By Jacqueline Engel
Statue of Harwa, steward of Amenardis, the Divine wife of Amun.
His face deeply seamed to express a life with a lot of experience, a realism typical of Kushite art.
Schist 25 Dyn. Karnak.
Nubian museum Aswan.
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Di Patrizia Burlini

Spesso ci chiediamo come dovevano apparire i palazzi egizi. I palazzi di Malqata e Akhetaton erano un tripudio di colori, che possiamo ammirare ancora in alcuni frammenti e ricostruzioni moderne.
Durante gli scavi del 1891-1892 ad Akhetaton, Flinders Petrie, di cui potete leggere QUI la storia, scoprì nel Grande Palazzo Reale un intero pavimento decorato, di circa 78 mq, oggi conservato al museo del Cairo, appartenente alla Sala E (vedere pianta).

Per proteggerlo dagli eventi atmosferici e dagli scavi dei tombaroli, Petrie vi costruì sopra un riparo e creò un percorso intorno ad esso affinché fosse possibile ammirarlo senza danneggiarlo. Per qualche incomprensibile ragione, la protezione fu demolita il 1 febbraio 1920 e il pavimento fatto a pezzi dagli abitanti locali. Fu in seguito pazientemente restaurato e ricomposto così com’è possibile ammirarlo oggi. Incredibilmente, il restauro non seguì esattamente i disegni di rilievo di Petrie e la posizione dei pezzi non é sempre accurata. Come se non bastasse, alcuni pezzi, ad esempio quelli rappresentanti i prigionieri, furono posizionati al contrario e si trovano oggi in posizione opposta rispetto a come dovrebbero essere.



Nelle foto del post, oltre al pavimento originario, é possibile ammirare uno splendido acquarello con la ricostruzione delle decorazioni sul pavimento , chiamato pavimento Nr 2- eseguita da Clara Siemens nel 1928. La posizione della colonne palmiformi è rappresentata dai cerchi grigi.
La piscina pullula di pesci e vengono rappresentati uccelli in volo e piante di vario tipo. Dei bouquet floreali, con quelli che sembrano dei coni profumati, sono presenti nel perimetro e, in basso, è rappresentata una fila di prigionieri di origine africana e Mediorientale che sarebbero stati opportunamente calpestati .


Il pavimento in situ con la protezione creata da Petrie




Un dettaglio del pavimento fotografato da Jacqueline Engel è stato pubblicato QUI
Mi auguro che la nuova collocazione al GEM consenta una migliore esposizione di questo capolavoro, che sicuramente necessita di essere restaurato, ricomposto e valorizzato per essere restituito allo splendore originario.
Pavimento in gesso decorato proveniente dal Grande Palazzo di Akhetaton, conservato al Museo Egizio del Cairo.
XVIII Dinastia
Fonti:
Tavola XI, fig 34 da « Encyclopaedia of Colour Decoration from the Earliest Times to the Middle or XIXth Century », Berlin, 1928
Weatherhead, F., ‘Painted Pavements in the Great Palace at Amarna’, The Journal of Egyptian Archaeology, 78 (1992), p. 179 fn.
Fran Weatherhead , Painted Pavements in the Great Palace at Amarna, The Journal of Egyptian Archaeology
Vol. 78 (1992), pp. 179-194
Di Franca Loi

Questa stele segnava i confini di due aree di terra. Il reddito della terra era destinato a sostenere rituali e offerte per un tipo di statua reale chiamata “immagine protetta”. La figura nella parte superiore della stele rappresenta l’immagine protetta di Seti I, attraverso la quale i pii egizi adoravano l’aspetto divino di questo re. A differenza delle statue degli dei nei templi, tali stele sono esempi della religione popolare egiziana, poiché si trovavano in campi dove potevano essere avvicinate da tutti i membri della società. Il ventaglio dietro la figura è un simbolo di protezione destinato a custodire l’immagine.

Stele calcarea dalla sommità arrotondata recante una rappresentazione e incisa per il re Seti I (Mn-ma’at-r’). Il re è rappresentato, nella parte superiore della stele, in piedi e con indosso la corona azzurra. Sotto il re ci sono tre righe di iscrizione: l’iscrizione data il pezzo all’anno 1 di Seti 1. Sia la figura che l’iscrizione sono eseguite in rilievo sprofondato.

La stele è stata mozzata nella parte inferiore in epoca moderna; gli altri bordi e la superficie posteriore sono ruvidi. Il pezzo è leggermente più largo vicino alla parte superiore, rispetto alla parte inferiore.

MOSTRA: Egitto: arte per l’eternità – Museo di Brooklyn, Fondo Charles Edwin Wilbour, 69.116.1.
Materiale: pietra calcarea
Luogo di ritrovamento: Kom al-Lufi, Egitto
DATAZIONE: ca. 1294 a.E.V., XIX Dinastia, Nuovo Regno
DIMENSIONI: 25 1/2 × 15 1/2 × 6 3/4 pollici, 110 libbre (64,8 × 39,4 × 17,1 cm, 49,9 kg)
Di Francesco Alba

Stele in calcare dipinto per Keti e Senet
L’iscrizione riportata su questa stele funeraria dichiara che le due donne, raffigurate in piedi di fronte ad una tavola per le offerte, sono sorelle. Entrambe tengono un fazzoletto in una mano mentre inalano il profumo datore di vita di un fiore di loto retto con l’altra mano. Come è noto, il loto era simbolo di rinascita e rigenerazione.
La maggior parte delle informazioni che abbiamo sul Primo Periodo Intermedio proviene dalle stele funerarie che venivano depositate nelle cappelle delle tombe. Come nelle epoche precedenti, vi compare il defunto – in questo caso le due giovani, di ascendenza ignota, di fronte a un tavolo per le offerte sul quale sono depositate le vivande necessarie alla sussistenza nell’Aldilà.
Riferimento:
Speciale Storica – National Geographic
I Primi Faraoni – I Signori del Nilo
Ottobre 2020. N. 49
Di Franca Loi

Seti I, il secondo faraone della XIX dinastia, era figlio di Ramesse I e padre di Ramesse II che volle associarsi al trono.


Giunto al potere riorganizzò l’esercito e fronteggiò rivolte scoppiate in Siria e Palestina. Dopo diverse campagne, una delle quali lo vide impegnato ad affrontare i libici che sbaragliò, partì alla ricerca del vero nemico, gli ittiti. A Qadesh, dove ebbe luogo lo scontro, Seti riuscì ad avere ragione dei ribelli: tornò in patria con prigionieri Ittiti. Fu stipulato un trattato rimasto ignoto, di questo si accennera’ in un successivo trattato del 1268. La sua politica fu rivolta al recupero di gran parte dell’Impero lasciato da Tutmosi III; una volta rafforzate le frontiere aprì miniere,cave e pozzi.

Pago dei successi ottenuti si dedicò al restauro di tutti i templi dal Delta alla Nubia (la sua iscrizione “restaurato da Seti” compare un po’ dappertutto) e alla grande sala ipostila del tempio di Karnak progettata dal padre.


Il tempio di Karnak, dopo le piramidi, è il più imponente edificio costruito in Egitto, le sue proporzioni gigantesche esprimono la potenza di Ammone e del suo clero e nel contempo la grandezza dei faraoni del Nuovo Regno.

” tutto ciò che avevo visto a Tebe, che avevo ammirato con entusiasmo sulla riva sinistra, mi parve miserabile al confronto delle concezioni gigantesche che mi circondavano…….. nessun popolo antico o moderno ha concepito l’arte dell’architettura in scala così sublime, così vasta e grandiosa come fecero gli antichi egiziani, essi concepivano da uomini alti 100 piedi (Champollion).”

A nord del tempio, sul muraglione esterno, Seti fece incidere rilievi che sono un inno alle sue imprese: le scene guerresche rappresentate “uniscono alle lodi del coraggio personale del re molte notizie di genuino carattere storico”.

Le enormi colonne della grande sala ipostila
Sarà il figlio Ramesse II ad ampliare abbellire e completare la grande sala i postila che oggi ai nostri occhi appare “una vera foresta di pietra con 134 enormi colonne di cui quelle centrali sono più alte delle altre… per la sua immensa concezione architettonica la sala i postila si può considerare la prima vera cattedrale del mondo… l’immensa foresta di colonne che rappresentava il papireto della creazione, non è fatta a misura d’uomo ma Divina”.

FONTE:
ANTICO EGITTO-MAURIZIO DAMIANO-ELECTA
L’EGITTO DEI FARAONI-FEDERICO A.ARBORIO MELLA-MURSIA
LA CIVILTÀ EGIZIA ALAN GARDINER-EINAUDI
WIKIPEDIA
Di Grazia Musso
Con l’ascesa al trono di Sethi I, si conclude quel processo di controriforma innescato come reazione al periodo di Amarna.
In un clima tutto improntato al ritorno al passato, la statuaria e, in generale, tutte le manifestazioni artistiche traggono la loro aspirazione da modelli del periodo thurmoside, rifiutando così apertamente tutte le tendenze che avevano contribuito a rendere così fervido e innovativo il momento culturale compreso tra il regno di Amenofi III e quello degli immediati successori di Akhenaton.
Alcune delle acquisizioni del periodo amarniano erano però riuscite a filtrare e si erano mantenute nonostante il desiderio dell’autorità costituita (stato e clero) di far apparire che nulla fosse accaduto nel ventennio antecedente il regno di Tutankhamon.
L’effetto di vibrazione di certe opere amarniane si ritrova negli elaborati abbigliamenti del primo periodo ramesside, che mostrano un raffinato gioco di plisettatura che crea una movimentata alternsnza tra luce e ombra.
È il caso di questa statua di Sethy I, nella quale il complicato annodarsi del vestito, sotto il torace a destra, costituisce il centro delle pieghe che si irradiano verso l’esterno della figura, con un movimento centifrugo che non ha nulla da invidiare alle sculture di epoca amarniana, nonostante la resa muscolare sia più sobria.

L”effetto luministico dell’abito è controbilanciato da quello della parrucca, sulle cui trecce si sviluppano delle nervature discendenti.
Abbigliamento e parrucca formano una preziosa cornice al volto, che ha forme piene e i cui tratti riproducono l’effige idealizzato di Sety I.

Nonostante il naso arcuato e il taglio della bocca richiamino la statutaria thurmoside, gli occhi sono racchiusi da palpebre pesanti, reminescenze della tradizione post-amarniana.
La scultura proviene da Abido, località dove l’attività di Sethy I fu più intensa.
Ad Abido, Sethy I, fece erigere un tempio e un cenotafio dedicati al dio Osiride, per legittimare l’ascesa al trono d’Egitto della propria casata.
Originariamente, la statua doveva raffigurare il sovrano incedente con le braccia distese lungo i fianchi.

Il braccio sinistro sosteneva uno stendardo di cui è andata perduta l’estremità superiore, impedendo così di identificare la divinità raffiguratavi
Fonte
Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star.
Di Livio Secco

La coppia statuaria di Rahotep e Nofret custodita oggi al Museo Egizio del Cairo è un reperto celeberrimo per la riuscita realizzazione tenendo sempre ben presente che si tratta giusto di qualche millennio fa.
Tra tutte le persone incantate ci sono anch’io ed ho pensato bene di trasformarlo in una breve esercitazione del Laboratorio di Filologia Egizia dedicato agli allievi che hanno già frequentato il corso grammaticale.
In ogni caso non fatevi ingannare: è un lavoro di traduzione non impossibile ma certamente non facile. Infatti è ricco di ciò che chiamiamo scrittura difettiva. Per esigenze di spazio, e per le numerose tautologie, le grafie di molti titoli venivano ridotte nel numero dei segni con i quali avrebbero dovuto essere scritte per intero. In contesti ben evidenti, come quelli templari e funerari, non ci sarebbe stato il rischio di errate comprensioni, pertanto si poteva procedere con la tachigrafia delle titolature.
Per chi studia i geroglifici un problema in più che avvalora la sfida di comprenderli.
Come al solito ho aggiunto la riga di lettura in italiano secondo la codifica IPA.








Per coloro che volessero iniziare ad impegnarsi in questa stupenda GINNASTICA INTELLETTUALE non posso che raccomandare il seguente kit completo per l’autodidatta:
Grammatica primo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/
Grammatica secondo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/
Grammatica terzo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/
Dizionario egizio-italiano: https://www.amazon.it/Dizionario-egizio…/dp/8899334129…

Di Grazia Musso

I cenotafi ( dal greco kenotafion “tomba vuota”), ossia simulacri di tomba, erano utilizzati correntemente fin dalle prime dinastie dai faraoni egizi, che potevano avere più mastabe o piramidi, di cui una sola era la vera sepoltura, mentre gli altri erano monumenti funerari.
Tale usanza si basava sul simbolismo egizio, per cui si riteneva che la parola, l’immagine o il simulacro potessero sostituire l’oggetto reale.
Così i cenotafi furono usati perché i faraoni potessero essere presenti, con la sepoltura, tanto al nord quanto al sud, oppure ad Abydos, presso Osiris.

Lo scopo era essere accanto al dio, per assicurarsi la sopravvivenza nell’aldilà e la resurrezione.
Il cenotafio di Sethy I o Osireion si trova alle spalle del tempio di Sethy I dietro e in asse col tempio, ma vi si accede da nord.

Il monumento è la rappresentazione architettonica di una concezione cosmoligico-religiosa e rappresenta il tumulto primordiale ove nacque il mondo, circondato dalle acque primeve; è dunque costituita da una sorta di collina artificiale (una sala) circondata dall’acqua e da due file di cinque pilastri monolitici in granito rosa su cui appoggiavano gli architrave, la parte centrale era a cielo aperto.

Vi si legge la simbologia della collina, su cui probabilmente veniva seminato l’orzo, la cui nascita simboleggia a la resurrezione di Osiris.
E, rappresentando il cenotafio del dio, un’altra sala ha la forma di un sarcofago e un soffitto astronomico a profilo curvo con la dea Nut, il cammino del sole e il levarsi delle stelle.

Fonti
Dizionario Enciclopedico dell’ Antico Egitto e delle civiltà nubiane – Maurizio Damiano – Appia – Mondadori.
Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra
Di Piero Cargnino

Alla morte di Seqenenra Ta’o a Tebe rimane la sua Sposa Reale Iahhotep (o Ahhotep I), (Iah è contento, Iah era il nome attribuito alla dea luna).
Figlia del faraone Senekhtenra e della Grande Sposa reale Tetisheri, visse a Tebe e andò sposa al proprio fratello Seqenenra Ta’o, (colui che accresce il coraggio grazie alla luce divina), ottenendo vari titoli tra cui: “Grande sposa Reale”, “Unita al Portatore della Corona Bianca”, (khnemet nefer hedjet) oltre a quello di “Madre del re”, (mwt niswt), riportato sul suo sarcofago trovato a Deir el-Bahari.

Iahhotep rimase vedova con i due figli Kamose e Ahmose ai quali trasmise la volontà di continuare nell’opera iniziata del padre. A Seqenenra Ta’o successe il figlio Kamose che regnò per tre o cinque anni.
Una curiosità, con Kamose iniziano i nomi teofori che comprendono un glifo che rappresenta le corna del toro lunare, alcuni studiosi ritengono che l’immagine sia di origine semita.

Indipendentemente dalla durata il suo regno assume una notevole importanza per le fondamentali iniziative militari che egli intraprese contro gli Hyksos che erano giunti ormai a governare la maggior parte del Paese.
Di questo ce ne parla la “Tavoletta Carnarvon”, uno dei due frammenti di una stele di legno di grandi dimensioni ritrovata nel 1909 nella tomba n. 9 a Tebe da Howard Carter che lavorava per lord Carnarvon. Le tavolette sono interamente scritte in ieratico e riportano parti del resoconto delle campagne militari di Kamose. Quanto riportato nelle tavolette ci fornisce un quadro sufficientemente esaustivo circa le varie campagne di questo sovrano.

Kamose vuole liberare l’Egitto una volta per tutte per riportarlo al suo antico splendore:
<<……… Sua Maestà radunò nel palazzo il consiglio dei nobili al suo seguito e cosi parlò: “Io vorrei sapere a cosa serve questa mia forza, quando un sovrano siede ad Avaris ed un altro a Kush ed io siedo sul trono insieme a un asiatico e a un nubiano, ciascuno in possesso della sua fetta d’Egitto e io non posso andare a Menfi senza passare davanti a loro”…….>>,
ma i suoi ministri sono contrari a denunciare i trattati stipulati con i sovrani Hyksos ricordando i vantaggi dello status quo:
<<………Guarda, tutti sono fedeli fino a Qir. Noi siamo tranquilli nella nostra parte di Egitto. Elefantina è potente, e la parte centrale (delle terre) ci è fedele fino a Qir. Gli uomini conservano per noi il meglio delle loro terre. Le nostre mandrie pascolano nelle paludi dei papiri. Il grano è disponibile per i nostri maiali. Le nostre mandrie non vengono rubate……..>>.
Kamose però è irremovibile:
<<………Nessuno può riposarsi quando viene spogliato dalle tasse dell’asiatico. Io voglio sollevarmi contro di lui e io spero di aprire il suo ventre. La mia speranza è di liberare l’Egitto e scacciare l’asiatico……….>>.
Kamose iniziò subito una campagna militare scagliandosi a nord, contro Neferusy, nei pressi di Ermopoli dove regnava Teti, governante egizio, vassallo degli Hyksos. La “Tavoletta Carnarvon” racconta che Kamose vi giunse verso sera ma rimandò l’attacco all’indomani:
<<…….appena fu chiaro, mi abbattei su di lui come un falco. E quando giunse l’ora di profumarsi la bocca, lo sconfissi, rasi al suolo le sue mura, uccisi la sua gente e ordinai che sua moglie scendesse sulla riva del fiume…….>>.
Secondo gli studiosi a questo punto gli Hyksos sentono traballare il loro regno quindi sobillano i nubiani alla rivolta in modo da creare un doppio fronte a sud, ma, mentre Kamose avanza vittoriosamente verso nord, sua madre Iahhotep si preoccupa di rafforzare la frontiera a sud, a Elefantina.


Nel secondo anno, Kamose si diresse a sud, verso la terra di Kush governata da un alleato di Apopis. I nubiani vengono sconfitti e l’alleanza con gli Hyksos naufraga. Di questa spedizione ci è giunta una relazione scritta su di una stele commemorativa ritrovata a Buhen. Ulteriori testi che ci sono pervenuti riportano che nel terzo anno di guerra Kamose giunse fino al Delta. Kamose è ormai vicino alla fortezza di Avari e schernisce l’avversario con vanterie e minacce:
<<……..Il tuo cuore è spezzato, vile asiatico, tu che solevi dire: Io sono il padrone e non c’è nessuno che mi sia pari da Khmun e Pi-Hathor fino ad Avari………>>.
L’avanzata vittoriosa di Kamose stranamente si arresta in vista della capitale degli Hyksos, Avaris. La stele si conclude con il racconto del trionfale ritorno di Kamose nella capitale, acclamato da una popolazione in preda a una gioia quasi isterica. Ma di li a poco Kamose esce di scena, forse anche lui morì in battaglia.


Essendo Ahmose ancora troppo piccolo per agire, Iahhotep assume il potere come reggente su un territorio ora decisamente più vasto e continuò la lotta contro gli Hyksos finché Ahmose non ebbe l’età adatta per regnare da solo.
Una stele di Ahmose, nel tempio di Karnak, evidenzia il difficile ruolo che dovette affrontare la regina per riaccendere gli entusiasmi vacillanti di coloro che non erano d’accordo di proseguire la lotta. Comportandosi da vero faraone prese la decisione e governò l’Egitto con fermezza. Recita la stele:
<<……..Cantate le lodi della Signora delle rive delle lontane contrade……….lei che governa le moltitudini, lei che si prende cura dell’Egitto……….lei che ha pacificato l’Alto Egitto e sottomesso i ribelli………>>.

Da queste parole si può dedurre che Iahhotep abbia dovuto far fronte ad un tentativo di rivolta al sud comportandosi da vero capo militare. Durante il suo regno Kamose cambiò il nome per tre volte, cosa che indusse gli archeologi a credere che i sovrani fossero stati tre. L’ipotesi decadde quando si apprese, dalla relazione degli ispettori alle tombe inviati da Ramesse IX nella necropoli di Dra Abu el-Naga, riportata nel Papiro Abbott, che esisteva una sola tomba a nome di Kamose e la stessa viene definita:
<<……….. Il sepolcro del Re, il Sole che provvede alla creazione, il figlio del Sole, Kamose, esaminato oggi, era in buono stato……….>>.

Con Kamose finisce la XVII dinastia egizia, siamo all’incirca nel 1550 a.C. e finisce anche il Secondo Periodo Intermedio. A questo faraone va riconosciuto il merito di aver raccolto l’eredità di suo padre, Seqenenra Ta’o ed aver risvegliato l’orgoglio degli antichi faraoni, era un guerriero valoroso, voleva liberare l’Egitto dall’occupazione straniera, ma ci vorrà ancora del tempo. Non vedrà la sua terra libera, il destino non glielo permise, la gloria toccherà a suo fratello Ahmose I, al quale spetterà anche l’onore di inaugurare una nuova dinastia, la XVIII.

Kamose morì, forse cingendo d’assedio Avaris, molti studiosi concordano però nel ritenere che alla sua morte il Delta era quasi interamente conquistato al punto che si può parlare già di una prima riunificazione delle Due Terre.
Come abbiamo già accennato il fratello Ahmose era ancora troppo giovane per salire al trono che venne retto dalla madre, la regina Iahhotep (o Ahhotep I), sorella e moglie di Seqenenra Ta’o. Con la stessa indole del marito, animata dal desiderio di liberare l’Egitto e di scacciare gli stranieri, Iahhotep continuò a perseverare incitando il popolo a continuare la lotta, aiutata in questo dalla propria madre, la regina Tetisheri, moglie di Seqenenra Ahmose.

Iahhotep fu una regina tra le più influenti della XVIII dinastia, e per questo una delle più venerate della storia egizia tanto da divenire, dopo la morte, oggetto di un culto speciale. Su una stele rinvenuta a Karnak fatta erigere dal figlio Ahmose I sta scritto:
<< Una regina che si è presa cura dell’Egitto e dei suoi soldati…….che ha riportato indietro i fuggiaschi e che ha riunito i disertori; ha pacificato l’Alto Egitto e ha espulso gli oppressori >>.
Una cosa che lascia perplessi è il fatto che, dopo la morte di Kamose, il sovrano Hyksos regnante, Apophis, non abbia approfittato della lunga pausa nelle operazioni belliche conseguente alla minore età di Ahmose, per tentare di recuperare, almeno in parte, il territorio perduto nelle battaglie con Kamose.

Fino ad allora la capitale dell’Egitto era stata Menfi, “la bilancia delle Due Terre”, ma chi aveva liberato l’Egitto dagli invasori stranieri? Una famiglia di Tebe. Iahhotep tanto fece, vantando i meriti di Uaset, “la città dello scettro uas” nome sacro di Tebe, la “città dalle cento porte” che riuscì a sbalordire persino Omero, che questa divenne da allora la capitale di un Egitto nuovamente libero e padrone del suo destino.
Iahhotep visse fino ad ottant’anni, venerata dalla corte e dal popolo, lei, la liberatrice, l’eroina che aveva infuso all’esercito il coraggio di cacciare l’invasore.
Iahhotep compare nella Stele di Karesh (CG 34003) risalente al decimo anno di regno di Amenofi I, inoltre viene pure citata nella Stele del suo maggiordomo Iuf che fu suo servo (CG 34009). La regina fu sepolta in una tomba a Deir el-Bahari, necropoli a ovest di Tebe.
Durante la primavera del 1859 Mariette trova la camera funeraria di Iahhotep, nel sarcofago di grandi dimensioni viene rappresentata con la parrucca tripartita e un modius, all’interno la mummia è interamente ricoperta da un autentico tesoro, corone, pettorali, monili e onorificenze di ogni tipo.
Alcuni oggetti recano inciso il nome di Kamose, ma sulla maggior parte è inciso il cartiglio di Ahmose, doni fatti dal faraone alla madre. Tra i tanti gioielli, un pugnale con la lama d’oro, una collana in oro e argento con pietre dure, oggetti vari decorati con turchesi e pietre semipreziose, oggetti simbolici in oro. Un pezzo meraviglioso spicca su tutti, si tratta di un braccialetto fatto di perle infilate nell’oro con fasce d’oro, di lapislazzuli, di cornalina e di turchesi. Quando lo si chiudeva, si formava una scritta che celebrava Ahmose come “Dio perfetto, amato da Amon”.

Spiccavano, per il loro significato, tre grosse mosche in oro, (onorificenze militati), con le quali si ricompensavano i soldati che si erano distinti in battaglia. Non si ha notizia che altre regine abbiano ricevuto queste onorificenze militari, le più alte che un faraone potesse dare.

Fonti e bibliografia:
By Jacqueline Engel
The Granite Sarcophagus of Dwarf Djeho.
30th Dynasty. Saqqara, Egypt.
Egyptian Museum Caïro.

Djeho shared a tomb with his master Tjaiharpta, which indicates the favored position he had with his patron.
Djeho is depicted naked in profile, possibly life-sized (4 ft or 120 cm).
It was found by Quibell in 1911.

On the sarcophagus’ lid, the biography tells us that Djeho was a dancer in burial ceremonies connected to the Apis and Memphis bulls.