Luce tra le ombre

L’ESTRAZIONE DEI BLOCCHI DI CALCARE NELL’ANTICO REGNO

UN ESPERIMENTO A WADI EL-JARF

Di Ivo Prezioso

INTRODUZIONE

Prima di lasciare definitivamente il sito di Wadi el-Jarf, desidero soffermarmi, ancora per qualche tempo, su un importante esperimento condotto da Franck Burgos ed Emmanuel Laroze* che ha permesso di chiarire aspetti molto importanti sui possibili metodi utilizzati dagli antichi egizi per cavare i blocchi rocciosi di cui necessitavano. Tornerà utile quando più avanti si entrerà nel dettaglio sull’organizzazione e le tecniche costruttive impiegate per la costruzione di quegli straordinari monumenti che seppero erigere: le piramidi.

Il sito, come già descritto in precedenza, fu utilizzato durante la IV Dinastia e per un periodo relativamente breve; le prime installazioni datano all’epoca del faraone Snefru, ma è durante il regno di suo figlio, Cheope, che conosce il suo pieno sfruttamento. Alla sua morte fu repentinamente abbandonato e dimenticato per migliaia di anni, non essendo stato mai più rioccupato. In questo modo le sue vestigia e le documentazioni rinvenute hanno restituito uno spaccato inequivocabile di un determinato periodo della storia egizia tanto breve quanto di fondamentale interesse. La scoperta di un eccezionale lotto di papiri, come abbiamo visto, ha rivelato che le sue installazioni erano strettamente legate al cantiere della Grande Piramide. Questi documenti, ci informano, tra l’altro, che le squadre che vi operavano erano impegnate per un certo periodo dell’anno all’approvvigionamento di materiale da costruzione per la piana di Giza. Il sito è caratterizzato da notevolissime installazioni, tra cui un molo a forma di “L” sul litorale di circa 200 x 200 metri ed un edificio intermedio di circa 2000 mq. Ma le vestigia più interessanti per lo studio relativo alle tecniche di taglio della pietra si trovano circa 3 km ad ovest, nelle vicinanze delle prime scarpate del massiccio calcareo, laddove sono presenti una trentina di gallerie-magazzino scavate nella roccia che fungevano da ricovero per le imbarcazioni e il materiale di spedizione (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1 Mappa delle installazioni del sito di Wadi el-Jarf. Sono segnalati il porto, l’edificio intermedio, il campo e le gallerie, immediatamente a ridosso delle cave di calcare (©Laisnay, CNRS)

Furono sigillate per mezzo di un sistema di chiusura estremamente robusto costituito da enormi blocchi di pietra e, solo intorno alla sporgenza rocciosa del settore 1, che conta 17 gallerie, sono stati inventariati 135 blocchi di chiusura: hanno dimensioni variabili, con un volume medio di 3 mc. ed un peso di 5,8 tonnellate**. Sebbene alcuni di essi furono spostati o modificati per consentire il recupero di materiali dalle gallerie, per la maggior parte giacciono ancora nella loro posizione originale (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Il sistema di chiusura costituito da grossi blocchi posti all’ingresso delle gallerie G5 e G6 (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze)

Per lo più erano stati cavati in maniera grezza, il che è perfettamente coerente dal momento che lo scopo per cui erano destinati non richiedeva alcuna particolare rifinitura. Sulle loro superfici sono ancora presenti le tracce degli attrezzi utilizzati, fratture ed anche i segni caratteristici del procedimento di estrazione avvenuto presso una cava che è stata scoperta nel 2017 (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Veduta aerea della cava al termine delle operazioni di sgombro. A) blocco abbandonato in corso di estrazione. B) impronta lasciata da un blocco dopo essere stato estratto. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze)

Lo studio dei segni di lavorazione, ma anche quello di un blocco ancora da ultimare e lasciato sul posto prima di essere cavato, ha fornito interessanti informazioni sui procedimenti utilizzati e l’organizzazione delle squadre. Inoltre, sono stati rinvenuti numerosi utensili da lavoro, come mazzuoli, grimaldelli di pietra, scalpelli di rame, corde ecc. (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Alcuni degli attrezzi utilizzati dai cavatori di Wadi el-Jarf: mazzuolo in legno, grimaldello di pietra, corda e scalpello in rame (in questo esemplare la punta è spezzata). (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze)

<< Il confronto con le tracce che hanno lasciato sulla pietra permette di affinare le nostre interpretazioni>> scrivono gli autori. << La ricchezza d’informazioni restituita dal sito e la loro autenticità – ricordiamo che non c’è alcuna ambiguità in merito alla datazione delle evidenze o dei materiali ritrovati in quanto la località non è mai stata rioccupata – offrono condizioni eccezionali per lo studio delle tecniche di costruzione di quel periodo. In questo contesto, ci è sembrato interessante comparare le nostre osservazioni e le nostre interpretazioni ricreando situazioni concrete. Per questo lavoro sperimentale, si trattava di riprodurre i gesti e le posture dei cavatori dell’epoca, ma anche di evidenziare le difficoltà che potevano incontrare nel corso delle operazioni. Utilizzando attrezzi in rame del tutto comparabili a quelli ritrovati in situ, abbiamo potuto valutarne la resistenza e l’efficacia sul calcare locale. Infine abbiamo cercato di valutare i tempi ed il personale necessario per svolgere le varie mansioni>>.

*Franck Burgos (tagliatore di pietre del CNRS) e Emmanuel Laroze (Architetto del CNRS), sono collegati al Laboratorio “Orient et Méditeranée”.

** Il peso è però molto variabile, essendo compreso tra 2 e 15 tonnellate circa.

LE TECNICHE DI ESTRAZIONE DURANTE L’ANTICO REGNO

Le nostre conoscenze sulle tecniche estrattive dei blocchi di calcare relative all’Antico Regno sono piuttosto limitate e si fondano essenzialmente su evidenze legate alla piana di Giza, dove sono tuttora visibili numerosi giacimenti. Qui, sul lato nord-orientale della piramide di Chefren (Immagini n. 1-2), ma anche in prossimità dell’angolo nord-occidentale della piramide di Micerino, sono evidenti resti di estrazione che formano una specie di scacchiera e ci forniscono un’ idea del metodo utilizzato, all’epoca, dai cavatori.

Immagine n. 1 Cave situate a Nord della Piramide di Chefren (©Franck Monnier, L’Univers Fascinant des Piramide d’Égypte, pp. 216-217)
Immagine n. 2 Particolare delle impronte di estrazione dei blocchi di calcare presso l’angolo nord-ovest della piramide di Chefren (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.76)

L’estrazione avveniva in due fasi: prima si liberavano le facce verticali, poi si procedeva al distacco della superficie inferiore orizzontale. Il calcare, essendo una roccia sedimentaria, presenta una stratificazione caratterizzata da una coesione più forte in un verso rispetto all’altro. Le due operazioni si basavano dunque su due tecniche differenti: il taglio in senso verticale e il distacco per distensione dal piano parallelo al giacimento di pietra.

Il cavatore attaccava la roccia per mezzo di uno scalpello di rame, un mazzuolo in legno e, molto probabilmente con utensili litici. Si effettuava lo scavo di una trincea dall’alto in basso tenendo l’attrezzo perpendicolare ai letti sedimentari della roccia. L’utensile era tenuto a livello dei suoi piedi per cui lavorava solitamente in posizione accovacciata e le trincee verticali dovevano essere sufficientemente larghe in modo da consentirgli di poter operare man mano che lo scavo procedeva verso il basso. Le disponibilità tecnologiche nell’Antico Regno, sembrano non comprendere attrezzi metallici di grosse dimensioni. Lo scalpello era un piccolo e semplice strumento di rame lungo una ventina di centimetri, per cui il cavatore doveva lavorare nella trincea accompagnandolo con la mano. E’ interessante notare, in proposito, come l’ottimizzazione della produttività estrattiva, nel corso del tempo, sia legata all’evoluzione degli utensili e al miglioramento della loro resistenza: l’uso di strumenti più performanti come picconi, pali da cavatore o anche scalpelli molto lunghi ha consentito di ridurre la larghezza dei tagli di scavo sino a pochi centimetri (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Evoluzione della tecnologia nell’estrazione dei blocchi di pietra dall’Antico Regno ai nostri giorni: lo sviluppo di attrezzi sempre più lunghi e resistenti ha permesso di ottimizzare lo scavo delle trincee che sono divenute progressivamente sempre più strette. A sinistra: con scalpello e mazzuolo durante l’Antico Regno. Al centro: con piccone da cava durante l’ epoca Romana. A destra: con palo d’acciaio in epoca moderna. E’ evidente la riduzione dello spessore dei taglio, con conseguente minore dispersione di materiale.

(Ai nostri giorni questo spazio si riduce a qualche millimetro, la larghezza necessaria al passaggio di dischi da taglio o fili elicoidali). Durante l’Antico Regno, la necessità di operare all’interno di una trincea di scavo implicava che questa avesse una larghezza di almeno una cinquantina di centimetri, il minimo indispensabile affinché un operaio potesse contare su un sufficiente spazio di manovra. Per questo motivo e per ridurre gli sprechi, bisognava inevitabilmente procedere all’estrazione di blocchi molto voluminosi. Si intuisce facilmente, infatti, che cavare blocchi piccoli e maneggevoli avrebbe comportato un enorme perdita di materiale da costruzione *. L’ottimizzazione era, inoltre, fortemente legata al problema del trasporto, la cui difficoltà aumentava proporzionalmente al peso del carico.

La tecnica impiegata per la separazione del blocco dal banco di roccia sul piano orizzontale è, invece molto meno nota. In ogni caso doveva rappresentare la parte più delicata di tutto il procedimento di estrazione, tenendo soprattutto conto della mancanza di attrezzi in acciaio. Più tardi i cunei di separazione (cunei di legno che opportunamente bagnati si espandevano provocando il distacco del blocco) avrebbero mostrato la loro enorme efficacia per questo tipo di operazione, ma la mancanza di tracce dell’uso di questi utensili nei giacimenti sfruttati nell’Antico Regno, induce ragionevolmente a concludere che all’epoca non fossero ancora utilizzati. La sola ipotesi tecnica che sia stata avanzata è quella illustrata da Reisner che consisteva nel posizionare un grosso pezzo di legno alla base di una delle facce del blocco e poi di bagnarlo abbondantemente.** La spinta laterale generata dal legno rigonfiato per l’azione dell’acqua, faceva sì che il blocco di pietra si distaccasse dal suo basamento roccioso. In ogni caso, molti ricercatori concordano sul fatto che i cavatori dell’Antico Regno, per questa delicata operazione, sfruttarono al meglio delle loro conoscenze le proprietà geologiche del calcare. Trattandosi di una roccia sedimentaria, esso è composto da una successione di strati più o meno compatti e solidali l’uno rispetto all’altro. Gli strati argillosi, piuttosto teneri, che si alternano ai banchi sedimentari più duri erano quelli che i cavatori con tutta probabilità ricercavano attraverso lo scavo verticale: una volta raggiunti si aveva la certezza che il blocco fosse adagiato sulla superficie di minore aderenza con la roccia e di conseguenza, poteva essere estratto con facilità. A Wadi el-Jarf molti blocchi presentano su una delle superfici questo strato di marna, segno evidente che sono stati asportati in questo modo (Immagine n. 4)***.

Immagine n. 4 Wadi el Jarf, blocco di chiusura davanti all’ingresso di una galleria. I cavatori hanno sfruttato in tutta evidenza lo strato marnoso (chiaramente visibile nella parte sinistra, di colore più intenso) per staccarlo agevolmente dal suo substrato roccioso. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.78)

*Due esempi, calcolati su un singolo blocco, permettono di valutare questa differenza di rendimento: con delle trincee di scavo larghe 0,5 m. e alte 1 m. era necessario scavare 3 mc. di roccia per ottenere un blocco di 1 m. di lato, mentre bisognava sbancare 5 mc. di pietra per estrarre un blocco di 2 m. di lato.

** Reisner (1931); Goyon et al.(2004); Arnold (1991).

*** Georges Goyon sostiene che a Giza l’irregolarità delle assise della Grande Piramide sarebbero legate proprio allo sfruttamento dei banchi di cava. Goyon (1978)

Fonte: F. Burgos & E. Laroze, “L’extraction des blocs en calcaire à l’Ancient Empire. Une experimentation au ouadi el-Jarf, JAEA n. 4 (The Journal of Ancient Egyptian Architecture), 2020 pp. 73-95

LA CAVA DI WADI EL-JARF

Risale al 2017 la scoperta della cava dalla quale furono prelevati i blocchi per la chiusura delle gallerie del sito. Si trova a circa 400 metri dalla principale concentrazione di antichi magazzini e la sua posizione dominante, rispetto al complesso, ne ha sicuramente agevolato il trasporto. La zona di estrazione appare come una sorta di depressione delimitata da due fronti di cava posti sui versanti ovest e nord. Inoltre, sono presenti tre diaclasi* parallele al fronte nord. Questa circostanza, in tutta evidenza, giocò un ruolo fondamentale nella scelta di questo luogo in quanto simili particolarità geologiche facilitavano enormemente l’estrazione. Infatti, è proprio lungo una di queste diaclasi, situata nella parte settentrionale, che se ne osservano le tracce più interessanti. In particolare si è potuto stabilire che erano necessarie soltanto due trincee verticali, perpendicolari l’una rispetto all’altra, per estrarre un blocco (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Impronta di estrazione di un grosso blocco nella cava di Wadi el-Jarf (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.80).

Dall’insieme delle evidenze è stato possibile ricostruire il metodo utilizzato dai cavatori: una volta isolato il blocco, si scavava nella parte sottostante per staccarlo completamente dal banco roccioso.

Non lontano, si trova un blocco che fu abbandonato in corso d’estrazione (Immagine n. 2). 

Immagine n. 2 Wadi el-Jarf, blocco abbandonato in corso d’estrazione. Le due trincee verticali sono ancora ben conservate. Nella parte inferiore di queste, si notano delle sorte di box di circa 0,50 x 0,50 m. e distribuite a diverse altezze: corrispondono a delle postazioni di lavoro (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.80).

Nonostante sia stato parzialmente eroso dal vento e dalla sabbia, si distinguono ancora perfettamente le due trincee. Sul fondo sono presenti delle piccole piattaforme di circa 50 x 50 cm. distribuite su diverse altezze. Ciascuna di queste non era altro che una postazione di lavoro ed è apparso subito chiaro che, grazie a questo espediente, più operai potessero lavorare simultaneamente**. In questa zona di estrazione sono stati ritrovati diversi attrezzi litici, spesso simili a grossi ciottoli. Su alcuni era presente del verderame segno evidente che erano stati a contatto con il rame. Fungevano da incudini e percussori per ribattere e rendere tagliente la punta degli scalpelli. Questo procedimento, che doveva essere ripetuto frequentemente, permetteva di affilare la parte attiva dell’attrezzo. Pietre più grandi furono, probabilmente, usate come cunei per sostenere temporaneamente i blocchi in verticale o come punti d’appoggio per le leve, o, anche, per garantire la sicurezza nelle trincee orizzontali quando si operava in situazioni difficili.

Sono stati ritrovati anche frammenti di legno, tra cui i resti di un mazzuolo usato.

Grandi quantità di cocci di ceramica sparsi al suolo sono indicativi della fondamentale necessità di stoccaggio: si pensi solo al fabbisogno di acqua dei lavoratori impegnati in una attività simile.

<<Questo sito è stato esplorato solo parzialmente durante una stagione, ma ci ha sorpreso non trovare molti dei tagli che normalmente caratterizzano le aree di lavorazione della pietra. In compenso, abbiamo trovato una grande quantità di substrato sabbioso. Più tardi, grazie alla sperimentazione, abbiamo compreso che si trattava dei residui dell’estrazione. L’osservazione delle tracce lasciate sulla pietra a Wadi el-Jarf e gli strumenti rinvenuti in situ ci permettono di ricostruire la “cassetta degli attrezzi” del cavatore che era, tutto sommato, piuttosto rudimentale>>.

– Mazzuoli in legno d’acacia.*** Questa essenza legnosa ha la caratteristica di essere particolarmente dura e resistente. Questo materiale è sempre stato molto abbondante in Egitto e i tagliatori di pietre ne facevano un grande uso. La copiosa quantità di frammenti ritrovati sul sito indica che questi mazzuoli erano sottoposti ad un uso massiccio, per cui, a causa dell’usura era necessario rimpiazzarli frequentemente (Immagine n. 3).

– Attrezzi litici Ciottoli di pietra dura venivano utilizzati come martelli o incudini (Immagine n. 4).

Immagine n. 3 Mazzuolo in legno d’acacia (© G. Pollin, IFAO).
Immagine n. 4 Ciottolo in pietra dura(© G. Pollin, IFAO).

– Cordame Rinvenute in grande quantità nel sito, le corde servivano sia al traino dei blocchi, sia a tenere unite tra loro delle parti (Immagine n.5).

Immagine n. 5 Corda a tre capi (© G. Pollin, IFAO).

Quelle utilizzate dai cavatori erano per lo più formate da tre capi intrecciati e misuravano almeno 3 cm. di diametro, come indicano i numerosi segni lasciati sugli spigoli dei blocchi (Immagine n.6).

Immagine n. 6 Impronta sullo spigolo di un blocco e confronto con una corda rinvenuta nel sito (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.83).

Lo studio di Clair Newton ha dimostrato che erano realizzate con fibre di steli di papiro (Cyperus papyrus), o anche di Desmostachya bipinnata e/o Imperata cylindrica).

– Scalpelli in rame Erano attrezzi preziosi e durevoli. La durezza e l’affilatura della loro parte attiva erano mantenute da battiture a freddo con una pietra e un’incudine. Nel sito sono state rinvenute solo alcune punte deteriorate (immagine n. 7).

Immagine n. 7 Scalpello in rame con la punta spezzata (© G. Pollin, IFAO).

– Leve e cunei di legno. Benché a Wadi el-Jarf non siano stati ritrovati esemplari di questi attrezzi, tuttavia erano indispensabili per maneggiare, sistemare o rimuovere i blocchi. Le mortase realizzate su alcuni blocchi per fornire un punto di attacco, dimostrano che le leve avevano sezioni da 10 a 15 cmq.

<<Le nostre osservazioni ci hanno portato a riprodurre una tecnica estrattiva convincente che sembra, a grandi linee, esser conforme alle interpretazioni fatte per altri siti. Restava da supportare lo stato della conoscenza con la messa in pratica per poter tentare di fornire informazioni quantitative (tempi, effettivi, usura degli attrezzi, etc.) ma anche di ordine pratico (postura degli operai, disagio, comprensione dell’ambiente di lavoro, etc.)>>.

* In geologia, si definisce diaclasi una frattura prodottasi in una massa rocciosa, senza che questa comporti uno spostamento delle due parti in cui si divide

** L’organizzazione e le dimensioni di questi spazi di lavoro sono perfettamente comparabili a quelli visibili sul fondo delle trincee di estrazione degli obelischi ad Assuan.

*** Claire Newton ha potuto identificare che si tratta per lo più d’Acacia, probabilmente di una o più specie diverse, disponibili localmente (rapporto di studio archeobotanico di fine missione, 2019, p.15).

LA SPERIMENTAZIONE

L’esperimento è stato condotto durante le campagne del 2018 e 2019 e si è concretizzato nell’estrazione di due blocchi di circa 1 mc. ciascuno. E’ stata scelta una zona ad una cinquantina di metri dall’antica cava sia per la facilità d’accesso, sia per la vicinanza che consentiva una rapida comparazione delle antiche tracce di taglio. L’affioramento roccioso è, geologicamente, del tutto confrontabile a quello sfruttato dagli antichi cavatori: pietra relativamente tenera, ubicazione vantaggiosa sia per il lavoro di scavo che per il successivo trasporto dei blocchi. Sono stati utilizzati quattro scalpelli, realizzati in Francia a partire da segmenti di barre di rame pieno della lunghezza di 22 cm. ed un diametro di 25 mm. (Immagine n. 1). 

Immagine n. 1 Mazzuolo in faggio e scalpelli in rame utilizzati durante la prima campagna. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.83).

Il rame è un metallo malleabile che tende ad indurire quando lo si forgia. Questo cambiamento di proprietà, conseguenza della deformazione plastica, viene detto incrudimento. Per ottenere le migliori caratteristiche sono stati testati diversi metodi. Per brevità tralascio la descrizione completa delle tecniche sperimentate: accenno al fatto che si è provato con la forgiatura a caldo, con quella a freddo e con una, diciamo così, mista. Le prime due hanno dato risultati deludenti alla prova pratica con attrezzi che all’attacco della pietra si sono rovinati rapidamente. La terza ha dato, invece, esiti molto favorevoli: lo scalpello percosso ripetutamente dal mazzuolo ha ben aggredito la pietra senza deteriorarsi. Sebbene di misura leggermente superiore (la larghezza della parte attiva essendo di circa 1,6 cm., mentre le tracce lasciate sui blocchi dagli antichi attrezzi vanno da 1 ad 1,3 cm.) la forma è identica. Il metallo utilizzato, per contro, non è lo stesso che si produceva nell’antichità. Ma non vi è alcun dubbio che i fabbri egizi avevano acquisito una grande padronanza nella produzione dei loro utensili. Erano in grado di rendere il metallo sufficientemente duro (grazie alla forgiatura, ma anche variandone la composizione aggiungendo, ad esempio, dell’arsenico) per poter tagliare pietre da ténere a moderatamente dure. Ovviamente questi attrezzi non potevano essere utilizzati su pietre dure come calcite, marmo, quarzite, schisto o granito.

I mazzuoli, aventi un diametro di circa 22 cm., sono stati torniti in Egitto in un legno verde che resiste molto bene all’impatto. Sono state fatte prove con mazzuoli più piccoli ed in legno più secco, dunque anche più leggeri, ma si sono rivelati molto meno resistenti.

La sperimentazione di questo cantiere è stata condotta da 5 persone che si sono alternate in due compiti. Il taglio propriamente detto impegnava 4 di loro, mentre la quinta si occupava dello smaltimento dei materiali di scarto e dell’apporto di acqua. Tra le persone ingaggiate, il solo Franck Burgos è un professionista del taglio della pietra.

La prima tappa è stata disegnare la sagoma del blocco frontalmente e sulla cima dell’affioramento roccioso. Dopo di che sono state impiantate tre trincee verticali a forma di U (Immagine n. 2). 

Immagine n. 2 Primi colpi di scalpello nella zona di estrazione scelta per la sperimentazione moderna: Preparazione del fronte di taglio e del letto superiore. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.84).

I quattro tagliatori si sono distribuiti su postazioni simili a quelle osservate nelle antiche cave: tre posizionati alla sommità ciascuna trincea mentre l’altro stava in piedi di fronte alla linea di taglio. Una simile organizzazione, che riproduceva quella adottata dagli antichi egizi, permetteva di ripartire equamente il lavoro del gruppo e soprattutto di operare simultaneamente. Sia in posizione stante che accovacciato, ogni operaio poteva contare su uno spazio corrispondente ad una superficie di 50 cm. di larghezza e altrettanti di profondità. Si sono formati naturalmente dei livelli di scavo in tutto e per tutto comparabili a quelli osservati intorno al blocco incompiuto della cava antica.

Sin dai primi colpi di mazzuolo, lo scalpello in rame si è dimostrato resistente ed efficace nell’aggredire la roccia. La parte attiva dell’attrezzo è stata mantenuta efficiente ribattendola regolarmente su un’incudine. Il taglio del calcare si è rivelato, invece, piuttosto laborioso a causa della inaspettata durezza della pietra; nello specifico è stato particolarmente difficoltoso nei primi centimetri ricoperti da carbonato di calcio.* Una volta superato questo strato, la roccia si è rivelata più tenera, ma il taglio progrediva comunque troppo lentamente, soprattutto nell’ottica dei tempi necessari a produrre i 2,3 milioni di blocchi stimati necessari per costruire la Grande Piramide. Inoltre, l’usura dei mazzuoli in legno era estremamente rapida e dovevano essere sostituiti frequentemente. Così, dopo 3 giorni di frustrante lavoro, i progressi erano davvero scoraggianti: erano stati scavati solo una ventina di centimetri, vale a dire che si asportavano 0,0033 mc. di roccia all’ora. Facendo qualche elementare calcolo, sarebbero occorse 606 ore per cavare un blocco. Il metodo quindi non era assolutamente efficace.

Franck Burgos ebbe, allora l’idea di bagnare la pietra. Si era accorto che la roccia del sito era particolarmente ricca di sale. In effetti, all’ingresso di alcune delle antiche gallerie si possono osservare numerose infiorescenze saline. Era evidente che, per un processo di litificazione, la pietra era diventata molto più compatta. Per di più la scarsa presenza di piogge aveva contribuito a mantenere molto alta la concentrazione di sale nella roccia. Si è pensato allora di scavare una depressione a fondo orizzontale di circa 50×50 cm. e di versarvi circa due litri d’acqua. Inaspettatamente essa è stata assorbita in meno di tre minuti e la pietra ha cambiato repentinamente d’aspetto e consistenza (Immagine n. 3) assumendo una colorazione più scura e diventando più tenera per una profondità di quasi 7 cm.

Immagine n. 3 Acqua versata nel fondo della trincea. Dopo l’assorbimento, e la dissoluzione dei sali, la roccia diviene più tenera. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.86).

L’azione degli scalpelli è divenuta subito più efficace staccando frammenti molto più grossi (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Il taglio della roccia dopo che è stata inumidita. L’impatto dell’attrezzo diventa molto più efficace, portando via frammenti molto più consistenti. Il residuo è del tutto simile a quello di una sabbia grossolana (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.86).

Il residuo che si accumulava aveva un aspetto marnoso (Immagine n. 5) e finché era umido era possibile compattarlo per pressione.

Immagine n. 5 Questo è l’aspetto dei residui generati dall’uso degli scalpelli sulla pietra umida. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.86).

Una volta disseccato si disgregava completamente. 

<< In pratica, abbiamo capito che l’acqua scioglieva i sali, ma agiva anche sulle argille contenute nella roccia. E’ interessante notare che una roccia che era stata inzuppata non recuperava le sue proprietà dopo essersi asciugata: continuava a rimanere più tenera>>**. 

Umidificando la roccia si è avuto un importante guadagno di produttività: la capacità di asportazione ha raggiunto 0,021 mc/h, ossia sei volte più rapida rispetto al primo approccio. Inoltre gli attrezzi, mazzuoli e scalpelli, essendo meno sollecitati si usuravano molto più lentamente ed i cavatori erano sottoposti a condizioni di lavoro meno faticose. Ovviamente, era necessario un continuo approvvigionamento di acqua nella cava***. La progressione nelle trincee ha seguito questo metodo fino alla base del blocco (Immagine n. 6).

Immagine n. 6 La sequenza di immagini illustra la progressione del ciclo di estrazione, durante la prima campagna di sperimentazione. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.87).

* Vista la durezza del minerale, non è improbabile che questi primi centimetri furono attaccati utilizzando anche attrezzi litici.

** L’assorbimento d’acqua attraverso il calcare locale è sorprendente nella sua rapidità. E’ senza dubbio questa la strana proprietà della pietra che Alessandro Barsanti (Alessandria d’Egitto, 1858-1917), lo scopritore della tomba di Akhenaton, osservò durante lo scavo della grande fossa di Zawiyet el-Aryan nel marzo del 1905, anche se non seppe darne la giusta interpretazione: ”Una vera e propria bomba d’acqua cadde sulla montagna di Zawiyet el-Aryan e il pozzo fu inondato fino ad un’altezza di 3 metri; verso mezzanotte il livello si abbassò bruscamente di circa un metro. Non posso spiegare questo fenomeno se non supponendo che sia stata inghiottita in qualche galleria sotterranea abbastanza ampia da contenere 380 metri cubi d’acqua!” (Barsanti, 1906)

*** Nel sito c’erano due possibilità di approvvigionamento d’acqua: la sorgente, oggi inglobata nel monastero di San Paolo, a circa 10 Km. verso ovest, oppure il mare a 3 Km. in direzione est. “Non abbiamo sperimentato l’acqua di mare, ma non è escluso che potesse funzionare”. Per il trasporto si potevano utilizzare gli asini, che potevano agevolmente sopportare un carico di circa 100 Kg.

A circa metà dell’opera, l’equipe si è imbattuta in uno strato più duro, dello spessore di qualche centimetro, costringendola a modificare la tecnica di scavo. In quel punto la pietra, più compatta, presentava una porosità decisamente minore; di conseguenza l’efficacia dell’acqua è diventata pressoché nulla e gli scalpelli di rame perduto la loro funzionalità. Ci si è avvalsi allora di strumenti litici, vale a dire dei semplici ciottoli di calcare duro, che si sono dimostrati molto efficaci.

Per tutta la durata dell’operazione è stato necessario tenere sotto controllo la verticalità delle pareti del blocco, in quanto una correzione successiva avrebbe comportato un grosso dispendio di tempo. Per rimediare a posteriori, si sarebbe dovuto bagnare la parete del blocco e l’acqua scorrendo via rapidamente non avrebbe impregnato la roccia in maniera efficace.

Essendo la postura dei cavatori (rannicchiati nella trincea ed impossibilitati a variare la posizione) estremamente scomoda e gravosa per le articolazioni, si sono stabiliti dei ritmi di lavoro che permettessero un adeguato recupero. Adottando questi ritmi si è potuto completare lo scavo delle tre trincee verticali in 6 giornate lavorative da sei ore ciascuna, impiegando 5 persone: quattro al taglio e la quinta a fare da aiuto (smaltimento dei residui, approvvigionamento d’acqua, ecc.). E’ bene tenere presente che il risultato ottenuto comprende anche i tempi morti richiesti dai ragionamenti sulle strategie da adottare e dai tentativi effettuati nella ricerca della tecnica più efficace. Di conseguenza al netto di questi ritardi, la base del blocco sarebbe stata raggiunta in teoria in 4 giorni, sbancando 2 mc. di roccia. E’ ragionevole supporre che il rendimento degli antichi cavatori, già padroni delle tecniche ed adusi a questo lavoro, fosse di almeno un 20%-30% superiore. Inoltre, questo esperimento è stato condotto su un banco calcareo locale abbastanza duro, il che porta, ovviamente, a concludere che i risultati variassero sensibilmente in funzione della compattezza della pietra.

IL DISTACCO DEL BLOCCO PER FRATTURAZIONE

Una volta liberato il blocco sui 4 lati, si è presentato il problema di come staccare la faccia inferiore ancora solidale al banco roccioso. A Wadi el-Jarf non si sono trovate tracce di applicazione della tecnica con il legno bagnato descritta da Reisner, né indicazioni dell’utilizzo di cunei. Si è valutato che l’uso di legno gonfiato attraverso l’acqua fosse poco attuabile per semplici ragioni logistiche e, pertanto, si è concluso che gli antichi dovettero impiegare soluzioni più semplici. Il procedimento sicuramente più pratico e conveniente doveva essere quello di sfruttare le proprietà geologiche del banco come, ad esempio, raggiungere lo strato argilloso. In questo caso, la sola difficoltà era quella di scegliere con discernimento ed in anticipo il giacimento. Quando ciò era possibile è indubbio che gli antichi egizi privilegiassero questo metodo che era di gran lunga il meno laborioso. Altrimenti, bisognava procedere in modo diverso scavando una trincea nella parte sottostante, come dimostra il blocco di cui abbiamo scoperto l’impronta nella cava e il cui distacco non poté beneficiare di questa agevolazione. 

<<Infatti, avevamo notato che una metà di questa faccia aveva segni di utensili mentre l’altra parte era stata fratturata. È questo metodo, sicuramente più impegnativo, che abbiamo scelto di sperimentare>>.

E’ stato necessario, prima di tutto, realizzare una trincea orizzontale alla base del blocco (Immagine n. 1); dopodiché si è provveduto ad eseguire un taglio, profondo una quarantina di centimetri alla base della faccia anteriore. Sugli altri lati, essendo lo spazio delle trincee molto angusto, si è potuto avanzare solo per circa 10 cm.

Immagine n. 1: Scavo dello spazio alla base del blocco prima di effettuare il distacco per fratturazione (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.89).
Immagine n. 2 Posizione del cavatore all’interno della trincea (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.88).

<<Con il blocco così preparato, abbiamo tentato, in un primo momento, di separarlo per fatturazione con l’aiuto di leve. Contro la faccia posteriore sono stati collocati due pezzi di legno lunghi 3 metri e con una sezione di 10 cmq. Le due leve erano disposte in modo da poggiare su cunei che erano a loro volta appoggiati al bordo della trincea e le loro estremità toccavano il blocco. Due uomini per ogni leva esercitavano la forza nel tentativo di distaccarlo. Sfortunatamente, essendo lo spazio tra il blocco ed il basamento troppo largo, era difficile trovare un punto di appoggio efficace, per cui il tentativo è fallito. Abbiamo ripetuto l’esperimento dopo aver approfondito lo scavo sotto il blocco, ma anche in questa situazione non ci sono stati progressi. Era evidente che le forze esercitate dalle leve non erano sufficienti nonostante fossero sollecitate al limite della loro resistenza ed anche la modalità a scatti con cui venivano azionate si dimostrava inefficace. Abbiamo così pensato di mettere in forza un pezzo di legno di 10 x 10 cm nella trincea posteriore. Il puntone, leggermente più lungo della trincea stessa, è stato collocato nella metà superiore. Una delle sue estremità era posta in alto contro il blocco mentre l’altra era appoggiata al muro opposto. L’operazione seguente è stata quella di mettere sotto pressione il pezzo di legno colpendolo sulla parte superiore con un palo (Immagini n. 3-4). Quest’ultimo, similmente ad un martello, veniva azionato verticalmente da un uomo, le cui gambe erano appoggiate rispettivamente sul blocco e sul bordo della trincea. Dopo cinque minuti di lavoro, il blocco ha ceduto palesando una fessura orizzontale alla base del blocco>>.

Immagine n. 3 Compressione di un puntone di legno sul retro del blocco per provocarne la frattura, cioè il distacco dal suo banco (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.90).
Immagine n. 4 Schematizzazione del metodo utilizzato per la compressione dei puntoni di legno così come è stato sperimentato a Wadi el-Jarf. L’asse di legno, leggermente più lungo della larghezza della trincea è stato forzato a scendere contro la faccia del blocco per mezzo di colpi ripetuti. Il principio è quello di esercitare pressioni parallele al verso della sedimentazione rocciosa. (©Franck Burgos & Emmanuel Laroze, JAEA 4, 2020 p.91).

La sperimentazione di questa tecnica ha dimostrato di essere estremamente efficace e facile da mettere in pratica. Essa ha lo scopo di generare grandi pressioni in modo continuo. Si può immaginare che, secondo questo stesso principio, potessero essere inseriti sul fondo della trincea ancora più puntoni per aumentare la spinta. La compressione si sarebbe potuta ottenere martellando con attrezzi litici, alternando i colpi da uno spuntone all’altro. Inoltre, inserendo dei grossi pezzi di legno tra i montanti ed il blocco, le forze su di esso esercitate si sarebbero distribuite in maniera ancora più uniforme. E’ anche possibile che la grande pressione esercitata da questo sistema nel verso della sedimentazione potesse essere sufficiente a staccare il blocco, senza la necessità di ricorrere ad uno scavo così profondo della trincea orizzontale, come quello effettuato nel corso dell’esperimento.

CONCLUSIONI

L’esperimento condotto a Wadi el-jarf, col semplice utilizzo di scalpelli in rame, mazzuoli in legno e acqua per ammorbidire la pietra, ha dimostrato che con una simile tecnica si è ottenuto un rendimento di 0,021 mc/h di blocchi estratti.Il lavoro di isolamento del blocco, al netto dei ritardi dovuti allo studio sul modo di intervenire e ai tentativi falliti, è stato completato in 4 giornate di 6 ore ciascuna e portato avanti da 4 persone (non contando, l’aiuto del quinto collaboratore preposto allo smaltimento degli scarti). Il taglio della trincea orizzontale e il distacco dal basamento calcareo hanno richiesto una giornata supplementare. In definitiva, la stima che ne consegue è che un singolo individuo può estrarre un blocco ogni 20 giorni, ossia 0,05 blocchi al giorno. Si tratta, ovviamente di un calcolo condizionato dal particolare contesto della località dove i blocchi furono estratti in funzione della necessità e soprattutto della vicinanza del giacimento**. Inoltre, l’estrazione sperimentata da Burgos e Laroze presenta la particolarità, trattandosi di un solo blocco, di aver richiesto lo scavo di tre trincee. In condizioni di produzione intensiva e razionale, come ad esempio nel caso della piramide di Chefren, bastavano solo due tagli verticali e perpendicolari tra di loro. Ogni trincea, ovviamente liberava la facciata di un blocco e di quello adiacente. In questo caso, la quantità di roccia sbancata scendeva a 1,25 mc, rispetto ai 2 mc. sperimentati a Wadi el-jarf, con un rendimento pari a 0,071 blocchi al giorno per operaio. In caso di estrazione di blocchi di dimensioni maggiori, la prestazione era ancora migliore.

La schematizzazione in 4 fasi dell’estrazione di un blocco a Wadi el-Jarf, operata da una squadra di 4 persone:
1) preparazione del fronte di lavoro e allestimento delle tre trincee verticali;
2) scavo delle trincee;
3) perfezionamento dello scavo delle trincee verticali e scavo alla base del blocco;
4) messa in tensione del blocco, con l’aiuto puntoni di legno, per fratturarla alla base.

Questi risultati possono essere confrontati con la sperimentazione NOVA*** che si era interessata allo studio dell’estrazione delle pietre per la costruzione della Grande Piramide. Siccome quell’esperimento fu condotto con l’ausilio di attrezzi in acciaio, la comparazione dei risultati è, di conseguenza molto limitata. Infatti, in quelle condizioni operative, il rendimento con attrezzatura moderna fu di 186 blocchi estratti in 22 giorni da 12 cavatori (ossia, circa 0,705 blocchi/operaio/giorno). Per riallineare le prestazioni agli utensili utilizzati nell’antichità, Lehner pondera una produzione di 322 blocchi al giorno operata da un totale di 1212 individui (ossia circa 0,266 blocchi/operaio/giorno). Con una simile prestazione senz’altro la Piramide di Cheope, dato per scontato che sia costituita da 2.300.000 blocchi, poté essere costruita in venti anni.

Secondo le stime derivanti dall’esperimento di Wadi el-Jarf, (ma va tenuta sempre presente la differente natura geologica del sito e le condizioni in cui è stato operato il test) per raggiungere un ritmo produttivo di circa 340 blocchi al giorno, sarebbe occorso l’impiego di 4788 cavatori. Però, se si aumenta il periodo di attività del cantiere a 27 anni, il che è comunque plausibile, la produzione giornaliera richiesta scende a 250 blocchi e l’impiego umano a 3521 unità****.

Inoltre, è apparso subito chiaro che l’estrazione generava una considerevole quantità di materiale di risulta. In pratica si è calcolato che per un blocco estratto del volume di 1 mc. si ottenevano circa 1,5 mc. di detriti facilmente compattabili e molto stabili, perfettamente idonei ad essere riutilizzati. Se trasferiamo queste cifre alla piana di Giza, si può stimare che per circa 2.000.000 di mc. estratti furono prodotti circa 3.000.000 di mc. di frantumi che dovevano essere smaltiti oppure, più intelligentemente, riutilizzati. Con una tale quantità di materiale disponibile, che si accumulava continuamente, è del tutto logico ed evidente concludere che venisse reimpiegato, ad esempio, per elevare rampe o impalcature. Una volta chiuso il cantiere, i detriti di cui erano composte potevano essere livellati per modellare la topografia dell’area.

La scoperta della cava di Wadi el-Jarf e di attrezzi dell’epoca, ha fornito moltissime informazioni inedite sui procedimenti di estrazione durante l’Antico Regno. Confrontando gli utensili ritrovati in situ con le tracce lasciate sul fondo delle trincee di scavo, si è potuti risalire alle tecniche impiegate. Ciò ha permesso non solo di ricostruire gesti e posture degli antichi cavatori, ma anche di comprendere come era organizzata la suddivisione dei compiti in seno alla squadra. Quanto sperimentato, va tenuto ben presente, era posto in pratica da individui altamente qualificati e riuniti in squadre estremamente affiatate. I risultati ottenuti vanno rapportati alla grande forza del sistema manageriale egizio in grado di sviluppare delle sinergie che permettevano di conseguire una perfetta combinazione di competenze e risorse umane. Pertanto, è fin troppo facile concludere che il rendimento produttivo fosse ben superiore a quanto evidenziato dall’indagine moderna. La marcatura sistematica di utensili, blocchi o dei vasi, così come è stato osservato a Wadi el-Jarf, testimonia l’importanza e l’efficienza dell’organizzazione della forza lavoro all’interno delle squadre. E’ ciò che attesta anche l’eccezionale papiro di Merer rinvenuto nel sito.

Franck Burgos, scalpellino. CNRS – Centre National de la Recherche Scientifique. Studio e realizzazione di monumenti antichi. Coordinamento e studio logistico di siti archeologici. Esperto delle costruzioni in pietra.

Emmanuel Laroze , architetto e ingegnere di ricerca presso il CNRS.
Specialista nello studio degli edifici e delle tecniche costruttive antiche, nel 1998 è entrato a far parte dell’Istituto Francese del Vicino Oriente ad Amman dove ha partecipato allo studio del Tempio di Zeus nel sito di Jerash.Dopo aver lavorato presso l’ Institut National de Recherche en Archeologie Préventive di Pantin (2002-2004) e aver preso parte a missioni archeologiche in Siria (Ugarit e Shaara), è diventato direttore del Centre Franco-Egyptien d’Etude des Temples di Karnak in Egitto (2005-2008).
Dal suo ritorno in Francia, è stato assegnato al laboratorio Orient & Méditerranée dove collabora a vari progetti, in particolare in Egitto, come il tempio di Opet a Karnak (cortile del nascondiglio, colonne della sala ipostila) o la porta di Tiberio a Médamoud. 

* In altro contesto, a Petra, ad esempio, il rendimento con attrezzi in acciaio in epoca romana, sul gres, è stato stimato intorno a 0,066 mc/h (Bessac,2007 pag. 360)

** Va considerato, infatti, che il numero di blocchi necessari alla chiusura delle gallerie, non avrebbero giustificato la ricerca di un giacimento che per caratteristiche geologiche avrebbe permesso un rendimento migliore. Inoltre, si deve considerare che uno sfruttamento delle risorse su larga scala, avrebbe avuto un forte impatto sul paesaggio circostante, mentre lo scopo del complesso portuale era proprio quello di nascondere nel miglior modo possibile le gallerie di stoccaggio.

*** Lehner 1996, pp.46-93 e 1997, pp.206-209

**** Si ragiona, ovviamente, sull’idea che la Grande Piramide sia interamente costituita da blocchi. Tuttavia, nulla vieta che siano stati utilizzati, in parte, cassoni riempiti da calcinacci, materiali di risulta dell’estrazione dei blocchi e/o sabbia.

Fonte: F. Burgos & E. Laroze, “L’extraction des blocs en calcaire à l’Ancient Empire. Une experimentation au ouadi el-Jarf, JAEA 4 (The Journal of Ancient Egyptian Architecture), 2020 pp. 73-95

Mai cosa simile fu fatta, Predinastico

IL COLTELLO DI GEBEL ARAK

Di Grazia Musso

Quest’opera predinastica è uno dei capolavori degli inizi dell’arte egizia.

Il manico d’avorio di ippopotamo presenta già alcune peculiari dell’arte egizia successiva.

Su un lato la successione degli eventi si svolge su due registri successivi, e mostra la lotta fra due gruppi di uomini; nei registri in basso i vedono i cadaveri fra le loro navi.

Sull’altro lato un personaggio barbuto in abiti mesopotamici, probabilmente ispirato da raffigurazioni su sigilli, riflette il tema del genio o dell’eroe, che doma le fiere.

Al di sotto di vedono cani domestici, leoni e stambecchi.

Naqada II (3800-3200)

Avorio

Altezza 25,5 cm.

Parigi, Museo del Louvre E 11517

Fonte:

Antico Egitto di Maurizio Damiano -Electa

Cose meravigliose, Tanis

LA PIASTRA DI IMBALSAMAZIONE DI PSUSENNES I

Di Andrea Petta

Museo Egizio del Cairo, JE 85821. Dimensioni 16.6 x 9.9 cm, spessore 0.7 mm. Oro

Le “piastre per imbalsamazione” venivano posizionate sopra l’incisione praticata sull’addome del defunto per estrarre gli organi interni durante il processo di mummificazione.

Entrate nell’uso comune durante il Nuovo Regno, furono utilizzate fino all’Età Tolemaica, anche se normalmente di materiali meno nobili. Il loro significato esoterico era quello di “guarire” la ferita necessaria per la pratica di mummificazione del defunto ed impedire che spiriti maligni potessero profanarne il corpo.

La piastra di Psusennes I era cucita sulle bende che ricoprivano l’incisione grazie a quattro fori sugli angoli della piastra stessa. L’importanza simbolica di questo oggetto è testimoniata dall’estrema cura riservata ai dettagli dell’incisione, che vede al centro un occhio protettivo udjat circondato dai quattro figli di Horus, che sappiamo sovrintendere alla protezione degli organi interni del defunto e che abbiamo visto riprodotti sui vasi canopi del Faraone.

Ogni divinità (da sinistra Hapi, Imsety, Duamutef e Qebehsenuf) è raffigurata con indosso un gonnellino corto ed un collare usekh; ognuna ha inoltre un ureo regale sulla fronte. I loro nomi sono incisi sopra le loro teste insieme al cartiglio del Faraone “L’Osiride Psusennes Meriamon, giusto di voce”.

FONTE: Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)

Foto reperita in rete

Cose meravigliose, Tanis

I VASI CANOPICI DI PSUSENNES I

Di Andrea Petta

Museo Egizio del Cairo, JE 85914-17. Alabastro, foglia d’oro e bronzo

I quattro vasi canopi di Psusennes I erano stati deposti davanti al sarcofago in granito rosa, senza nessun naos a contenerli.

Sono realizzati in alabastro ricoperto da una sottilissima foglia d’oro che si è brunita in molte parti.

Qebehsenuf a testa di falco

Anche i coperchi sono erano ricoperti di foglia d’oro con una decorazione dipinta, azzurra verticale e ricordare il nemes faraonico, e rossa e azzurra ad imitare un collare variopinto.

Su tutte le teste spicca un ureo in bronzo dorato e decorato.

L’ureo sulla testa di Duamutef

Le iscrizioni associano come d’abitudine Iside e Imsety al vaso con testa umana, Nephti ed Hapi al vaso con testa di babbuino, Neith e Duamutef a quello con testa di sciacallo, ed infine Selqit e Qebehsenuf a quello con testa di falco. I quattro canopi contenevano rispettivamente il fegato, i polmoni, lo stomaco e l’intestino del defunto.

Hapi a testa di scimmia

All’interno non c’erano, come nel caso di Sheshonq, piccoli sarcofagi ma direttamente gli organi interni che si sono ovviamente deteriorati.

Le quattro teste nelle foto originali di Montet
I quattro canopi al Museo Egizio

FONTI:

  • Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau d’Osorkon II à Tanis (1947)
  • Nozomu Kawai, Royal Tombs Of The Third Intermediate And Late Periods: Some Considerations (1998)
  • Foto: Aidan McRae Thomson, Hans Ollermann, Merja Attia, Getty Images
Harem Faraonico

L’HAREM DI MER-WER

Di Luisa Bovitutti

L’unico harem faraonico del quale sono sopravvissuti resti e prove epigrafiche è quello della città di Mer-Wer (che in epoca successiva fu chiamata Medinet Ghurob, che significa “città dei corvi”), una località posta all’ingresso dell’Oasi del Fayyum, a 130 chilometri dal Cairo, investigata da ultimo dal prof. Ian Shaw dell’Università di Liverpool che ne ha individuato sia l’architettura tipica che le iscrizioni.

ricostruzione di massima della pianta dell’area palaziale

La zona era abitata fin dall’epoca predinastica, ma le strutture dell’harem furono edificate nel XIV secolo a. C. da Thutmose III, così come documentano i mattoni con il suo cartiglio trovati nelle fondamenta; esse vennero utilizzate per tale scopo fino al periodo ramesside (XIX dinastia) ed in seguito, sebbene la città sia sopravvissuta fino al periodo tolemaico, perse tale destinazione e la zona divenne sede di un insediamento urbano, in quanto sono stati trovati resti di abitazioni sopra i recinti del palazzo.

Particolarmente pregevole la testina in avorio alta solo 2,7 cm., (oggi al MET di New York) risalente al regno di Amenhotep III; si è osservato che essa non è in stile egizio e che, insieme ad altri ritrovamenti confermerebbe una significativa presenza di stranieri nell’area, probabilmente i cortigiani venuti in Egitto al seguito delle principesse straniere sposate dal Faraone.

Analogo significato assume la figurina in legno risalente alla XVIII dinastia di una donna che suona un alto strumento musicale a corde e che secondo Petrie era ittita, in ragione dell’acconciatura a treccia (immagine trovata nella pagina facebook del Gurob Harem Palace Project e del Petrie Museum Unofficial page).

Il sito è stato scavato per la prima volta da Flinders Petrie nel 1889, ma fu Ludwig Borchardt, che nel 1905 ne continuò l’opera, ad ipotizzare per primo che il muro di cinta principale contenesse non un tempio – come aveva suggerito Petrie – ma un palazzo ed un harem della fine della XVIII dinastia, nonché la città stessa; nel 1943 Alan H. Gardiner grazie al suo studio dei papiri di Ghurob identificò il sito come l’antica città di Mer-wer.

Anche le due statuine sono alte solo 6 cm. e sono in ebano; raffigurano la regina Tiye e Amenhotep III.

In epoca molto più recente (era il 1978), Barry Kemp sintetizzò i risultati degli scavi precedenti concludendo che Ghurob fu una città-harem del Nuovo Regno che si sarebbe sovrapposta al villaggio preesistente e che in epoca ramesside fu trasformata in una piccola città.

La pianta dell’area abitativa tracciata dall’archeologo sulla base dei resti portati alla luce, infatti, mostra chiaramente un ampio muro di cinta in mattoni crudi che misura m. 240 x m. 225 all’interno del quale sorgevano abitazioni, alcuni magazzini ed un piccolo tempio, tutti dello stesso materiale; il palazzo nel quale vivevano le donne reali sorgeva al centro della città ed era costituito da due edifici rettangolari e paralleli.

Questo vaso reca i cartigli di Tutankhamon e di Ankhesenamon

Quello settentrionale è lungo circa m. 160 e largo m. 60 mentre quello meridionale è leggermente più piccolo e misura m. 150 di lunghezza e m. 60 di larghezza; gli studiosi sono concordi nell’affermare che l’edificio più grande fosse il vero e proprio “harem”, caratterizzato da una sala con colonne, camere da letto, bagni e una sala del trono, mentre la struttura meridionale era destinata al personale di servizio ed era suddivisa in molte piccole stanze per la conservazione delle derrate e la preparazione dei pasti ed era probabilmente collegata ad ampi magazzini di stoccaggio, che occupavano uno spazio di almeno m. 70 x m. 40.

All’area palaziale erano annessi una vasta tenuta agricola, bestiame, centri di tessitura ed altresì una vasta necropoli.

Molti dei reperti raccolti da Petrie nel corso delle sue due stagioni di scavo sono custoditi al museo londinese che porta il suo nome e permettono di ricostruire molti aspetti della vita quotidiana degli abitanti di Ghurob, i quali, così come si desume dal Papiro Wilbour risalente al Nuovo Regno, lavoravano la terra per conto dell’harem, inteso come istituzione proprietaria di tutto il terreno circostante e dei suoi raccolti o erano al servizio diretto della struttura.

Il frammento di maiolica colorata proviene da un intarsio o forse da una piastrella quadrata che mostrava uno stagno o una scena del Nilo, con acqua blu, un pesce bianco, fiori di loto gialli e bianchi, foglie di loto verdi e increspature gialle nell’acqua e ci dà un’idea di come dovevano presentarsi gli ambienti all’epoca del loro splendore. Questo reperto, che misura 3,5 x 4 cm., si trova al Manchester Museum (la fotografia, opera di Julia Thorne, proviene dal sito https://tetisheri.co.uk/photography/to-have-and-to-heal/

Le loro case erano arredate semplicemente con sedie, sgabelli e poggiatesta in legno, dei quali sono stati trovati frammenti, ma non sono emerse prove del fatto che fossero intonacate e decorate (anche se è probabile che lo fossero), né che fossero irrobustite con colonne, architravi o stipiti; in alcune di esse è stato trovato una specie di focolare in ceramica ma stranamente non vi sono macine, invece molto comuni altrove, come ad esempio ad Amarna.

Essi come si è detto si dedicavano all’agricoltura, essendo venuti alla luce due manici di falce in legno, tre falci di pietra ed un possibile frammento di aratro di legno, ed alla pesca così come si desume dal rinvenimento di molti ami, di ‘piombini di rete’ e di aghi da rete.

Essi lavoravano il legno e la pietra, usando un’ampia varietà di strumenti, tra cui lame in lega di rame, scalpelli, punteruoli, trivellatori, raschietti di selce, raspe e un trapano ad arco, ed altresì i metalli, tant’è che è stato rinvenuto un crogiolo di ceramica contenente scorie di rame.

Una serie di oggetti rinvenuti nell’area palaziale

Nello strato superficiale della città sono stati trovati moltissimi anelli, perline ed amuleti in maiolica di varie fogge; la collezione esposta al museo non include stampi in argilla o altri strumenti che provino la produzione locale di maioliche, ma Brunton ed Engelbach, che scavarono nel sito nel 1920, riferiscono di resti di fabbriche di vetro e di forni, e lo stesso Petrie affermò di avere trovato in case private della città alcuni stampi per perline, amuleti e anelli.

FONTI SPECIFICHE

Harem Faraonico

L’HAREM NEI SECOLI

Di Luisa Bovitutti

Le numerose sepolture sussidiarie associate alle tombe reali della prima dinastia scoperte ad Abydos offrono la prova dell’esistenza già all’epoca di una comunità femminile facente capo al sovrano.

Egli infatti concedeva a funzionari di alto rango ed a personaggi che in vita gli erano stati particolarmente legati l’onore di essere seppelliti accanto a lui, e gli scavi hanno consentito di accertare che la maggior parte degli occupanti di queste tombe erano donne; nel complesso funerario di Djer, ad esempio, su 97 defunti identificati dalla stele apposta sulla sepoltura ben 76 erano donne, probabilmente concubine reali in quanto dotate di pregevoli corredi funerari.

Statua di Hormin, capo dell’harem di Menfi – XIX dinastia, da Sakkara. Ora a Leida.

Per i monarchi dell’Antico Regno divenne usuale tenere accanto a sé nel palazzo le mogli principali, le figlie e la madre, che venivano poi sepolte nelle tombe sussidiarie costruite intorno alle piramidi reali; alcune donne di secondaria importanza venivano invece collocate anche nel “khener”, ossia “circolo di musicanti e danzatrici”, le cui ospiti si occupavano dell’accompagnamento musicale della vita di corte e delle cerimonie religiose statali; esso era gestito da personale femminile, ed è documentata l’esistenza di una “sorvegliante delle danzatrici” e di una “sorvegliante di tutti i piaceri del re”.

Le prove dell’esistenza dell’harem reale nel Medio Regno provengono dal papiro Boulaq 18 risalente alla XIII dinastia tebana, che spiega che l’entourage del sovrano era composto da almeno otto ufficiali di corte (e non più di tredici), dalla famiglia reale (una regina, un principe, tre figlie del re e nove sorelle del re) e da diciannove dame di alto rango incaricate di accudire i bambini reali.

Tutte queste donne vivevano insieme nel palazzo reale, in una zona definita “Jpt nswt”, una serie di stanze attigue ai quartieri privati ​​del re che venivano gestite da personale maschile; un’iscrizione nella tomba di Iha, sorvegliante dell’harem, lo descrive come “colui che conduce le donne … che ha accesso al luogo segreto, che vede la danza nei quartieri privati”.

Raffigurazione di Amenhotep Hui come portatore di ventaglio, dalla sua tomba; egli fu sovrintendente dell’harem, poi visir di Amenhotep III

I resti archeologici ed i rilievi tombali provano invece che nel Nuovo Regno la Grande Sposa Reale talvolta viveva con la sua corte in una propria residenza, che era una struttura indipendente collegata al Palazzo Reale tramite una porta laterale.

Le mogli secondarie del sovrano ed il loro seguito composto da giovani nobildonne, le “amate del re” (mrwt nswt), ossia le favorite, e infine le “belle” (nfrwt), ossia le ragazze che con canti e danze avevano il compito di allietarlo abitavano invece nell’harem, che ospitava all’epoca diverse centinaia di persone.

Esso divenne quindi una complessa istituzione organizzata ed indipendente dall’amministrazione statale; definito “per-khener”, aveva sede a Menfi, a Tebe, ad Amarna ed a Mer-wer (Medinet el-Ghurob), all’ingresso dell’oasi del Fayyum.

Nel corso degli scavi effettuati a Ghurob vennero alla luce la famosa testina in ebano raffigurante la regine Tyie, oggi conservata a Berlino, ed un papiro contenente una lista di indumenti personali di Maathorneferura, la principessa ittita divenuta grande sposa reale di Ramses II (si tratta del papiro UCL 32795 della collezione Petrie di Gurob contiene riferimenti a biancheria reale, copricapi, tunica da borsa e tessuti triangolari, tutti di prima qualità), e ciò ha indotto alcuni studiosi a pensare che, forse, anche la Grande Sposa Reale si ritirasse a vivere in un harem dopo essere rimasta vedova.

Testa in ebano della regina Tiye, da Ghurob, ora al museo di Berlino.

L’harem era diretto da un “Capo dell’harem reale” scelto dal sovrano, che aveva la responsabilità di coordinare il lavoro di molti altri funzionari, anch’essi di nomina regia; i nomi di alcuni di essi sono giunti fino a noi incisi su stele ed oggetti trovati a Ghurob: si tratta di Usermaatra-em-heb “vice dell’harem di Mer-wer”; di Djarwy “servitore dell’harem”; di Sety “scriba reale, sorvegliante delle donne dell’harem di Mer-wer”.

Essi erano incaricati di gestire quella che era in effetti una piccola città, al servizio della quale c’erano una molteplicità di dipendenti salariati come artigiani, contadini, allevatori e commercianti.

L’harem egizio infatti non deve essere visto solo come un luogo destinato ai piaceri del sovrano: esso era anche un potente centro economico, che disponeva di un proprio patrimonio, che produceva reddito e si manteneva con gli introiti che derivavano dai suoi terreni dati in affitto o fatti coltivare, dal bestiame che veniva allevato nelle sue fattorie e dai prodotti di lusso dei suoi laboratori artigiani (tessuti, gioielli, profumi) che permettevano di mantenere l’organizzazione e di procurare tutto ciò che serviva a garantire agli abitanti un tenore di vita lussuoso ed adeguato al loro rango.

Statua cubo di Keret, sovrintendente dell’harem sotto Amenhotep II e Thutmose IV, ora al Museo Egizio di Torino

I laboratori per la produzione di filati e di tessuti avevano sede nell’harem fin dal Medio Regno, ed alcuni testi indicano che le donne che lo abitavano filavano, tessevano e cucivano (o quanto meno sorvegliavano chi se ne occupava), producendo tessuti per tutto l’Egitto e addirittura per l’esportazione.

La principale occupazione delle donne reali, tuttavia, era compiacere il Faraone, per cui dedicavano la maggior parte del loro tempo alla musica, alla danza, alla poesia, ad apprendere le buone maniere, la raffinatezza e le arti della seduzione femminile.

Mai cosa simile fu fatta, Predinastico

TAVOLOZZA A FORMA DI PESCE

Di Grazia Musso

Epoca predinastica

Ardesia

Altezza 4,8 cm.

Lunghezza 14,4 cm

Acquisto di E. Schiapparelli S. 613

Museo Egizio di Torino

Il pesce, di cui la tavolozza riproduce la sagoma, presenta alcuni elementi che contribuiscono a definire la natura dell’animale. Particolare attenzione è stata rivolta alla resa delle pinne dorsali e di quella caudale, le cui singole parti sono indicate per mezzo di sottili incisioni nella pietra.

Alla cultura di Naquada (I e II) risalgono le tavolozze in ardesia usate per macinare i pigmenti di origine minerale (malachite e galena) con cui si produceva il belletto per truccare gli occhi.

Si tratta di sottili lastre di pietra scura il cui contorno riproduce, in linee semplici ed essenziali, l’aspetto di diversi animali tipici della Valle del Nilo, quali pesci, uccelli e tartarughe.

Le finalità di queste tavolozze è desunta dalla presenza, su alcuni esemplari, di tracce di pigmento colorato con cui sia gli uomini che le donne usavano contornare gli occhi per proteggerli dalla forte luce solare, dalla sabbia e dagli insetti..

Dopo essere state usate in vita, le tavolozze entravano a fare parte del corredo funerario del loro proprietario, chiuse all’interno di tombe che le hanno conservate intatte per millenni sino alla loro scoperta.

È tuttavia probabile che a partire dal tardo periodo Predinastico almeno gli esemplari più elaborati avessero perso il loro significato pratico e originario e fossero invece destinati ai templi, dove venivano deposti come ex-voto dai fedeli.

Comunque, indipendentemente dalla loro destinazione d’uso, questi antichi oggetti con le loro forme stilizzate sono una chiara dimostrazione della grande capacità di astrattismo elaborata dagli artigiani di quell’epoca, autori di oggetti di uso quotidiano realizzati come opere d’arte.

Fonte:

I grandi musei: il Museo Egizio di Torino – Electa

Mai cosa simile fu fatta

STATUETTA DI UOMO BARBUTO

Di Grazia Musso

Epoca predinastica, Naquada I, amarziano

Scisto

Altezza cm 31,5

Larghezza cm 7

Profondità cm 5

Gebelein

Lione, Museum d’Histoire Naturelle, 90000172

Gli oggetti risalenti alla cosiddetta epoca Naquada sono di grande qualità.

Alcune tecniche, come il taglio di alcune pietre dure, avevano già raggiunto un livello di perfezione e non furono mai abbandonate

Tra le produzioni artistiche del periodo, si distinguono due tipologie principali di statuette.

Accanto alle figure femminili spesso realizzate in terracotta, ritroviamo alcune effigi di uomini barbuti dalle linee semplificate e intagliate in vari tipi di pietra.

Il “barbuto” di Lione, ritrovato a Gebelein, a sud di Luxor, è un pezzo notevole: il viso forma una losanga nella quale sono rappresentati solo gli occhi.

Due incisioni disposte a spina di pesce segnalano la crescita della barba, o forse la bocca o il mento.

La testa è ricoperta da un copricapo che termina in forma di bulbo

Alcuni egittologi, probabilmente a ragione, vedono nel copricapo il prototipo della corona bianca che in seguito sarebbe divenuta l’attributo definitivo del sovrano dell’Alto Egitto.

Il corpo di questo uomo barbuto è delineato in maniera sommaria; ciò nonostante, il trattamento delle spalle potrebbe suggerire la presenza di una cappa drappeggiata oggi scomparsa.

Si trattava forse già del mantello che i sovrani dell’epoca storica indossavano in occasione del loro giubileo, lo Heb-Sed?

Fonti

I Faraoni a cura di Cristiane Xiegler – Bompiani

Bibliografia, Bovor, p. 87 I.F.

Mai cosa simile fu fatta

IL PREDINASTICO

Di Grazia Musso

Con il periodo Predinastico dell’Egitto si intende la fase precedente alla formazione dello stato unitario egizio.

Il periodo inizia nel 4900 a.C. e attiva fino al 3060 a. C., con il paese suddiviso nei due regni: Alto e Basso Egitto.

Comprende le culture in cui è suddiviso il Neolitico egiziano.

Esse si sviluppano in epoche e aree differenti, e per le loro caratteristiche possono essere suddivise in due periodi maggiori: il Predinastico Antico e il Predinastico Recente.

Di seguito si fanno riferimenti cronologici e delle culture:

  • Il Predinastico Antico ( 5500-4000 a.C.) comprende il Bariano, Amratiano ( detti anche Naquada I); Merimdiano, Omariano, Shamarkiano.

  • Il Predinastico Recente (4000-3500 a.C.), comprende Gerzeano (Naquada II); Meadi Post-Shamarkiano.

Alla fine del Predinastico si distingue il Protodinastico, o Naquada III.

Naquada, località dell’Alto Egitto, che ha dato il nome a una cultura predinastica, per la scoperta di tombe di questo periodo alcuni chilometri più a nord.

Gli scavi nelle necropoli, portati avanti da Petrie e Quibell nel 1896, hanno fatto luce sulle sulle fasi neolitiche dell’Alto Egitto chiamate Naquada I e Naquada II, oggi descritte anche come Amratiano e Gerzeano.

L’Amratiano (4780-3900 a.C.) è caratterizzato da una ceramica rossa, lucida, decorata con disegni bianchi di figure umane filiformi, all’apparenza danzanti; lo stesso stile filiforme si trova negli animali e nelle piante che decorano il vasellame.

Ciotola del periodo Naquada I.
Intorno a a un lago, i pesci sono al centro, i caprinidi sono condotti da uomini (uno con arco e freccia), sulla riva si vedono le capanne.
Ciotola d’argilla con ingobbio rossastro, decorazione bianca.
Naquada I (4780-3900 a. C)
Diametro 17 cm
Museo Egizio di Torino, S 1827

Gli animali sono soprattutto fluviali, con preponderanza di coccodrilli e ippopotami, talvolta, novità assoluta, in rilievo.

Tipiche del periodo sono anche le figurine umane, che recano disegni che si riferiscono probabilmente a tatuaggi o scarnificazioni in uso presso gli Amratiani.

Nel Periodo Gerzeano (3800-3300 a.C.) appaiono i vasi colore crema di cui sono disegnati, in colore bruno, animali, figure umane danzanti e mascherate, piante, spirali, ma soprattutto i battelli tipici del periodo.

Piccola anfora: la composizione verticale anticipa i registri sovrapposti delle epoche posteriori.
In alto, una nave con due cabine è decorata sulla prua da un ramo, in basso un’insegna su palo si trova fra due capanne, ai lati degli alberi.
Naquada II (3800-3200 a.C.)
Argilla chiara, decorazione rossa
Altezza 15,4 cm
Diametro massimo 10,4 cm.
Museo Egizio di Torino S 413

Con il nome di fase di Naquada III viene oggi designato il periodo fra il 3300 e il 3100, ossia il Predinastico Recente, fase di transizione tra la fine del Neolitico (Naquada II) e l’inizio dell’epoca storica con la Prima Dinastia.

Si tratta del periodo dei primi “Horus” (Dinastia O), i sovrani cui si deve la formazione dell’Egitto che,unificato, entrerà nella storia.

A Naquada alcune tombe, le più grandi e ricche, formano un cimitero a parte “Cimitero T”, e non è inverosimile l’ipotesi che si possa trattare delle tombe dei primi sovrani della Valle del Nilo culturalmente e forse politicamente unità.

Testa maschile: è una delle più antiche rappresentazioni dell’uomo, capelli e barba venivano realizzati con veri peli umani, un bastone inserito nel foro inferiore ne faceva, forse, un feticcio magico-religiosa o un bastone di potere
Da Merimda; Merimdiano (5100-4100 a.C.)
Terracotta dipinta
Altezza cm 10,3.
Museo Egizio del Cairo, JE 97472

Nell’area di trova anche l’antico insediamento arcaico, fondato almeno nel 3600 a.C. che fu il principale centro dell’Alto Egitto, prima di essere superato da Abydos e Hierakonpolis.

Questa città fortificata, oggi nota come “Città Sud”, era l’egizia Nubt, il cui nome vuole dire “oro”, con probabile allusione alle miniere aurifere del Deserto Orientale che all’epoca erano ancora ricche, Naquada fu nota più tardi come Ombos

Fonti:

  • Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubiane – Maurizio Damiano-Appia – Mondadori
  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
Cose meravigliose, Tanis

LA BARA D’ARGENTO DI PSUSENNES I

Di Andrea Petta

Museo Egizio del Cairo, JE 85912; lunghezza: 185 cm

Come abbiamo visto, il 28 febbraio 1940, alla presenza del Re Faruk I, Pierre Montet procedette all’apertura del sarcofago nero di Psusennes.

Non ci è dato di sapere che cosa si aspettasse Montet dopo due sarcofagi “riciclati”; forse un terzo sarcofago usurpato, forse un cartonnage sulla mummia del Faraone.

Invece no.

Aperto il sarcofago si presentò agli occhi un capolavoro assoluto dell’arte funeraria egizia, di un valore inestimabile: una bara in argento massiccio ed oro, creata appositamente per Psusennes.

In realtà non è argento puro ma una lega composta prevalentemente da argento, con oro e rame. Un valore inimmaginabile al tempo, dal momento che l’Egitto non aveva miniere d’argento e doveva importarlo.

Il Faraone è rappresentato come Osiride, con le mani sul petto che impugnano il flagello ed il pastorale. I tratti del viso sono idealizzati e ricordano i ritratti reali del periodo Ramesside. Una fascia d’oro circonda la fronte (ricordate quella sulla mummia di Tutankhamon?), ornata da un ureo in oro massiccio. Gli occhi sono intarsiati con pasta di vetro colorata e delineati in nero. 

La fascia d’oro che cinge la fronte del Faraone a chiudere il nemes

Il re indossa il “nemes” e la barba cerimoniale, di cui si vedono chiaramente i lacci che la fissavano alla testa realizzati in rilievo. 

Nella foto ufficiale di Montet si vede bene il laccetto di sostegno della barba cerimoniale, realizzato in rilievo

Al collo è raffigurato un ampio collare inciso nell’argento, che termina con fiori di loto rivolti verso l’alto. 

La foto ufficiale del Museo del Cairo

Tre uccelli con le ali spiegate sono raffigurati sul petto e sullo stomaco; le loro ali si estendono fino alla vasca della bara. I tre uccelli – rispettivamente con una testa di avvoltoio, di ariete e di falco – stringono tra gli artigli gli usuali anelli “shen” (potere). 

La bara d’argento di Psusennes compete con quella d’oro di Tutankhamon per munificenza dei materiali usati e per il senso artistico del suo autore

In due righe di iscrizioni che scendono fino ai piedi, il re fa un’invocazione a Nut molto simile a quelle trovate sui sacrari di Tutankhamon, ripetuta due volte:

Parole dette dall’Osiride, il Signore delle Due Terre Aakheperre Psusennes: Oh madre Nut, stendi le tue ali su di me e fai che io sia imperituro come le stelle eterne

Lo schema di Montet delle iscrizioni sulla bara d’argento. Si vede bene la triade di uccelli con le ali distese; sul piede Iside e Nephti

Il resto della bara è decorato con un motivo rishi, una decorazione caduta in disuso alla fine della XVIII Dinastia ma tornata in auge nella XXI. Infine, ai piedi del coperchio sono raffigurate le dee Iside e Nephti. Nut è invece rappresentata in piedi sul dorso della vasca della bara.

Il dettaglio della lavorazione rishi della bara
Nut in piedi sul dorso della bara, dove arrivano le punte delle ali

La vasca andò completamente in pezzi nell’estrazione dal sarcofago in granito nero e richiese un lunghissimo lavoro di restauro al Museo Egizio del Cairo

Argento, “le ossa degli dèi”.

Lo sguardo di Psusennes, fisso nell’eternità

FONTI:

  • Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau d’Osorkon II à Tanis (1947)
  • Nozomu Kawai, Royal Tombs Of The Third Intermediate And Late Periods: Some Considerations (1998)
  • Foto: Aidan McRae Thomson, Hans Ollermann, Merja Attia, Meretseger Books