La nuova capitale voluta da Akhenaton venne chiamata Akhet-Aton (che significava Orizzonte di Aton, oggi Amarna) ed era stata costruita su di un’area desertica e pianeggiante che non era mai stata sede di precedenti culti; circondata da un lato da un anfiteatro roccioso lungo quindici chilometri e dal lato opposto da terre coltivabili, venne eretta molto rapidamente, usando soprattutto mattoni di fango essiccati al sole e poi intonacati di bianco.
Ricostruzione del palazzo reale di Amarna realizzata dall’archeologo Jean-Claude Golvin: l’harem occupava tutto il lato sinistro della costruzione e ad esso si accedeva tramite l’ingresso verso il quale si sta dirigendo la fila di persone
Nell’arco di un ventennio giunse ad ospitare tra i ventimila ed i cinquantamila abitanti, ma alla morte di Akhenaton fu abbandonata, i materiali lapidei vennero asportati lasciando solo i mattoni ed andò rapidamente in rovina; attualmente sono in corso lavori di scavo, interpretazione e ricostruzione delle rovine sotto la direzione del dott. Barry Kemp dell’EES (Egypt Exploration Society).
La città era divisa in quartieri che si estendevano attorno ad un nucleo abitativo centrale nel quale sorgevano il Palazzo Reale, il Grande Tempio chiamato Per-Aten e vari edifici amministrativi tra i quali l’archivio reale, dove furono rinvenute le famose Lettere di Amarna; gran parte della zona ad ovest fu sepolta sotto le moderne coltivazioni, mentre si sono conservate molte strutture dell’area est.
Dipinto parietale proveniente dal Palazzo del re (che è un edificio indipendente dal palazzo reale), oggi all’Ashmolean museum
Sulla base delle rovine riportate alla luce e di alcuni rilievi tombali è stato possibile ricostruire la pianta generale del sito ed individuare l’area dell’harem, che occupava un ampio quartiere del complesso palaziale, il quale si estendeva in lunghezza per almeno 580 metri ed occupava la striscia di terra posta tra il lato ovest della strada reale ed il Nilo.
Una scena nella tomba amarniana di May (TA14), molto danneggiata ma fortunatamente ricostruita, mostra l’aspetto che doveva avere l’ingresso monumentale del palazzo, oggi sepolto sotto le moderne coltivazioni: esso si affacciava sulla riva del Nilo ed era caratterizzato da un elegante colonnato che correva lungo tutto il lato dell’edificio, nel quale si apriva la porta coronata da urei.
Rilievo parietale dalla tomba di May: sullo sfondo si nota il colonnato della facciata del palazzo reale.
Gli appartamenti di stato occupavano la parte occidentale del palazzo ed erano stati costruiti in pietra; essi comprendevano un cortile di circa 160 mq., adornato lungo i lati est ed ovest con una fila di statue un granito del re e di Nefertiti, che conduceva a una serie di corti e saloni, e, forse, ad una Finestra delle Apparizioni.
Un talatat sul quale è raffigurata la finestra delle apparizioni del palazzo reale
La parte orientale invece era stata realizzata in gran parte in laterizio; si trattava di un quartiere largo circa 35 metri suddiviso in una serie di singoli edifici che si affacciavano sulla strada reale a est e sul citato cortile a ovest; in esso avevano sede l’harem e dei magazzini.
Pavimento dipinto proveniente dal palazzo reale di Amarna
Una porta monumentale posta nella parete est del recinto del palazzo permetteva di raggiungere il cortile che divideva l’edificio dell’harem in due costruzioni distinte non del tutto simmetriche; oltrepassato questo cortile si accedeva al Ponte che collegava il Grande Palazzo alla Casa del Re, posta ancora più a est.
Il cosiddetto “harem settentrionale” comprendeva un giardino sommerso fiancheggiato su ogni lato da una fila di piccole camere, forse magazzini o alloggi per la servitù, e da un’area colonnata a sud che includeva un portico rivolto sul giardino; i pavimenti di questa zona erano ricoperti di intonaco di gesso sul quale erano dipinte a colori vivaci vasche con pesci e fiori e figure di prigionieri asiatici ed africani legati.
Decorazioni provenienti da Amarna
Oltrepassato il portico, si faceva ingresso in un ampio salone a due ordini di colonne ed a pianta quadrata, che comunicava a sud-est con un grande vano con dodici colonne intarsiate di maiolica; anche in queste stanze la pavimentazione era dipinta con immagini di prigionieri e di uccelli palustri.
Le dame di corte abitavano probabilmente nelle stanze che fiancheggiavano la sala principale; ognuna di esse aveva pianta quadrata con una colonna centrale, e comunicavano con due piccole stanze adiacenti a sud.
Decorazioni provenienti da Amarna
La parte meridionale era costituita da un gruppo di stanzette dal pavimento dipinto che immettevano in un portico aperto affacciato su un giardino sul lato est; i locali più a nord erano destinati come abitazioni per la servitù e magazzini.
Nella tomba di Ay ad Amarna (che non fu mai utilizzata in quanto divenne Faraone dopo Tutankhamon e si fece scavare una nuova tomba nella valle dei Re), vi è un interessantissimo rilievo parietale che raffigura in modo dettagliato una parte del palazzo reale ed i quartieri dell’harem; l’immagine è incompleta perché il muro non è stato finito.
Raffigurazione delle stanze delle donne, dalla tomba di Ay
L’unica sezione completata dell’immagine si trova sull’architrave sopra l’ingresso e rappresenta due edifici speculari e indipendenti separati da uno spazio con quattro alberi, che potrebbero rappresentare un giardino oppure i sicomori sacri
Ai lati ci sono due edifici autonomi: uno è costituito da un magazzino e da una dispensa, nella quale i servi stanno mangiando e preparando cibo; l’altro, più grande, è composto da due parti comprendenti una stanza con una colonna e due piccole camere e pare essere l’harem in quanto è abitato da sole donne e ha delle guardie fuori dalle porte.
Frammento di pavimento dipinto proveniente da Amarna
Le donne sono egizie e straniere, riconoscibili dalle trecce, abitualmente portate dalle ittite e dalle siriane, rappresentate mentre suonano vari strumenti musicali e ballano; una di loro sta mangiando mentre un’altra sta pettinando una compagna.
Compare nei papiri medici con grafia a volte leggermente diversa nella parte fonetica, ma sempre con il determinativo D27 (una mammella) per indicare che si tratta dell’azione di allattare il bambino.
L’azione da parte del bambino/cucciolo di poppare dal seno si diceva invece “imeh” (“imH”) e veniva usato sia per gli umani che per gli animali.
AMULETO
“udjau” (wḏⳍw) o “sa” (sⳍ)
I due termini hanno una valenza leggermente diversa: udjau si riferisce solitamente al singolo amuleto o ad un incantesimo specifico e deriva da udjat (wḏⳍt), l’Occhio di Horus nella sua funzione di protezione, mentre sa ed il suo derivato saw (protezione)possono indicare anche un gruppo di oggetti che sono “legati” come nel simbolo Gardiner V17 che lo compone (il riparo del pastore) e che nel caso specifico indicherebbe una corda che li lega; la borsa (legata) con un amuleto al suo interno e le parole e i gesti necessari per attivare l’incantesimo.
Da “sa” deriva anche il termine “sau” che abbiamo visto indicare quelli che oggi chiameremmo “guaritori”, i quali utilizzavano formule magiche ed esorcismi per tentare di debellare le malattie.
BALIA
“mnat» («menat»)
In realtà ci sono diversi vocaboli egizi che possono indicare le balie, ma quello più rappresentato è questo, in cui il determinativo D27, che abbiamo visto indicare una mammella, si trova soprattutto nel Nuovo Regno e può essere sostituito dai simboli Gardiner B5 (donna che allatta) o B6 (donna con un bambino sulle ginocchia).
Da notare che esiste il termine anche al maschile (“mnai”) senza il simbolo X1 = “t” (la pagnotta che identifica il genere femminile) ma sempre con il determinativo della mammella ed è generalmente tradotto con “tutore”.
Per indicare il battito cardiaco i medici egizi usavano un termine onomatopeico: “debdeb” indica infatti il suono del battito cardiaco. Non per nulla il determinativo è quello del “parlare” (Gardiner A2) ad indicare il suono del battito – ma ricordiamoci anche che il cuore nella medicina egizia effettivamente “parla” al corpo attraverso i vasi “metu” (si veda anche https://laciviltaegizia.org/2022/10/21/come-il-cuore-parla-al-corpo/).
Quando associato ad altri sintomi (pallore, blocco intestinale) lo stesso termine indica le palpitazioni; il rimedio principale associato consisteva in birra dolce in cui venivamo lasciati a macerare frutti di sicomoro precedentemente essiccati e bevuta per quattro giorni. Da notare che in questo caso il Papiro Ebers consiglia al medico di “alzarsi presto tutti i giorni per controllare le sue feci” e verificare se il rimedio avesse avuto effetto.
CAPELLI
“šny” (“sini”)
Abbiamo visto come i capelli fossero molto importanti nella cura della persona degli antichi egizi. Dovevano essere sempre in ordine, eventualmente impreziositi da una parrucca per le donne più abbienti, e bisognava averne cura tanto da occupare una parte del Papiro Ebers proprio con le prescrizioni adatte.
Il termine šny, che indica appunto i capelli, ha come determinativo il simbolo Gardiner D3 (composto da tre ciocche di capelli) che identifica proprio la nostra capigliatura; ripetuto tre volte indica i capelli particolarmente lunghi.
Curiosamente, lo stesso simbolo può indicare il carattere, il temperamento di una persona: i capelli, la parte superiore e più alta del nostro corpo, venivano identificati come rappresentazione delle nostre forze spirituali.
Rifacendosi al mito di Iside, che si taglia una ciocca dei suoi capelli scarmigliati in segno di lutto per la morte di Osiride (Papiro Ramesseum XI) lo stesso simbolo indica il lutto, periodo durante il quale uomini e donne della famiglia del defunto si lasciavano crescere in maniera disordinata capelli e barba, tagliandoli poi al termine dei 70 giorni previsti per il lutto.
Due donne con i capelli scarmigliati al funerale di Amenemhat (TT53, XVIII Dinastia)
CASA
“pr”
Il nome è indicato da un rettangolo aperto in basso che indica ideograficamente la pianta dell’ingresso di una casa (bilittero Gardiner O1).
Come sappiamo, questo simbolo insieme al bilittero “aa” (Gardiner O29, una colonna nel senso di “grande”) forma anche il nome “Faraone”.
CASADELLA VITA
“pr ankh”
Il modo per indicare le “Case della Vita” era molto semplice e lineare: il simbolo della casa (bilittero “pr”, Gardiner O1), che abbiamo già incontrato diverse volte, e la famosissima croce ansata (“ankh”, Gardiner S34) che indicava “vita”.
I due simboli potevano essere accompagnati dal determinativo per “edificio”, ripetendo il bilittero O1, oppure “accorciati” per motivi di spazio con un simbolo molto evocativo, in cui la vita sembra letteralmente entrare nella casa.
CATARRO
“ḫnt” (“khenet”)
Il “frutto della putrefazione del muco”, come è indicato nel Papiro Ebers, viene indicato con questo termine, che si ritrova solo nei papiri medici.
Oltre alla parte fonetica, direi che il determinativo chiarisca bene da dove uscisse. Da notare che la stessa parte fonetica con il determinativo della testa (Gardiner D1) indica un’altra patologia (“khenet della testa”) su cui gli studiosi discordano (sinusite? cefalea?)
CAUTERIZZARE
“sꜢm” (“shemem”)
Derivato dal verbo “Ꜣm” (= bruciare). Si ritrova sia nel Papiro Ebers che nel papiro Edwin Smith con significati leggermente diversi. Nel Papiro Ebers si parla di cauterizzare utilizzando direttamente una punta incandescente, mentre nel Papiro Edwin Smith viene indicato di riscaldare la lama o bisturi utilizzato per l’intervento.
Il determinativo è il simbolo Gardiner Q7 (un braciere da cui fuoriesce una fiamma) ad indicare un’azione legata al fuoco.
CECITÀ
«Špt» («scepet»)
Deriva dalla radice ḫp.w (malattia degli occhi) e, tra i termini a sua volta derivati, la forma verbale Šp ha sia la forma intransitiva (“essere/diventare cieco”) che quella transitiva (accecare/abbagliare).
Nel termine “cecità” il determinativo nei papiri medici è sempre il Gardiner D4 inteso come “relativo agli occhi”, mentre nel sostantivo “cieco” gli scribi usavano più spesso il simbolo Gardiner D6 (un occhio con trucco/tintura sulla palpebra superiore) ad indicare una “condizione degli occhi”
CERVELLO
“Ais”
Viene indicato come “le visceri” (sottinteso: del cranio).
Il termine è stato una sorta di rompicapo perché non si capiva a cosa esattamente si riferisse (in una prescrizione del Papiro Ebers si parla di “ais” di rana, ad esempio) fino alla traduzione completa del papiro Edwin Smith, in cui viene esplicitamente indicato come ciò che viene esposto all’interno del cranio dopo una sua frattura.
E il mistero fu risolto.
COAGULAZIONE
“ṯs snf” o “tes senef”
Il termine usato per indicare la coagulazione del sangue è uno degli esempi di come la lingua egizia potesse essere incredibilmente descrittiva ed evocativa.
Deriva infatti dal verbo “ṯs” che vuol dire “annodare”. Il simbolo principale, Gardiner S24, è proprio quello della cintura annodata.
La coagulazione del sangue diventa quindi un “nodo del sangue”. Ed in effetti, se ci pensiamo, è una sorta di “nodo” che lega e blocca la fuoriuscita di sangue. Senza averne compreso appieno il meccanismo, il termine evoca l’effetto, e tanto serviva ai medici egizi.
Per praticità e risparmio di papiro, la parte “senef” (sangue) viene quasi sempre omessa, essendo sottintesa in ambito medico.
CREPITÌO
“nḫbḫb” (“nekhebkheb”)
Il crepitio o crepitazione ossea indica in medicina il rumore stridente e scricchiolante o di sfregamento che viene percepito muovendo ossa fratturate o articolazioni artrosiche (detto anche scroscio articolare).
Per i medici egizi era l’unico modo di determinare con sicurezza la presenza di fratture, con grande pena per il povero paziente (“anche se (il paziente) ne avrà grande paura”).
Siamo nuovamente di fronte ad un termine puramente onomatopeico (come il “debdeb” per indicare il battito cardiaco) per cercare di rendere sonoramente il rumore percepito dal medico. I simboli usati non hanno quindi valore ideografico ma solo fonetico, ad eccezione del simbolo Gardiner Z9 che funge da determinativo ed indica che si sta parlando di una frattura.
CUORE
“ib o “ḥꜢtj” (hati)
Come abbiamo visto nella rubrica, “hati” è il cuore fisico, il cui determinativo è il simbolo Gardiner F34 (un cuore bovino), mentre “ib” è il cuore spirituale, indicato con lo stesso simbolo. Spesso, nelle traduzioni di “ib” dall’Antico Egizio, per facilitare la comprensione del testo si usa il termine “mente” invece di “cuore” quando si riferisce a funzioni che adesso sappiamo appartenere al nostro cervello.
“HAt”, il simbolo Gardiner F4 con la parte anteriore di un leone, indica normalmente la fronte; con la desinenza “y” (il simbolo Gardiner Z4) diventa l’aggettivo “frontale” e fa quindi riferimento al cuore come “organo frontale”. Un aggettivo “costruito” da un nome viene chiamato “nisbe” e si ritrova anche nelle lingue arabe e semitiche.
DEBOLEZZA
«bdš» («bedesh»)
Nella lingua egizia esistevano molti termini per indicare la “debolezza” in senso di fragilità (ad esempio nelle costruzioni o negli scavi). Quando invece nei papiri medici si parla di debolezza del paziente, si usa invariabilmente il termine “bedesh”.
Il termine si riferisce non solo alla debolezza fisica ma anche a quella del cuore fisico (“hati”), intesa come insufficienza cardiaca.
Per indicare che si tratta di una condizione patologica, oltre al simbolo Gardiner A7, che indica genericamente la stanchezza, viene utilizzato anche il simbolo G37, il passero dalla coda arrotondata, che abbiamo visto indicare il “male” inteso in senso di malattia.
DENTE e DENTISTA
“ibeh”
I due termini sono praticamente uguali, con la parte fonetica “ibh” sostenuta dal determinativo Gardiner F18 che indica la zanna di un elefante – sappiamo infatti che spesso per indicare le parti del corpo si usavano simboli legati agli animali, soprattutto mammiferi, forse per motivi di facile identificazione, forse per motivi scaramantici.
Nei casi in cui l’interpretazione avrebbe potuto essere dubbia, si aggiungeva il simbolo della freccia, forma accorciata per indicare il medico, e molto spesso per le solite ragioni di praticità e spazio sul papiro, si indicava la figura professionale con la sola zanna di elefante
FECI
“hes”
Il Libro dei Morti, all’Incantesimo 53, specifica che feci ed urine sono “detestabili”, in particolar modo le feci (Incantesimo 189: “Io non le mangerò…non mi avvicinerò ad esse con le mani, non le toccherò con i miei alluci…non le calpesterò con i miei sandali” – prescrizioni scritte normalmente all’interno del sarcofago all’altezza delle gambe e dei piedi).
Nonostante questo, come vedremo più avanti, vennero usate in molte prescrizioni sul principio del “chiodo scaccia chiodo”: essendo il “male” un essere ripugnante che ha invaso il corpo del malato, un’altra cosa ancora più ripugnante potrà scacciarlo. Per questo motivo il determinativo Gardiner Aa3 usato, che potrebbe indicare un pitale che viene svuotato, viene normalmente indicato come “secrezione ripugnante”.
Spesso viene scritto con il solo simbolo Gardiner F52, con lo stesso valore fonetico
FETO
“wnw» o “swḥt”
Solitamente il feto viene indicato con il termine “wnw”, il cui determinativo è il simbolo Gardiner A17 che rappresenta un bambino. Una curiosità per chi non lo avesse notato prima: in questo simbolo la posizione delle gambe è quella di una persona seduta, in questo caso idealmente sulle gambe di un genitore (ovviamente omesso per ragioni di praticità) per favorire la comprensione che si tratti di un bambino.
A volte però il termine è sostituito con “swḥt”, che letteralmente vorrebbe dire “uovo”. In questo termine il determinativo è appunto quello dell’uovo. Allo stato attuale delle conoscenze non sappiamo se volesse essere una distinzione tra feto ed embrione.
FRATTURA SEMPLICE o CHIUSA
“ḥsb” (“heseb”)
Come si può immaginare, questo termine si trova solo nei papiri medici; anzi, si ritrova praticamente solo nel papiro Edwin Smith. I medici egizi avevano una profonda conoscenza dei diversi tipi di frattura e di come intervenire in ciascun caso. La heseb è la frattura semplice, quella in cui “la carne è sana e non ci sono ferite della pelle”.
Interessante notare che il simbolo Gardiner Aa2, che abbiamo conosciuto come determinativo per “pustola, secrezione”, in questo caso ha valore fonetico “Hsb” – spesso viene usato da solo per i soliti motivi di spazio sul papiro e di tempo – mentre il determinativo è il simbolo Z9 (una croce) che indica “discontinuità” o “rottura”.
FRATTURA “DA IMPATTO”
“sed”
Nella sorta di classificazione delle fratture spiegata nel papiro Edwin Smith, il secondo tipo potremmo tradurlo “da impatto”. “Sed” si usa anche all’esterno del campo medico per indicare la rottura ad esempio di un vaso, di un uovo o di un sigillo. Si ritrova ben 23 volte in questo papiro e viene spiegato molto bene nel Caso 5 come una frattura in cui “il cranio è schiacciato ed affonda verso il suo interno…spaccato in molti frammenti scivolati verso l’interno”.
Siamo quindi di fronte ad una frattura comminuta, che coinvolge anche almeno le meningi e, nel caso del cranio, una frattura depressa. Questo termine viene utilizzato anche per indicare un’arma (“sed-kesh”, “spacca-ossa”) una sorta di mazza che dagli studiosi è considerata la principale causa di questi tipo di frattura.
FRATTURA “DIVISA”
«pšn» («peshen»)
Un terzo tipo di frattura identificato nel Papiro Edwin Smith è quella che potremmo tradurre con “frattura divisa”. Nel Caso 4 si parla infatti di “una ferita aperta alla testa, che penetra l’osso e divide (spacca) il suo cranio)”.
“Peshen” è un termine molto arcaico, risalente ai Testi delle Piramidi ed ai Testi dei Sarcofagi, coerente quindi con la presunta data di prima stesura del Papiro Edwin Smith, dove si trova anche con il determinativo dell’ascia per indicare “spaccare il legno”.
Oplologia e medicina si uniscono nuovamente quindi, identificando nell’ascia a lama lunga egizia la principale “causa” di queste fratture che vengono descritte non solo sul cranio ma anche sulla mandibola e sulle braccia. La spada egizia, che pure poteva infliggere questo tipo di ferite, era scarsamente usata all’epoca della stesura del papiro Edwin Smith.
Esempi di asce a lama lunga egizie. La lama poteva superare i 40 cm di lunghezza.
Da notare che la frattura “peshen” del cranio è “un male contro cui lotterò”, e l’evidenza paleopatologica ci mostra che effettivamente poteva essere curata con successo dai medici egizi.
Un caso di frattura “peshen” del cranio di epoca tolemaica. Nonostante l’estensione della frattura, il paziente è sopravvissuto al colpo, dimostrando che contro questo tipo di fratture si poteva lottare.
GRAVIDANZA
“sjwj» («siui»)
“Gravidanza” in sé è un termine poco usato nell’Antico Egitto e si trova praticamente solo nei papiri medici, dove il determinativo Gardiner D53 indica chiaramente l’origine della gravidanza.
Ricordiamoci che nel pensiero egizio il figlio derivava solo dallo sperma paterno, mentre la madre aveva “solo” il ruolo di protettrice e nutrice della nuova vita.
INCINTA
“bkAt” (“bekat”)
Molto più frequentemente si trova invece l’aggettivo “incinta” riferita alla donna (“bkA” come verbo indica appunto “rimanere incinta”).
Da notare il determinativo B2 che indica, con la sua leggera prominenza del ventre, una donna in dolce attesa.
GUARIRE
“dr”
Ci troviamo di nuovo di fronte al concetto di malattia come “invasione” di una forza malvagia, estranea al nostro corpo.
La parola che indica “guarire”, infatti, non è altro che la rappresentazione di “guidare fuori”, “espellere”, intendendo ovviamente la natura malvagia della patologia.
Il determinativo Gardiner A24, infatti, indica “colpire” o “insegnare” (mi sa che gli studenti egizi avessero bisogno di…motivazioni per studiare) ma è anche quello che indica il pastore che guida i suoi armenti con un piccolo bastone in mano: il medico diventa un pastore che allontana con parole ed azioni i demoni che tormentavano il corpo del malato.
GUARITORE
“Sau”
No, i guaritori non erano sardi come si potrebbe pensare dal loro nome…
Derivano semplicemente il loro nome dalla radice “sa” (simbolo Gardiner V17, una tenda da pastore arrotolata) che vuol dire “protezione” e che indica anche gli amuleti che erano i loro “ferri del mestiere”. I “sau” infatti utilizzavano solo le arti magiche per “curare”, con gli amuleti e le formule magiche da recitare in presenza del malato.
Tra i nome dei medici pervenuti fino a noi, in pochissimi casi il titolo “sau” è affiancato a quello “swnw” che indicava i medici veri e propri, a sottolineare una netta differenza tra i due ruoli.
Il loro nome veniva scritto in diversi modi; in alcuni casi il determinativo che indicava una persona veniva sostituito con quello utilizzato di solito per i pastori, per rafforzare il significato di “guardiano” e “protezione”.
INFARTO
“wꜢḏ“ (“wadj”)
La comprensione di questo termine è stata possibile (per quanto si possa essere certi di un termine tecnico egizio, è sempre bene ricordarlo) dal contesto (Papiro Ebers 191).
Il termine “wadj”, infatti, di solito indica il colore verde, con il simbolo Gardiner M13 formato da gambo e fiore di papiro. Ma solo qui è abbinato al determinativo Aa2 che indica una pustola, una secrezione e si parla di “malattia wadj”, ossia “unamalattia al cuore e (il paziente) ha dolori alle braccia, al petto e a un lato del cuore…la morte si avvicina”, permettendo così di identificarlo con l’infarto (un’angina non farebbe dire al medico “la morte si avvicina”).
Secondo alcuni studiosi l’utilizzo della radice “verde” del termine sarebbe un riferimento esagerato al colorito verdastro del paziente in shock cardiaco. Chissà?
INTERVENTO (CHIRURGICO)
“ḏwꜥ» (“djua”)
Quando il medico doveva intervenire chirurgicamente, nell’Antico Egitto si parlava di un “trattamento con il coltello”. Ebbell fu il primo nel 1937 ad interpretare questa locuzione come “intervento chirurgico”, una traduzione accettata ormai universalmente.
Il determinativo è di nuovo il simbolo Gardiner T30, quello del coltello (diverso, ricordiamolo, da quello utilizzato per indicare ad esempio la macellazione).
I VERMI “HERERET”
Ancora una volta entriamo in un tema ancora dibattuto. Il microscopio non era ancora stato inventato e Linneo non aveva ancora proposto il suo sistema di nomenclatura degli esseri viventi. E di sicuro non è sopravvissuto un medico egizio a raccontarcelo…
I vermi “hereret”, citati diverse volte nei papiri medici, cosa sono allora?
Ebbell nel 1937 era certo che si trattasse dello Schistosoma haematobium responsabile della bilharziosi e della conseguente ematuria leggendo il Papiro Ebers (“È la malattia aaa che li ha creati. Non saranno uccisi da nessun altro rimedio”, Ebers 62). Ma nel Papiro Hearst viene citato un altro rimedio contro questi vermi, il mesdjemet (probabilmente l’antimonio o il solfuro di piombo).
Attualmente molti studiosi pensano che le dimensioni molto piccole dello schistosoma non ne permettessero l’individuazione da parte dei medici egizi, e che quindi i vermi hereret siano vermi intestinali – forse l’Ascaris lumbricoides, un verme rotondo che causa l’ascaridiosi (una parassitosi che causa in genere disturbi intestinali ma può arrivare a bloccare le vie biliari causando ittero o la necrosi del tratto intestinale colpito) Da un punto di vista lessicale, è da notare che il determinativo Gardiner I14, che indica un essere strisciante, è lo stesso sia per i vermi che per i serpenti; è il contesto della frase on cui è inserito ad essere discriminante.
MALATTIA
“mr” o “inedi”
Il grande nemico del medico. Talmente grande che nella forma più comune “mr” ha spesso un doppio determinativo: il passero dalla coda arrotondata (Gardiner G37) che significa “male” e la figura di Seth, associata alla malvagità. Si applica sia alle malattie che alle ferite, artificiali (come in battaglia) o accidentali (come una caduta)
Il determinativo di Seth compare anche nell’altra forma “inedi” che indica la malattia.
Entrambe le forme possono indicare anche il dolore che la malattia provoca, anche se il dolore in sé aveva altri termini per definirlo.
LA MALATTIA “aaa“
Da tempo questo termine medico è uno dei più dibattuti tra gli studiosi. Ricorre ben 22 volte nel Papiro Ebers e 50 in totale considerando anche gli altri papiri medici; deve quindi trattarsi di una patologia “importante” per gli antichi egizi. Il determinativo del pene da cui sgorga del liquido è stato interpretato in maniera diversa – da tener presente che questo determinativo è presente anche nel vocabolo che indica un “veleno”.
Ebbell nel 1937 era certo che si trattasse dell’ematuria, che abbiamo visto nella rubrica essere il sintomo principale della bilharziosi (ricordate? La “mestruazione degli uomini” menzionata dalle truppe napoleoniche). Ricordiamoci però che Ebbell era medico, ma non egittologo, e la sua traduzione (che purtroppo è l’unica del papiro Ebers in inglese) è viziata dal suo parallelismo con la medicina moderna. Dello stesso parere erano anche Jonckheere e Levebvre negli anni successivi. Però esiste anche un verbo “aaa”, usato molto raramente, che si può tradurre come “spargere il seme” o “eiaculare”, e si parla anche di “far uscire l’aaa da un uomo deceduto” come se si trattasse di un incantesimo o di un veleno.
L’associazione con la bilharziosi si deve al passaggio del papiro Ebers che abbiamo visto nella rubrica (Ebers 62):
Foglie di carice e di pianta “shames” (non identificata), tritate finemente e cotte con il miele; devono essere ingerite dal malato nel cui addome crescono i vermi hereret. È la malattia aaa che li ha creati. Non saranno uccisi da nessun altro rimedio
Ma è da tener presente che nel Papiro Ebers esistono altri rimedi indicati contro la malattia aaa, intesa come una sostanza velenosa creata da una divinità o un defunto (noce di giunco e frutti thwj e ibw – ancora sconosciuti – macinati e mescolati con la birra, da prendere prima di dormire).
Un’interessante curiosità: nel Papiro Hearst si fa riferimento ad un’altra sostanza per eliminare i vermi hereret chiamata mesdjemet, che potrebbe essere l’antimonio (Hanafy, 1974) oppure il solfuro di piombo (Nunn, 2000). Un secolo fa, l’unica sostanza chimica per trattare la bilharziosi era…l’antimonio.
Chissà se in futuro troveremo nuovi documenti che facciano luce sulla misteriosa malattia “aaa”….
MALE INCURABILE
“betu” o “bitu”
Come abbiamo visto, secondo la medicina egizia le influenze maligne non sono prettamente metafisiche ma sono in grado di entrare nel corpo umano dall’esterno e causare malattie. Lo sforzo del medico deve essere anche quello di allontanare questi demoni, con le formule di rito e con le prescrizioni adeguate.
Ma quando lo sforzo è inutile, si parla di “betu” che possiamo tradurre come malattia incurabile. Al termine “bṯw” che indica di solito un malfattore, un malvagio, si aggiunge infatti il determinativo Gardiner I14, un serpente, che indica l’origine spirituale, un demone che non si può sconfiggere. Il “betu” diventa così, ahimè, “un male che non posso curare”.
Da notare che le vecchie traduzioni (soprattutto di origine anglofona, che hanno sottovalutato l’importanza spirituale nella medicina egizia) parlano di “betu” come “verme”, “parassita”, cosa che è stata successivamente smentita riconoscendo il determinativo I14 come “demoniaco”.
MEDICO
“swnw” o “sinw”
È formato dal simbolo della freccia (Gardiner T11), che è un trilittero (‘swn’) abbinato al bilittero ‘nw’ con il simbolo del vaso (Gardiner W24). La persona seduta è il determinativo maschile (Gardiner A1).
Se il medico è una donna, il determinativo maschile è sostituito dal simbolo della pagnotta (Gardiner X1), equivalente alla nostra consonante “t”, ed il termine diventa così “swnwt” o “sinwt”
Si è discusso a lungo se il simbolo in alto fosse una lancetta (o un bisturi), ma le iscrizioni più eleganti e precise non lasciano dubbi che sia in effetti una freccia; è anche possibile che la freccia fosse anche un simbolo ideografico, indicando il medico come “l’uomo capace di estrarre una freccia” come nel caso dei soldati. Spesso, per motivi di spazio o di praticità, il medico veniva indicato con il solo simbolo della freccia.
Il termine è sopravvissuto nel copto “saein”, che indica appunto il medico.
E se il termine “sinu” vi è famigliare, “Sinuhe l’Egiziano” (quello del romanzo di Mika Waltari) è, appunto, un medico.
MESTRUAZIONI
“ḥsmn» («hesmen»)
Tanto per cambiare, è un termine su cui esistono dei dubbi tra gli studiosi. “Hesemen” è infatti anche il natron, utilizzato per le pratiche di mummificazione e nei rituali di purificazione, per cui è possibile che indicasse invece un rituale al termine delle mestruazioni stesse oppure dopo il parto. Plinio il Vecchio riporta inoltre che il natron di Menfi fosse “di colore rosso”
Spesso veniva scritto, sempre per le solite ragioni di spazio, con il solo simbolo Gardiner U32 (il pestello nel mortaio).
Un brano del papiro Edwin Smith contenente un rimedio per ripristinare il flusso mestruale regolare (senso di lettura da destra a sinistra)
I passaggi del Papiro Jumilhac facenti riferimento alle donne con le mestruazioni come “proibite” (immagini gentilmente fornita da Nico Pollone)
NASCITA
“mswt» («mesut»)
La radice del termine, “mss”, è quella che indica il figlio (Ra-mses o Ra-messu = figlio di Ra); il sostantivo che ne deriva ha come determinativo il simbolo Gardiner B3, che abbiamo già visto anche nelle rappresentazioni nei templi, raffigurante una donna in posizione accucciata da cui sta uscendo la testa e le braccia del nascituro.
Una curiosità: i cinque giorni cosiddetti epagomeni, aggiunti dagli egizi ai 12 mesi di 30 giorni ciascuno per raggiungere i 365 giorni dell’anno solare, erano dedicati alla nascita delle cinque divinità principali. Nell’ordine erano quindi i “giorni della nascita” di Osiride, Horus, Seth, Iside e Nephtys. Erano giorni considerati molto “pericolosi” e soprattutto “mswt-Sth”, la “nascita di Seth” particolarmente funesto…
OCULISTA
“swnw irty” (“sunu irti”)
La “specializzazione” in oculistica è una delle più antiche della medicina egizia: ci sono pervenuti i nomi di ben sette oculisti dell’Antico Regno (uno lo abbiamo già conosciuto, Iry: https://laciviltaegizia.org/2022/11/20/ir-en-akhty-iry/). Venivano designati con il termine comune per i medici, “swnw”, insieme al simbolo degli occhi che indicava la loro professione specifica.
Da notare che gli oculisti erano così importanti nell’Antico Egitto da avere una vera e propria gerarchia che è pervenuta fino a noi
La gerarchia degli oculisti. Dal basso verso l’alto: oculista, oculista di Palazzo, capo degli oculisti di Palazzo, Sovrintendente degli oculisti di Palazzo
POLMONE
“wfꜢ” o “smꜢ” (“wefa” o “sema”)
Come in molti casi nei papiri medici lo stesso organo può essere scritto in modi diversi, ed il polmone è uno di questi casi. Spesso per risparmiare tempo e papiro veniva utilizzato il solo simbolo F36 (“smA”) che rappresenta proprio i polmoni e la trachea.
Il simbolo F36 dalla tomba di Paheri a El-Kab (XVIII Dinastia): si vedono chiaramente le “origini” del simbolo con gli anelli tracheali ed i polmoni
Da notare che lo stesso termine “smꜢ” può indicare sia “polmone” che “unione” (il nodo di loto e papiro “Sema-Tawi” che simboleggia l’unione del Basso ed Alto Egitto ha al centro proprio il simbolo F36); oltre al contesto lo scriba utilizzava quindi il determinativo Gardiner F51 (“carne”) per indicare che si trattava di una parte del corpo (si usa invece il simbolo Y1, il rotolo di papiro, per indicare il “concetto” di unione).
Il nodo Sema-Tawi (Luxor, I pilone del tempio) in cui il loto ed il papiro vengono annodati, solitamente da Hapi, intorno al simbolo F36 che in questo caso rappresenterebbe il “Respiro della vita” per il Paese.
Sappiamo infine che i polmoni venivano estratti dal corpo al momento della mummificazione e posti nel vaso canopo raffigurante Hapi (il figlio di Horus che personifica l’inondazione del Nilo, solitamente a testa di babbuino) e sotto la protezione di Nephtys.
Dal Papiro Ebers sappiamo che il pus era chiamato “ryt”; oltre alla parte fonetica troviamo anche il determinativo Gardiner Aa2 che indica proprio un gonfiore o una secrezione.
“Se esamini un gonfiore dovuto al pus in qualunque arto del paziente, che sporge dalla pelle ed è rotondo e chiuso, dirai: è un gonfiore dovuto al pus, un male che posso curare trattandolo con il coltello. C’è qualcosa al suo interno simile al muco, che uscendo sembra cera. Se lasci qualcosa al suo interno, il gonfiore ritornerà” (Ebers 869).
Di recente, alcuni studiosi hanno sottolineato però che non viene accennato ad alcun rossore o irritazione, proponendo l’ipotesi di una cisti sebacea.
Un altro termine usato, ma mai identificato con certezza, è “wekhedu” (Ebers 871):
“Se esamini un gonfiore dovuto al wekhedu in cima alle braccia che produce del liquido, è duro è gonfio, dirai: è un gonfiore causato dal wekhedu, un male che posso curare con il coltello, ma stai molto attento ai metu (vasi). C’è qualcosa al suo interno simile alla resina. Trattalo come una ferita. Lascia che il taglio si chiuda da solo (= non suturare, pratica corretta per gli ascessi). Se lasci qualcosa al suo interno, il gonfiore ritornerà”.
In questo caso la posizione del gonfiore ha fatto pensare ai linfonodi ascellari, infiammati per un’infezione alle braccia, mentre i metu sarebbero le arterie e le vene ascellari che scorrono molto vicino ai linfonodi.
PUSTOLA/VESCICOLA
“ꜤꜢt“ o “Ꜥnut” (“aat” o “anut”)
Nel Papiro Ebers (Ebers 874 e 877) ci sono due termini che sembrerebbero indicare le lesioni cutanee quali pustole e vescicole (attribuibili invece secondo alcuni studiosi alla lebbra). L’incertezza deriva dal fatto che queste lesioni sono denominate “di Khonsu”, lasciando immaginare che si riferiscano ad una specifica patologia. Entrambi i termini hanno il determinativo Gardiner H8 (un uovo), suggerendo che queste lesioni contengano qualcosa; nello specifico dell’aria (“aat”) o del pus (“anut”).
“Qualcosa appare dentro di esso (il gonfiore), come se ci fosse dell’aria” (“aat Khonsu”, Ebers 874)
“Se li trovi sulle braccia (del malato), sui fianchi e sulle cosce e trovi del pus al suo interno, non farai nulla contro di essi” (“anut Khonsu”, Ebers 877)
Secondo altri studiosi, i due termini sarebbero invece riferiti a forme tumorali di incerta identificazione o addirittura ai bubboni della peste.
SANGUE
“snf” o “senef”
Oltre alla fonetica snf, il suo determinativo (Gardiner D26, le labbra che sputano acqua) lo indicano come un “liquido che sgorga”.
Come abbiamo visto, il sangue scorreva nei “metu”, nei vasi, insieme però agli altri liquidi corporei (urina, muco, liquido seminale). Naturalmente, il medico doveva impedire che il sangue scorresse all’esterno del corpo (“fai attenzione al sangue…”), ma il sangue poteva anche diventare un pericolo per il paziente, una sostanza che corrode (“il sangue che divora”, Papiro Ebers 592-602). Si sapeva inoltre che il sangue veicolasse alcune malattie (“le feci che entrano nel sangue e lo infettano”).
Il sangue mestruale, considerato impuro e repellente, poteva però essere usato anche come rimedio per allontanare i demoni responsabili della malattia in una sorta di “chiodo scaccia chiodo”.
SCATOLA CRANICA
“ḏnnt” o “djennet”
Questo termine ha creato un bel po’ di grattacapi agli esperti, perché nel tempo è passato dal definire il cranio (o meglio, la scatola cranica, ovvero la scatola ossea in cui risiede il nostro cervello) alla sola parte superiore del cranio stesso, dove si appoggia una corona, ed è difficilmente distinguibile da “dada”, ovvero la testa nel suo complesso.
Il primo uso documentato del termine è nei Testi dei Sarcofagi del Medio Regno (incantesimo 435), riferito a dove risiede il veleno di un serpente.
L’uso nei testi medici è praticamente limitato al solo Papiro Edwin Smith, dove diventa importante essere precisi per le procedure chirurgiche e dove viene utilizzato per identificare le fratture della sola scatola cranica escludendo il maxillo-facciale; il viso è infatti escluso dal “djennet”.
“Ꜣis n ḏnnt” (ajs n djennet) ovvero “le visceri del cranio” come abbiamo già visto è il termine per indicare il cervello
SERPENTE
“ḥfꜢw” (maschio) e “ḥfꜢt” (femmina)
È uno dei primi termini che incontriamo che ha (ovviamente) sia la forma al maschile che al femminile, entrambi comunque con il determinativo Gardiner I14 (che abbiamo visto significare “essere strisciante” ad indicare sia i vermi che i serpenti). La radice “ḥfꜢ” è una di quelle che più spesso ha la finale “w” ad indicare il genere maschile (spesso omesso nei geroglifici), mentre quella femminile ha la solita pagnotta X1 “t”.
Una curiosità: nei Testi delle Piramidi e dei Sarcofagi i simboli ritenuti “pericolosi” per il defunto come quelli della vipera cornuta (Gardiner I9, “f”) o il determinativo I14 venivano spesso decapitati (un simbolo per la testa ed uno per il corpo, separato) per annullarne la pericolosità, mentre nei testi funerari del Nuovo Regno a volte venivano barrati a livello del collo (anche con il simbolo di un coltello) con lo stesso scopo.
SERQET
“Srḳt”
Forse è strano trovare nel nostro piccolo lessico medico il nome di una Dea, ma c’è una ragione.
Serqet raffigurata nella tomba di Nefertari, con l’usuale simbolo senza pungiglione
L’ipotesi più accreditata sull’origine del nome della Dea è che derivi dal verbo arcaico “srk”, che vuol dire “causare il respiro”. Si riferirebbe all’insorgere del respiro accelerato (tachipnea) derivante da una puntura di scorpione; il significato del suo nome sarebbe quindi “Colei che accelera il respiro”, sottintendendo che era meglio non farla arrabbiare…
Il determinativo dello scorpione (come il simbolo solitamente raffigurato sulla testa della Dea) non ha pungiglione: sempre secondo questa ipotesi indicherebbe la natura benevola della Dea (che toglie pericolosità all’animale) e si potrebbe quindi tradurre anche come “Colei che impedisce al respiro di accelerare”
Una seconda teoria sostiene invece che il determinativo non indichi uno scorpione (aracnide) ma uno “scorpione acquatico” (insetto), il cui sifone sembra permettergli di respirare sott’acqua. In questo caso il nome della divinità potrebbe diventare “Colei che permette di respirare”.
Serqet a guardia dei vasi canopi di Tutankhamon: si nota anche in questo caso come il suo simbolo sia privo del pungiglione
SOFFERENZA
“mn”
Accanto alla parte fonetica per pronunciare la parola, ritroviamo il determinativo costituito dal passero dalla coda arrotondata (Gardiner G37) a significare “male”. Attenzione: non si tratta però del “dolore”, che ha diversi termini per indicarlo e che vedremo più avanti.
Ma la sofferenza non è soltanto quella fisica: “mn” indica anche uno stato di malessere interno; in generale ciò che non ci fa stare bene. Corpo e psiche nuovamente riunite da un vocabolo.
Ogni forma di disordine della Ma’at genera uno stato di “mn” ed uno sforzo conseguente e necessario per cercare di riportare un “ordine” da contrapporre al caos (e, nel nostro caso, alla malattia).
STOMACO
“r-jb o “ra-ib”
Come abbiamo visto nella rubrica, lo stomaco nella medicina egizia è strettamente collegato al cuore, tanto da esserne la “bocca”. Il suo nome, “r-jb” è anche figurativamente scritto unendo il simbolo Gardiner D21, la bocca, con quello F34, che abbiamo visto rappresentare un cuore bovino.
Allo stomaco è dedicato un’intera sezione del Papiro Ebers (188-208). In esso viene evidenziato che cibo e bevande passino per lo stomaco e di lì “vadano giù” (“ha”) verso l’ano, ma il processo digestivo non fu mai completamente chiarito dai medici egizi.
Oltre ai richiami moderni che abbiamo visto nella rubrica (“stoma” e “cardias”), i nostri amici anglosassoni ancora oggi per dire che hanno un bruciore di stomaco usano il termine “heartburn” – cioè “brucior di cuore”…
SUTURARE
«nḏry» (“nedry”)
A differenza di tanti altri termini che abbiamo incontrato, “nḏry” è un termine abbastanza comune nella lingua egizia e vuol dire “unire insieme”, “legare”. Si usa ad esempio per i prigionieri o per i capi di bestiame. Uno dei suoi significati al di fuori del campo medico è anche “chiudere” (ad esempio una porta).
In un termine solo si uniscono quindi i concetti di “chiudere” la ferita e “legare insieme” i suoi lembi. Anche il determinativo Gardiner A24, che indica “comandare, controllare” è evocativo dell’azione del chirurgo che “comanda” alla ferita di chiudersi.
Attenzione, però: il Caso 41 del Papiro Edwin Smith (“Una ferita malata (infetta) del suo petto”) specifica che “…la ferita è infiammata e un vortice di infiammazione esce continuamente dalla bocca di quella ferita al tuo tocco; le due labbra di quella ferita sono rosse e gonfie, mentre il paziente continua ad essere febbricitante a causa della ferita; la sua carne non può ricevere una fasciatura (sutura)”. Il concetto di lasciare una ferita infetta aperta e NON suturarla è estremamente moderno, tanto da essere tuttora nelle linee guida dell’OMS per la cura delle ferite.
I punti di sutura usati si chiamavano invece “ydr”.
TESTA
“dꜣdꜣ” o “dada”
Come menzionato nella rubrica, una lunga diatriba ha accompagnato la traslitterazione del simbolo Gardiner D1, che indica appunto la testa, ma proprio dai papiri medici è arrivato il “suggerimento” che in ambito medico/anatomico sia ḏꜣḏꜣ o dada quella più corretta, formata dalla ripetizione del simbolo U28 (la fiamma, ma senza implicazioni politiche…) e G1, l’avvoltoio. Di entrambi viene “usata” la parte fonetica, supportata dal determinativo D1.
Il termine è molto antico (si ritrova anche nei Testi delle Piramidi) e viene usato anche in senso figurato (il tetto di una casa oppure l’avanguardia di una formazione militare).
Nel Papiro Edwin Smith (dove ricorre più frequentemente) lo scriba, per risparmiare tempo e spazio sul papiro – che ricordiamo era carissimo e gli scribi odiavano gli sprechi – viene spesso abbreviato senza le due figure di avvoltoio.
TRACOMA
«nḥꜢt» («nehat»)
Per molto tempo gli studiosi hanno discusso su cosa potesse indicare la misteriosa malattia “nehat” degli occhi citata diverse volte dal papiro Ebers.
Questa volta l’aiuto è arrivato dal…greco. La parte fonetica “neha” come aggettivo indica infatti in egizio qualcosa di aspro, ruvido (ed anche terribile o feroce – è uno degli aggettivi riferiti al serpente Apophis). Tracoma deriva invece da τραχύς (tracos) che in greco significa appunto “aspro, ruvido” facendo riferimento all’aspetto delle palpebre del malato.
Il determinativo Aa2, che abbiamo già incontrato in diverse occasioni e che indica una pustola, una secrezione, ci dice che in questo caso il termine fa riferimento ad una patologia. Mistero risolto.
L’aspetto “ruvido” dell’occhio affetto da tracoma dovuto alla congiuntivite mista follicolare-papillare associata a secrezione muco purulenta
TUMORE?
“bnwt” (“benut”)
Questo è uno dei termini più controversi nella medicina egizia. Gli studiosi lo traducono a volte con “tumore”, altre con “ascesso” ed altre con “ulcera”. L’attribuzione come “tumore” deriva da un passaggio che identificherebbe il carcinoma della vescica, da cui il determinativo Gardiner D53 che indica qualcosa che sgorga. A volte viene sostituito dal determinativo Aa2 (secrezione), per cui è possibile che indicasse due patologie a seconda del contesto.
È a questo termine che si riferisce la definizione del papiro Edwin Smith “Fratello del sangue, amico delle secrezioni (o del pus), padre del fetore dello sciacallo”
UBRIACO
“Tek” o “Teki”
Quale fosse il modo più comune per ubriacarsi nell’Antico Egitto è svelato dal termine che indica l’ubriachezza – e l’ubriaco. Il determinativo è infatti di nuovo quello della birra.
L’ubriachezza era sempre considerata poco dignitosa e pericolosa per come poteva allontanare dall’ordine e da Ma’at:
“Non renderti debole nel negozio della birra…Odierai le parole che avrai pronunciato, cadrai e ti romperai le ossa…I tuoi compagni di bevuta si alzeranno e diranno di buttare fuori questo ubriacone” (I precetti di Ani, XVIII Dinastia).
URINE
“ueseshet”
Il termine deriva dal verbo “wss” che significa “espellere” e potrebbe indicare, per esteso, anche la vescica. In questo caso il determinativo è un membro maschile da cui fuoriesce il liquido.
Le urine avevano un doppio valore: oltre a quello “detestabile” che abbiamo visto, quelle delle donne incinte erano portatrici di vita
UTERO
Anatomicamente: “ḥmt” (“hemet”) o “idt” (“idet”)
Metaforicamente: “mwt rmṯ” (“mut remet”)
Nella terminologia dell’utero femminile la lingua egizia ci stupisce nuovamente con le sue simbologie.
L’utero, infatti, può essere definito anatomicamente come “hemet” o “idet” (il simbolo Gardiner N41 – il pozzo con l’acqua – ha infatti più di una pronuncia fonetica), ed il suo determinativo è quello che indica “una parte del corpo”.
Ma l’utero si trova anche descritto come “mut remet”, ed il suo determinativo diventa quello di un uomo e di una donna con i trattini del plurale: l’utero diventa quindi “la madre del umanità”.
VAGINA
“kꜢt» o “iwf” («kat» o “iuf”)
Il primo termine (“kat”) è quello prettamente anatomico ed indica il canale vaginale, mentre nei papiri medici si trova spesso “iuf”, che tecnicamente indicherebbe la carne ma che nel contesto indica dove inserire i tamponi o pessari utilizzati come medicamento o come metodo anticoncezionale. Curiosamente, l’espressione “figli della carne” o comunque il riferimento alla “carne” nell’ambito della sessualità è arrivato fino a noi.
In entrambi i casi, comunque, il determinativo è il Gardiner F51 che ormai conosciamo bene ed indica che si sta parlando di una parte del corpo.
VASO
“mtw” o “metu”
Generalmente lo si trova indicato come “vaso”, ma visto che il termine si applicava anche ai nervi, ai tendini ed ai legamenti in generale, forse sarebbe più corretto parlare di “condotti”.
Come indicato nella rubrica, i metu principali erano 22, tutti afferivano al cuore a cui portavano l’aria vitale e tutti confluivano verso l’ano, da cui il corpo si liberava da tutte le sostanze tossiche.
Con il concetto di “circolazione”, i metu sono contemporaneamente una delle grandi intuizioni ed una delle grandi sviste della medicina egizia.
VELENO
“Mtwt” o “Metut”
Con ogni probabilità questo termine prende origine da “metu” (ricordate? I vasi all’interno del corpo) ed indica un liquido forzatamente iniettato od espulso dal corpo. Per questo, lo stesso termine curiosamente indica il veleno ed il liquido seminale. Ed è ovviamente, un altro termine su cui gli studiosi stanno discutendo, a volte in ambito filosofico (collegando la vita portata dal liquido seminale alla morte portata dal veleno) ed a volte in ambito più pratico (l’aspetto del veleno di scorpione o di serpente, lattiginoso, ricorda quello del liquido seminale).
Quando si vuole indicare il suo effetto, lo si definisce anche mw mr (liquido doloroso), usato soprattutto nei papiri medici del periodo ramesside.
VOMITO
«ḳꜤ» o «ḳꜢs» («qa» o «qas»)
Il vomito era uno dei sintomi principali di un “blocco” del sistema digerente, che veniva definito spesso come una “putrefazione delle sue secrezioni” o come un “accumulo delle feci”; in quest’ultimo caso il rimedio era costituito da latte in cui veniva spremuto un frutto di sicomoro maturo e diluito con birra dolce, “da bere spesso”.
Il vomito poteva però dipendere anche da “un accumulo di sangue” in una donna che non avesse mestruazioni da tempo (e che non fosse ovviamente incinta). In questo caso il rimedio consisteva in latte a cui veniva aggiunto il midollo osseo di uno stinco di bue, ginepro, cumino ed incenso, da bere per i rituali 4 giorni.
Il vomito doveva però anche essere indotto per espellere un agente nocivo, un demone, come nel caso del tremito ad un braccio (con una purea di orzo fermentato bevuto caldo oppure con della birra in cui fosse lasciato del pesce a fermentare).
Curiosamente, non viene mai menzionato invece in caso di avvelenamento
Fonti ulteriori, oltre alla bibliografia principale:
Allen, James P. Middle Egyptian: An introduction to the language and culture of hieroglyphs. Cambridge University Press, 2000
Le recenti scoperte archeologiche confermano l’importanza del nord nello sviluppo dell’antico Egitto.
Uno dei più antichi insediamenti sviluppatisi nel Delta è il sito preistorico di Merimde, presso il villaggio di Benisalama, a circa 45 chilometri dall’odierna Cairo. La datazione al carbonio consente di affermare che esso fu occupato tra il 4880 a.C. e il 4250 a.C.
Dal 1977 al 1982 fu preso in esame dal team dell’egittologo Josef Eiwanger che portò alla luce tre insediamenti successivi, ed è stato poi investigato dall’egittologa Joanne Rowland, la quale nell’estate del 2014 ha scoperto che era molto più vasto di quanto si pensasse.
Pounder, periodo neolitico, Buto–Merimda–Maadi, 4500–4000 a.C. circa. Delta occidentale, Egitto.
L’insediamento più antico risale all’inizio del Neolitico egizio; in esso sono stati rinvenuti vasellame ruvido lucidato e non lucidato con decorazioni a spina di pesce e fondo tondeggiante realizzato senza l’uso del tornio, punte di freccia a forma triangolare e pendenti fatti con conchiglie tipiche del Mar Rosso.
Strumenti litici, Londra, British Museum
Merimde venne poi abbandonato ed 800 anni dopo nuovamente abitato da una comunità che realizzò complesse strutture in legno e vimini, ceramiche più stabili e grandi e meno decorate, strumenti di selce inseriti in manici di legno, osso e avorio, utensili di osso ed oggetti ornamentali di conchiglia e avorio.
Testa maschile: è una delle più antiche rappresentazioni dell’uomo, capelli e barba venivano realizzati con veri peli umani, un bastone inserito nel foro inferiore ne faceva, forse, un feticcio magico-religiosa o un bastone di potere
Da Merimda; Merimdiano (5100-4100 a.C.) Terracotta dipinta Altezza cm 10,3.
Museo Egizio del Cairo, JE 97472
Questi primi insediamenti, per lo più situati lungo le rive dei fiumi, erano ancora di modeste dimensioni, mentre quello portato alla luce negli strati più recenti appare ampio e popoloso: esso consisteva in un grande villaggio di capanne di fango attraversato da strade nel quale vivevano gruppi familiari economicamente indipendenti.
Grano di Merimde del V Millennio
Le ceramiche testimoniano un nuovo gusto estetico. Il vasellame di colore nero si aggiunge a quello più arcaico rosso o grigio ed appaiono nuovi elementi decorativi, tra cui i celebri vasi doppi; le punte di freccia ed i coltelli, le asce ed altri utensili presentano una grande varietà di forme. Si sono rinvenuti inoltre artefatti di osso, palette, macine e teste di mazza.
Ascia di pietra meridiana.
Gli abitanti di Merimde erano diventati allevatori di bestiame (sono stati rinvenuti resti di manzi, maiali e pecore) ed altresì pescatori e cacciatori di ippopotami, coccodrilli e tartarughe; essi vivevano in tende rotonde fatte di pelli d’animali, che divennero in un secondo tempo capanne di fango e giunco. Il grano veniva immagazzinato in vicini silos fatti di cesti di paglia intonacati d’argilla. Brandelli di stoffa e pesi da fuso indicano che conoscevano la tessitura.
Le loro sepolture sono semplici fosse ovali scavate nella terra, talvolta rivestite di assi di legno, che ospitavano il defunto deposto sul fianco destro, in posizione fetale, avvolto in una stuoia o in un telo di lino, lo sguardo rivolto a ovest oppure a sud-est.
Il corredo funerario, abbastanza modesto, era costituito da vasellame, coltelli di pietra, figurine dal valore apotropaico. Le tombe di Merimde non evidenziano nessuna differenza di classe che faccia pensare a una struttura sociale di tipo gerarchico.
Museo Egizio del Cairo, JE 85788 e 85789 (collana) – Montet 510
Questo magnifico pettorale era al collo della mummia di Psusennes I insieme ad altri tre molto simili, seppure di fattura inferiore
Lo scarabeo, alto 6,5 cm e largo 4,5 cm, è stato ricavato da un diaspro verde molto scuro ed incastonato in oro. La sua morfologia è riprodotta molto fedelmente e nei minimi dettagli, rivelando una conoscenza ed un’osservazione molto attenta unita ad una straordinaria padronanza dell’esecuzione
Le sue ali sono composte da 21 linee orizzontali, incastonate in oro a cloisonné egiziano con pietre policrome ad alternanza di colori caldi e freddi utilizzando diaspro rosso, pasta di vetro nera, rossa e blu.
La foto originale di Montet
Davanti allo scarabeo, posto orizzontalmente, c’è il cartiglio del Faraone in oro, le cui estremità poggiano, ai lati, sulle ali. È inciso con il nome di nascita del faraone Psusennes I “Pasebakbaenniut Merimon” (letteralmente ‘la stella è apparsa in città, amata da Amon’).
La lavorazione del cartiglio è – incredibilmente – anch’esso in cloisonné egiziano: ogni segno è lavorato individualmente, con minuscole cellette delimitate da contorni in oro e riempite con pietre colorate o pasta vitrea, con una resa finale perfetta.
Il forte significato simbolico è sottolineato dalla presenza del segno ‘shen’. lo scarabeo spinge instancabilmente il cartiglio con il nome del re, mentre si trascina dietro il segno ‘shen’ che simboleggia l’eternità.
Inoltre, per aumentare il potere dell’amuleto, per accentuarne la protezione, sul retro è inciso il capitolo 30 del Libro dei Morti, che invoca cuore del defunto a non testimoniare contro di lui durante il giudizio finale della psicostasia.
Il retro del pettorale; sul castone dello scarabeo è inciso il Capitolo 30 del Libro dei Morti
La foto di Montet del retro di questo collare evidenzia meglio il testo sul retro del castone
Il ciondolo era appeso, mediante due anelli fissati alle ali dello scarabeo, ad una doppia catena di perle oblunghe, in oro e pietre multicolori.
Questa catena, lunga 42 cm, è rifinita con un delicato e grazioso contrappeso floreale, formato da strisce di pasta vitrea incastonate in oro, un perfetto complemento per questo pettorale.
Il pettorale con la splendida collana che lo accompagna
FONTI:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
La medicina egizia è stata a lungo sottovalutata. L’impossibilità di leggere i testi fino a Champollion, l’incertezza sui termini tecnici, l’immenso arco di tempo coperto dalla civiltà egizia hanno contribuito a questa scarsa considerazione. L’influenza poi della magia e della religione ha fatto considerare la pratica medica dell’Egitto faraonico una sorta di superstizione fanciullesca molto lontana dalla medicina vera e propria. Nell’immaginario collettivo, infine, spesso si è considerato la civiltà egizia circoscritta a morte e mummificazione.
Solo recentemente, e solo dopo aver capito più profondamente la natura dello spiritualismo egizio, la medicina dell’epoca è stata rivalutata, anche alla luce di straordinari ritrovamenti sulle mummie pervenute fino a noi.
E, come spesso è capitato, ci si è accorti che gli antichi egizi erano stati i primi.
Dall’Antico Egitto abbiamo ricevuto i primi testi di medicina, le prime osservazioni di anatomia e di anatomia comparata, i primi sviluppi della farmacologia e della chirurgia, dell’ortopedia, le prime protesi, le prime specializzazioni ed un vocabolario medico-anatomico che per alcune parti lascia attoniti.
Ricordiamoci inoltre che Ippocrate, considerato il padre della medicina, visse più di mille anni dopo la stesura del Papiro Ebers, uno dei testi principali che incontreremo in questo viaggio, e che a sua volta si rifà a testi di altri mille anni più antichi. Pazzesco.
La trascrizione di una pagina del Papiro Ebers, che sarà una delle nostre guide principali alla scoperta della medicina egizia
I medici egizi erano riconosciuti come i migliori in assoluto della loro epoca, tanto da essere citati anche nell’Odissea e da essere i medici di corte dei re persiani Ciro il Grande e Dario. In un certo senso vennero esportate anche le divinità legate a malattie e guarigioni, che divennero importanti in tutto il mondo antico
È opinione discussa che venisse praticata la dissezione dei cadaveri a scopo di studio, a cui vanno aggiunte le pratiche per la mummificazione che ovviamente necessitavano di conoscenze di anatomia degli organi interni. Non è però certo, anche se probabile, che i medici attingessero a questa “fonte” per approfondire le loro conoscenze. Nonostante questo, alcune “sviste” ed errori non furono mai riconosciute o corrette, e la vera causa delle malattie non fu mai individuata dalla medicina egizia.
L’osservazione empirica non arrivò mai a comprendere appieno la fisiologia dei diversi apparati, lasciando di conseguenza spazio ad “interpretazioni” spesso fantasiose nonché alle pratiche magico-religiose che cercavano di coprire questo difetto.
Va però notato che, sebbene medicina e magia coesistessero, come vedremo, sono noti pochissimi casi in cui il “medico” venne associato al termine “mago” o “stregone”. Era questo: un medico.
Museo Egizio del Cairo, JE 85751 (Montet 484). Oro e pietre dure. Diametro 35 cm, peso 8 kg
Pierre Montet ritrovò sulla mummia di Psusennes I ben tre collari shebyu, composti da dischetti d’oro forati al centro ed infilati in file concentriche chiuse da una piastra ornata da pendenti (cat. 482, 483 e 484).
La collana 483, con cinque fili di dischetti d’oro, una chiusura a piastra pressoché identica ed una serie di pendenti più semplice
Questa particolare forma della collana caratterizzava, in una forma molto più semplice, il cosiddetto “Oro dell’Onore” con cui il Faraone ricompensava i suoi funzionari più fedeli (lo abbiamo visto al collo di Kha al Museo Egizio di Torino, ad esempio).
L’Oro dell’Onore al collo di Kha
Il peso notevolissimo dell’oro delle collane ha creato diversi problemi alla loro preservazione nella forma originale. Al momento della chiusura del sarcofago è probabile che si fossero già spostati dalla sede originale; l’umidità ha distrutto i fili su cui erano inseriti i dischetti e l’apertura della bara d’argento, che era rimasta saldamente incastrata nel secondo sarcofago, ha ulteriormente contribuito al deterioramento.
Alcune parti siano state coinvolte nel furto avvenuto al Museo del Cairo nel 1943 ed alcune di esse non sono mai state recuperate.
Questa specifica collana, di circa 35 cm di diametro, ha sette fili formati da cinquemila minuscoli dischetti d’oro, per un peso totale dicirca 8 kg. Le altre due collane shebyu sono a cinque fili e pesano circa 6 kg ciascuna, per un totale di 20 kg d’oro al collo del Faraone…
Sul petto presenta una grande chiusura cloisonné, una piastra alta 6,2 cm e raffigurante i cartigli reali affiancati da due divinità. A destra, il dio Amon rappresentato con la corona a due piume; a sinistra la dea Mut che indossa la doppia corona ed un ureo regale sulla fronte. Entrambi impugnano un simbolo ankh (vita) ed uno scettro was (potere).
La piastra di chiusura, un altro capolavoro dell’arte orafa egizia
La parte superiore della chiusura è decorata con un disco solare alato. Tutti gli elementi decorativi della chiusura sono intarsiati con pietre semipreziose (corniola rossa, lapislazzuli e feldspato verde).
Dalla chiusura si dipartono 10 pendenti che si ramificano; l’artista che ha creato questa collana è riuscito a sviluppare un intero fascio di catenelle d’oro, che lungo la loro lunghezza sembrano moltiplicarsi dividendosi, “sbocciando” così in una sontuosa cascata d’oro. Ogni “giunzione” e ogni estremità è adornata con nappe simili a fiordalisi; in totale erano 110, scesi a 98 dopo il furto del 1943.
Ci sono versioni discordanti su come queste collane venissero indossate: secondo alcuni la collana veniva portata con la chiusura sulla nuca, in modo che la cascata delle catenelle ricordasse una capigliatura d’oro; secondo altri veniva portata sul torace ad adornare il petto del faraone.
La foto ufficiale del Museo Egizio e quella originale di Montet
FONTI:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
Meidum, (Muhāfazat Banī Suwayf in arabo), è un moderno villaggio nel governatorato di Beni Suef nel centro del paese, a sud del Cairo. Si trova sulla riva sinistra del Nilo ed è un’area basata sull’agricoltura e l’allevamento, esistono anche alcune industrie, cementifici e fabbriche per la produzione tessile, alimentare, calzaturiere e per la produzione del tabacco. Sulle rive del Nilo si trovano alcune cave di alabastro.
A 9 km dal villaggio moderno si trova il complesso piramidale dell’Antico Regno risalente a Snefru, primo faraone della IV dinastia e le rovine delle città di Eracleopoli e di El-Hiba.
Il complesso di Maidum ospita la grandiosa piramide di Snefru, (Djed Snefru, “Snefru è duraturo”) (o Uni), che è la piramide più meridionale dei sovrani di Menfi. Sul lato nord-est del complesso funerario si trova la necropoli contenente diverse mastabe, decorate con sontuosità, appartenute a famigliari dello stesso Snefru.
Degna di nota la mastaba n. 17, indagata da Petrie nel 1910 dove rinvenne una mummia al suo interno, con ogni probabilità appartenuta ad uno dei figli del faraone Snefru. Auguste Mariette si recò poco più a nord, dove si trova una seconda necropoli che ospita parte della corte reale della IV dinastia.
Qui Mariette, nel 1871, scoprì la mastaba n. 16, il cui proprietario era il principe Nefermaat, (Maat è splendida), e di sua moglie Atet. All’interno furono rinvenuti due bassorilievi raffiguranti scene di caccia e piccoli animali.
La cosa più sorprendente però fu quello che Mariette dichiarò di aver trovato all’interno, un pannello, delle dimensioni di cm 27 di altezza per cm 172 di lunghezza, situato nella cappella di Atet, realizzato con pittura su stucco, opposto dell’affresco, con notevole tecnica pittorica, che rappresenta una scena di caccia sulle rive del Nilo.
L’affresco riporta, con notevole tecnica pittorica in modo simmetrico sei oche, divise in due gruppi speculari, molto realistiche nella forma e nei colori. L’arte pittorica egizia ebbe nel periodo storico dell’Antico Regno, la massima attenzione per i dettagli di animali e piante, tanto che ancora oggi è possibile individuare la specie delle oche, dal piumaggio stilizzato.
L’affresco originale delle ormai famose “Oche di Meidum”, (soprannominato “La Monna Lisa d’Egitto”), è oggi conservato al Museo Egizio del Cairo, mentre una copia si trova al British Museum di Londra.
Recentemente alcuni archeologi hanno avanzato dubbi sull’autenticità del dipinto che presenterebbe diverse anomalie. In tal senso si è espresso l’egittologo italiano Francesco Tiradritti, docente di Egittologia all’Università di Enna e direttore della Missione archeologica italiana in Egitto.
Nell’aprile 2015, in seguito a studi condotti sul dipinto, Tiradritti pubblicò un articolo sul Giornale dell’Arte nel quale espresse le sue convinzioni sul fatto che il dipinto non risalisse all’epoca assegnata da Mariette. Mise in risalto il fatto che quattro delle sei oche non erano originarie dell’Egitto e, per di più, non erano neanche attestate altrove nell’arte egizia. Tra le altre anomalie riscontrò che anche le tonalità dei colori usati non è riscontrabile in altre pitture egizie in quanto il tipo di stesura sarebbe possibile soltanto con l’utilizzo di pennelli moderni, inoltre esisterebbe una eccessiva “sproporzione” tra le oche.
Secondo l’egittologo il dipinto sarebbe un falso realizzato, in accordo con Mariette, dal pittore ottocentesco italiano Luigi Vassalli per conto del Museo di Bulaq per cui lavorava.
Un altro indizio confermerebbe il falso, nella cappella di Atet c’è un frammento di una pittura che rappresenta un avvoltoio e un cesto, questi nel linguaggio dei geroglifici egizi corrispondono alle lettere G e A. Sarebbero le iniziali della seconda moglie di Vassalli, Angiola Gigliati.
La firma occulta di uno scherzo colossale che potrebbe aver retto fino ai giorni nostri ?
L’area palaziale di Malqata sorgeva sulla riva occidentale del Nilo nei pressi di Medinet Habu, e venne edificata da Amenhotep III perché fosse la sua residenza principale ed il centro amministrativo del regno.
L’area palaziale di Malqata; a fianco del Palazzo Nord (non visibili nella piantina) sorgevano il tempio di Amon ed una piattaforma recentemente riportata alla luce che probabilmente serviva per scopi cerimoniali
Oggi ne restano poche vestigia ma il palazzo doveva essere veramente sontuoso; esso si estendeva su di un’area di 30.000 metri quadrati e comprendeva, oltre agli appartamenti del sovrano, anche dei quartieri per il visir ed i funzionari più importanti, per le donne reali e per il personale di servizio, nonché cucine e magazzini per le scorte di generi alimentari; un’ampia area inoltre era occupata da vasti edifici amministrativi noti come “Ville occidentali” e vi era altresì un grande tempio dedicato ad Amon.
La pianta del Palazzo Reale principale. La sala dei banchetti è individuata dalla lettera H; sui lati lunghi si affacciano gli appartamenti tutti uguali destinati alle donne reali più vicine al Faraone, la cui camera da letto è contrassegnata dalla lettera R3.
Amenhotep III aveva inoltre fatto realizzare per la sua Grande Sposa Reale un enorme lago artificiale navigabile, che misurava circa 2 chilometri x 1, sul quale si svolgevano anche cerimonie religiose.
A sinistra: una perlina in ceramica trovata in loco. A destra: in zona sono state rinvenute molte giare di questo tipo, delicatamente decorate
Gli appartamenti privati del faraone si trovavano nell’angolo sud-est della struttura; ad essi si accedeva tramite un ingresso collocato sul lato opposto, percorrendo un lungo corridoio che portava all’ambiente più importante del palazzo, il cosiddetto Salone dei banchetti (contrassegnato dalla lettera H nella piantina) e poi alla sala del trono principale.
Frammenti di giare
Sui due lati lunghi del salone dei banchetti si affacciavano quattro porte che davano accesso ad appartamenti tutti uguali (stanze N, K, L e P).
Le stanze N sono considerate bagni, e una vasca di pietra era ancora in situ in una di esse. La stanza centrale (K) aveva una coppia di colonne che fiancheggiavano una pedana rialzata che probabilmente ospitava un trono; dietro di essa si trovavano una camera da letto (L) ed un’anticamera riccamente decorate (P). La stanza M aveva una serie di colonne ed una mensola di legno sostenuta da pilastri di mattoni che correva lungo entrambe le pareti lunghe ad un’altezza di 80 cm dal pavimento; questa, ed almeno altre nove stanze simili trovate alla periferia della struttura potevano essere stati magazzini di stoccaggio.
Un sigillo di Amenhotep III ed un’altra perlina in ceramica
Per la loro vicinanza alle stanze del re e per il fatto che erano simili, in scala ridotta, alla camera da letto del sovrano ed ai locali ad essa associati nell’angolo sud-ovest del palazzo (gli ambienti contrassegnati dalle lettere I, O e J), si ritiene che fossero destinati in via permanente ad ospitare le regine principali e le principesse; la particolare decorazione del soffitto, inoltre, comprendeva immagini di piccioni, uccelli canori e farfalle, che erano generalmente associate ad ambienti femminili.
L’HAREM, OVVERO IL PALAZZO NORD
Lo studioso americano Peter Lacovara, sulla base di analisi condotte a Malqata, Amarna e Ghurob, sostiene che probabilmente i palazzi degli harem del Nuovo Regno (e forse anche Tell’el-Dab’a, risalente al Medio Regno) erano costruiti secondo criteri architettonici standard che prevedevano una coppia di edifici adiacenti, uno più grande dell’altro, ciascuno diviso in due da un muro.
Un tappo per una giara recante i cartigli di Amenhotep III
L’affermazione è certamente fondata per quanto riguarda la struttura che ospitava l’harem reale di Amenhotep III, identificata nel cosiddetto “palazzo nord” che sorgeva a nord-est della struttura palatina di Malqata e che presentava un impianto molto simile a quello di Ghurob.
Un motivo decorativo in pasta vitrea (notate l’incredibile lavorazione): Malqata era uno dei centri più rinomati dell’Egitto per la produzione di manufatti in vetro, che venivano anche esportati all’estero.
Per una serie di post sul vetro e sulla sua lavorazione, guardate sul nostro sito ai seguenti link:
Una collana menat, composta da un pesante contrappeso (il menat in senso stretto) e molti fili di perline. Essa veniva talvolta indossata, ma era più spesso utilizzata nel corso di cerimonie religiose dalle “Cantatrici di Amon” che l’agitavano per creare un suono destinato a placare un dio o una dea.
Il Palazzo Nord venne portato alla luce dall’archeologo inglese Hugh Evelyn-White nel corso della campagna di scavi 1914 – 1915.
Esso si estendeva su di un’area rettangolare che misurava 232 m. x 59 m. circa, presentava una doppia struttura ed era dotato di una serie di magazzini e aree di stoccaggio per diverse tipologie di beni di consumo, esattamente come a Ghurob.
La pianta del palazzo nord
L’edificio più ampio era suddiviso in quattro settori ben definiti ed indipendenti: il palazzo vero e proprio, la cui suddivisione interna induce a ritenere che venisse utilizzato dal sovrano come residenza privata e sede di rappresentanza, la zona a est, la zona a sud e le ville; il palazzo era costituito da due annessi, uno ad ovest ed uno ad est, divisi da una larga corte; ognuno di essi comprendeva 35 stanze, la più grande delle quali era la n. 19, che portava alla suite delle camere da letto.
frammenti della decorazione parietale trovati in loco
Secondo Aikaterini Koltsida, una studiosa che ha scritto svariati articoli sul sito, la stanza più interessante del palazzo è quella contrassegnata dal n. 13, una vera e propria piscina coperta: sebbene non sia rimasto molto, le poche vestigia superstiti permettono di avere un’idea del suo aspetto originario.
Una minuscola ranocchia in pasta vitrea ed una decorazione
Essa misurava m. 10,70 x 11,20, ed era quindi larga quanto la sala del trono alla quale era collegata attraverso una porta gigantesca posta al centro del muro divisorio; il tetto era sorretto da quattro colonne, ognuna del diametro di m. 1,10 ciascuna.
Un frammento di piatto in vetro: guardate la maestria della lavorazione!
La vasca misurava m. 7,34 x 4,35, era delimitata da un basso parapetto di pietra ed occupava tutta la parte sud della stanza; essa era foderata di lastre di arenaria dipinte con stucco bianco stese su di un letto di sottile sabbia del deserto.
Un piatto ed un frammento di decorazione in faience
Ad essa si accedeva attraverso due passaggi costruiti in mattoni stuccati di bianco posti sui lati est ed ovest, accessibili grazie a due gradini alti circa 20 cm sui quali, forse, si ponevano i servi incaricati di versare acqua sui bagnanti.
Un frammento di un oggetto in faience ed un piatto
L’angolo nord est della sala era occupato da una bassa piattaforma ricoperta da uno strato sottile di stucco, che probabilmente serviva come lounge per i bagnanti; i muri in quest’angolo erano ricoperti di calce e decorate con una sequenza di pannelli di colori diversi.
Un vaso in vetro: gli Egizi non erano ancora in grado di produrre vetro trasparente, ma sapevano combinare i colori in modo incredibile.
Accanto al palazzo reale ed al palazzo nord sorgevano inoltre svariate unità immobiliari ed altri due edifici, uno dei quali, definito il “palazzo sud”, potrebbe essere stato la residenza della Regina Tiye e della sua corte in quanto comprendeva una sala colonnata con un palco del trono circondato da alloggi.
Frammenti della decorazione parietale
Nella tomba tebana di Neferhotep (TT49) si trova un interessante rilievo parietale che raffigura un palazzo-harem a due piani, la cui facciata è decorata con colonne dal capitello papiriforme; esso è circondato da un giardino nel quale passeggiano nobili dame e bambini mentre i servi sono intenti alle ordinarie attività; dalla finestra delle apparizioni si affaccia la regina che sta consegnando un’onorificenza alla moglie del notabile.
La tomba di Neferhotep
FONTI SPECIFICHE SU MALQATA:
Archeologia e storia del Fayyum durante il Nuovo Regno
Tesi di dottorato in archeologia presentata dalla dott. Valentina Gasperini presso l’Università di Bologna
Con il faraone Snefru, figlio di Huni, ultimo sovrano della III dinastia e della sposa secondaria Meresankh, inizia la IV dinastia.
Il papiro Westcar sottolinea il fatto che, essendo figlio di una sposa secondaria, Snefru non apparteneva alla discendenza diretta, pertanto, per legittimare le sue pretese al trono, sposò la sorellastra, la principessa Hetepheres figlia di Huni e della sposa principale che troviamo citata come “Figlia del Re e sposa del Re”.
Secondo alcuni regnò per una cinquantina di anni ma l’opinione più diffusa è che abbia regnato per 29 anni.
Snefru fu un grande Faraone, governò con saggezza dando un impulso alle attività egizie che porto ad un aumento della ricchezza del paese. La Pietra di Palermo cita che, dopo aver allestito una imponente flotta navale composta da 40 navi lunghe fino a 50 metri, organizzò una spedizione a Biblo in Libano tornando con un ingente carico di legno di cedro, prezioso per gli egiziani.
Mantenne e consolidò l’occupazione del Sinai con tutte le sue miniere, in particolare quelle di turchese, e continuò a governare sulle oasi e nella Nubia. Sempre la Pietra di Palermo riporta che Snefru intraprese due campagne militari dalle quali tornò vittorioso. La prima contro i ribelli nubiani dalla quale tornò con 7000 prigionieri e 200.000 capi di bestiame. La seconda contro i Tiehnyu (tribù libiche) che minacciavano il confine occidentale strappando un ingente bottino.
Snefru è considerato a ragione il “più grande costruttore di piramidi di tutti i tempi”, nei pressi di Saqqara, a Dashur, si fece costruire ben due piramidi, quella cosiddetta “romboidale”, per il suo profilo con i vertici spezzati, e la “piramide rossa”.
Ma, come detto in precedenza, pare che abbia anche completato quella del padre a Maidum. Le tre piramidi insieme contengono oltre tre milioni e mezzo di metri cubi di pietra superando così per volume la Grande Piramide di Cheope.
Nessuno sa perché Snefru si fece costruire tre piramidi, forse a causa dei problemi incontrati nella costruzione delle prime due o, forse, perché le sue manie di grandezza lo portarono a voler possedere uno o più cenotafi, oltre alla tomba vera.
Bene, noi ora, dopo aver visitato le varie piramidi minori, o perlomeno quelle conosciute, ci concentreremo sulla piramide di Maidum.
La prima delle grandi piramidi dopo quella di Djoser. Giunti al Cairo prendiamo la strada che prosegue verso sud, ci troviamo immersi in un paesaggio verde, rigoglioso di campi e giardini che formano la valle del Nilo. Proseguiamo per circa 100 chilometri fino a quando appare, al bordo del deserto occidentale, la maestosa sagoma di uno strano edificio composto da tre enormi gradoni. Già da lontano guardandolo parrebbe di aver sbagliato paese e di trovarci in Mesopotamia perché l’edificio che vediamo appare come una ziqqurat di quelle che si trovano presso le rive del Tigri e dell’Eufrate. Tranquilli, siamo al posto giusto, quella che vediamo non è una ziqqurat, si tratta della piramide a gradoni di Maidum.
Questo è un sito archeologico che si trova a 9 chilometri dal moderno villaggio di Maidum nel governatorato di Beni Suef. La forma con cui si presenta oggi, non è assimilabile ad una piramide a gradoni ne ad una perfetta, questo ha fatto si che le venisse attribuito il nome arabo di “Haram el-Kaddab”, ovvero “la Falsa Piramide”.
Di essa lo storico arabo Taqi ad-Din al-Maqrizi nel XII secolo ebbe a dire che appariva come una montagna di cinque gradoni. Purtroppo nel corso dei secoli l’azione del tempo, aiutata in questo dalla più incisiva azione dell’uomo che la utilizzò come cava di pietre da costruzione, la erose a tal punto che il suo aspetto dovette sorprendere già i viaggiatori medievali che ne segnalarono la presenza nei loro resoconti di viaggio in uno dei quali si racconta della visita di Shaykh Abu Mohammed Abdallah tra il 1117 e il 1119; l’esploratore danese Frederik Ludwig Nordens, nel 1717, la descrive come una specie di montagna a tre gradoni.
I metodi usati dai saccheggiatori arabi nello smantellamento, cioè far rotolare dall’alto i blocchi rimossi causandone la rottura e la proiezione di detriti e schegge, ha probabilmente contribuito ad accrescere l’accumulo di detriti che oggi si presenta alto circa 50 m sul quale si erge quanto resta della piramide.
La spedizione di Napoleone del 1799 transitò nei pressi di Maidum ed il disegnatore Denon riuscì a tracciare alcuni schizzi della piramide. Occorrerà arrivare al 1837 perché venissero effettuati rilevamenti un po più accurati da parte degli archeologi Perring e Vyse, ma solo nel 1843 la piramide divenne oggetto di studio della spedizione di Lepsius il quale però non ci ha lasciato particolari descrizioni limitandosi a disegnare solo l’esterno dell’edificio.
In assenza di maggiori indizi cui far riferimento sorse tra gli egittologi il problema di stabilire a quale faraone appartenesse la piramide, vennero formulate varie ipotesi che in un primo tempo attribuirono la costruzione del complesso funerario di Maidum al faraone Huni, figlio di Khaba, del quale abbiamo già visto la sua piramide minore, e padre di Snefru. Huni fu l’ultimo re della III dinastia ma il suo nome non compare in nessun ritrovamento sul sito. Al contrario i graffiti identificati da Flinders Petrie su alcuni blocchi, trovati all’interno del tempio funerario vicino alla piramide, databili al 17º anno di regno di Snefru è riportato il nome di “Djed Snefru”, (Snefru è duraturo), questo ha portato ad attribuire la costruzione, se non per intero, al faraone Snefru.
Secondo le ipotesi più accreditate Huni avrebbe ordinato la costruzione della piramide di Maidum che nelle sue intenzioni doveva ricalcare quella del suo antenato Djoser, ovvero una piramide a gradoni sul tipo di quella di Saqqara, ma per una ragione che non conosciamo non riusci ad ultimarla. Si pensa che sia stato suo figlio Snefru a farla completare con l’intenzione di trasformarla in piramide vera e propria con le facce lisce.
Forse fu (o sarebbe stata) la prima piramide della storia ad avere la forma classica con un’altezza di 92 metri e un lato di base di 144 metri. Ma il tentativo non riuscì, sarà stata l’inesperienza dei costruttori non ancora in possesso delle tecniche necessarie o, come vedremo più avanti, errori di valutazione sulla tenuta dei blocchi aggiuntivi alle pareti lisce del nucleo interno erette sulla sabbia e non sulla roccia, ma già in fase di ultimazione o appena ultimata o comunque non molto tempo dopo, la struttura collassò scoprendo, parzialmente, di nuovo l’originale aspetto a gradoni.
Le indagini di Petrie evidenziarono alcune questioni riguardo alla piramide ma nel contempo sollevarono ulteriori domande sorte proprio in funzione delle sue indagini.
Con Petrie lavorava un altro archeologo, lo statunitense Gerald Wainwright che scavò un tunnel nell’angolo nord-est della piramide. Seguendo il tunnel, Petrie scoprì che l’interno del nucleo era formato da dieci strati di blocchi di calcare finemente lavorati poggianti sulla superficie compatta dell’opera muraria più interna. Ma la cosa che lasciò esterrefatti gli archeologi fu che ciascuno strato si presentava perfettamente levigato. Una tecnica assurda se si pensa che in questo modo veniva pregiudicata la tenuta d’assieme dell’intero edificio.
Borchardt per primo suggerì che la piramide passò attraverso almeno tre fasi di costruzione. In una prima fase venne eretta una piramide a sette gradoni su un fondo roccioso e stabile, nella seconda fase fu aggiunto un ulteriore gradone. Nella terza fase venne presa la decisione di trasformare la piramide a otto gradoni in una piramide a facce piane, questo fece si che le fondamenta dell’ulteriore ampliamento uscissero dal fondo roccioso poggiando solo sulla sabbia. Un progressivo cedimento della sabbia portò allo scivolamento dei blocchi, non ben fissati sulle pareti lisce del nucleo, il risultato quindi fu il crollo della struttura esterna.
Secondo Mendelssohn il crollo fu immediato invece altri sostengono che la cosa si sia verificata progressivamente nel tempo.
Vediamo ora se è possibile entrare all’interno della piramide e lo facciamo con le testimonianze che ci sono pervenute.
L’ingresso della piramide si trova sul lato settentrionale, a 18,5 m di altezza rispetto al livello del terreno; superato l’ingresso si incontra un corridoio in discesa che, dopo 58 m e sette gradini, diviene orizzontale per altri 9,45 m; al termine di tale corridoio, cieco, si apre un pozzo verticale profondo circa 3 m.
Nel soffitto, attraverso un’apertura che sale verticalmente per 6,65 m si accede alla camera funeraria le cui dimensioni sono di 5,90 m per 2,65 m, con un’altezza, (al culmine), di 5,05 m. La camera è scavata quasi per intero nella roccia di fondo, le pareti, per soli 50 cm, e l’intera volta, si trovano all’interno della struttura della piramide.
Il soffitto a volta aggettante è costruito con enormi blocchi di calcare che vanno via via restringendosi fino al culmine, cosa che ha permesso di reggere l’enorme peso della massa sovrastante. Questa tecnica, che ricalca l’architettura in mattoni in uso fin dall’età arcaica, la troveremo in molte altre piramidi successive. Il primo archeologo ad entrare nella piramide fu Gaston Maspero il quale rinvenne in un angolo della camera alcune travi di legno e della corda. In un primo tempo si pensò a resti lasciati dai saccheggiatori ma alcuni egittologi avanzarono l’ipotesi che si trattasse di materiale che avrebbe dovuto servire ai costruttori per issare il sarcofago del sovrano fin nella camera.
C’è però un fatto, nella camera non è stato rinvenuto alcun sarcofago, cosa che lascia supporre che nella piramide non sia mai avvenuta una sepoltura. Inoltre non sarebbe stata una cosa da nulla trasportare un pesante sarcofago di pietra lungo tutto il corridoio per poi issarlo fino alla camera, sicuramente sarebbe stato molto più semplice, e logico, collocare il sarcofago all’interno già in fase di costruzione. Anche questo fa parte dei tanti misteri di Maidum.
La piramide è circondata sui quattro lati da un impressionante mole di detriti la cui stratificazione confermerebbe l’ipotesi che non si sia verificato un crollo improvviso ma che sia stato un decadimento graduale e distribuito in un tempo abbastanza lungo.
Nella parte orientale lungo lo zoccolo della piramide gli scavi di Petrie portarono alla luce una cappella in calcare bianco, forse avente la funzione del “Tempio Funerario” che comparirà poi nei complessi piramidali successivi, anche se la cosa appare alquanto strana poiché sarebbe l’unico caso di un tempio eretto sul lato est anziché su quello nord.
Sorprendentemente il tempio si presenta quasi completamente intatto con i soffitti piatti al loro posto perfettamente conservati. La pianta è quasi quadrata, un corridoio permette l’accesso ad un cortile aperto dove si trova un ambiente con ai lati due stele monolitiche in calcare alte 4,20 metri, lisce ed arrotondate in alto, non presentano alcuna iscrizione il che fa supporre che la costruzione sia stata abbandonata anche da Snefru e che comunque non avessero uno scopo cultuale o rituale.
Mentre le stele sono anepigrafe non lo sono i blocchi del tempio che dovette aver impressionato i visitatori in epoche successive a tal punto che questi non lesinarono certo nell’universale mania di lasciare graffiti a testimonianza del loro passaggio, infatti sono numerosi sulle pareti e molti di essi non sono certo avari di lodi, la maggior parte risalgono principalmente alla XVIII dinastia.
Troviamo la dedica di Ankhkheperreseneb, risalente al 41° anno di regno di Thutmosi III, il quale racconta che si era recato a Maidum per ammirare lo splendido Tempio di Horo Snefru, e proclama che: <<…….sul tetto del Tempio di Horo Snefru piove dal firmamento mirra fresca e gocce di incenso profumato…….>>.
Su alcuni blocchi sono stati trovati dei graffiti molto interessanti in quanto rappresentano dei disegni stilizzati di piramidi a gradoni, altri graffiti, che si pensa siano annotazioni di cantiere, riportano date e nomi di squadre di operai. Le date si riferiscono a periodi compresi fra la quindicesima e la diciottesima conta del bestiame di un faraone non meglio identificato. Si pensa che si tratti di Snefru in quanto i graffiti sono simili ad altri che compaiono nella piramide di Snefru a Dashur.
A proposito di graffiti ritengo interessante citare anche quello trovato in una delle cave di pietra situata nel Sinai dove il faraone Snefru viene rappresentato nell’atto di uccidere un avversario, non è chiaro di che avversario si tratti ma, vista la provenienza del graffito, viene spontaneo pensare che si tratti di un asiatico.
Sul lato meridionale della piramide principale si trova una “piramide satellite” di 26,65 m per ogni lato utilizzata, probabilmente, per svolgere i riti dedicati al culto del sovrano. Possiede una sottostruttura alla quale si accede da nord attraverso un corridoio discendente, l’unica cosa che si sa è che tra le sue rovine venne rinvenuta una stele dove era rappresentato il dio falco Horo. Ai lati si trovano le sepolture dei principi e dei nobili che presentano pitture funerarie e rilievi di grande ricchezza espressiva.
Esiste, inoltre, una “Via Cerimoniale” lunga 210 m costeggiata da due muri alti circa 2 m cosa che fa supporre che esistesse anche un “Tempio a Valle” che a tutt’oggi nessuno ha ancora scavato in quanto il terreno è particolarmente paludoso a causa del livello elevato della falda freatica. Si presume che verso est si ergesse la cittadella reale di Snefru, Djedsnefru (Snefru è eterno).
Sul lato nord-est del complesso funerario si trova la necropoli che contiene, tra le altre, alcune mastabe interessanti. La mastaba, (n. 17), il cui proprietario è rimasto ignoto venne indagata da Petrie nel 1910, al suo interno, dopo aver percorso un corridoio, si entra in un’ampia camera funeraria che conteneva un sarcofago di granito rosso, la mummia scoperta al suo interno è stata attribuita a uno dei figli del faraone Snefru.
Poco più a nord una seconda necropoli ospita altre mastabe di nobili della corte reale decorate con sontuosità. La mastaba n. 16 ospita la sepoltura del principe Nefermaat e di sua moglie Itet, celebre per le famose “oche di Meidum” scoperte da Mariette. Nel 1871, Luigi Vassalli fece rimuovere il dipinto dal muro ed ora è custodito nel Museo egizio del Cairo.
Un’altra mastaba, tra le più imponenti della necropoli è stata attribuita al principe Rahotep, figlio di Snefru. Scoperta da Auguste Mariette nel 1871, conteneva al suo interno, oltre ad alcune statue di pregevole fattura, la stupenda coppia statuaria che rappresenta in modo magistrale il principe Rahotep con la moglie Nofret assisi.
La perfezione della statua e l’eccezionale stato di conservazione sono tali per cui, quando gli operai entrarono nella stanza buia rimasero in un primo momento terrorizzati alla vista dell’uomo e della donna che sembravano ancora vivi e stessero seduti a riceverli all’interno della loro tomba.
Resta ancora avvolto nel mistero il perché Snefru abbandonò la necropoli di Maidum per andare a farsi costruire una seconda piramide a Dashur, dove poi ne costruì ben due. Voleva forse avvicinarsi alla fortezza del “Muro Bianco”, prevedendo la costruzione di una nuova capitale in posizione più strategica per meglio controllare l’immenso Delta? Le ipotesi sono molte ma penso che la vera ragione non la sapremo mai.
Fonti e bibliografia:
Miroslav Verner, “Il mistero delle Piramidi”, Newton & Compton Ed., 2002
Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Fabio Beccaria, “Le antiche civiltà del Vicino Oriente”, Universale Eurodes, 1979
Nicolas Grimal, “Storia dell’Antico Egitto”, trad. di G. Scandone Matthiae, Bari, Laterza, 2002
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2012 Cyril Aldred, “Gli Egiziani – tre millenni di civiltà”, Roma, Newton & Compton, 1966
Coltello col manico d’oro. Selce e foglia d’oro. Lunghezza 30,6 cm, larghezza 6 cm. Forse da Gebelein; acquistato a Quena nel 1900 Periodo Predinastico, Naqada II (3500 -3100 a.C.) Museo Egizio del Cairo JE 34210 – CG 64868.
La raffinata fattura del coltello con manico d’oro prova che l’oggetto non era sta fabbricato per l’uso quotidiano, ma probabilmente usato in occasione di cerimonie e riti religiosi.
La lama di selce, levigata, ha l’estremità biforcuta ed è leggermente assottigliata verso l’impugnatura in cui è inserita.
I bordi presentano una leggera dentellatura, per facilitare il taglio.
Il manico è costituito da due foglie d’oro unite e fissate al manico tramite tre chiodi e uno strato di gesso.
Nella foglia d’oro sono state incise decorazioni stilizzate che rientrano nell’iconografia del Periodo Naquadiano: su un lato sono rappresentate tre figure femminili, forse danzatrici, che si tengono per mano.
La figura di sinistra stringe un ventaglio, mentre di fianco alla figura di destra sono incise quattro linee ondulate che rappresentano l’acqua, esse proseguono anche sul lato opposto dell’impugnatura dove compare una raffigurazione dominata dall’immagine di una barca.
L’imbarcazione ha due cabine centrali ed è ornata con stendardi, a fianco si trova una piccola pianta di aloe stilizzata.
Le scene di navigazione furono molto sfruttate come elemento di decorazione fin dalle epoche predinastiche.
Fonte: Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie Araldo De Luca – edizioni White Star