Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE HUNI

Di Piero Cargnino

La III dinastia si conclude con il regno del faraone Huni, figlio di Khaba, lo apprendiamo dal Canone Reale di Torino che gli assegna un regno di 24 anni.

Lo confermano anche il Papiro Prisse, trovato dall’egittologo francese Emile Prisse d’Avennes, ed il papiro Westcar, acquistato in Egitto nel 1824 dal viaggiatore e collezionista inglese Henry Westcar, dove si racconta che Huni ed una sposa secondaria, Meresankh erano i genitori di Snefru.

Non si sa per quale ragione Manetone fa iniziare la IV dinastia con il faraone Snefru, anche perché pare che questi fosse già un diretto discendente del faraone Huni che lo precedette, ho detto “pare” perché non tutti gli studiosi concordano non essendo ben chiara la linea di successione secondo Manetone.

Di Huni non si conosce il suo nome Horus, alcuni lo associano al nome Horo Qa-Hedjet ma in proposito non esistono delle prove effettive. Non lo troviamo nella lista di Manetone della quale non ci si può fidare ciecamente in quanto, per ciò che riguarda la III dinastia contiene parecchi nomi non associabili a sovrani accertati.

Il Canone reale invece, per questo sovrano, eccezionalmente riporta altre notizie quali, la costruzione di Seshem (?). Alcuni studiosi attribuiscono ad Huni la costruzione della piramide minore di Seila, mentre l’egittologo francese Henri Gauthier gli attribuisce anche la costruzione di quella di Elefantina. Inoltre, come detto in precedenza, Günter Dreyer e Werner Kaiser ipotizzano che il faraone Huni avesse concepito un più ampio progetto di costruzione che avrebbe riguardato tutte le altre piramidi minori che abbiamo appena trattato in precedenza. Pare inoltre che abbia fatto costruire anche una fortezza sull’isola di Elefantina.

In un primo tempo gli egittologi attribuirono al faraone Huni anche la costruzione del complesso funerario di Maidum. A questo proposito occorre precisare che circa la costruzione della piramide di Maidum non esistono solide prove archeologiche anche se alcuni obiettano che, avendo regnato abbastanza a lungo, almeno il tempo per costruirla l’avrebbe avuto.

A tutt’oggi le ipotesi più accreditate sono quelle che attribuiscono a Huni la costruzione della prima parte della piramide, quella tutt’ora visibile, gli immensi gradoni che la rendono del tutto simile ad una ziqqurat mesopotamica ricalcando in un certo senso quella del suo antenato Djoser a Saqqara, ma per una ragione che non conosciamo non riuscì ad ultimarla.

A questo punto le ipotesi e le supposizioni si sprecano.

  • Huni avrebbe costruito la piramide completa che poi però sarebbe collassata quindi Snefru non c’entrerebbe niente.
  • Huni avrebbe costruito la parte interna della piramide che poi Snefru avrebbe completato.
  • La piramide sarebbe collassata durante i lavori ordinati da Snefru.
  • Snefru avrebbe completato la piramide con le facce lisce ma in seguito, a causa di un terremoto, la parte esterna sarebbe collassata.

Scusate ma a questo punto mi fermo per non stordirvi, l’unica cosa certa è che la piramide è crollata, almeno la parte esterna e nessuno sa spiegarne la causa.

Fonti e bibliografia:

  • Peter Jànosi, “Le piramidi”, Il Mulino, Bologna, 2006
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, Torino, 2006
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • Riccardo Manzini, “Complessi piramidali egizi”, Torino: Ananke, 2009
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Laterza, Bari, 1990 W.S. Smith, “Il Regno Antico in Egitto e l’inizio del Primo Periodo Intermedio”, Il Saggiatore, Milano 1972
Mai cosa simile fu fatta

LE CULTURE NEOLITICHE DEL NORD DELL’EGITTO – FAYYUM A

Di Luisa Bovitutti

La conoscenza dei siti predinastici nel nord dell’Egitto è limitata, in parte perché molti dei loro insediamenti ora si trovano sotto la falda freatica o sono stati coperti da insediamenti successivi; la prima cultura neolitica attestata è la “cultura del Fayyum A” che si sviluppò contemporaneamente alla “cultura di Merimde” tra il 5.200 ed il 4.000 a. C. sul bordo settentrionale del Fayyum, dove circa 1.000 anni prima ebbe sede la cultura epipaleolitica denominata “Fayyum B”, che ha lasciato solo piccoli strumenti (“microliti”) e non conobbe la ceramica.

Localizzazione dell’area del Fayum lungo la valle del Nilo

I siti della cultura Fayyum A sono venuti alla luce presso l’antica sponda del lago; non essendo emerse tracce significative di edifici ma solo numerose “buche per il fuoco”, interpretate come focolari, gli archeologi hanno ritenuto che queste comunità non edificassero villaggi e quindi che non fossero ancora stanziali.

Ciotola trovata negli insediamenti investigati

Questi uomini vivevano di caccia e di pesca in accampamenti stagionali composti da capanne di stuoie o canne con granai sotterranei comuni; le ossa di animali ed i semi rinvenuti in loco inducono ad ipotizzare che, forse, avessero già addomesticato pecore e capre e sapessero coltivare farro e orzo.

Non conoscevano i metalli ed usavano strumenti realizzati in selce, talvolta dotati di manico di legno; la ceramica espresse solo vasi aperti abbastanza grezzi realizzati con argilla temperata con pula, ma sono stati rinvenuti tessuti di lino e perline e conchiglie importate usate come ornamenti.

Una conchiglia forata

FONTI:

Cose meravigliose, Tanis

I BRACCIALI IN ORO E LAPISLAZZULI DI PSUSENNES I

Di Andrea Petta

Museo Egizio del Cairo, JE 85779 e 85780. Oro e pietre dure. Lunghezza aperto 23.5 cm, altezza 4.5 cm

Pierre Montet scrisse nei suoi resoconti degli scavi a Tanis che

La mummia, tutta vestita d’oro, riposava nella sua bara d’argento con le sue sei collane, ventidue braccialetti da polso, quattro braccialetti al ginocchio e alla caviglia, pettorali, scarabei e amuleti, copridita e sandali d’oro, più di trenta anelli, e tutto di splendido gusto

Alcuni oggetti sono straordinariamente moderni nel loro stile, come questa coppia di bracciali in oro e lapislazzuli. Furono ritrovati aperti, all’altezza delle ginocchia del Faraone (uno addirittura completamente a pezzi), e non è stato possibile determinarne la posizione originale, anche se è possibile che fossero indossati sotto al ginocchio.

Sono suddivisi in quattro sezioni dalla chiusura e da tre cerniere, costituite da piastre verticali di 35 mm di altezza; ogni sezione è formata da cinque elementi a mezzaluna, alternativamente in oro e lapislazzuli incastonati in oro. Ogni elemento è indipendente, agganciato alle piastre verticali con piccole cerniere in oro, un lavoro incredibilmente raffinato.

Il bracciale aperto e chiuso

Le piastre riportano i cartigli del Faraone (Psusennes Miamon) alternati al titolo di primo Profeta di Amon all’esterno, dove sono incisi su un fondo blu lapislazzulo. All’interno troviamo invece ripetuto per quattro volte “Nato dal Sommo Sacerdote di Amon, Nesbanebdjed (Smendes I)”, che in realtà fu suo nonno.

La discendenza da Smendes I ribadita all’interno dei bracciali

La chiusura era con uno spillone che attraversava i piccoli tubuli delle cerniere principali, perfettamente mimetizzata con le altre piastre.

I bordi superiore e inferiore del bracciale sono costituiti da perline tubolari, infilate orizzontalmente, sempre alternate tra oro e lapislazzuli. Nel simbolismo egizio sappiamo che l’oro costituiva la carne degli dèi, mentre il blu dei lapislazzuli evocava sia il cielo stellato che l’oceano primordiale.

I bracciali nelle foto di Montet; da notare quello ritrovato completamente “smontato”

FONTI:

Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):

Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)

Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987

Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto, Piramidi

LE PIRAMIDI MINORI

Di Piero Cargnino

La III dinastia sta finendo, finora noi l’abbiamo esaminata secondo lo schema maggiormente accettato che corrisponde all’ipotesi avanzata dal Contrammiraglio ed egittologo egiziano Nabil Muhamed Abdel Swelim nel 1977.

Non è certa la successione dei faraoni all’interno della dinastia in quanto scarseggia ogni tipo di documentazione ed i dubbi sono molti addirittura sulla reale esistenza di alcuni di essi.

Io seguirò la linea di Swelim secondo la quale a succedere a Khaba sarebbe stato Huni. Nonostante ciò non intendo trascurare diverse sepolture che altri egittologi hanno, più o meno arbitrariamente, classificato come piramidi.

Sono note altre otto piramidi, o presunte tali, che vengono comunemente dette piramidi minori. Si tratta di otto costruzioni di piccole dimensioni, oggi ridotte a cumuli di macerie, risalenti al periodo di passaggio dalla III alla IV dinastia. Queste rappresentano uno dei maggiori enigmi della storia delle piramidi, di loro e dei loro proprietari si sa poco o nulla, tranne che sono esistiti.

I cumuli di macerie tutt’ora esistenti ci premettono solo di formulare ipotesi, esse presentano la disposizione della muratura del nucleo a “letti inclinati”, ovvero parallelamente alle facce del rivestimento esterno. Essendo di dimensioni ridotte ed in assenza di esplorazioni archeologiche approfondite, si pensa possa  trattarsi di cenotafi o di piccole piramidi di principi o regine.

Secondo alcuni potrebbe trattarsi di luoghi sacri a Horus e Seth o simboli del tumulo primordiale da cui scaturì la vita.

Procedendo secondo l’ordine adottato dall’egittologo Miroslav Verner queste piramidi sono:

  1. la cosiddetta piramide Lepsius n. 1,
  2. la piramide di Seila,
  3. la piramide di Zwaijet el-Meijtin,
  4. la piramide di Seinki,
  5. la piramide di Naqada,
  6. la piramide di Kula,
  7. la piramide di Edfu,
  8. la piramide di Elefantina.

Per quanto mi sarà possibile nelle mie ricerche, che in questo caso si fanno assai complesse,  farò il possibile per darvi un’idea di queste costruzioni poco conosciute ma che rappresentano comunque un momento importante per conoscere più a fondo la storia delle “Due Terre”.

LA PIRAMIDE LEPSIUS N. 1

La prima “piramide” la troviamo nella necropoli di Abu Rawash, alcuni chilometri a nord di Giza, qui si trovano le rovine del tutto misteriose identificate come piramide Lepsius n, 1.

Vyse e Perring visitarono il sito ma visto lo stato miserevole in cui si trovava il monumento non si interessarono più di tanto, così fecero anche altri egittologi tra cui il francese Fernand Bisson de la Roque.

La costruzione si presentava come una massa informe di mattoni alta circa 20 metri. Rovine che quando le visitò l’archeologo Nabil Swelim, alla metà degli anni 80, del novecento, erano già quasi del tutto demolite. Di questa costruzione, mai esplorata a fondo non rimane che l’ipotesi dell’egittologo Sweling il quale afferma che si sarebbe trattato di una gigantesca piramide a gradoni costruita inglobando al suo interno una grande altura rocciosa, cosa che avrebbe agevolato la costruzione dandole maggiore stabilità e solidità con costi decisamente inferiori.

Sempre Swelim afferma che la piramide risale alla III dinastia e che fu fatta costruire da Huni, Inutile dire che tale affermazione ha sollevato una marea di obiezioni da parte di altri egittologi lasciandoci di fronte ad uno dei tanti enigmi irrisolti di cui è ricca la storia egizia.

Esiste però un fatto che contrasterebbe la teoria di Swelim, l’altura rocciosa che costituirebbe il nucleo della presunta piramide contiene più di tredici tombe ipogee risalenti alla V e VI dinastia. Ora, per giustificare questo fatto, bisognerebbe supporre che la piramide sia stata abbattuta almeno durante la IV dinastia in modo da permettere di essere trasformata in una necropoli di tombe rupestri.

A questo punto dobbiamo prendere atto che la costruzione in mattoni, che Lepsius ha classificato come piramide n. 1 nella sua lista, rimanga uno dei tanti misteri irrisolti dell’archeologia egizia.

LA PIRAMIDE DI SEILA

Passiamo ora alla seconda piramide, quella di Seila nel Fayyum.

La piramide si trova 10 km a Ovest rispetto a quella di Meidum e, secondo gli aggiornamenti forniti dall’egittologo Kerry Muhlestein durante un simposio sull’Egitto tenutosi a Toronto, la piramide venne commissionata  da Snefru, padre di Cheope. Muhlestein affermò:

“Effettivamente abbiamo trovato pietre collocate regolarmente e buone prove che fosse una vera piramide con un rivestimento regolare che vediamo sulle altre piramidi di Snefru”.

La piramide di Seila è l’unica che conservi parte del rivestimento in calcare, doveva avere una base di 22,50 m per un’altezza di 17 m ripartita su tre gradoni. Il centro della piramide è mancante, si presume che sia stato portato via dai saccheggiatori che cercavano la camera funebre, della quale non sappiamo ancora se ci fosse o no, o più semplicemente perché ne fecero una cava di pietra.

La cosa più sorprendente infatti è la totale mancanza di camere né in superficie né ipogee. Possiede un portico con un pavimento in pietra e mattoni senza muri, sembra che fosse un’area aperta. Nonostante siano stati rinvenuti un altare per la libagione, una statua e due stele: su di una compare un cartiglio con il nome di Snefru, nei pressi della costruzione non è stato rinvenuto alcun luogo di culto.

A questo proposito Muhlestein afferma:

“Snefru fu il primo faraone a scrivere il suo nome in un cartiglio e la stele di Seila dimostra il modo in cui i nomi sarebbero stati scritti da allora in poi, ponendo uno standard”.  

LA PIRAMIDE DI ZAWIJET EL-MEIJTIN

A circa 7 chilometri dal moderno centro amministrativo di Minya, città di quasi 200 000 abitanti, a circa 250 km a sud del Cairo, nel Medio Egitto, nei pressi del moderno villaggio di Zawyet Sultan sulla sponda orientale del Nilo, si trova il sito archeologico conosciuto con il nome di Zawijet el-Meijtin (Angolo dei morti) che corrisponde all’incirca all’antica città di Hebenu, la capitale del XVI distretto dell’Alto Egitto.

Il nucleo principale dell’area archeologica comprende una piramide dell’Antico Regno, situata all’entrata del sito, e alcune tombe dell’Antico, Medio e Nuovo Regno scavate nella falesia rocciosa. Il luogo era probabilmente già destinato alle sepolture fin dall’antichità in quanto nei pressi sono state rinvenute numerose tombe a pozzo ed alcuni resti di mastabe risalenti all’Antico Regno.

Le rovine della piramide (o mastaba) si presentano con un’altezza di soli 5 metri, sul sito non risulta siano mai state eseguite ricerche approfondite. Alcune indagini venero eseguite dall’egittologo francese Raymond Weill nel 1911 senza però approdare a risultati significativi. Anche Lauer lavorò per breve tempo alle rovine ma dai risultati ottenuti non emergono significative indicazioni.

Di questa presunta piramide non si conosce nulla, non è possibile avanzare ipotesi sul suo proprietario, e non è neppure chiara la ragione per cui questa è l’unica piramide egizia ad essere situata sulla riva orientale del Nilo. Circa la sua ubicazione venne ipotizzato che la si debba mettere in relazione con la città di Hebenu le cui rovine a tutt’oggi non sono ancora state esplorate.

La piramide è una delle sette note in Alto Egitto, datata alla III dinastia. Come le altre piramidi minori anche questa fu costruita con pietra calcarea usando come materiale di fissaggio una specie di malta composta di fango del Nilo misto a sabbia e calcare, tuttavia, a differenza delle altre, questa presenta i resti di un rivestimento esterno in blocchi politi di calcare. Il suo orientamento si presenta parallelo al corso che aveva il Nilo in quell’epoca.

LA PIRAMIDE DI SEINKI

Un’altra piramide minore a gradoni è quella di Seinki, località nei pressi dell’attuale villaggio di Naga el-Khalifa che si trova a circa 8 chilometri a sud di Abydos.

A scoprirla nel 1883 furono gli egittologi Charles Wilbour e Gaston Maspero i quali però effettuarono solo una breve ispezione, dopo di che la piramide cadde nell’oblio per quasi un secolo finché, nel 1977, la missione tedesca guidata da Gunther Dreyer e Nabil Swelim la riscoprì ed a partire dal 1981 si procedette ad effettuare indagini più approfondite.

Le ormai scarse rovine alte circa 4 metri rivelano che il metodo di costruzione ricalca quello della piramide di Zawaijet el-Meijtin, pietre di calcare cementate con malta di argilla e sabbia. Interessante notare che a metà di ciascun lato sono ancora presenti resti di rampe che arrivano ad un’altezza di 1,30 metri fatte con mattoni crudi, sabbia, fango e detriti vari. Si presume che le rampe arrivassero fino al bordo superiore del secondo gradone e che la rimozione del materiale sia avvenuta già durante l’Antico Regno. Alcuni reperti lasciano intuire che fin da allora pastori nomadi si siano insediati vicino alla piramide. Intorno alla piramide sono state scoperte 14 tombe che vanno dall’Antico Regno fino al Nuovo Regno.

LA PIRAMIDE DI NAQADA (OMBOS)

La quinta piramide minore, quella di Naqada, detta anche Piramide di Ombos, la troviamo a circa 300 metri a nord delle rovine dell’antico sito di Ombos, vicino alla moderna città di Naqada nell’Alto Egitto. Il sito è poco conosciuto, l’unico scavo effettuato a tutt’oggi fu quello di Flinders Petrie e James Edward Quibell nel 1895. La piramide è composta da un nucleo di circa 5,75 metri di lato attorno al quale vennero collocati tre strati di pietra portando i lati a 18,39 metri. Non è orientata a nord, ma 12° a nord-est, parallelamente al corso del Nilo. La struttura è alta oggi 4,5 metri, originariamente si pensa che potesse essere costituita da tre gradoni. Per la sua costruzione è stato utilizzato calcare di provenienza locale. Sotto l’angolo sud-ovest, Petrie ha scoperto una tomba di 1,25 x 2,00 metri, che molto probabilmente non ha nulla a che vedere con la piramide, è probabile che si tratti di una sepoltura secondaria. Non sono noti ne il costruttore ne lo scopo della sua costruzione, Günter Dreyer e Werner Kaiser ipotizzano che questa e le altre piramidi minori facessero parte di un più ampio progetto di costruzione concepito dal faraone Huni, l’ultimo sovrano della Terza dinastia. L’egittologo Andrzej Ćwiek è sostanzialmente d’accordo ma attribuisce il progetto non a Uni bensì al suo successore, il faraone Snefru. Per quanto riguarda lo scopo della costruzione di queste piramidi le ipotesi sono diverse, si pensa che si sia voluto realizzare un sito di rappresentanza regale oppure che l’intenzione fosse quella di rappresentare la pietra primordiale, il Benben, un simbolo dell’unità politica e religiosa delle Due Terre o a monumenti per le mogli dei faraoni

LA PIRAMIDE DI KULA

La prossima piramide minore la troviamo nei pressi del villaggio di Naga el-Mamarria, 6 chilometri a nord di Hierakompolis, circa 85 chilometri a sud di Luxor.

Di tutte le piramidi minori è quella che si è conservata meglio. Si tratta della piccola piramide a gradini di Kula attribuita ad un faraone non meglio identificato appartenente alla terza o quarta dinastia. Come le altre di cui abbiamo già parlato la piramide è costruita con blocchi di calcare cementati con malta ottenuta mescolando argilla, fango del Nilo, sabbia e detriti di calcare. Al contrario di quello che riscontreremo in altre piramidi successive (es. Cheope) l’orientamento della piramide verso i punti cardinali è parzialmente rispettato ma dagli angoli e non dai lati, cosa dovuta forse al fatto che il lato orientale della piramide segue il decorso parallelo al Nilo. Nel 1837 si interessarono al sito gli egittologi Perring e Vyse che per primi la descrissero, in quel tempo la parte fuori terra era ancora alta circa 12 metri.

Sul finire del XIX secolo Henri Naville sondò il lato nord-ovest ma non lasciò nessuna testimonianza interessante. Jean Capart, che effettuò ricerche come capo di un team belga, avanzò un’ipotesi interessante ed al contempo sorprendente. Capart evidenziò il fatto che l’orientamento della piramide ricalcava quello delle ziqqurat mesopotamiche. E’ stata quindi avanzata una teoria secondo la quale sia la piramide di Kula che la vicina fortificazione predinastica di Hierakompolis risentirono all’epoca l’influsso delle costruzioni mesopotamiche. Ovviamente a questa teoria sono state avanzate numerose opposizioni, Hierakompolis fu capitale dell’Alto Egitto e principale centro di culto del dio-falco Horo, contatti con l’Asia Minore si trovano documentati  in epoca arcaica, ma da ciò a vedere un nesso tra la piramide di Kula e le ziqqurat, secondo alcuni, è ritenuto poco probabile. Si pensa piuttosto che l’orientamento della piramide derivi molto più semplicemente dalla volontà di seguire il percorso del Nilo.

LA PIRAMIDE DI EDFU

Andiamo alla ricerca della settima piramide minore. La troviamo sepolta sotto ad uno spesso strato di sabbia, spazzatura e parte delle sue stesse macerie.

E’ stata scoperta nel sito archeologico di Edfu, quasi 800 chilometri a sud del Cairo dove 4.600 anni fa si stagliava, magnifica con i suoi gradoni. la piramide di Edfu che un attento lavoro di scavi ha finalmente riportata alla luce. Gli egittologi erano a conoscenza dell’esistenza di questa costruzione ma nessun archeologo aveva mai scavato nel sito. Nessuno però pensava ad uba piramide, gli abitanti del luogo credevano si trattasse della tomba di uno sceicco musulmano locale.

Gli scavi iniziarono nel 2010 grazie alla missione dell’Oriental Institute di Chicago, sotto la guida dei ricercatori Gregory Marouard Nadine Moeller. In origine la piramide doveva avere un’altezza di circa 17 metri, costruita con blocchi di arenaria di colore rossastro, cementati con malta d’argilla, i saccheggi e l’inclemenza del tempo ci hanno lasciato oggi solo una collinetta alta poco più di 5 metri che presenta una base quadrata di 18 metri per lato. Marouard, che scavò il sito dove si trovava una discarica di rifiuti moderni, inizialmente non pensava che si trattasse di una piramide, essendo locata nei pressi di un cimitero musulmano, la gente del posto pensava che si trattasse della tomba di un santo islamico.

Che non si tratti di un luogo di sepoltura, come anche le altri piramidi minori, lo si deduce facilmente dal fatto che anch’essa è priva di camere interne o ipogei. Le facciate esterne della piramide presentano graffiti in forma di geroglifici che porterebbero a pensare che vi siano stati sepolti donne e bambini, gli archeologi lo escludono in quanto le iscrizioni risalirebbero ed epoche di molto successive. Il rinvenimento sul lato est di un impianto con tracce di offerte di cibo confermerebbero l’ipotesi che si tratti di un’area cultuale.

LA PIRAMIDE DI ELEFANTINA

Passiamo ora all’ottava piramide minore, la piramide più meridionale fra tutte, che si trova sull’isola di Elefantina.

Nel 1909, una squadra francese guidata dall’egittologo francese Henri Gauthier scoprì la piramide che venne attribuita al faraone Huni, tale attribuzione si basava sul fatto che, nei pressi della costruzione era stato rinvenuto un grande masso di granito di forma conica recante un’iscrizione che conteneva il nome del faraone Huni. In origine la piramide doveva presentarsi con con una base di 18,46 metri e tre gradini costituiti da blocchi di granito rosa di provenienza locale cementati con la solita miscela di fango e sabbia. Anche questa piramide non ha una camera sepolcrale, il che conferma che non si tratta di una tomba.

Gli scavi condotti  dall’egittologo tedesco Gunter Dreyer nel 1978-79 sembrano confermare il fatto che si tratti di un cenotafio. Abbiamo così concluso questo ciclo relativo alle piramidi minori che hanno visto la luce nel periodo di transizione dalla III alla IV dinastia egizia, piramidi a gradoni che forse intendevano imitare la più importante piramide di Djoser (o forse no!).

Da notare che tutte queste piramidi minori hanno un denominatore comune, la tipologia è quella che si può collocare nella seconda metà della III dinastia, da Sekhemkhet a Snefru. In nessuna sono presenti ipogei o camere in superficie e nessuna possiede fabbricati di pertinenza. Escludendo quella di Zawijet el-Meijtin, sono dislocate tutte sulla sponda occidentale del Nilo e nessuna è rivolta verso i punti cardinali.

Gli egittologi pensano che queste potrebbero non essere le sole ma che ne esistano altre non ancora scoperte. Una di queste era ancora visibile nel XIX secolo nei pressi di Benha, l’antica Athribis. Le nostre conoscenze della città di  Athribis sono decisamente scarse. Ci si può solo basare su un documento per lo studio urbanistico dell’antica città ed all’utilizzo di una pianta rilevata nel 1798-1799 e pubblicata nella “Description de l’Egypte”. A quell’epoca era ancora visibile una piccola piramide di mattoni, ed altre costruzioni, il tutto fu smantellato nel 1852. Sul loro significato e su cosa volessero rappresentare le opinioni degli studiosi divergono enormemente. Si pensa a luoghi di culto sacri, a cenotafi delle regine eretti nelle provincie di origine, alla volontà di rappresentare il colle primigenio, a simboli del palazzo reale per rammentare in ogni luogo la potenza del re.

Non mi dilungo oltre su tutte le teorie avanzate, voglio solo mettere in evidenza, poiché lo ritengo molto interessante, il parere espresso dall’egittologa Amelia Edwards, essa fece osservare che in tutte le piramidi minori citate non esistono indizi certi circa la loro datazione, solo supposizioni tratte da reperti tipo la stele di Snefru a Seila che potrebbe non avere nulla a che vedere con la piramide omonima. Non potendo fissare una datazione precisa e, date le condizioni di quasi completa rovina in cui si trovano, non possiamo neppure essere certi che si trattasse effettivamente di piramidi, forse erano centri cultuali che risentivano ancora l’influsso delle ziqqurat mesopotamiche.

 Fonti e bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed., 2002
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Nabil Swelim, “The brick pyramid at Abu Rawash Number I by Lepsius”, Archeological Society of Alexandrie, 1987
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Melita Editori, 1995
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

LA PIRAMIDE A STRATI DI KHABA

Di Piero Cargnino

Dopo Sekhemkhet nella lista di Abidos come nel Canone Reale di Torino, compaiono due termini “hudjefa” e “sedjes” ai quali viene attribuito il significato di “lacuna”. Ciò significa che già al tempo della compilazione delle liste le fonti fossero scarse, ma potrebbe anche essere che i nomi siano stati cancellati.

Secondo Manetone dopo Sekhemkhet regnò per 19 anni un faraone che egli chiama Mesochris, gli studiosi abbinano questo nome a quello di Horo Khaba avvalendosi di quanto attestato su alcuni reperti archeologici. In questa posizione però il Canone Reale assegna un periodo di soli 6 anni.

Il nome di Khaba Nebkare compare su alcuni frammenti di vasellame provenienti da una tomba, mai completata a Zawyet el-Aryan, un paese situato lungo il bordo del Nilo, a metà strada circa fra Giza e Abusir, circa 6 km da Saqqara. In questo luogo ha sede un’antica necropoli distinguibile solo per le rovine di due costruzioni, la più antica di queste è stata identificata come la sovrastruttura di quella che avrebbe dovuto essere un’altra piramide.

Dalla tipologia della costruzione gli egittologi la individuarono come “Layer Pyramid” ovvero piramide a strati concentrici per la presenza di strati indipendenti perpendicolari al rivestimento di cui, tuttavia, è rimasto poco o nulla.

Gli abitanti della zona la chiamano in arabo “Haram el-Meduwara” (piramide rotonda).

Una prima indagine, di cui rimane solo una breve descrizione, fu eseguita dall’egittologo Perring nel 1839. Le prime descrizioni meglio documentate del monumento furono fatte tra il 1842 e il 1846 dall’egittologo tedesco Lepsius il quale dopo aver  studiato il pozzo principale e i suoi dintorni  ha segnato la costruzione nella sua lista dei pionieri come piramide numero XIII.

Agli inizi del 900, mentre stava lavorando a Giza, l’egittologo italiano Alexandre Barsanti si interessò al sito in modo più approfondito. Esplorò la regione dove giacevano innumerevoli frammenti di pietre di granito e grandi blocchi di calcare sparsi con al centro  una profonda depressione che attirò la sua attenzione. Assoldò una cinquantina di operai i quali sgombrarono quella che parve subito come un’enorme trincea scavata nella roccia le cui pareti a strapiombo sprofondano di ventuno metri più in basso del livello del suolo circostante.

Il sito si presenta come un grande scavo a forma di T contornato da alcuni corsi di pietra calcarea. Larga 8,50 metri e lunga 110 metri al termine presenta un grande pozzo rettangolare profondo circa 30 metri che era stato riempito con enormi blocchi di calcare del peso di quasi 4 tonnellate ciascuno, gettati alla rinfusa. Barsanti scavò per oltre un anno finché riuscì a raggiungere il fondo della fossa nel 1905. Il pavimento era formato da enormi blocchi di granito e calcare perfettamente sistemati. Il caso volle che durante i lavori si verificò un’eccezionale acquazzone che riempì la fossa fino ad un’altezza di tre metri.

Ma un evento ancora più eccezionale sorprese Barsanti, improvvisamente il livello dell’acqua scese di circa un metro. Fatti due calcoli, l’acqua che era sparita corrispondeva a circa 180 metri cubi e questo portò subito a pensare all’esistenza di una camera sotto il pavimento. Iniziò quindi un lungo lavoro per spostare i blocchi del pavimento che però venne interrotto (non si sa perché) nel 1907. I lavori riprenderanno solo nel 1911. Barsanti, tornato sul luogo, si concentra in modo particolare su di un enorme blocco del peso di quasi 40 tonnellate che sospetta sia una barriera per impedire l’accesso alla ipotetica camera funeraria. Purtroppo la scarsità di fondi lo induce a sospendere i lavori, anche se in realtà non di sospensione si tratta ma decisamente di abbandono e sul suo lavoro cadde l’oblio.

Barsanti che esplorò la parte sotterranea affermò che la sottostruttura ricalca quella della piramide di Sekhemkhet in forma più semplificata ma più evoluta. In fondo al pozzo si trovano due diramazioni, da queste si presentano 32 camere disposte a pettine (magazzini per il corredo funebre?). Attraverso un secondo corridoio lungo 80 metri si giunge ad una camera sepolcrale che si trova esattamente in corrispondenza dell’asse verticale di quella che sarebbe stata la piramide.

La camera misura 3,63 x 2,65 metri ed è alta 3 metri. All’interno non conteneva traccia alcuna di sepoltura e meno che mai un sarcofago che non avrebbe potuto essere trasportato all’interno in quanto il corridoio è troppo stretto. In fondo alla trincea Barsanti rinvenne anche numerose iscrizioni in inchiostro rosso sulle pietre che però non permettono di determinare con certezza a quale sovrano questa piramide fosse destinata.

All’estremità occidentale della camera, è stata rinvenuta un’insolita vasca di granito rosa lucido di forma ovale (l’unico esempio noto in Egitto) incastonata in un blocco del pavimento.

La vasca, che misura 3,15 x 1,22 metri ed è profonda 1,5 metri deve essere stata portata sul posto durante la costruzione della fondazione essendo di misura superiore a quella del passaggio. Quando venne scoperta presentava un coperchio ovale ancora sigillato con gesso. All’interno della vasca vuota Barsanti rinvenne piccole tracce nerastre alte dieci centimetri di una sostanza sconosciuta.

Quei reperti non sono mai stati analizzati e non potranno più esserlo in quanto sono andati persi. Dopo Barsanti, gli scavi furono ripresi dall’egittologo americano George Reisner, senza però giungere ad una conclusione chiara. Va detto che le scarse relazioni di cui disponiamo sia di Barsanti che di Reisner, con piante e misurazioni si differenziano in modo sostanziale fra loro non permettendo di avanzare alcuna ipotesi certa.

Anche in questo caso, si tratta di un complesso mai ultimato; la piramide fu concepita nella forma a gradoni, doveva avere un lato di base di circa 84 m sviluppandosi su cinque o sette gradoni per un’altezza totale di 42-45 m. La costruzione si presenta, come detto, a strati concentrici inclinati verso l’interno, da cui il nome di “Layer Pyramid”. Nei suoi scavi Reisner scoprì che ai lati della piramide si trovavano i resti di una muratura in mattoni, da ciò l’archeologo dedusse che il paramento non sarebbe stato costruito in calcare bensì in mattoni crudi.

Da qui l’opposizione di altri egittologi i quali sostengono che la muratura in mattoni non avrebbe costituito il paramento ma si tratterebbe solo dei resti di eventuali rampe di servizio abbandonate con la chiusura anticipata dei lavori. In seguito il lavoro degli archeologi ha incontrato parecchi ostacoli, fino alla cessazione totale, poiché la zona in cui si trova la piramide venne occupata dai militari che costruirono una base e dal 1964 non è più possibile accedere alla zona.

Sul posto degli scavi sono stati costruiti dei bungalow militari e il pozzo è stato trasformato in discarica. In conclusione l’attribuzione della piramide al faraone Khaba deve ritenersi ancora del tutto arbitraria in quanto egittologi e storici stanno ancora discutendo sull’identità del proprietario.

Fonti e bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed.
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’Archeologia”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976 
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, trad. di G. Scandone Matthiae, Bari, Laterza, 2002
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012 Cyril Aldred, “Gli Egiziani – tre millenni di civiltà”, Roma, Newton & Compton, 1966
Kemet

GINGER: UN EGIZIANO PREDINASTICO

Di Ivo Prezioso

Fino al tardo periodo predinastico, gli egiziani seppellirono il loro defunti in tombe poco profonde deponendoli a stretto contatto con la sabbia, forse ricoprendoli con un tumulo di terra. L’aridità della sabbia ha spesso agito come disidratante impedendo la decomposizione, sicché si è conservato un certo numero di sepolture di questi primi periodi i cui i corpi sono ancora in ottime condizioni. Due di questi, un uomo ed una donna si trovano presso il British Museum (un altro famosissimo, affettuosamente noto con il nome di “Fred”, è conservato presso il Museo Egizio di Torino.

“Ginger” Tardo periodo predinastico. Probabile provenienza: Gebelein. Acquisita nel 1900. Lunghezza del corpo: cm. 163 (©The British Museum, Londra: EA 32751)

Il corpo maschile è sicuramente il più conosciuto grazie al suo rimarchevole stato di preservazione ed, in particolare, i suoi capelli tinti con un colore giallastro gli hanno valso il nome di “Ginger” (zenzero). Si tratta di un adulto pienamente sviluppato, anche se la sua età non è stata determinata. Fu sepolto in posizione contratta, quasi fetale; una posizione che continuò ad essere preferita sino all’Antico Regno, allorquando divenne preminente l’uso di deporre i defunti completamente distesi. Nonostante quest’uomo non fosse stato adagiato in un sarcofago, sappiamo che i primi oggetti di questo tipo venivano realizzati in modo da contenere un corpo rannicchiato.

Oggi si sa che una sorta di mummificazione fu praticata già durante le ultime fasi del periodo preistorico e si conoscono parti di corpi, risalenti al 3500 a.C. circa, scoperti a Hierakonpolis, che mostrano l’uso di resina e involucri di lino.

Il corpo di “Ginger” fu acquisito senza alcun oggetto ad esso associato, ma è ora esposto con una selezione di oggetti tipici del periodo Naqada II (3400 a.C. circa), provenienti dalla collezione stessa del museo, e disposti in modo da riflettere le pratiche del tempo. Gli oggetti includono ceramiche con la parte superiore nera utilizzate dal primo periodo predinastico fino a circa Naqada II, e quelle lisce e dipinte che le sostituirono gradualmente. E’ del tutto verosimile che questi vasi contenessero offerte di sostentamento per il defunto. Altri oggetti tipici del corredo funerario potevano essere le tavolozze di ardesia, vasi di pietra dura e coltelli di selce, probabilmente indicatori di status e ricchezza, e che ,in genere, si rinvengono in sepolture più elaborate. Questi ultimi manufatti di lusso diventarono più numerosi verso l’ inizio del periodo storico, per poi diminuire progressivamente di numero.

Fonte: The British Museum, Masterpieces Ancient Egypt, pp. 26-27

Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

IL FARAONE SEKHEMKHET

Di Piero Cargnino

Come si sa l’ordine di successione dei sovrani della III dinastia è scarsamente documentato e vi sono molti dubbi anche sull’esistenza o meno di alcuni di questi. Permangono notevoli differenze tra la Lista di Abydos, la Lista di Saqqara, Il Canone Reale di Torino e quello che ci racconta Manetone.

L’ipotesi ad oggi maggiormente accettata è quella proposta dall’egittologo egiziano Nabil Muhamed Abdel Swelim, il quale giunse alla conclusione che la III dinastia comprendesse i seguenti faraoni: Sanakht (o Nebka), Djoser, Sekhemkhet, Khaba e Uni.

Djoser fu il primo a costruire una piramide ed il suo successore probabilmente non gli volle essere da meno. Nella necropoli di Saqqara troviamo quella che si può considerare la seconda piramide egizia, anche se in realtà non c’è più, o forse non c’è mai stata, la piramide di Sekhemkhet che, per una serie di considerazioni oggettive, consente di confermare che tale re fu l’immediato successore di Djoser.

Ancora dopo la II guerra mondiale di Sekhemkhet non si sapeva nulla, fu l’egittologo egiziano Muhammed Zakaria Goneim a scoprire il suo complesso funerario nel 1950.

Goneim, fin da prima della II guerra mondiale, scavava il tempio di Unas, ultimo faraone della V dinastia, durante la guerra sospese gli scavi e si ritirò a Luxor. Finita la guerra tornò a Saqqara e fu subito attratto da un enorme edificio rettangolare che affiorava tra le dune del deserto a poche centinaia di metri dalla piramide di Unas. Su suggerimento di Lauer, si impegnò nella ricerca dei quattro angoli di questo misterioso complesso. I suoi sforzi vennero premiati quando con sua, e di Lauer, meraviglia emerse che i quattro angoli erano quelli di una cinta muraria in blocchi di calcare che racchiudeva un tempio ed un complesso piramidale fino ad allora sconosciuto.

Gli scavi di Goneim, iniziati nel 1951, si protrassero fino alla metà degli anni 50, a questo punto parve che il mistero si avviasse alla soluzione.

Innanzitutto si riuscì a stabilire che per l’erezione del complesso si sia reso necessario spianare l’area mediante il riempimento di dislivelli alti fino a 10 metri. E qui il mistero ritornava puntuale, perché fu scelta un’area che necessitava di interventi così gravosi per di più in quanto la stessa si trovava così lontana da risultare appena visibile dalla valle del Nilo? Forse la scelta fu dettata non tanto dalla necessità di rendere visibile la magnificenza del monumento ma dal fatto che nei dintorni insistevano già altre antiche tombe reali risalenti alla II dinastia. Alcune di queste sono già state scoperte ma si pensa che ne esistano molte altre nascoste sotto la sabbia.

Va detto che sicuramente coloro che si fecero costruire quelle tombe non ambivano certo a catturare l’attenzione di eventuali osservatori o, peggio, di saccheggiatori di tombe. La cosa però cambiò dopo la dimostrazione di opulenza voluta da Djoser.

Le dimensioni del complesso sono di poco inferiori a quello di Djoser del quale ne imita anche l’aspetto, era circondato da un muro, alto oggi 3,10 m dei 10 verosimilmente previsti, a rientranze e sporgenze, era formato da blocchi di calcare bianco sfavillante proveniente dalle cave di Tura con una serie di nicchie alternate a porte fittizie di cui pare una sola era quella vera.

Ho detto pare in quanto gli scavi non sono mai terminati per cui è difficile stabilirlo con precisione.

Da una breve iscrizione in geroglifico corsivo, presente sul muro di cinta, si è dedotto che forse anche il complesso di Sekhemkhet fu realizzato dall’architetto di Djoser, Imhotep. Il nome del brillante architetto è menzionato sul muro a nord confermando che questo monumento è stato costruito dallo stesso Imhotep del quale si riscontra la stessa tecnica di costruzione.

Gli scavi eseguiti hanno confermato che il complesso non venne mai ultimato. Goneim, il quale, dopo numerose ricerche, propende per la piramide, afferma che dopo un attento esame, le rovine hanno permesso di stabilire che la stessa, con una base quadrata di 120 m e con un’inclinazione di circa 15°, avrebbe raggiunto un’altezza di circa 70 m sviluppandosi su sei o sette gradoni.

Dagli scavi di Goneim si deduce che la costruzione della piramide si interruppe inspiegabilmente ad un’altezza di soli 8 metri, in funzione di ciò, molti egittologi discordano sul fatto che l’intento fosse proprio quello di costruire una piramide a gradoni come quella di Djoser ma solo quello di costruire una grande mastaba.

La causa per cui la piramide non venne ultimata è probabilmente dovuta al fatto che Sekhemkhet regnò per soli sei anni e quindi alla sua morte la costruzione venne abbandonata. Tutto ciò che è possibile vedere oggi è una muratura al centro non più alta di 2 metri e mezzo. In contrasto con l’incompletezza della sovrastruttura, gli appartamenti sotterranei erano quasi completamente ultimati.

L’ingresso si trova sulla facciata Nord, ma al di fuori della piramide, dà accesso ad una rampa che scende per 36 m e sbuca in un corridoio discendente lungo 80 metri che conduce alla camera funeraria.

Come anche in altre mastabe contemporanee il corridoio era interrotto da un pozzo verticale che scendeva in profondità per impedire l’accesso alla camera funeraria. Al suo interno Goneim rinvenne ossa e corni di montoni, manzi e gazzelle, residuo forse di sacrifici in onore del sovrano.

Scendendo più in profondità emersero 62 papiri risalenti al regno di Ahmes della XXVI dinastia. Scendendo ancora trovò circa 700 vasi di pietra, sulle chiusure di argilla di alcuni di essi furono rinvenute le impronte di sigilli con il nome di Sekhemkhet, prova che avvalora la paternità del complesso.

Ma la cosa più sorprendente fu il ritrovamento di una notevole quantità di oggetti d’oro quali: 21 armille, conchiglie e grani di faience rivestiti di foglia d’oro. Rimane inspiegabile come un simile tesoro sia potuto sfuggire ai saccheggiatori di tombe che asportarono l’intero corredo funerario.

La camera funeraria si trova a 32 metri di profondità esattamente in corrispondenza di quello che sarebbe stato l’asse verticale della piramide. La camera misura 8,70 m di lunghezza, 5,20 m di larghezza e 4,50 m di altezza e non è mai stata completamente ultimata. Al suo interno una larga asta verticale entra dal soffitto, molto probabilmente per bloccare l’accesso quando fosse risultato necessario.

Su un lato della camera spicca il sarcofago del sovrano, ricavato da un unico blocco di alabastro con le superfici completamente lisce. La cosa stupì non poco Goneim poiché sarcofagi realizzati con quel tipo di pietra sono stati trovati solo nella tomba della regina Hetepheres della IV dinastia ed in quella di Sethos I della XIX dinastia.

Il sarcofago era privo del classico coperchio ma chiuso da una sponda di testa con due aperture per passare una corda per aprirlo e presentava ancora i sigilli originali. 

Ritenendo di aver rinvenuto una sepoltura intatta, Goneim, organizzò una pubblica apertura che attirò l’attenzione dei media locali ed internazionali ed alla quale furono anche invitate autorità dello stato e team cinematografici. Questa purtroppo si risolse in un fallimento poiché il sarcofago era vuoto! Goneim cadde in disgrazia e non si riprese più, gli venne anche proibito di tornare sul luogo degli scavi. Deluso ed avvilito Goneim dovette pure difendersi dall’accusa di essersi appropriato di una imbarcazione, rinvenuta da Lauer e Quinbell, ed averla venduta all’estero. Subì l’interrogatorio da parte della polizia ma poi il reperto venne rinvenuto presso un deposito del Museo del Cairo. La violenta campagna negativa che si era scatenata lo prostrò  psicologicamente a tal punto che nel gennaio 1959 si suicidò gettandosi nel Nilo.

Altri corridoi, anch’essi incompleti, conducevano in nuove gallerie, che probabilmente erano gli “appartamenti,” come nel caso della piramide di Djoser.

Intorno alle facciate Nord, Est e Ovest del muro di cinta si alternano 132 corte gallerie sotterranee (magazzini) costruite a forma di U che non sono mai state completate. I lavori di scavo si conclusero nel 1959, per poi essere ripresi da Lauer nel 1963. In poche settimane Lauer riuscì a scoprire le fondamenta della parete sud del muro di cinta presso il quale sperava di trovare una tomba sud come per il complesso di Djoser.

Impiegò quattro anni ma finalmente nel 1967 riportò alla luce, come già era accaduto per il complesso di Djoser, una mastaba in blocchi di calcare molto danneggiata poiché utilizzata in antichità come cava di pietre già lavorate, anche questa non è ancora stata esplorata a fondo.

Sulla base delle loro ricerche gli egittologi italiani Maragioglio e Rinaldi ipotizzano che Sekhemkhet non abbia mai pensato di farsi costruire una piramide ma semplicemente una grande mastaba sul tipo di quella originale di Djoser sulla quale poi vennero costruiti gli ulteriori gradoni.

Nella tomba sud di  Sekhemkhet vennero trovati i resti di un bambino di circa due anni, nulla si sa in proposito, era figlio di  Sekhemkhet? Premorì al padre oppure morì successivamente? E quando e come morì il faraone? Sono state avanzate numerose ipotesi ma sono considerate mere speculazioni poiché nessuna è comprovabile da dati archeologici.

La piramide è visitabile, ma al pubblico non è consentito l’accesso alla base e alle sottostrutture.

Fonti e Bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed. (1997) traduzione 2002
  • Maragioglio Vito e Rinaldi Celeste Ambrogio, “L’architettura delle piramidi menfite”, Tip. Artale, 1963
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’Archeologia”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976 
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, trad. di G. Scandone Matthiae, Bari, Laterza, 2002
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012 Cyril Aldred, “Gli Egiziani – tre millenni di civiltà”, Roma, Newton & Compton, 1966
Antico Regno, C'era una volta l'Egitto

GRADINI VERSO L’ETERNITA’

Di Piero Cargnino

Con la III dinastia si va instaurando un periodo di sviluppo economico, politico e culturale dell’antico Egitto che gli storici moderni hanno denominato “Antico Regno”.

Come abbiamo detto nei precedenti articoli la maggior parte degli studiosi è del parere che nel faraone Netierikhet (Djoser) si debba individuare il capostipite della III dinastia.

L’architettura monumentale che troviamo sotto il regno di Djoser ci da un’idea dell’enorme balzo in avanti, compiuto dagli egizi, nell’economia, nello sviluppo della produttività agricola, in quella manifatturiera e, soprattutto, nell’edilizia. Notiamo anche uno sviluppo di numerose altre scienze quali: la letteratura, l’astronomia, la matematica, la topografia e l’amministrazione statale.

L’importanza che assunse il faraone Djoser fu tale che, come già accennato in precedenza, in epoca tolemaica i sacerdoti del dio Khnum ad Elefantina, fecero erigere la famosa “Stele della carestia”, retrodatandola al regno di Djoser, per conferire maggiore importanza al faraone che, in quella tragica situazione, fece restaurare il tempio del dio Khnum e decretò che si ricominciasse a fare regolari offerte al dio donando ai sacerdoti del tempio la regione compresa tra Assuan e Takompso con tutte le sue ricchezze.

Forte dei progressi che si verificarono durante il suo regno, con l’intento di dimostrare la sua grandezza, Djoser non si accontentò di una semplice mastaba come tomba ma volle qualcosa di molto più grandioso. Chiamò il suo fedele architetto affidandogli il compito di edificare un complesso che potesse incutere ammirazione e timore nel visitatore, straniero e non.

Forse Imhotep illustrò al suo signore le costruzioni che venivano create in Mesopotamia, le ziqqurat, veri e propri trampolini verso il cielo, le cui dimensioni gigantesche avevano lo scopo di essere osservate dal  cielo e quindi dagli dei.

E’ parere di molti che Imhotep non pensasse ad una piramide vera, cioè ad un solido geometrico che forse lui non conosceva neppure, ma, come per le ziqqurat, pensò di costruire per il suo signore una salita verso il cielo, “Gradini verso l’eternità”.

I risultati della sua immensa opera sono ancora visibili oggi, poco meno di cinque mila anni dopo. E tali furono per i successivi faraoni della III dinastia; per assistere al primo tentativo di costruire una piramide vera, con le facce piane, dobbiamo arrivare alla “piramide romboidale” del faraone Snefru, primo re della IV dinastia, quasi due secoli dopo.

Ma come abbiamo detto dopo Djoser altre “piramidi” a gradoni vennero costruite, o almeno tentato di costruire. Tentato, certo, non tutti gli architetti erano al livello di Imhotep e soprattutto le costruzioni in pietra non erano ancora alla portata di tutti.

Lo stesso Imhotep che costruirà (o tenterà di costruire) la piramide del successore di Djoser Sekhemkhet, come vedremo in seguito, non giungerà alla fine. Seguono altre “piramidi” dalle quali si può dedurre che i tentativi di costruire opere in pietra, più duratura, non avevano ancora raggiunto un livello accettabile. Si scoprono costruzioni delle quali non si sa se vennero ultimate o meno dove la pietra tagliata è stata usata ma i resti del completamento, se mai è stata ultimata, sono stati eseguiti con mattoni di fango. Sarà poi Uni, ultimo faraone della III dinastia ad intraprendere la costruzione di quella che forse sarebbe diventata una vera piramide anche se il suo completamento, secondo gli egittologi, sarebbe da attribuire a Snefu..

A Maidun è possibile vedere una torre a gradoni, in tutto simile ad una ziqqurat, in pietra circondata da un ammasso di macerie, che forse costituivano il rivestimento. Per un’oscura ragione che non conosciamo, quello che pare fosse il rivestimento non ha resistito, o in fase di costruzione o successivamente ed è crollato. Passeremo ora ad esaminare, per quanto ci è possibile, tutte queste cosiddette “piramidi minori” prima di arrivare alla IV dinastia.

Fonti e Bibliografia:

  • Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed., 2007
  • Pascal Bargent, “La stéle de la famine á Séhel”. Institut français d´archaéologie orientale, Cairo, 1953
  • Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, De Agostini, Novara, 1982
  • Corinna Rossi, “Piramidi”, Ed. Whitestar, 2005
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1961 Jaromir Màlek, “Egitto. 4000 anni di arte”, Phaidon, 2003
Mai cosa simile fu fatta

PETTINE E MANICO DI COLTELLO D’AVORIO

DECORATI CON FILE DI ANIMALI – TARDO NAQADA III (3200 – 3100 A. C.)

Di Luisa Bovitutti

Questo pettine in avorio finemente intagliato ha ben 5.200 anni; faceva parte del corredo funebre di un importante personaggio ed apparteneva alla collezione di Theodore Davis; dal 1915 si trova al MET di New York (numero di adesione: 30.8.224).

La scena su di esso rappresentata è veramente complessa, e sorprende veramente l’abilità dell’incisore che è stato in grado di scolpirla su di una superficie davvero minuscola: altezza 5,5 cm, larghezza 3,9 cm e spessore 0,5 cm.

La decorazione elaborata induce a ritenere che fosse un oggetto cerimoniale e non un pettine di uso quotidiano: su entrambi i lati sono raffigurati elefanti che calpestano serpenti; trampolieri e una giraffa; iene; bovini e forse cinghiali. Questa composizione di animali in vari registri e in file orizzontali ordinate è tipica del periodo in quanto è stata rilevata anche su manici di coltelli in avorio, uno dei quali, anch’esso presso il MET di New York (numero di adesione 26.7.1281), trovate nell’altra immagine qui sotto.

E’ quindi probabile che la disposizione e la scelta degli animali non avesse un valore semplicemente estetico ma anche simbolico: le mitologie di molti popoli africani infatti associano elefanti e serpenti alla creazione dell’universo, per cui gli esperti del MET ritengono che qui potrebbero simboleggiare una divinità creatrice che ha dato vita agli altri animali.

Mai cosa simile fu fatta

EPOCA PREDINASTICA: IL VASELLAME

Di Karol Bossi

Titolo: Vaso doppio a ingobbio rosso con decorazione in bianco, , Epoca Predinastica, Naqada I (4300-3700 a.C.).

Ubicazione: Fondazione Museo delle Antichita Egizie

Città: Torino

Paese: Italia

Periodo/Stile: Predinastico (I-II dinastia)

Note: Argilla, 18,3 x 25 x 12 cm. Inv. S. 1823

Foto Scala, Firenze/FMAE, Torino

Tra i beni di consumo maggiormente rappresentati sia nelle necropoli che negli abitati, la ceramica meriterebbe particolare attenzione dacché non ha valore casuale ma rappresenta per le diverse forme e tipologia e per le loro evoluzioni, un ” fossile guida ” nell’ intessuto archeologico, considerando ulteriormente che sono frequenti i ritrovamenti negli scavi e che focalizzano pertanto la datazione delle sepolture e delle fasi abitative.

Per l’Egitto predinastico si segue un sistema di sequenza cronologica (sequence dating) definito con precisione da uno dei padri fondatori dell’archeologia egiziana, Flinders Petrie (1853 – 1942), improntato sulla distinzione in diverse “classi” e sulla loro evoluzione tipologica:

  • “Classe ” C” decorazioni bianche su fondo rosso.
  • Classe “P” rosso lucida.
  • Classe”B” a bocca nera.
  • Classe “F” forme particolari.
  • Classe”R” ceramica grossolana .
  • ClasseN” nera incisa , già presenti nella prima fase di Naqada.
  • Classe “D’ decorazioni rosse su fondo crema
  • Classe”W” ad anse ondulate.
  • Classe “L’ tarda, più tipiche del Naqada Il e III .

Fonte: “Museo Egizio” – Editore Franco Cosimo Panini