Oggetti rituali, Testi

LE TAVOLE D’OFFERTA

Di Nico Pollone

Le tavole d’offerta, in raffigurazione pittorica, in incisione e in forme e dimensioni diverse, compaiono a partire dall’antico regno. La cosa più semplice per offrire una offerta era un tappetino con sopra una pagnotta di pane. L’evoluzione culturale e religiosa, li ha trasformati in “tavoli” delle offerte, scolpiti o dipinti con immagini di offerte tipiche , come pane, birra, carni e pollami. Se la famiglia non avesse più fatto offerte, si pensava che le immagini delle offerte avrebbero sostenuto il defunto.
Il pezzo più antico che ho trovato è in versione molto contenuta rispetto al numero delle offerte rispetto alle successive esposizioni di offerte.
E’ la stele della principessa egizia Nefertiabet della IV dinastia, figlia del faraone Cheope (foto sotto)

Le “tavole” consistono in una elencazione di vari prodotti della vita quotidiana raffigurati in immagine e/o in forma scritta (Testo geroglifico) davanti o in prossimità del personaggio a cui sono dedicate o in manufatti appositi, di varie forme ritrovate in varie tombe.

Tavola d’offerta della cappella di Idu

Caso raro ma non unico è quello di Kaisebi, dove l’elencazione delle offerte è collocato nello spazio centrale di una falsaporta (foto sotto):

Il numero di queste offerte è estremamente variabile. Parte da poche rappresentazioni fino ad arrivare ad elenchi che ne contengono più di cento.
In appositi riquadri o caselle è scritto il nome dell’offerta e a volte il numero.
A volte, la quantità è espressa in riquadro apposito, e in alcuni casi accompagna il disegno della categoria a cui si riferisce (es. pollame, carne, spezie, ecc.).
Un’altra aggiunta può essere la rappresentazione reale di un uomo in offerta di quel particolare prodotto (es. tomba of Khuwi. foto sotto).

La disposizione delle offerte, a un primo impatto visivo, sembra non avere un senso logico ma può sembrare solo un insieme di elencazioni di offerte, raggruppate tra loro per affinità.
Esiste invece un preciso ordine che riguarda praticamente tutte le rappresentazioni con le simili quantità di offerte che sono riuscito a consultare.
Non so se sia un “copia-incolla” o se rispetti una regola prefissata, magari imposta da un
“cerimoniale”. Ho chiesto un parere a un importante egittologo e la risposta è stata questa:

….NON esiste uno schema. Esistono dei modelli di lavoro, variabili nelle scuole. Sono solo linee guida e non regole fisse che nella conservatrice ma non dogmatica società egizia, sarebbero stridenti.

La risposta è quella di un docente, non di facile interpretazione (almeno per me).

Passo a indicare i punti di confronto delle tavole.

Prima osservazione:

L’inizio della rappresentazione è sempre preceduta da due caselle che non sono offerte vere e proprie, ma rappresentano (in forma scritta) due atti di purificazione. Il primo con abluzione di acqua e il secondo con fumigazione d’incenso.
Esempio:

Illustrazione tavola d’offerta della cappella di Mery Nesut

Seconda osservazione:

Dopo le due parole che indicano una purificazione, sono elencati i sette oli sacri.

Questi erano utilizzati nella preparazione del cadavere, per la mummificazione o per ungere occhi e bocca del corpo o della statua del defunto durante il “Rituale dell’apertura della bocca”.
Nelle tavole d’offerta reali, in corrispondenza con il nome dell’olio era ricavata una coppelle dove l’olio era realmente versato. (vedi foto sotto)

Tutte le versioni delle tavole sono concordi nell’elencare i sette oli. (in molte varianti di scrittura).

Tavola d’offerta di Defdji

Terza considerazione:

A questa ulteriore serie (mediamente 8), le offerte appartengono a diverse categorie,
tutte però sembrano indicare una sorta di indicazione alla persona, nel senso di tolettatura e alla purificazione, alle strutture funerarie.
Ad es:

  • le creme per il trucco degli occhi, le stoffe/abiti, per la persona.
  • L’incenso, il natron, tavolo d’offerta, preparazione ambiente e purificazione.
  • Offerta al re, offerta nell’ampia sala, a un luogo e a una simbolica citazione al re in quanto dio?

Anche questa serie è una costante per quasi tutte le tavole d’offerta.

Quarta considerazione:

La casella qui rappresentata (nella quasi totalità collocata in diciottesima posizione ) raffigura un qualcosa di non facile interpretazione.
Essa infatti non è una offerta vera e propria, ma una espressione di un qualcosa che non riesco a interpretare.
La traslitterazione è quasi universalmente tradotta in: sit down! (siediti!)che non sembra coerente con una lista di offerte.

Come determinativo è sempre impiegata una figura umana accovacciata assimilabile quasi sempre a A1

“La traduzione più attinente sarebbe piuttosto: “prender possesso”, come l’abitante
di un luogo che vive grazie alle offerte (cosa che d’altro canto è chiaramente simbolizzata dal gesto di tendere la mano verso la tavola, ossia come detto precedentemente “prendere possesso”).”

Questa interpretazione mi è stata suggerita da un amico. Però non mi convince molto, soprattutto perché non riesco a trovare collegamenti a questa traduzione con la parola , e anche i raffronti con i testi delle piramidi di diversi autori non danno questa interpretazione, confermando la traduzione classica di: siediti.

Tomb of Qar, Late Period, Offering Table, Alabaster

Da questo punto incomincia l’elencazione delle offerte vere e proprie.
Le offerte comprendono tutte le tipologie: pane, birra, uccelli, parti bovini o ovini, stoffe ecc.

Alcune traduzioni sono incerte. e si è preferito lasciare il temine nella sola traslitterazione.

Harem Faraonico

IL “PALAZZO DI NEFERTITI”

Di Luisa Bovitutti

Il Palazzo Nord è chiamato dagli odierni abitanti del luogo “palazzo di Nefertiti”, perché probabilmente ospitò la celebre regina o forse Kiya, un’altra moglie di Akhenaton che rivestì un ruolo di preminenza nella prima parte del regno di costui. Forse qui crebbe Tutankhamon, quando ancora si chiamava Tutankhaton, e molte iscrizioni trovate in loco provano con certezza che vi abitò Meritaton, figlia maggiore ed erede del sovrano.

La ricostruzione del Palazzo Nord
La pianta de Palazzo Nord

Alcuni studiosi ritengono che il Faraone lo utilizzasse come “buen retiro”, in quanto era stato dotato di svariati giardini e di una specie di zoo che raccoglieva varie specie di quadrupedi e di uccelli, che lo rendevano un ambiente particolarmente rilassante; altri pensano che fosse una riserva dove venivano conservati vari esemplari di vita animale come simbolo del potere di Aten, dio creatore.

Esso fu scavato nel 1923 e 1924, ed a far tempo dagli anni novanta del secolo scorso i lavori ripresero ed ancora oggi vengono eseguite opere di consolidamento e di ricostruzione che hanno reso chiaramente visibile la pianta della struttura.

Il Palazzo era una residenza indipendente costruita lungo tre lati di un vasto recinto rettangolare che misurava 112 per 142 metri; al centro del lato corto ad ovest (a sinistra nelle immagini) si apriva una porta affacciata sul Nilo che dava ingresso al cosiddetto “primo cortile”, delimitato sul lato opposto da un muro nel quale si aprivano un ingresso monumentale al cortile principale, due ingressi più stretti e, forse, una finestra delle apparizioni.

Un frammento della decorazione parietale, da Amarna.

Sul lato nord del cortile (a sinistra dell’ingresso) si trovava un’area scoperta nella quale sorgevano tre piattaforme a gradini in pietra su base in gesso; quella centrale e più grande era affiancata da due file di quattro tavole delle offerte. I lati est e ovest di quest’area erano occupati ciascuno da una fila di camere parallele, forse magazzini di stoccaggio.

Sul lato sud dell’edificio (a destra dell’ingresso) si trovava uno spazio più ristretto circondato da edifici in laterizio dotati di peristilio, forse dei magazzini.

Un frammento di intarsio vitreo da Amarna

Davanti al muro che divideva i due cortili erano collocate delle statue, il cui basamento sopravvive ancora oggi.

La corte interna principale è caratterizzata da un ampio avallamento rettangolare a livello del suolo, con una fila di fosse d’albero sul lato nord (riconoscibili perché gli egizi erano soliti piantare alberi in fossa che riempivano di terra fertile, molto più scura).

Gli scavi ad oggi hanno raggiunto la profondità di otto metri sotto l’attuale livello del suolo, circostanza che ha indotto gli archeologi ad ipotizzare che più che un lago o un giardino sommerso, la depressione fosse un pozzo profondo e grande che alimentava d’acqua il giardino sommerso che si trovava nell’angolo nord-est del palazzo, al quale era collegato tramite un condotto calcareo sepolto.

L’aspetto attuale delle rovine del giardino sommerso nel Palazzo Nord

Sulla sinistra della corte centrale sorgevano tre unità immobiliari simili, decorate con rilievi che raffiguravano bovini, stambecchi ed antilopi e fronteggiate da un portico comune ipostilo.

Esse erano destinate allo stallo di differenti specie di animali ed erano costituite da uno spazio aperto al quale si accedeva dal portico e da un ambiente coperto il cui tetto era sostenuto da pilastri quadrati in mattoni; il più esterno dei tre ambienti aveva anche due serie di mangiatoie rettangolari in pietra calcarea accanto alle quali si trovavano delle pietre da pastoia alle quali legare i quadrupedi.

Un frammento di una piastrella decorata proveniente dallo “zoo”, oggi al Louvre

Gli ambienti posti di fronte allo zoo, dall’altro lato del cortile, erano occupati da quelli che sembrano edifici di servizio: case, probabilmente una panetteria e fornaci dove forse si producevano gioielli in maiolica.

Gli appartamenti reali sorgevano oltre il secondo cortile; vi si accedeva da un’apertura sul muro posteriore del cortile che conduceva ad una sala ipostila e poi ad una minuscola sala del trono.

Attraverso questa sala si entrava anche in un grande salone a più colonne, elemento centrale del palazzo; davanti ad essa c’era una terrazza in pietra che sosteneva un baldacchino su colonne di pietra che si affacciava sul cortile, raggiungibile tramite una scala o una rampa.

Un frammento di decorazione parietale da Amarna

A destra della sala del trono c’erano i locali privati dell’occupante del palazzo: la camera da letto principale ed il bagno ad essa annesso; altri spazi erano occupati da magazzini e forse da alloggi per inservienti.

A sinistra della sala del trono c’era un cortile con un giardino sprofondato nel terreno che occupava tutto l’angolo nord-est dell’edificio, attorno al quale sorgevano molteplici stanze tutte uguali, dotate di una finestra che si affacciava sul giardino e che si ipotizza potessero essere destinate ad ospitare uccelli.

La sala centrale, detta la ‘Camera Verde’, era affrescata con un fregio continuo raffigurante la vita naturale delle paludi; nel quale erano scavate delle nicchie che, forse, ospitavano dei nidi.

Un frammento della decorazione della Camera verde, che mostra un ambiente palustre ed un uccello che si sta tuffando sulla preda (ricostruzione di Nina de Garis Davies, oggi al MET di New York)
Un frammento della decorazione parietale raffigurante pesci

La corrispondente sezione dell’angolo opposto era occupata da una corte dotata di portico laterale sul quale si affacciavano cinque magazzini e sul retro un ampio vano coperto sorretto da pilastri in laterizio. Durante la vita dell’edificio i magazzini furono trasformati in abitazioni e l’androne a pilastri venne suddiviso da pareti divisorie.

La camera verde un una ricostruzione digitale moderna.

La decorazione di questa struttura era uniforme: sopra una fascia di riquadri neri e blu si alternavano bande blu e rosse, separate da una sottile striscia bianca e sormontate da un fregio di uccelli kheker; la parte di parete superiore, di colore giallo, recava figure di uomini e animali, soprattutto uccelli e pesci. I soffitti erano, a quanto sembra, dipinti con un pergolato di vite. Anche i pavimenti erano decorati con scene della natura.

Nella parte posteriore del palazzo furono ricavate diverse scale, e ciò induce a ritenere che l’edificio avesse più piani.

FONTI:

E' un male contro cui lotterò

I SERVIZI IGIENICI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Abbiamo visto come le principali fonti di informazioni sulle abitazioni egizie ci vengono fornite dai villaggi degli artigiani che non sono più stati “sepolti” dalle generazioni successive.

Nessuno di questi villaggi aveva dei pozzi: l’acqua era portata con dei contenitori dal Nilo e furono costruite delle cisterne comuni.

La zona per lavarsi con lo scarico delle acque reflue in una ricostruzione di James Dunn

La pulizia personale era considerata di importanza basilare e sia ricchi che poveri cercavano di lavarsi il più spesso possibile. Spesso una stanza della casa era adibita proprio a questa funzione, con un pavimento in pietra liscio e leggermente inclinato per far defluire l’acqua.

Non si conosceva il sapone, ma un surrogato formato da calcite, natron, sale e miele veniva usato come una sorta di scrub. Le donne cercavano di mantenere la pelle morbida con unguenti ed olii aromatici.

Famosi sono i coni di grasso animale impregnati di profumi che venivano collocati sulle parrucche dei più facoltosi durante i banchetti o altre cerimonie e che, sciogliendosi, liberavano le loro essenze.

Coni profumati sulle teste di giovani donne, tomba di Nebamun

Venivano utilizzati anche deodoranti, che secondo gli scritti pervenuti fino a noi, erano creati con la polpa di carruba o con incenso.

Sia uomini che donne si radevano il corpo per motivi igienici (i parassiti erano estremamente frequenti); gli uomini si radevano spesso anche la testa. Un’eccezione era composta dai pastori, spesso raffigurati con lunghe barbe.

Non ci sono evidenze di malattie veneree, anche se la prostituzione era presente come in tutta la storia umana.

All’interno delle case, vicino alla camera da letto che costituiva la stanza più riservata della casa e spesso posizionata nella zona sud-ovest, una o più stanze fungevano da bagno, latrina e ripostiglio.

Il “bagno” era dotato di un pavimento in lastre di pietra leggermente inclinato, con le pareti rivestite fino a una certa altezza (circa mezzo metro) con lastre di pietra grezza per proteggere dall’umidità e dagli schizzi.

Il drenaggio delle acque reflue veniva fornito posizionando un catino sotto uno scarico che raccoglieva l’acqua veicolata dall’inclinazione del pavimento, o talvolta tramite canali di drenaggio che attraversavano il muro esterno irrigando l’eventuale giardino intorno alla casa o scaricando direttamente nella sabbia del deserto. In mancanza di un sistema di acqua corrente, si immagina che l’acqua venisse versata da un inserviente posizionato dietro un basso muretto che separava la “zona doccia” dalla latrina.

I bisogni corporali venivano “espletati” normalmente su sedili di mattoni o di legno sotto i quali veniva posta una sorta di pitale oblungo riempito di sabbia o un vaso in terracotta chiudibile con un coperchio.

L’aspetto delle latrine egizie, con lo spazio per un vaso al di sotto della seduta

Le case più raffinate potevano avere sedili per i bisogni in pietra o ceramica, posti su grandi contenitori, sempre con della sabbia.

Uno dei primi sedili pervenuti fino a noi
Sedile in pietra calcarea, periodo di Amarna
E qui siamo al Museo Egizio di Torino, nella zona dedicata alla tomba di Kha e Merit: a destra la scatola dei cosmetici di Merit, e a sinistra il sedile per i bisogni della coppia
Una riproduzione moderna del sedile di Kha e Merit

I rifiuti venivano regolarmente portati in discariche all’esterno dei villaggi.

Ogni aspetto della vita quotidiana doveva avvicinarsi alla “Ma’at”, mantenendo un decoro ed un ordine che ebbero effetti positivi sulla salute degli Antichi Egizi.

Nuovo Regno, Palazzi

IL PALAZZO DELLA GIOIA

Di Patrizia Burlini

Ricostruzione del palazzo

A Malqata, a Sud di Medinet Hebu e vicino a Deir El Medina, sono ancora visibili i resti di uno straordinario e lussuoso palazzo reale, dove ancora oggi sono in corso degli scavi: si tratta della “Casa dell’Aton splendente” o Per-Hay “Casa della Gioia”, fatto costruire dal grande faraone Amenhotep III. A differenza dei templi, costruiti in pietra, i palazzi reali venivano costruiti con mattoni di fango, motivo per cui sono arrivati a noi solo pochi resti.

Ricostruzione degli interni (Franck Monnier)
Ricostruzione de corridoio che portava al trono
Altra ricostruzione dello stresso ambiente: si notano i colori vivaci

Il palazzo occupava la stupefacente superficie di 30 ettari e fu fondato a partire dall’ottavo o undicesimo anno di regno del faraone, per essere terminato in prossimità del terzo hed-seb, giubileo di Amenhotep III. Era il più grande palazzo reale esistente in Egitto.

Si divideva in 5 aree principali: il palazzo del faraone, la dimora della regina Tiy, appartamenti dei funzionari, cappella di Amon, alloggi dei funzionari.

Ricostruzione del baldacchino con il trono (Franck Monnier)

Il palazzo del re, a Sud Est, presentava varie sale per le udienze, sale per le feste, giardini, uffici amministrativi, una biblioteca, cucine e magazzini.

La dimora della regina si trovava a Sud, mentre a Nord si trovavano gli appartamenti della principessa Sitamon.

Oltre agli alloggi dei funzionari, si trovava qui l’harem del faraone dove vivevano centinaia di donne (ricordiamo che quando Amenhotep sposò la principessa di Mitanni Gilukhipa, arrivarono con lei ben 317 donne) e i loro attendenti.

Decorazione parietale nell’harem

All’interno del palazzo il faraone fece costruire un grande lago a forma di T, oggi noto come Birket Habu, che collegava il palazzo al Nilo ( e quindi metaforicamente all’Egitto) e che si trovava all’ingresso del palazzo. Su questo lago si trovava la barca reale dorata del faraone, chiamata l’“Aton splendente” che veniva utilizzata nelle festività religiose e di stato.

Il lago a T

Una strada rialzata collegava il palazzo al tempio di Milioni di Anni di Amenhotep III (il tempio con i colossi di Memnone).

Come già scritto in precedenza, il palazzo era costruito in mattoni rivestiti di gesso e stucco, bianco all’esterno e ricchissimo di colori all’interno, come potrete vedere nelle varie immagini che accompagnano il post. I mattoni rinvenuti portano il cartiglio di Amenhotep III, mentre I mattoni usati per gli appartamenti della regina presentavano il cartiglio di Tiye. Sono state rinvenute molte piastrelle smaltate decorate con motivi geometrici e rappresentazioni di pesci, uccelli e soggetti naturali.

Decorazione parietale in stucco con motivi naturalistici

I muri dell’harem presentavano motivi floreali con uccelli e vitelli bianchi e rossi.

I pavimenti erano dipinti in modo da rappresentare il Nilo brulicante di pesci e uccelli. Alcune stanze erano decorate con piastrelle a colori vivaci con fiori, vigneti e grappoli, uccelli e pesci, geroglifici che offrivano protezione, salute e buona sorte.

Straordinaria decorazione di una parete in faience (ricomposto al MET , NY)

Il nome “Nebmaatre” (nome del trono di Amenhotep III) era scritto ovunque con l’epiteto “Horus, toro possente di Tebe, Dio perfetto, signore della gioia, signore delle corone”.

Il magnifico palazzo fu abitato da Amenhotep III fino al trasferimento a Akhetaten, nel ventinovesimo anno di regno, quando il palazzo divenne una dimora secondaria, per essere successivamente abitato probabilmente da Tutankhamon e Ay. Con Ramses II e la costruzione di Pi-Ramses, il palazzo fu progressivamente abbandonato.

Bellissimo motivo sul soffitto di una stanza adiacente alla camera da letto di Amenhotep III, MET, NY

Decorazione parietale della stanza da letto di Amenhotep III

Sempre dal sito di Malqata (luogo in cui le cose vengono trovate), ecco gli splendidi vasi conservati al MET di New York.

Purtroppo nessuno è in esposizione …

Fonti:

Tutankhamon

IL QUARTO SACRARIO DI TUTANKHAMON

(Carter 239)

Di Andrea Petta

Il sacrario più interno, quello più vicino al sarcofago ed alla salma del Faraone defunto, fa riferimento alle origini ed alle divinità protettrici più importanti, un’estrema barriera a difesa del defunto.

Il quarto sacrario al Museo del Cairo
La riproduzione del sacrario utilizzata in diverse mostre itineranti. Il colore del rame non è quello originale, ma le incisioni sono fedelmente riprodotte.
Lo schema del quarto sacrario, con la volta a botte ed i due cornicioni posti davanti e dietro alla volta

La forma infatti è quella del “Santuario del Nord” pre-dinastico, il cosiddetto “pr-nw” ( o “per-nu”) o “palazzo Reale di Buto”, con il tetto a volta e due battenti o cornicioni davanti e dietro. Realizzato in legno di cedro, misura 2,90 m di lunghezza x 1,48 m di larghezza e 1,90 m di altezza e pesa intorno ai 900 chili complessivi.

Il tetto è decorato con le figure di Iside, Nephtys, Selkis e Neith, alternate a occhi udjat, figure di Anubi sdraiate ed avvoltoi Nekhbet. Gli udjat e le due figure di Anubi sono appoggiati a pilastri simili ai piloni dei grandi templi di Tebe, proprio come la statua di Anubi della Stanza del Tesoro. Le dee sono invece inginocchiate su simboli nbw (oro) una posa che abbiamo già visto nella tomba di Nefertari.

Le decorazioni del tetto (schema di Piankoff)
Come confronto, Iside nella tomba di Nefertari

All’interno del soffitto è raffigurata Nut che spiega le ali sul defunto affiancata da due figure alate di Horus, tutte sopra tre segni nbw, insieme a due figure di Anubi.

L’interno del soffitto con Nut che spiega le ali sul defunto affiancata da due figure alate di Horus, tutte sopra tre segni nbw, insieme a due figure di Anubi. Schema di Piankoff

Il tetto del quarto sacrario, sollevato nella foto originale di Burton, lascia intravedere il sarcofago in quarzite

Sia sulle porte che sul retro un disco solare alato affiancato da due serpenti, uno con la Corona Rossa e l’altro con la Corona Bianca, sormonta Iside e Nephtys con le loro ali spiegate. Sulle porte è inciso il I Incantesimo del Libro dei Morti.

Le magnifiche porte con Iside e Nephtys
Il dettaglio di Iside sull’anta destra della porta
L’anta sinistra con Nephtys
Sul retro del quarto sacrario, nuovamente Iside e Nephtys a proteggere il defunto
Il retro del sacrario fotografato da Burton

Come già specificato, questo sacrario non aveva sigilli.

Le pareti laterali presentano entrambe due figure di Thoth in forma di ibis che sorreggono il cielo, e una processione di dèi: Geb, Duamutef (raffigurato con una testa di falco), Anubi e Imset da un lato, Hapi, Anubi, Qebehsenuf (raffigurato con testa umana) e Horus Vendicatore di Suo Padre.

La prima processione degli dèi protettori: tra due figure di Thot in forma di ibis che sorregge il cielo, sfilano Geb, Duamutef (raffigurato con una testa di falco), Anubi e Imset. Schema di Piankoff

La direzione delle processioni è tale da fronteggiare gli dèi raffigurati sulle pareti esterne del terzo sacrario, a formare una “rete” impenetrabile di protezione.

La seconda processione degli dèi protettori: sempre tra le due figure di Thot sfilano Hapi, Anubi, Qebehsenuf (raffigurato con testa umana) e Horus Vendicatore di Suo Padre
Il particolare di Hapi, Anubi e Qebehsenuf (riproduzione)

Le pareti interne sono incise con l’Incantesimo 17 del Libro dei Morti.

Ricordiamoci che l’ordine dei testi parte proprio da questo sacrario: inizia da qui la trasformazione del Faraone defunto, l’Osiride, nel sole vivente, compiendo il ciclo imperituro del tempo. In questo Tutankhamon rende onore al suo prenomen Nebkheperure (Padrone delle Trasformazioni come Ra) in cui la “trasformazione” è proprio il ciclo vitale del sole.

A marzo 2021 è stato trasferito al GEM di Giza, in attesa della sua inaugurazione

La partenza del sacrario per il GEM a marzo 2021

Riferimenti:

  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • Piankoff, Alexandre. “Les chapelles de Tout-ankh-Amon.” (1951).
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • https://www.egy-king.com/
  • Foto: Museo Egizio del Cairo, Henry James, The Griffith Institute, AKG Images, Merja Attia
Tutankhamon

IL TERZO SACRARIO DI TUTANKHAMON

(Carter 238)

Di Andrea Petta

Il terzo dei sacrari di Tutankhamon ha un disegno simile al secondo (“Santuario del Sud” o “Pr-wr”), con un tetto spiovente ed ovviamente leggermente più piccolo. Misura 3.40 x 1.92 m, con un’altezza di 2.15 m, e pesa 1142 kg. Come gli altri, è gessato e dorato su tutta la sua superficie.

Il sacrario al Museo Egizio del Cairo

Anch’esso era sigillato come il secondo; la foto del sigillo splendidamente conservato del terzo sacrario è una delle immagini più iconiche della tomba.

Questo è il cosiddetto “Sacrario della Protezione”, a causa dei Guardiani raffigurati sulle porte e sul retro. Il confronto con, ad esempio, la tomba di Nefertari ci sottolinea l’importanza dei sacrari per “compensare” la mancanza di pareti per raffigurare le formule che accompagnavano il defunto nell’aldilà.

I lati del sacrario sono invece “attraversati” dal viaggio della barca solare con a bordo il defunto.

Sulle porte sono rappresentati due Araldi e due Guardiani; un Araldo ha la testa di un coccodrillo (sinistra) mentre l’altro ha una testa di leone su cui sono posti due cobra. Entrambi impugnano due coltelli (uno per mano) e sono affiancati da due Guardiani dalla testa di ariete che impugnano un coltello ed una fronda di palma. 

Il particolare del doppio ureo sul Guardiano a testa di leone

Particolari delle porte

La stessa scena si ripete sul retro del sacrario; gli Araldi hanno però uno la testa di antilope e l’altro la testa umana, sempre insieme a due Guardiani dalla testa di ariete. 

Il retro del sacrario, schema di Piankoff

Le scene sono accompagnate da estratti dal capitolo 147 del Libro dei Morti. In alto c’è il disco solare alato (chiamato Horus di Behdet).

Il tetto è decorato con 8 figure alate, di cui 4 a testa di avvoltoio, 2 a testa di serpente e due a testa di falco

All’interno, il soffitto è decorato con il disco solare alato e sette avvoltoi con le ali spiegate che reggono il segno Shen. Uno degli avvoltoi ha la testa di un serpente. Sotto di loro c’è la rappresentazione di un falco in volo che simboleggia il re. 

Il soffitto interno

All’interno delle ante e sul pannello posteriore, Iside e Nephtys proteggono l’interno del sacrario con le ali spiegate. 

Sul pannello interno di destra ci sono due occhi Udjat e una processione di dèi: Hapy, Anubi, Quebehsenewef, Geb e Nut. 

Sul pannello interno di sinistra ci sono Nut di fronte ad Amsty, Anubi, Duamutef, Geb e Horus Nedjitef (Vendicatore di suo Padre). 

La disposizione degli dèi all’interno è tale da porli di fronte agli dèi rappresentati all’esterno del quarto sacrario (che vedremo) in una sorta di incontro mistico.

Il pannello esterno sinistro

Ai lati del santuario sono incise versioni ridotte della Seconda e della Sesta Ora del Libro di ciò che è negli Inferi (l’Amduat).

Il pannello esterno sinistro, che rappresenta la Seconda Ora dell’Amduat

Il pannello esterno sinistro rappresenta la Seconda Ora dell’Amduat ed è diviso in 3 registri. Partendo da sinistra verso destra sul primo registro possiamo vedere una fila di cinque guardiani che tengono in mano coltelli e seduti su sedie invisibili: sono raffigurati con testa umana, testa di ariete, testa di ibis, testa di babbuino e testa di leone. Impugnano i coltelli per attaccare e distruggere qualsiasi pericolo che possa affrontare il re nell’aldilà.

Questi guardiani sono seguiti da un guardiano umano che tiene in mano uno scettro Kherep al posto del coltello, una a testa di falco sormontato da un ureo e un’altra figura umana sempre con un coltello in mano pronta a colpire un nemico. Dietro di loro ci sono due figure con la testa di babbuino seguite da una figura bifronte: una testa di falco e una testa umana. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che raffiguri Horus e Seth insieme nello stesso corpo, che sarebbe una rappresentazione unica, ma potrebbe trattarsi di uno spirito buono o cattivo a seconda delle circostanze oppure un guardiano abile a fronteggiare in pericoli da qualunque parte possano provenire.

Chiudono il registro delle figure femminili, tra cui due dee con la corona bianca e quella rossa.

La scena principale nel registro centrale è il viaggio notturno del re defunto rappresentato dal sole “morto” dalla testa di ariete “iwf” (che abbiamo visto nel secondo sacrario) in piedi sotto un padiglione. È preceduto e seguito da guardiani e divinità, la più importante delle quali è Hathor con il suo titolo di nbt dpt (signora della barca) davanti a lui.

La scena principale nel registro centrale è il viaggio notturno del re defunto rappresentato dal sole “morto” dalla testa di ariete “iwf” (che abbiamo visto nel secondo sacrario) in piedi sotto un padiglione.

A prua della nave sono rappresentati 2 cobra che potrebbero rappresentare Iside e Nephtys o forse il Nord e il Sud. La barca solare è preceduta da altre quattro di significato misterioso.

La prima è vuota, fatta eccezione per due spighe di grano, la seconda ha la prua e la poppa a forma delle due corone egizie mentre all’interno due scettri Kherep fiancheggiano un coccodrillo o forse Ammut.

La terza barca trasporta un sistro di Hathor ed ha uno scarabeo a prua mentre la poppa ha una testa mummificata con due piume

La quarta ed ultima barca ha a bordo una divinità inginocchiata con una piuma di Maat preceduta dal disco lunare. 

Il terzo registro raffigura altre divinità legate alla Seconda Ora dell’Amduat, di cui un’altra bifronte.

Il pannello esterno destro

Rappresenta la Sesta Ora del Libro dell’Amduat. Il primo registro da sinistra a destra mostrano alcune delle divinità della sesta ora precedute da un gruppo di 9 scettri – 3 di loro con la corona bianca, 3 con la corona rossa e 3 con un cobra.

Le divinità del primo registro

La scena principale nel registro centrale è nuovamente la barca solare con il re all’interno del suo santuario durante il viaggio notturno. Di fronte a lui la la dea Hathor con il titolo di nbt-dpt (la Signora della Barca) è preceduta da una divinità chiamata “siA” (la Vedetta) e da una divinità chiamata “wp wAwt” (Colei che Guida). 

Davanti alla barca, una figura con la testa di babbuino tiene in mano un ibis (due forme del dio Djehwty o Thoth), quindi una figura femminile che regge due giare, quattro figure maschili con la corona bianca, quattro figure maschili senza nulla sulla testa poi quattro figure maschili con la corona rossa (queste figure rappresentano probabilmente il re morto).

Quattro figure maschili senza nulla sulla testa (qui se ne vedono solo tre) poi quattro figure maschili con la corona rossa (queste figure rappresentano probabilmente il re morto).

Nel terzo registro (da sinistra a destra) ci sono due figure con la testa di coccodrillo insieme a 4 coccodrilli più piccoli. Davanti a loro sono sei figure maschili in piedi e due figure femminili sedute. Viene poi rappresentato un enorme serpente con quattro teste umane che penetrano nel suo corpo; queste teste sono probabilmente i quattro figli di Horus che emergono dal serpente “mehen”.

Le figure di coccodrillo dell’ultimo registro

Il 21 Aprile 2021 è stato trasferito al nuovo GEM, in attesa della sua inaugurazione

Riferimenti:

  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • Piankoff, Alexandre. “Les chapelles de Tout-ankh-Amon.” (1951).
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • https://www.egy-king.com/
  • Foto: Museo Egizio del Cairo, Henry James, The Griffith Institute, AKG Images, Merja Attia
Mai cosa simile fu fatta

IL PROTODINASTICO

Di Grazia Musso

La transizione fra la fine del Neolitico ( Predinastico) e l’inizio dell’epoca storica fu un processo graduale e avvenne nel periodo che noi chiamiamo Protodinastico, che ebbe termine con la fondazione della prima Dinastia detta Thinita dal luogo di provenienza di questi re, This; per questo è anche detto Prethinita.

Viene anche chiamato periodo di Naqada III, il suo arco cronologico va all’incirca dal 3500 – 3400 al 3185 ( quest’ultima è una data convenzionale e corrisponde all’inizio della prima Dinastia).

È il periodo dei primi re Predinastico detti “Horus” della ” Dinastia 0″ su cui stanno portando nuova luce gli scavi di Umm El Qaab, presso Abydos.

Queste mattonelle in avorio provengono dalla tomba di U-j, Umm El Qaab

Agli albori della storia egizia grande importanza ebbero due città : Hierakonpolis ( l’egizia Nekhen), antica capitale dell’Alto Egitto Predinastico, dalla quale mosse l’unificazione delle Due Terre, è This, la prima capitale dell’Egitto unito, tuttavia ben presto, sin dall’inizio della Prima Dinastia, fu fondata una nuova capitale: Memphis.

LA tradizione ( che oggi si crede fondata) attribuisce a Menes, primo re d’Egitto, la fondazione della città.

Per la sua posizione, nel punto d’incontro tra il Delta e la Valle del Nilo, il sito era idoneo a controllare il regno unificato, suo Dio principale fu Ptah, il cui tempio era il cuore religioso della più importante città dell’Egitto e che all” Egitto diede il nome : Hat – Ku – Ptah ( Dimora del ka di Ptah).

Sottolineiamo che quella che noi chiamiamo arte egizia era in realtà il frutto di un complesso sistema filosofico-religioso, era la trasposizione in due dimensioni ( pittura e rilievo) o in tre dimensioni (statutaria e architettura) di una scrittura divina.

Essa racchiudeva dunque in sé la magia religiosa, il potere creatore della parola, e come tale doveva contenere in sé la forza di un messaggio il quale, in quanto parola divina, non può cambiare.

Cambiamenti si hanno, però all’interno di tali canoni : le sperimentazioni predinastiche sono inglobate , schematizzate, regolarizzate in un sistema compiuto che muto’ gradualmente.

È proprio in questo troviamo la grandezza dell’artista egizio che si differenzia dall’artigiano: i maestri riuscirono ad avere l’abilità di esprimere il proprio pensiero, il proprio senso estetico, i propri concetti all’interno di questi canoni, con piccole, limitate innovazioni. Un processo lento, graduale, che però porterà l’arte a livelli evolutivi sublimi.

L’arte delle prime Dinastie vede fiorire opere di tutti i generi : il vasellame ceramico, non solo si sviluppa ma viene affiancato da un vasellame litico di altissimo livello tecnico e artistico ; si sviluppa la statutaria, sono presenti le grandi stele funerarie presso le tombe dei re.

Le stesse tombe divengono delle costruzioni complesse che troviamo specialmente nelle necropoli reali di Abidos ( Umm El Quaa), a Sakkara.

Tomba di U-j, a Umm El Qaab ( Abidos)
Si tratta di una tomba principesca in cui alla camera funeraria ( quella orizzontale, in alto a destra) erano collegate nove stanze che fungeva i da magazzini, una contiene ancora delle giare.
Esse erano connesse alla camera funeraria grazie a fenditure nelle porte simboliche.
Le due sale lunghe sulla sinistra sono magazzini aggiunti successivamente.
Naqada III 3300 – 3100 a. C.

Si moltiplicano gli oggetti di uso quotidiano e i motivi sia simbolici che ornamentali.

Di tutta questa produzione artistico-religiosa il cuore è la corte reale di Memphis, i suoi artisti, architetti divengono il cuore pulsante dell’Egitto.

Fonti:

  • Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubiane – Maurizio Damiano-Appia – Mondadori
  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
Luce tra le ombre

LE LAMPADE DI DENDERA

Di Ivo Prezioso

Visto che periodicamente, e immancabili come le cartelle esattoriali, vengono riproposte all’attenzione degli egittofili alcune strabilianti invenzioni di cui si sarebbero resi artefici gli antichi abitatori del Paese delle Due Terre (o chi per essi) e che di strabiliante null’altro hanno se non il fatto di essere state letteralmente “inventate”, voglio soffermarmi su una delle più gettonate di queste. Parlo delle famose “Lampade di Dendera”, sicuramente ai primi posti nella “Hit Parade” delle più illuminanti (è proprio il caso di dirlo) e clamorose bufale attribuite a questa incomparabile civiltà.

Innanzitutto, inquadriamo geograficamente il luogo. Ci troviamo a Dendera, una località ad una settantina di Km. a nord di Luxor e, in particolare, nel tempio della dea Hathor, un luogo di culto di età Tolemaica al di sotto del quale albergano 12 camere utilizzate, forse già durante il Nuovo Regno, come depositi per la conservazione di arredi sacri. Furono decorate sotto Tolomeo XII, nel I secolo a.C. con testi geroglifici e scene che comprendono anche le “famigerate” lampade. I sotterranei del tempio furono scoperti da Auguste Mariette nel lontano 1857 ed una quarantina d’anni dopo lo scienziato britannico Norman Lockyer ebbe la sfolgorante idea di annunciare al mondo che sulle pareti erano rappresentate delle enormi lampade ad incandescenza (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1: la parete della cripta su quale furono incise le presunte “lampade” (Ph. da Wikipedia.org)

La “scoperta” ebbe così successo che ci fu anche chi provò a riprodurne il modello (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: Un modello che riproduce una delle “lampade di Dendera” (immagine reperita nel web)

Si poneva, certo, il problema di come si producesse la corrente. La risposta si trovava (manco a dirlo) nel rilievo della I.a Cripta sud, consacrata ad Hathor-Iside, che illustrerebbe dei generatori che convogliano l’elettricità in grandi accumulatori (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: La collana “menat” in cui si sono voluti ravvisare dei generatori di corrente. Cauville S., Le Temple de Dendera, p.57 (©https://djedmedu.wordpress.com/…/bufale-eggizie-le…/)

Ovviamente ciò che è rappresentato è tutt’altro: si tratta di una “menat” (“Signora della Menat” era uno degli appellativi di quella divinità)una collanaformata da un grande pettorale e da un contrappeso che ricadeva sulla schiena. Oltre che essere un monile poteva anche fungere da strumento musicale per il caratteristico suono che producevano le perline durante il movimento. Si tratta di un oggetto cultuale, sacro attributo della dea Hathor, quindi niente di più ovvio che fosse rappresentato in un ambiente a lei dedicato. Per finire, quelle che si vorrebbero essere le cabine di trasformazione dell’energia, null’altro sono che sistri, gli strumenti a percussione, anch’essi sacri a quella divinità e rappresentati anche sui capitelli delle colonne della facciata del tempio.

Proseguendo in direzione est si raggiunge la Cripta di “Hor Sematawy” (Horo che riunifica le Due Terre) dove si incontrano le strabilianti lampade o meglio ciò che tali ritengono essere i fan di questa idea. In realtà cosa siano ce lo raccontano gli stessi egizi e i loro miti cosmogonici descritti nei bassorilievi che, pur essendo di epoca tolemaica, ricalcano concezioni più antiche di millenni. Vediamo chiaramente un serpente che fuoriesce da un fiore di loto, il fiore che secondo il mito spuntò dalle acque primordiali del “Nun”. Ilserpente è “Hor Sematawy”, il sole bambino. Particolare di estrema importanza, la cripta è posizionata nell’angolo sudorientale nel pieno rispetto della topografia cosmica dei templi egizi. In buona sostanza, per gli “elettricisti” ci troviamo di fronte ad una lampada costituita da filamento, ampolla, cavo e base, mentre gli egizi, ignari ed incolpevoli del bailamme che si sarebbe scatenato duemila anni dopo, intendevano semplicemente perpetuare un mito a loro tanto caro in cui i protagonisti erano un serpente (il filamento), un bocciolo di fior di loto (l’ampolla), il lungo stelo di questo fiore (il cavo di alimentazione), mentre la base della lampada è il comunissimo pilastro Djed (simbolo di stabilità, nonché rappresentazione della colonna vertebrale di Osiride) che sostiene il fiore garantendo la creazione primigenia della vita e la sua perpetuazione ciclica giornaliera. Il serpente è inoltre uno degli emblemi della fertilità che veniva portato in processione nelle feste che si celebravano durante i primi giorni del raccolto. Possiamo vedere un riferimento a questi cerimoniali in un’altra rappresentazione con Horus che in questo caso è raffigurato sotto la più comune forma di falco (Immagine n. 4). 

Immagine n. 4: Horus-Sematawi, il grande dio che prende posto in Eliopoli, l’anima vivente nel loto e nella barca notturna, ferro, 4 palmi” (Cauville, Dendara V, 140,5) Viene così descritta una barca di ferro di 30 cm che trasporta l’immagine del dio, in forma di serpente rampante su fiore di loto. (©https://djedmedu.wordpress.com/…/bufale-eggizie-le…/)

Ovviamente tutto quanto è illustrato dalle rappresentazioni iconografiche è ancor meglio dettagliato dalle iscrizioni geroglifiche che le accompagnano e ci forniscono anche un inventario degli oggetti custoditi nella cripta.

Fonte: Mattia Mancini, pubblicato sul blog Djed Medu il 21/04/2016

Tutankhamon

IL SECONDO SACRARIO DI TUTANKHAMON

(Carter 237)

Di Andrea Petta

Il secondo sacrario è probabilmente il più complesso da un punto di vista storico e religioso.

Innanzitutto, non fu probabilmente costruito per Tutankhamon: lo stesso Carter notò che la doratura era più brillante, in una lega d’oro più gialla e meno rossiccia, nei punti corrispondenti ai cartigli e che il nomen di Tutankhamon era sovrascritto ad un altro, che conteneva il termine “-aten” o “-aton”. Se si trattasse di Akhenaton o del misterioso Faraone Neferu-Neferuaton è al momento oggetto di discussione.

Il secondo sacrario al Museo del Cairo
Il famoso sigillo intatto sul secondo sacrario: di qui in avanti tutto fu ritrovato esattamente come era stato disposto dai sacerdoti 3200 anni prima di Carter
Un emozionato Howard Carter apre la porta del sacrario

Nell’insieme misura 3,83 x 2,53 metri ed è alto 2,25 metri nel punto più alto.

La forma è diversa rispetto al primo sacrario: il tetto è spiovente con la massima altezza sopra le porte anteriori. Per questa forma particolare è un cosiddetto “Sacrario del Sud”, (“Pr-wr”) tipico dell’Alto Egitto e dedicato alla dea-avvoltoio Nekhbet.

La bombatura sopra le porte rappresenta un disco solare alato. Il sacrario nel suo complesso è costituito da 16 sezioni di legno le cui superfici, sia all’interno che all’esterno, sono gessate e ricoperte da uno strato di foglia d’oro; il tetto è ricoperto da una spesso strato di resina nera divisa in riquadri da fasce dorate di iscrizioni incise.

Il soffitto esterno del sacrario, dipinto con resina nera ed intersecato da lamine d’oro

Sulla porta di sinistra, il Faraone, accompagnato da Iside, si presenta al cospetto di Osiride, mentre su quella di destra è Maat che accompagna Tutankhamon di fronte a Ra-Horakhte.

Sulla porta di sinistra, il Faraone, accompagnato da Iside, si presenta al cospetto di Osiride, mentre su quella di destra è Maat che accompagna Tutankhamon di fronte a Ra-Horakhte (foto originali di Burton). A destra: la porta di sinistra (dettaglio)

Lo schema di Piankoff delle porte
Le porte della riproduzione in mostra a Parigi

Le pareti laterali sono estremamente enigmatiche. Una parte del testo è tratto dal Libro dei Morti (incantesimi 1, 17, 26, 27 e 28), ma il resto fa parte di un libro funerario “crittografico” che ha come tema il trionfo della luce.

Il “Lato della Luce”

Questo libro è unico nel suo genere; ha delle somiglianze con il Libro delle Porte ma è molto più criptico. Si ritiene che alluda alla creazione e il “riempimento” del disco solare con il fuoco durante la notte. La natura di questo libro è talmente oscura che non è stato scritto in normali geroglifici; i testi che accompagnano alcune delle illustrazioni sono crittografici (codificati) al fine di preservare la segretezza delle formule. Altri esempi di questi testi criptici sono stati ritrovati nelle tombe di Ramses VI e Ramses IX.

La descrizione di alcune di queste rappresentazioni è direttamente nelle didascalie delle immagini. Alcune delle immagini provengono dalle riproduzioni create per le esibizioni; sono comunque molto fedeli all’originale.

La parete sud è divisa in due parti dalla figura mummiforme del Faraone, la cui testa ed i cui piedi sono circondati da serpenti Uroboro (come descritto da Luisa Bovitutti qui: https://laciviltaegizia.org/2021/09/18/luroboro/)
Si tratta della prima rappresentazione nota dell’uroboro.
(schema di Piankoff)
Secondo le interpretazioni più diffuse, questo lato dello scrigno rappresenta l’oscurità, mentre quello sinistro rappresenta la luce.

Da quello che si può intuire, il sole “morto” dopo il tramonto (“iwf”) attraversa il mondo degli inferi ed il corpo degli dei che lo abitano, la cui “energia” viene raccolta e si trasforma in fuoco che ne determina la rinascita all’alba.

Iside e Nephtys intorno alla testa di ariete di Ra, che simboleggia il potere generativo del sole. La grafia dei nomi non è quella usuale. Una possibile interpretazione è “In questo modo sono a protezione della testa che fornisce la luce”

Otto misteriose divinità mummificate rappresentate nel registro superiore (di cui due inusualmente con il volto disegnato di fronte): da sinistra “Colui che ascende”, “Colui a forma di gatto”, “Colui con il viso selvaggio”, “Colui con una faccia”, “Colui con il viso girato”, “Colui dell’ureo”, “Colui dell’occidente” e “Il Misterioso”. Sono indicate come “coloro che vivono nelle caverne del Duat” e vivono nell’oscurità. Secondo Piankoff rappresentano le diverse trasformazioni del sole nel suo viaggio negli Inferi.
Nel registro inferiore, solo 4 divinità sono mummiformi; le altre hanno torace e zampe di scarabeo a simboleggiare il percorso di rinascita completato

Secondo Darnell questa figura sarebbe una fusione di Ra e Osiride; secondo Piankoff invece rappresenterebbe Tutankhamon mummificato. L’uroboro intorno alla testa potrebbe simboleggiare la nascita e la fine del tempo.
Al centro del corpo possiamo vedere un disco solare con al suo interno un uccello dalla testa di ariete e braccia umane, che rappresenta il sole tramontato o sole notturno (“iwf”, che letteralmente significa “carne”). Sette divinità in adorazione, forse le ore notturne (si vede la prima, a sinistra) sembrano cercare di estrarre dal corpo mummiforme il disco solare usando una corda, quasi come una “nascita” di un nuovo sole

Il particolare dell’uroboro superiore e del sole morto che sta per essere “tirato” fuori

L’uroboro ai piedi della figura mummificata è ancora più misterioso; le scritte che lo accompagnano non sono ancora state completamente decifrate

La parete nord che rappresenterebbe la luce, la rinascita del sole. Qui il dio sole è raffigurato per mezzo di dischi collegati alle figure davanti a loro mediante raggi di luce (o di fuoco). In questo modo il sole si “ricaricherebbe” di energia durante la notte. Foto Carsten Frenzl da Wkimedia Commons
(schema di Piankoff) 
L’ureo di fronte a sei figure mummiformi, ognuna preceduta da un uccello “Ba”: sono due “Colui del Duat”, “Colui che è vestito”, “Colui delle bende”, “L’Incompleto”, “Colui che è legato”. La luce di Ra entra nelle prime figure mummiformi. Viene ripetuto il simbolo per “camminare”, “andare”, indicando un processo in evoluzione. Il primo riceve luce dall’ureo, gli altri da una stella di fronte a loro; è la luce di Ra che entra in loro. 
Davanti ad un gatto (“Miwy” o “Miry”) che emerge dalla terra, sette figure senza testa ed inondate di luce sono precedute dai loro volti, rappresentati di fronte ed inseriti tra una stella e un disco solare con raggi. Sono “Testa di Horus”, “Volto di Horus”, “Gola di Horus”, Corpo di Horus” e due di cui non si conosce il nome. I primi due hanno i piedi ancora coperti dalla terra, ad indicare che i corpi stanno emergendo dalla sepoltura. Apparentemente, questa scena si riferisce ad una separazione e alla ricongiunzione della testa e del corpo. 
Una divinità mummiforme sdraiata tende una mano mentre un serpente inondato di luce (qui non visibile) scaturisce dai piedi della mummia. Il disco solare da cui si diparte la luce ha un simbolo con le gambe che camminano al di sotto, forse un riferimento al viaggio notturno (“capovolto”) del sole. 
Dopo il serpente, ci sono quattro esseri con teste di leone. Non possiamo vedere le loro braccia, e dalle similitudini con l’ora sesta del Libro delle Porte potrebbero trasportare il cadavere del sole. La luce di un disco solare che sormonta un paio di gambe entra nella bocca di queste creature. Foto Carsten Frenzl
Un cobra sputa fuoco (o luce) ad una testa di leone e, a sua volta, viene ri-emesso nuovamente da un cobra accanto ad essa. Questa luce inonda sei figure di Osiride che, ci informa la didascalia, sono “vestite” della luce di Re. I geroglifici delle vele che significano vento o respiro davanti a loro indicano che alle figure di Osiride è stato concesso il respiro. 

All’estrema sinistra sono raffigurate 4 paia di braccia (qui ne vediamo a destra un paio) che sostengono due dischi solari, ciascuno con un uccello dalla testa di ariete che rappresenta il sole morto ( iwf ). C’è una teoria che suggerisce che questa scena faccia parte del riassunto simbolico del corso quotidiano del sole, mantenuto in movimento per mezzo delle quattro coppie di braccia. Un toro Negau sostiene una dea adorante, in basso a sinistra un “braccio di Ra” dal significato oscuro 

Un leone che, come il gatto “Miwy”, sorge dalla terra; al disotto della superficie è nascosto un serpente. Sei figure mummiformi con teste di ariete, sormontate dai simboli di gambe in movimento, vengono menzionate come “coloro che accudiscono il Re” 
Nell’ultima scena del lato nord vediamo sei dee. Ciascuna di loro riceve la luce da un disco e, a sua volta, la riversa dalle mani sulla testa di un serpente chiamato “Malvagio del Volto” 
Sul retro del sacrario, Iside e Nephtys, in piedi su un segno nbw (oro, ricchezza) spiegano le loro ali a protezione del defunto 
(schema di Piankoff)

All’interno, il tema decorativo di questo santuario è dominato da una figura della dea alata del cielo Nut che sormonta il geroglifico “nbw” (“oro”) ed insieme a cinque avvoltoi Nekhbet ad ali spiegate decora il soffitto. Ai lati della dea sono iscritti gli incantesimi dei Testi delle Piramidi e del Libro dei Morti.

La superficie interna della porta di destra raffigura un araldo dalla testa d’asino e di un guardiano degli inferi con la testa di ariete, mentre quella della porta di sinistra raffigura un altro guardiano degli inferi e una figura a testa umana.

L’interno delle pareti è decorato con l’incantesimo 148 del Libro dei Morti (le sette vacche celesti, il toro del cielo e i quattro timoni del cielo) insieme agli incantesimi 141-142, con testi aggiuntivi dagli incantesimi 130, 133, 134 e 148. Il pannello posteriore del santuario è inscritto in geroglifici finemente delineati con l’incantesimo 17 del Libro dei Morti, relativo alla rinascita del sole.

Il valore esoterico di questo sacrario lo ha reso protagonista di diverse pubblicazioni e tentativi di interpretazioni.

  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • Piankoff, Alexandre. “Les chapelles de Tout-ankh-Amon.” (1951).
  • John Coleman Darnell, The enigmatic netherworld books of the solar-osirian unity : cryptographic compositions in the tombs of Tutankhamun, Ramesses VI and Ramesses IX. Zurich Open Repository and Archive, University of Zurich 2004
  • Soliman, R. “The Golden Shrines Of Tutankhamun And Their Intended Burial Place.”. Egyptian Journal of Archaeological and Restoration Studies, 2012
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • Foto: Museo Egizio del Cairo, Henry James, The Griffith Institute, AKG Images, Merja Attia, Carsten Frenzl
E' un male contro cui lotterò

LE ABITAZIONI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Prima di addentrarci nella medicina egizia vera e propria, è doveroso fare degli accenni alle condizioni di vita degli Antichi Egizi, visto che ovviamente influenzarono la loro salute nel bene e nel male.

La Terra di Kemet, quella sottile striscia verde ai lati del Nilo circondata dal deserto, è stata densamente abitata in tutto il periodo dinastico. Si stima che la massima popolazione sia stata di circa 2,5 milioni di persone sotto Ramses II, la maggior parte contadini non proprietari, dipendenti per la loro sopravvivenza dalle piene del Nilo.

Da una parte c’erano ovviamente le tenute agricole lungo le sponde del Nilo, in cui il proprietario viveva in masserie non lontane da quelle dell’inizio del secolo scorso, e dall’altra la vita nelle città, in cui lo spazio era poco e bisognava sfruttarlo al meglio

LE CASE EGIZIE

L’abitazione ordinaria più comune nel primo Egitto predinastico era la capanna rotonda costruita con pali, canne e fango. Progressivamente questa forma fu sostituita da quella quadrata, che consentiva di gestire meglio lo spazio, soprattutto nelle zone più densamente abitate. I materiali cambiarono inoltre nel tempo, introducendo i mattoni di fango essiccati al sole che costituivano un mezzo di costruzione più stabile e duraturo, a bassissimo costo. Lo svantaggio di questo materiale è la sua relativa fragilità, ragion per cui pochissime abitazioni “originali” sono pervenute fino a noi. C’è anche da tener conto che spesso si ricostruiva più e più volte sullo stesso luogo, rendendo molto difficile capire la “cronologia” abitativa delle città. Per questo motivo i luoghi ove non si è più costruito (i villaggi degli artigiani e Akhetaton) sono state le fonti più preziose di informazioni sulle abitazioni egizie.

Il villaggio degli artigiani di Deir el Medina presso la Valle dei Re (Foto Stig Alenas)
Deir el Medina (ricostruzione di Jean Claude Golvin)

Anche i modellini di case o di ambienti specifici sepolti con i loro proprietari ci danno un’idea delle abitazioni “normali”, rivelandoci che spesso il giardino era la zona della casa di cui gli egizi che potevano permetterselo erano più fieri – probabilmente denotando immediatamente il loro status sociale.

Da notare che nell’Antico Egitto non esisteva la “piazza” a cui siamo abituati nell’urbanistica europea; la funzione di zona sociale ed aggregante era svolta in genere dal cortile dei templi.

La maggiore concentrazione di persone avveniva durante la costruzione delle opere statali, quali i monumenti funerari, in occasione delle piene del Nilo, durante le quali non si poteva lavorare la terra. Abbiamo tracce di abitazioni progettate per almeno 4,000 persone vicino alla piramide di Chefren a Giza (anche se si immagina che la piana accogliesse fino a 100,000 persone contemporaneamente).

Il villaggio degli artigiani che lavoravano nella Valle dei Re a Deir-el-Medina, attivo per almeno 450 anni ci mostra un esempio di tali agglomerati. Le case degli operai erano in mattoni di fango; quelle dei sovrintendenti e dei funzionari avevano le basi delle pareti in pietra. Le abitazioni più grandi avevano una zona di soggiorno separata dalle stanze da letto e dalla cucina.

A Deir el Medina si possono ancora riconoscere i vari ambienti in cui era divisa l’abitazione tipica degli artigiani; in alcuni casi è sopravvissuta anche la scala che portava al tetto della casa
Resti di una casa popolare ad Akhetaton

Spesso il tetto, piatto, sostenuto da una o più colonne ed a cui si accedeva tramite una scala esterna, veniva adibito a zona di relax coprendolo con una tenda o un pergolato.

Ricostruzione di una casa egizia con il terrazzo adibito a zona di relax

Il villaggio degli artigiani ad Akhetaton aggiunse un laboratorio all’esterno, probabilmente per la lontananza dagli altri centri abitati e la necessità di produrre tutto “in loco”.

La pianta del villaggio degli artigiani di Akhetaton mostra 72 abitazioni tutte uguali + due più grandi (angoli in basso) per i supervisori. Si nota l’assenza di qualsiasi piazza.
La ricostruzione del villaggio degli artigiani di Akhetaton di Jean Claude Golvin

Una stanza era dedicata alla possibilità di lavarsi; canali di drenaggio in pietra correvano lungo le strade.

Gli operai e le persone meno specializzate avevano di solito abitazioni con uno o due ambienti al massimo, e spesso i loro occupanti dormivano all’aperto utilizzando l’abitazione come deposito. In ogni caso veniva suggerito di mantenere la massima pulizia all’interno delle case. Ovviamente le persone più abbienti potevano permettersi abitazioni più ampie, spesso su due piani, quasi sempre con un giardino ed una piscina interna.

Gli ambienti di una casa egizia: da sinistra l’ingresso con un piccolo altare (di solito anch’esso costruito con mattoni di fango), una stanza di soggiorno, una stanza di disimpegno che poteva essere utilizzata anche per lavarsi o adibita a dispensa e la cucina, collegata ad una cantina e con la scala per salire sul tetto (disegno Marion Cox)

Le porte erano in legno e si aprivano direttamente sulla strada. Le finestre erano piccole e poste in alto, per permettere di far uscire l’aria più calda. Erano chiuse solo da persiane in legno o da tende.

Il bestiame, inizialmente tenuto all’interno del villaggio, fu successivamente spostato in recinti all’esterno, presumibilmente per migliorare le condizioni igieniche.

Ricoveri per gli animali all’esterno del villaggio degli artigiani di Akhetaton

Soprattutto i “cantieri statali” ci offrono preziose informazioni sugli interventi medici dell’epoca: come vedremo in dettaglio esisteva un responsabile medico per gli artigiani ed uno per i servi; si teneva conto delle assenze e delle rispettive cause. Sappiamo quindi che un certo Nebnefer era malato perché punto da uno scorpione e che un poveretto di nome Tementu era stato picchiato dalla moglie tanto da non poter lavorare…

Una delle case più famose d’Egitto: l’abitazione/laboratorio dello scultore Thutmosi, autore del busto di Nefertiti (ricostruzione Dominic Perry)

In caso di “infortunio sul lavoro” lo Stato si prendeva cura delle spese delle cure e del mantenimento della famiglia dell’operaio fino a quando non poteva rientrare al lavoro. In caso di incapacità permanete al lavoro esisteva una sorta di “pensione di invalidità”.

Pianta di un’abitazione nobile di Akhetaton. Anche qui manca il concetto di “piazza” o “cortile”: l’edificio principale è al centro ed intorno ad esso si snodano il giardino, le abitazioni del personale e gli edifici di servizio, circondati da un muro in mattoni.

Questo non vuol dire che non esistessero la povertà e la fame, ma lo stato sociale dell’Antico Egitto era sicuramente molto più avanzato di come avremmo potuto immaginarlo.