoro.

Il dettaglio del fregio composto da simboli tyet e djed alternati, legati rispettivamente ad Iside ed Osiride. Il numero 251 si riferisce ai trucioli di legno sul pavimento della camera, rigorosamente classificati da Carter

I lati della cassa presentano le invocazioni dei quattro figli di Horus (Imseti, Duamutef,. Hapi e Qebehsenuf), insieme a quelle delle quattro dee nonché di Thot e Osiride. Il lato est, rivolto verso la Camera del Tesoro, ha solo un’invocazione generica sul fregio.

Uno dei due udjat, sul lato sud della cassa vicino a Nephti

Forse non la più significativa, ma sicuramente l’iscrizione più veritiera è quella di Duamutef, che recita:

Parole dette da Duamutef: Il tuo nome durerà per sempre, Tutankhamon, sovrano di Eliopoli meridionale”.

NOTA: una ricostruzione 3D virtuale è visibile qui: https://sketchfab.com/3d-models/tutankhamun-sarcophagus-2aaf85ca66b044e3aa2ccda0d9c3b33b

FONTI:

  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • https://mediterraneoantico.it/
  • https://see.news/
  • Foto: The Griffith Institute, https://see.news/
Tutankhamon

LA PRIMA BARA DI TUTANKHAMON

(Carter 253)

Di Andrea Petta

La prima bara all’interno del sarcofago

La prima bara, quella più esterna, è stato il primo “incontro” di Carter con i segreti più intimi della sepoltura del Faraone. Quando comparve sollevando il coperchio del sarcofago, il 12 febbraio 1924, fu una notizia sensazionale, diffusa in tutto il mondo. Non era solo un magnifico oggetto, era anche – ancora – il “custode” del corpo di Tutankhamon.

Come apparve appena sollevato il coperchio del sarcofago
Il coperchio appoggiato sulle assi in attesa di poter liberare le altre bare. Si notano le maniglie d’argento e, sul piede della bara, i segni della piallatura ricoperti dalla resina
La cassa della bara dopo aver “liberato” la seconda. Si vedono le viti ad occhiello usate per sollevare tutto il blocco delle bare

Lunga 224 cm e larga 84, con un’altezza massima di 109, è in legno di cipresso ricoperto di gesso e da una lamina d’oro giallo, il Faraone vi è rappresentato come Osiride.

Il capo è coperto da una copricapo simile al “khat” della statua del “ba” di Tutankhamon posta di guardia alla camera sepolcrale. Il “khat” è arrotondato ai lati ed è legato al simbolismo lunare nonché alla “radianza” (iAxw – oggi forse lo chiameremmo “aura”) simbolo della trasformazione divina del sovrano. Dal “khat” spunta la parte inferiore di una parrucca cerimoniale.

Sulla fronte un avvoltoio Nekhbet anch’esso dorato, con becco in ebano e occhi di ossidiana, insieme ad un ureo in bronzo dorato con intarsi in pasta vitrea colorata.

Gli emblemi regali sulla fronte del Faraone (riproduzione)

I due simboli erano avvolti da una coroncina floreale con foglie di ulivo e fiordalisi. “Ci piace pensare che che proprio questo sia stato l’estremo saluto recato dalla fanciulla, ormai vedova, a suo marito”

Il particolare della coroncina di ulivo e fiordalisi intorno agli emblemi regali

Il viso è raffigurato in una spessa lamina d’oro, con occhi in calcite bianca ed ossidiana.

I tratti del volto assomigliano molto a quelli della terza bara e della maschera funebre, rendendo certa l’attribuzione originale a Tutankhamon (riproduzione)

Le braccia sono flesse sul petto, in bassorilievo; le mani chiuse sono modellate a tutto tondo ed impugnano il flagello ed il pastorale, intarsiati con pasta di vetro blu. Nelle parole di Carter: “L’insieme era di una bellezza che superava ogni nostra previsione)

Sia il volto che le mani sono ricoperti da una lega d’oro più chiara del resto della bara; secondo Carter “dando così l’impressione del pallore della morte”

Il corpo è decorato a bassorilievo secondo il modello “rishi”, con un disegno a piume impreziosito dalle figure di Iside a destra e Nephti a sinistra che avvolgono il corpo del Faraone con le loro ali. Sulla base della bara, Iside viene di nuovo rappresentata con le ali aperte sopra un segno “neb”.

La decorazione rishi dorata che caratterizza la prima bara (riproduzione)
Iside sul fianco destro (riproduzione)

Sul coperchio della bara sono presenti due linee verticali di iscrizioni. Una in particolare colpì Carter, tanto da riportarla nel suo volume sulla scoperta della tomba: “O madre Nut, stendi le tue ali su di me come le stelle imperiture”.

L’interno della cassa riporta delle iscrizioni a cui Carter accenna in modo superficiale e che non vengono riportate nei suoi appunti

La parte superiore della base è stata piallata dagli artigiani al momento dell’inserimento nel sarcofago in quanto troppo alta per chiudere il coperchio; schegge di legno dorato sono state infatti ritrovate nel sarcofago stesso (permettendo peraltro l’identificazione del legno usato). Il danno al sarcofago è stato coperto con uno strato di unguento nerastro.

Iside sulla faccia inferiore della base (originale)

Il coperchio era chiuso da dieci tenoni in argento massiccio (quattro per lato più uno sulla parte superiore della testa ed uno sulla base). Le quattro maniglie originali in argento massiccio come abbiamo visto furono utilizzate per ri-sollevare il coperchio più di tremila anni dopo.

La prima bara è rimasta per quasi un secolo nella tomba, all’interno del sarcofago. Nel 2019 è stata estratta per la prima volta dalla deposizione della mummmia del re, in modo da essere restaurata per essere poi esposta al GEM dopo la sua (futura) inaugurazione.

Il restauro si è reso necessario per i danni evidenti dovuti all’umidità nel microambiente del sarcofago all’interno della tomba, probabilmente derivati da milioni di turisti in visita. Qui i danni alla base della testa della bara
Larghi pezzi della gessatura dorata si sono staccati dalla struttura in legno di cipresso
Un primo restauro è stato effettuato direttamente nella tomba viste le gravi condizioni della bara
Probabilmente aver rimosso il cataletto originale, esposto al Museo del Cairo, senza sostituirlo appropriatamente ha contribuito al deterioramento della parte inferiore della cassa

Dopo il restauro di emergenza nella tomba, la bara è stata trasportata al Cairo in un contenitore ermetico e sterilizzante ad atmosfera controllata. Per la prima volta dopo 33 secoli dalla cerimonia funebre di Tutankhamon è uscita dalla tomba. Due cuscinetti sono stati posti sotto il flagello ed il pastorale per il timore che potessero spezzarsi durante il trasporto. La bara è rimasta una settimana “in quarantena” nel laboratorio del Museo per acclimatarla e completare la sterilizzazione prima di aprire il contenitore ermetico

Dopo quasi un secolo dall’apertura della tomba è stato possibile ammirare la prima bara in tutta la sua bellezza. Qui il danno al piede della bara è ancora più evidente
E qui possiamo intravedere Nephti sul fianco sinistro del Faraone

Il Ministro delle Antichità, Khaled El-Enany, si è “lanciato” in un’affermazione (“le tre bare verranno esposte insieme, come desiderava Tutankhamon”) che lascia un po’ perplessi, ma è bello sapere che le moderne autorità conoscono così bene i desideri dei loro regnanti di 33 secoli fa…

La regalità del riposo eterno di Tutankhamon

FONTI:

Mai cosa simile fu fatta, Protodinastico

NASCITA DELLO STATO FARAONICO

Di Franca Loi

La nascita dello stato unitario: evento cruciale per lo sviluppo della cultura in tutta la valle del Nilo

Lo Stato faraonico nasce intorno al 3200 a.C. dall’Unione di un regno meridionale con uno settentrionale. Il primo documento storico che attesta che i due paesi sono uniti è una tavolozza di scisto ritrovata a Ieraconpoli, che è ora al museo del Cairo.

La tavolozza di Narmer.- Il Cairo, Museo Egizio
È una delle prime attestazioni del tema figurativo del sovrano che colpisce il nemico con la mazza, ripreso fino nell’Egitto di epoca romana.

La tavolozza è molto importante non solo perché testimonia la prima unione delle due corone al medesimo re, ma anche dal lato artistico perché finora è la prima opera d’arte quasi completamente egizia (quasi, perché risente ancora di una influenza mesopotamica).

In alto tra le due teste di Hathor, è scritto il nome di Narmer. La tavolozza è del 3150 e la maggior parte degli studiosi ha identificato Narmer con il grande Menes.

Di Menes, il fondatore dell’Egitto storico, sappiamo che è nato a Tinis, quasi sicuramente re dell’Alto Egitto che dopo aver conquistato il Delta penso’ bene di spostare il suo centro di potere sul confine tra l’alto e il basso Egitto. Eresse infatti una fortezza chiamata ” Chiamata il grande muro bianco” dove sarebbe poi sorta Menfi.

La stele di re Djet (o di re Get), proveniente da Abido ed oggi conservata al Museo del Louvre, è una lapide funeraria in pietra risalente alla I dinastia egizia, quindi circa al 3000 a.C., che prende il nome dal faraone “Djet, il Re Serpente:
al contrario delle altre che hanno uno stile più rozzo e incompleto, questa è di squisita fattura
e con un’attenta rifinitura”.

La prima dinastia assieme alla seconda formarono l’epoca Tinità (3185-2700) e posero le basi dello Stato, la suddivisione in distretti del paese, la sua strutturazione burocratica e organizzativa. la terza dinastia segna l’inizio del periodo che noi oggi chiamiamo Antico Regno che va dalla terza alla sesta di dinastia: 2700-2200. In campo artistico il fatto che ci sia una sola casa regnante determina la creazione di modelli di riferimento e canoni legati alla regalità che è considerata eterna e in un certo qual modo immutabile.

Frammento di pettine in avorio riportante il serekh di Djet e il nome dell’ufficiale di corte Sekhemkasedj, Museo Egizio del Cairo.

Il pettine fu rinvenuto all’interno della tomba, assieme a utensili di rame e ceramica.

La scultura di questo periodo è basata su una visione frontale e il blocco di pietra viene mantenuto il più inalterato possibile.

Statuina femminile
Monaco, Staatliche Sammlung Agyptischer
.

La scultura risulta completamente appiattita in un’ottica che prevede soltanto la visione frontale della figura umana.

Il rilievo è utilizzato quasi esclusivamente su oggetti cerimoniali dedicati alle divinità ed è sorprendentemente realizzato in modo da creare interessanti contrasti tra luce ed ombra. Nella realizzazione delle figure spesso si dà un forte risalto alla muscolatura nella difficile ricerca di una scansione degli spazi ben definita.

Frammento statuina di personaggio virile, Monaco, Staatliche Sammlung Agyptischer Kunst.


La scultura presenta un modellato molto accurato della muscolatura. Le striature della roccia sedimentaria sono sfruttate in modo da accentuare le forme del corpo trasformandole in linee che conferiscono una vibrazione vivace a tutta la statua.

Pian piano l’artista Egizio riuscì con abilità a esprimere il proprio pensiero, i propri concetti” all’interno di quei canoni, con piccole limitate innovazioni. Un processo lento il graduale che porterà l’arte a livelli evolutivi sublimi “.

Statua di cinocefalo con il nome di Narmer, Berlino, Agyptischer Museum. L’animale è modellato in modo da lasciare inalterata la forma del blocco.

Fonte: MAURIZIO DAMIANO Antico Egitto- Electa

Foto anche di Wikipedia

Mai cosa simile fu fatta, Predinastico

LA CULTURA DI BADARI

5500 – 3800 a.C.

Di Franca Loi

La cultura di Badari è una delle più interessanti che si siano sviluppate in Egitto in età predinastica; prende il nome dalla località di el-Badari, nel tratto tra Asyut e Akhimim.

Cartina dell’antico Egitto.

In questa regione, dal 1923, Guy Brunton e Gertrude Canton -Tompson riportarono alla luce “necropoli e insediamenti umani attribuiti a un’epoca posteriore a quella di Merimda.”

Gli studiosi hanno la certezza che la regione risenti delle prime ondate di siccità che costrinsero i Pastori a lasciare il Sahara verde Neolitico (6500- 5500 a.C.), per spostarsi gradualmente nella parte centrale della lunghissima Vallata scavata dal Nilo che va dal Medio all’alto Egitto. La cultura Badariana è detta calcolitica o eneolitica perché in questo periodo ” rame è selce sono impiegati impiegati contemporaneamente “

Punta di freccia Badariana.

Le abitazioni sono disposte in alto rispetto al Nilo, per evitarne le piene e l’umidità.

L’economia si basava sulla coltivazione di cereali, sull’allevamento con l’integrazione della caccia e della pesca.

Figura animale, raffigurante un canide. Badariano. Osso
Torino, Museo Egizio

“L’arte fittile Badariana mostra una perfezione artigianale mai più uguagliata nella valle del Nilo; i vasi più belli sono estremamente sottili e presentano una decorazione a linee ondulate in rilievo che più tardi si incontra solo assai di rado………. Alcuni alcuni cucchiai e pettini d’avorio sono straordinariamente raffinati per un periodo così remoto, e delle tre figurine femminili nude ritrovate, almeno due sono più proporzionate delle successive statuine Amratiane………. Va Qui osservato che per gli oggetti rituali si continuò ad usare la selce quando già da tempo il rame era divenuto d’uso generale per armi e utensili; ancora durante la dodicesima dinastia i falcetti sacrificali di legno sono muniti di denti di selce.”

Filo di perline, Badariano
4400-3800 a.C.

La cultura è famosa soprattutto per le numerose sepolture ritrovate, si contano circa 60 insediamenti e 600 tombe.

“Esse sono generalmente disposte sulle terrazze del Basso Deserto e non sono mai troppo lontane dagli abitati antichi, almeno per quanto si puo dedurre dai siti in cui è stato possibile individuare l’insediamento, con la rispettiva necropoli……

Vasellame della cultura di Badari. Predinastico antico. ca.4500 a.C.
The British Museum – Londra

Le tombe badariane, databili con il metodo della termoluminescenza tra il 5580 ed il 4360 a.C., sono in genere fosse rotonde od ovali, talvolta fornite di una nicchia…. Le pareti sono talvolta rivestite con una stuoia e non vi è traccia sicura di copertura, tranne in alcuni casi dove sono stati trovati i fori in cui erano infissi i bastoni di sostegno di essa e resti di travi sfondate.

Sepoltura di Badari.

In molti casi comunque è stata scoperta una stuoia che copriva la fossa. Il corpo è generalmente deposto in posizione contratta, sul fianco sinistro, con la testa a sud e la faccia rivolta ad ovest. Talvolta esso è deposto su una stuoia; spesso è avvolto in pelli di capra ο di gazzella e qualche volta in stuoie.

Antica statuetta Badariana raffigurante una donna.
Scolpita nell’avorio proveniente da un ippopotamo.
4000 a.C.
British Museum di Londra

Statuetta di donna
Badari o Naqada I
Avorio ?
Museo del Louvre
Parigi

Su alcuni corpi inoltre sono state trovate tracce di vesti. In rarissimi casi i corpi sono deposti in una cesta usata come sarcofago. Salvo pochissime eccezioni, le sepolture sono singole. Nelle tombe Badariane, ma anche in quelle di Naqadiane, il corredo è situato in vari punti della fossa…… Esso comprendeva una varietà notevole di oggetti: vasellame, vasi in pietra, tavolozze di ardesia, teste di mazza, utensili ed armi in selce, raramente in ossidiana, utensili ed armi in metallo, legno, osso e avorio, figurine antropomorfe e teriomorfe, pettini e fermagli per capelli, vesti, perle e pendenti, amuleti, sigilli, offerte di cibo, resti di uccelli (penne e uova di struzzo).

Vaso a forma di ippopotamo
Badari, V Millennio a.C. – Avorio di elefante.

Le sepolture riflettono verisimilmente in modo preciso la struttura sociale delle popolazioni egiziane del quinto e quarto millennio a.C.

Statuetta di donna.
Badari
British Museum

La variabilità dei tipi di tombe e di corredi sembra suggerire infatti che i morti venissero sepolti con i simboli del loro status sociale come ancora oggi avviene presso molte società tradizionali.”

Perline in pietra ollare smaltata, conchiglia. Badariano
4000-3800 a.C.
Metropolitan Museum of Art

Fonti:

  • Alan Gardiner : LA CIVILTÀ EGIZIA. pag.352-353
  • EDITION DE LA MAISON DES SCIENCES DE L’HOMME
  • Foto: anche Wikipedia
Mai cosa simile fu fatta

L’EPOCA THINITA

I E II DINASTIA – L’ARTE DEI PRIMI RE

Di Grazia Musso

I re thiniti, dalla capitale, Memphis, crearono le basi organizzative della nazione egizia; non poteva mancare l’inevitabile base religiosa e propagandistica.

L’arte ne fu il vettore principale : si moltiplicano i templi, le statue dei re e degli dei e furono fissate le regole artistiche sia per i i motivi religiosi, sia per uniformare la visione divina e reale da una parte all’altra dell’Egitto.

Nella statutaria si fissano le tipologie : le statue possono essere di uomo ( dio, re, privato) raffigurato in piedi, fra le rare immagini regali, quella della fotografia, dove il re in abito della festa giubilare avvolto in un manto, indossa la corona bianca dell’Alto Egitto.

La statua rappresenta il re in abito della festa giubilare (sed) e indossa la corona bianca dell’Alto Egitto.

Il mantello mostra ancora una ricca decorazione nonostante il deterioramento della statuina.

Da Abydos, tempio di Osiris, camera M69

Prima Dinastia

Avorio

Altezza 8,8 cm

British Museum di Londra

Scavi di F. Petrie 1903, EA 37996

Un’altra categoria è quella delle statue sedute, in cui il re si trova su un parallelepido o trono, ha le gambe unite e appoggiate al sedile, le braccia aderiscono al corpo, le mani si appoggiano sulle ginocchi, oppure un braccio è piegato sul petto e si intravede sotto il manto del giubileo.

Le statue mantengono ancora la maestosità delle opere arcaiche, ma le forme ora sono più dettagliate.

Connesse alle divinità, si trovano statue che raffigurano animali, come il babbuino o il leone.

Nel rilievo e nella pittura nasce la prima ricerca di un ordine che porterà all’esposizione delle scene su registri sovrapposti, si confermano le regole della rappresentazione parzialmente frontale e in parte di profilo, non viene nascosta alcuna parte del soggetti, questo per motivi magici-religiosi: la mancanza di una parte nella raffigurazione sarebbe una mutilazione nella realtà dell’oltretomba.

Alla fine della II Dinastia, l’arte è pronta per il grande passo successivo : le piramidi.

Fonte:

  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa

Oggetti rituali, Testi

LE TAVOLE D’OFFERTA

Di Nico Pollone

Le tavole d’offerta, in raffigurazione pittorica, in incisione e in forme e dimensioni diverse, compaiono a partire dall’antico regno. La cosa più semplice per offrire una offerta era un tappetino con sopra una pagnotta di pane. L’evoluzione culturale e religiosa, li ha trasformati in “tavoli” delle offerte, scolpiti o dipinti con immagini di offerte tipiche , come pane, birra, carni e pollami. Se la famiglia non avesse più fatto offerte, si pensava che le immagini delle offerte avrebbero sostenuto il defunto.
Il pezzo più antico che ho trovato è in versione molto contenuta rispetto al numero delle offerte rispetto alle successive esposizioni di offerte.
E’ la stele della principessa egizia Nefertiabet della IV dinastia, figlia del faraone Cheope (foto sotto)

Le “tavole” consistono in una elencazione di vari prodotti della vita quotidiana raffigurati in immagine e/o in forma scritta (Testo geroglifico) davanti o in prossimità del personaggio a cui sono dedicate o in manufatti appositi, di varie forme ritrovate in varie tombe.

Tavola d’offerta della cappella di Idu

Caso raro ma non unico è quello di Kaisebi, dove l’elencazione delle offerte è collocato nello spazio centrale di una falsaporta (foto sotto):

Il numero di queste offerte è estremamente variabile. Parte da poche rappresentazioni fino ad arrivare ad elenchi che ne contengono più di cento.
In appositi riquadri o caselle è scritto il nome dell’offerta e a volte il numero.
A volte, la quantità è espressa in riquadro apposito, e in alcuni casi accompagna il disegno della categoria a cui si riferisce (es. pollame, carne, spezie, ecc.).
Un’altra aggiunta può essere la rappresentazione reale di un uomo in offerta di quel particolare prodotto (es. tomba of Khuwi. foto sotto).

La disposizione delle offerte, a un primo impatto visivo, sembra non avere un senso logico ma può sembrare solo un insieme di elencazioni di offerte, raggruppate tra loro per affinità.
Esiste invece un preciso ordine che riguarda praticamente tutte le rappresentazioni con le simili quantità di offerte che sono riuscito a consultare.
Non so se sia un “copia-incolla” o se rispetti una regola prefissata, magari imposta da un
“cerimoniale”. Ho chiesto un parere a un importante egittologo e la risposta è stata questa:

….NON esiste uno schema. Esistono dei modelli di lavoro, variabili nelle scuole. Sono solo linee guida e non regole fisse che nella conservatrice ma non dogmatica società egizia, sarebbero stridenti.

La risposta è quella di un docente, non di facile interpretazione (almeno per me).

Passo a indicare i punti di confronto delle tavole.

Prima osservazione:

L’inizio della rappresentazione è sempre preceduta da due caselle che non sono offerte vere e proprie, ma rappresentano (in forma scritta) due atti di purificazione. Il primo con abluzione di acqua e il secondo con fumigazione d’incenso.
Esempio:

Illustrazione tavola d’offerta della cappella di Mery Nesut

Seconda osservazione:

Dopo le due parole che indicano una purificazione, sono elencati i sette oli sacri.

Questi erano utilizzati nella preparazione del cadavere, per la mummificazione o per ungere occhi e bocca del corpo o della statua del defunto durante il “Rituale dell’apertura della bocca”.
Nelle tavole d’offerta reali, in corrispondenza con il nome dell’olio era ricavata una coppelle dove l’olio era realmente versato. (vedi foto sotto)

Tutte le versioni delle tavole sono concordi nell’elencare i sette oli. (in molte varianti di scrittura).

Tavola d’offerta di Defdji

Terza considerazione:

A questa ulteriore serie (mediamente 8), le offerte appartengono a diverse categorie,
tutte però sembrano indicare una sorta di indicazione alla persona, nel senso di tolettatura e alla purificazione, alle strutture funerarie.
Ad es:

  • le creme per il trucco degli occhi, le stoffe/abiti, per la persona.
  • L’incenso, il natron, tavolo d’offerta, preparazione ambiente e purificazione.
  • Offerta al re, offerta nell’ampia sala, a un luogo e a una simbolica citazione al re in quanto dio?

Anche questa serie è una costante per quasi tutte le tavole d’offerta.

Quarta considerazione:

La casella qui rappresentata (nella quasi totalità collocata in diciottesima posizione ) raffigura un qualcosa di non facile interpretazione.
Essa infatti non è una offerta vera e propria, ma una espressione di un qualcosa che non riesco a interpretare.
La traslitterazione è quasi universalmente tradotta in: sit down! (siediti!)che non sembra coerente con una lista di offerte.

Come determinativo è sempre impiegata una figura umana accovacciata assimilabile quasi sempre a A1

“La traduzione più attinente sarebbe piuttosto: “prender possesso”, come l’abitante
di un luogo che vive grazie alle offerte (cosa che d’altro canto è chiaramente simbolizzata dal gesto di tendere la mano verso la tavola, ossia come detto precedentemente “prendere possesso”).”

Questa interpretazione mi è stata suggerita da un amico. Però non mi convince molto, soprattutto perché non riesco a trovare collegamenti a questa traduzione con la parola , e anche i raffronti con i testi delle piramidi di diversi autori non danno questa interpretazione, confermando la traduzione classica di: siediti.

Tomb of Qar, Late Period, Offering Table, Alabaster

Da questo punto incomincia l’elencazione delle offerte vere e proprie.
Le offerte comprendono tutte le tipologie: pane, birra, uccelli, parti bovini o ovini, stoffe ecc.

Alcune traduzioni sono incerte. e si è preferito lasciare il temine nella sola traslitterazione.

Harem Faraonico

IL “PALAZZO DI NEFERTITI”

Di Luisa Bovitutti

Il Palazzo Nord è chiamato dagli odierni abitanti del luogo “palazzo di Nefertiti”, perché probabilmente ospitò la celebre regina o forse Kiya, un’altra moglie di Akhenaton che rivestì un ruolo di preminenza nella prima parte del regno di costui. Forse qui crebbe Tutankhamon, quando ancora si chiamava Tutankhaton, e molte iscrizioni trovate in loco provano con certezza che vi abitò Meritaton, figlia maggiore ed erede del sovrano.

La ricostruzione del Palazzo Nord
La pianta de Palazzo Nord

Alcuni studiosi ritengono che il Faraone lo utilizzasse come “buen retiro”, in quanto era stato dotato di svariati giardini e di una specie di zoo che raccoglieva varie specie di quadrupedi e di uccelli, che lo rendevano un ambiente particolarmente rilassante; altri pensano che fosse una riserva dove venivano conservati vari esemplari di vita animale come simbolo del potere di Aten, dio creatore.

Esso fu scavato nel 1923 e 1924, ed a far tempo dagli anni novanta del secolo scorso i lavori ripresero ed ancora oggi vengono eseguite opere di consolidamento e di ricostruzione che hanno reso chiaramente visibile la pianta della struttura.

Il Palazzo era una residenza indipendente costruita lungo tre lati di un vasto recinto rettangolare che misurava 112 per 142 metri; al centro del lato corto ad ovest (a sinistra nelle immagini) si apriva una porta affacciata sul Nilo che dava ingresso al cosiddetto “primo cortile”, delimitato sul lato opposto da un muro nel quale si aprivano un ingresso monumentale al cortile principale, due ingressi più stretti e, forse, una finestra delle apparizioni.

Un frammento della decorazione parietale, da Amarna.

Sul lato nord del cortile (a sinistra dell’ingresso) si trovava un’area scoperta nella quale sorgevano tre piattaforme a gradini in pietra su base in gesso; quella centrale e più grande era affiancata da due file di quattro tavole delle offerte. I lati est e ovest di quest’area erano occupati ciascuno da una fila di camere parallele, forse magazzini di stoccaggio.

Sul lato sud dell’edificio (a destra dell’ingresso) si trovava uno spazio più ristretto circondato da edifici in laterizio dotati di peristilio, forse dei magazzini.

Un frammento di intarsio vitreo da Amarna

Davanti al muro che divideva i due cortili erano collocate delle statue, il cui basamento sopravvive ancora oggi.

La corte interna principale è caratterizzata da un ampio avallamento rettangolare a livello del suolo, con una fila di fosse d’albero sul lato nord (riconoscibili perché gli egizi erano soliti piantare alberi in fossa che riempivano di terra fertile, molto più scura).

Gli scavi ad oggi hanno raggiunto la profondità di otto metri sotto l’attuale livello del suolo, circostanza che ha indotto gli archeologi ad ipotizzare che più che un lago o un giardino sommerso, la depressione fosse un pozzo profondo e grande che alimentava d’acqua il giardino sommerso che si trovava nell’angolo nord-est del palazzo, al quale era collegato tramite un condotto calcareo sepolto.

L’aspetto attuale delle rovine del giardino sommerso nel Palazzo Nord

Sulla sinistra della corte centrale sorgevano tre unità immobiliari simili, decorate con rilievi che raffiguravano bovini, stambecchi ed antilopi e fronteggiate da un portico comune ipostilo.

Esse erano destinate allo stallo di differenti specie di animali ed erano costituite da uno spazio aperto al quale si accedeva dal portico e da un ambiente coperto il cui tetto era sostenuto da pilastri quadrati in mattoni; il più esterno dei tre ambienti aveva anche due serie di mangiatoie rettangolari in pietra calcarea accanto alle quali si trovavano delle pietre da pastoia alle quali legare i quadrupedi.

Un frammento di una piastrella decorata proveniente dallo “zoo”, oggi al Louvre

Gli ambienti posti di fronte allo zoo, dall’altro lato del cortile, erano occupati da quelli che sembrano edifici di servizio: case, probabilmente una panetteria e fornaci dove forse si producevano gioielli in maiolica.

Gli appartamenti reali sorgevano oltre il secondo cortile; vi si accedeva da un’apertura sul muro posteriore del cortile che conduceva ad una sala ipostila e poi ad una minuscola sala del trono.

Attraverso questa sala si entrava anche in un grande salone a più colonne, elemento centrale del palazzo; davanti ad essa c’era una terrazza in pietra che sosteneva un baldacchino su colonne di pietra che si affacciava sul cortile, raggiungibile tramite una scala o una rampa.

Un frammento di decorazione parietale da Amarna

A destra della sala del trono c’erano i locali privati dell’occupante del palazzo: la camera da letto principale ed il bagno ad essa annesso; altri spazi erano occupati da magazzini e forse da alloggi per inservienti.

A sinistra della sala del trono c’era un cortile con un giardino sprofondato nel terreno che occupava tutto l’angolo nord-est dell’edificio, attorno al quale sorgevano molteplici stanze tutte uguali, dotate di una finestra che si affacciava sul giardino e che si ipotizza potessero essere destinate ad ospitare uccelli.

La sala centrale, detta la ‘Camera Verde’, era affrescata con un fregio continuo raffigurante la vita naturale delle paludi; nel quale erano scavate delle nicchie che, forse, ospitavano dei nidi.

Un frammento della decorazione della Camera verde, che mostra un ambiente palustre ed un uccello che si sta tuffando sulla preda (ricostruzione di Nina de Garis Davies, oggi al MET di New York)
Un frammento della decorazione parietale raffigurante pesci

La corrispondente sezione dell’angolo opposto era occupata da una corte dotata di portico laterale sul quale si affacciavano cinque magazzini e sul retro un ampio vano coperto sorretto da pilastri in laterizio. Durante la vita dell’edificio i magazzini furono trasformati in abitazioni e l’androne a pilastri venne suddiviso da pareti divisorie.

La camera verde un una ricostruzione digitale moderna.

La decorazione di questa struttura era uniforme: sopra una fascia di riquadri neri e blu si alternavano bande blu e rosse, separate da una sottile striscia bianca e sormontate da un fregio di uccelli kheker; la parte di parete superiore, di colore giallo, recava figure di uomini e animali, soprattutto uccelli e pesci. I soffitti erano, a quanto sembra, dipinti con un pergolato di vite. Anche i pavimenti erano decorati con scene della natura.

Nella parte posteriore del palazzo furono ricavate diverse scale, e ciò induce a ritenere che l’edificio avesse più piani.

FONTI:

E' un male contro cui lotterò

I SERVIZI IGIENICI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Abbiamo visto come le principali fonti di informazioni sulle abitazioni egizie ci vengono fornite dai villaggi degli artigiani che non sono più stati “sepolti” dalle generazioni successive.

Nessuno di questi villaggi aveva dei pozzi: l’acqua era portata con dei contenitori dal Nilo e furono costruite delle cisterne comuni.

La zona per lavarsi con lo scarico delle acque reflue in una ricostruzione di James Dunn

La pulizia personale era considerata di importanza basilare e sia ricchi che poveri cercavano di lavarsi il più spesso possibile. Spesso una stanza della casa era adibita proprio a questa funzione, con un pavimento in pietra liscio e leggermente inclinato per far defluire l’acqua.

Non si conosceva il sapone, ma un surrogato formato da calcite, natron, sale e miele veniva usato come una sorta di scrub. Le donne cercavano di mantenere la pelle morbida con unguenti ed olii aromatici.

Famosi sono i coni di grasso animale impregnati di profumi che venivano collocati sulle parrucche dei più facoltosi durante i banchetti o altre cerimonie e che, sciogliendosi, liberavano le loro essenze.

Coni profumati sulle teste di giovani donne, tomba di Nebamun

Venivano utilizzati anche deodoranti, che secondo gli scritti pervenuti fino a noi, erano creati con la polpa di carruba o con incenso.

Sia uomini che donne si radevano il corpo per motivi igienici (i parassiti erano estremamente frequenti); gli uomini si radevano spesso anche la testa. Un’eccezione era composta dai pastori, spesso raffigurati con lunghe barbe.

Non ci sono evidenze di malattie veneree, anche se la prostituzione era presente come in tutta la storia umana.

All’interno delle case, vicino alla camera da letto che costituiva la stanza più riservata della casa e spesso posizionata nella zona sud-ovest, una o più stanze fungevano da bagno, latrina e ripostiglio.

Il “bagno” era dotato di un pavimento in lastre di pietra leggermente inclinato, con le pareti rivestite fino a una certa altezza (circa mezzo metro) con lastre di pietra grezza per proteggere dall’umidità e dagli schizzi.

Il drenaggio delle acque reflue veniva fornito posizionando un catino sotto uno scarico che raccoglieva l’acqua veicolata dall’inclinazione del pavimento, o talvolta tramite canali di drenaggio che attraversavano il muro esterno irrigando l’eventuale giardino intorno alla casa o scaricando direttamente nella sabbia del deserto. In mancanza di un sistema di acqua corrente, si immagina che l’acqua venisse versata da un inserviente posizionato dietro un basso muretto che separava la “zona doccia” dalla latrina.

I bisogni corporali venivano “espletati” normalmente su sedili di mattoni o di legno sotto i quali veniva posta una sorta di pitale oblungo riempito di sabbia o un vaso in terracotta chiudibile con un coperchio.

L’aspetto delle latrine egizie, con lo spazio per un vaso al di sotto della seduta

Le case più raffinate potevano avere sedili per i bisogni in pietra o ceramica, posti su grandi contenitori, sempre con della sabbia.

Uno dei primi sedili pervenuti fino a noi
Sedile in pietra calcarea, periodo di Amarna
E qui siamo al Museo Egizio di Torino, nella zona dedicata alla tomba di Kha e Merit: a destra la scatola dei cosmetici di Merit, e a sinistra il sedile per i bisogni della coppia
Una riproduzione moderna del sedile di Kha e Merit

I rifiuti venivano regolarmente portati in discariche all’esterno dei villaggi.

Ogni aspetto della vita quotidiana doveva avvicinarsi alla “Ma’at”, mantenendo un decoro ed un ordine che ebbero effetti positivi sulla salute degli Antichi Egizi.