La statua incompleta di Iteti, ispettore dei sacerdoti puri della piramide di Chefren a Giza, fu ritrovata rotta in due pezzi. (Antico Regno – IV Dinastia – 2543/2435 a.C.) Calcare di Giza. Altezza cm 95. Foto. Museo egizio di Torino.
Testa di Iteti, sul capo una ricca parrucca formata da file di riccioli allineate fitte fitte. Calcare – Altezza cm 26.
Tipologia di roccia sedimentaria dal nome scientifico di calcare fossilifero.
Calcare molto ricco di fossili visibili ad occhio nudo (chiamato calcirudite) di colore giallastro,
I fossili sono rappresentati da macroforaminiferi (nummuliti), organismi unicellulari con guscio calcareo a struttura concentrica.
Sono presenti superfici ondulate di colore più scuro dovute alla dissoluzione del carbonato di calcio in seguito alla pressione dovuta al carico e al conseguente arricchimento in argilla (stiloliti) la roccia risulta formata da macroforaminiferi (nummuliti) con matrice costituita da una calcarenite fine a piccoli frammenti di gusci di foraminiferi.
Principali impieghi: Utilizzata prevalentemente per strutture architettoniche come ad esempio le maestose piramidi di Giza e di Cheope, ma anche nella statuaria.
Il calcare di Giza veniva cavato nei dintorni del Cairo, lungo la riva sinistra del Nilo.
I calcari di qualità migliore provenivano dal plateau di Giza.
Inquadramento geologico: questa roccia appartiene al gruppo di Mokatan , di eta di Eocene Medio (48-38 milioni di anni) costituito da sedimenti carbonatici ricchi di fossili depositati in un ambiente di mare basso.
Fonte: Museo egizio di Torino
Leone in calcare Epoca Romana, fine Epoca Bizantina.(300-642 d.C.) Ricercatore: Drovetti Mis: 55,8x29x89 cm. Osservando da vicino questo leone si può notare come sia stato scolpito in un calcare quasi esclusivamente costituito da frammenti di gusci di piccoli organismi fossilizzati (nummoliti) caratterizzati da forme lenticolari appiattite e ben visibili ad esempio sul naso e sulle parti più lucidate. Foto: museo egizio Torino.
Il suo sguardo ammaliante, triste e buono ispira grande tenerezza.
Mitri visse alla fine della V dinastia /inizi della VI Dinastia e servì il suo faraone – forse Unas – intorno al 2400 aC.
La grande tomba di Mitri fu scoperta nel 1926, e al suo interno furono rinvenute almeno 10 statue di legno. Tra di esse vi era una statua in pessimo stato di conservazione, ma con degli occhi ammalianti, che ne fanno una delle statue lignee più conosciute dell’Antico Egitto.
Lo scultore è stato in grado di conferire un grandissimo realismo allo sguardo di Mitri grazie all’uso del rame e di bellissimi cristalli di rocca di colore grigio (in foto appaiono azzurri). Un accorgimento usato dagli scultori era di inserire nell’occhio un un pezzo di legno per simulare la pupilla.
Il suo splendido sguardo trasmette un misto di dolcezza e malinconia.
La posa è quella tipica degli scribi, con le gambe incrociate ed un rotolo di papiro aperto sulle ginocchia, mentre tiene una penna nella mano destra.
Mitri faceva parte dell’élite alfabetizzata e voleva assicurarsi di essere riconosciuto nell’aldilà come un uomo saggio ed istruito.
Legno e stucco dipinto, h 76 cmMuseo Egizio del Cairo (JE 93165)
Fu trovato nell’area di Saqqara nel 1850 da Auguste Mariette, oggi è conservato nell’Ala Sully del Museo del Louvre a Parigi e datato con una discreta probabilità alla metà del II millennio. Il suo nome tecnico è “E 3023” (ovvero quel nome che indica la sua catalogazione, che non comporta problemi di sovrapposizione di nomi; ad esempio sono almeno trenta gli “scribi seduti” così chiamati) ed è conservato in una teca davanti ad una finestra velata, in modo tale che non venga colpito dai raggi del sole ma nello stesso tempo che permetta il riflesso degli occhi.
Anche se non vi è presente alcuna iscrizione che ne chiarisca l’identità, l’eccezionale qualità dell’opera, che ha conservato i colori originali, porta a ritenere che l’effigiato fosse un personaggio importante.
Benchè le foto possano fare cadere in inganno, la sua altezza è di 53,72 cm, per cui è una statua di medie-piccole dimensioni e in calcare dipinto, il cui colore si è preservato in maniera eccezionale rispetto ai colori di statue dello stesso periodo, che spesso hanno solamente tracce (e qui fate attenzione: in molte foto i colori sono stati modificati e resi più sgargianti della realtà, che sono accesi ma fino ad un certo punto, per rendervene conto guardate la foto della teca).
La composizione è estremamente semplice e standardizzata, tipica della statuaria scribale: l’uomo ha le gambe incrociate, un kilt di lino e un papiro semi srotolato. Nella mano destra doveva tenere un pennellino, ora scomparso, che nella realtà era ottenuto da una sezione di canna, sul modello sumero-accadico. E fin qui nulla di eccezionale, perché se notate il confronto con gli altri “scribi seduti” noterete che vi è generalmente la stessa struttura compositiva (o affine), dovuto al rigore degli standard egiziani, specialmente poi nell’Antico Regno, ma a questo proposito parleremo nel prossimo post. Da notare il leggero sovrappeso, che potrebbe indicare la vera situazione fisica della persona (se pensiamo che rappresenti una persona reale), oppure la salute (se pensiamo che raffiguri il concetto di “scriba”).
Alla staticità del corpo si contrappone il volto, con fattezze più naturali, con labbra morbide, quasi a voler indicare un latente sorriso. Ma la parte più straordinaria sono gli occhi, intarsiati per mezzo di un pezzo di magnesite bianca venata di rosso, in cui è stato posto un pezzo di cristallo di rocca leggermente troncato e il cui lato posteriore è stato ricoperto da uno strato di materiale organico, creando il colore dell’iride, il tutto ancorato alle orbite per mezzo di due piccole graffette di rame (con una piccola percentuale di arsenico, un rimando probabilmente ai commerci con l’Anatolia centro-meridionale, ad esempio Arslantepe).
Alla luce gli occhi riflettono un colore blu-verdastro o blu scuro, incantando chi sta davanti alla teca e dando un senso di vitalità alla scultura. E’ bene ricordare che gli occhi intarsiati delle statue sono molto rari in quanto costituiti da materiali preziosi o semi-preziosi, e che quindi non è comune avere un statua ancora intarsiata riccamente in questo modo. Ai materiali già citati si devono aggiungere due puntine lignee per fare i capezzoli e una pittura di colore nero usato per le sopracciglia. Data la grande attenzione ai particolari e alla scelta dei materiali, la statua si avvicina molto alla realtà, di fatto cosa non solita dell’arte egizia, che generalmente più alla rappresentazione di un’idea, di un concetto o di un modello.
Bibliografia e letture consigliate:
A. Bard, Kathryn (2007) “An Introduction to the Archaeology of Ancient Egypt”
“A closer look at the Seated Scribe“. Louvre Museum (2013)
Albertine Gaur “La scrittura. Un viaggio attraverso il mondo dei segni” (1997)
Martin, Henri-Jean (1995) “The History and Power of Writing“
Stando al racconto del papiro Westcar, siamo giunti all’ultimo “Figlio del Sole”, Neferirkara Kakai, (Nephercheres, Radjedef, Horo Userkhau), terzo faraone della V dinastia. Regnò intorno al 2500-2350 a.C. ma circa la durata effettiva del suo regno permangono molti dubbi, La pietra di Palermo cita cinque conte del bestiame, per cui sarebbero dieci anni, Manetone gliene assegna venti che però, visto che i suoi templi risultano incompleti, viene da pensare ad un periodo inferiore, nel Canone di Torino il suo nome non è ben definito.
Di lui non si sa molto, anche se si considera leggenda quanto raccontato nel papiro Westcar, Neferirkara Kakai e Sahura Nebkhau, di certo furono i faraoni che, dopo Redjedef decisero di adottare nuovamente il titolo di “Figlio di Ra” nel protocollo reale rendendo fissa la particella Ra nel nome, e fu Neferirkara Kakai ad introdurre l’uso di un secondo cartiglio con il nome proprio del sovrano. Durante il suo regno si rafforza la potenza delle grandi famiglie di corte, un esempio ampiamente documentato è il matrimonio della principessa Neferhetepes con il capo degli acconciatori Ti. Neferirkara concesse pure l’esenzione dal pagamento delle tasse ai templi, atto che creò un pericoloso precedente che produrrà in seguito gravi effetti.
Si sa, grazie ai papiri di Abusir, (che citerò in seguito), che fece costruire dall’architetto e visir Washptah, importante funzionario regale, il suo tempio solare che aveva chiamato col nome di “Luogo del cuore di Ra”, di questo però non è ancora stata trovata traccia. Neferikara volle anche per se una piramide che fece costruire sempre ad Abusir dove troneggiava sopra tutta la necropoli. Gli venne assegnato il nome di “Kakai è l’anima Ba” e doveva essere la più alta fra tutte quelle costruite nella V Dinastia trovandosi, tra l’altro, in un sito a 330 metri sul livello della Valle del Nilo. La struttura del suo complesso funerario fa pensare che la piramide non fu mai terminata, probabilmente per la breve durata del suo regno, e la metà inferiore della rampa sopraelevata venne poi adattata da Niuserra per la sua opera.
La piramide oggi è ridotta ad un cumulo di pietre che, con i suoi residui 50 metri di altezza, (in origine doveva raggiungere i 72 metri), svetta alta sulla Necropoli di Abusir, di lei si nota la presenza per l’impressionante struttura a gradoni del suo nucleo. Il progetto iniziale prevedeva una piramide a gradoni, una scelta inconsueta dato che l’era delle piramidi a gradoni era da tempo abbandonata. La prima costruzione conteneva sei gradoni di blocchi di pietra di alta qualità accuratamente posizionati che raggiungevano un’altezza di 52 metri. Il gradone inferiore era formato da blocchi di calcare abbastanza ben rifiniti ed era alto il doppio degli altri gradoni. Un rivestimento sempre di fine calcare bianco era già stato applicato alla struttura, ma appena completato il lavoro sul primo gradone, la piramide fu ridisegnata per formare una “vera piramide”. Questa fu quindi racchiusa in una seconda piramide a gradoni con alterazioni intese a convertirla in una vera piramide. L’intera struttura è stata quindi estesa verso l’esterno di circa 10 m e gli sono stati aggiunti altri due gradoni in altezza. Questo progetto di espansione fu condotto in modo molto approssimativo con piccoli blocchi di pietra destinati a essere incassati nel granito rosso. Tuttavia, la morte prematura del faraone ha fermato il progetto dopo che erano stati completati solo i livelli più bassi dell’involucro lasciando il lavoro che avrebbe dovuto essere poi completato dai suoi successori. Ne risultò una struttura a base quadrata di 105 metri per lato e, se il progetto fosse stato completato, avrebbe raggiunto i 72 metri di altezza con un’inclinazione di circa 54°. I restanti lavori complementari sono stati eseguiti in fretta, utilizzando materiale da costruzione scadente e più economico. Pertanto il monumento di Neferirkara mancava di diversi elementi di base di un complesso piramidale, il tempio della valle, la strada rialzata e una piramide di culto.
E stato ritrovato un piccolo insediamento di case di mattoni di fango a sud del monumento ove gli addetti al culto della sepoltura potevano svolgere le loro attività quotidiane, al posto della classica città piramidale vicino al tempio della valle. Nel 1838 l’egittologo John Shae Perring sgomberò l’ingresso di questa e di altre due piramidi. Una parte del rivestimento è ancora visibile sul lato nord dove Perring scavò tra le rovine per accedere all’ingresso della piramide. Cinque anni più tardi Lepsius catalogò la piramide di Neferirkara col n. XXI.
L’ingresso alla sottostruttura della piramide si trova vicino al centro della parete nord a circa 2 metri dal livello del suolo. Da qui parte un corridoio discendente di 1,87 metri di altezza e 1,27 di larghezza, che termina a una profondità di circa 2,5 metri sotto il livello del terreno dove diventa orizzontale e dopo poco sbuca in una specie di vestibolo cui fa subito seguito una barriera con macigno a caduta. Il corridoio presenta dei rinforzi in granito all’inizio ed alla fine. Da qui il corridoio prosegue cambiando direzione per ben due volte ma sempre verso est sbucando infine in un’anticamera che è sfalsata rispetto alla camera funeraria. Il tetto del corridoio è piatto mentre l’anticamera e la camera funeraria presentano un soffitto a capriata composto da tre strati sovrapposti di enormi lastroni di pietra, oggi ne sono rimasti solo più due. Entrambe le stanze sono orientate lungo un asse est-ovest, hanno la stessa larghezza ma l’anticamera è un po più corta. La spoliazione da parte dei saccheggiatori è stata così grave che oggi non è più possibile ricostruire l’aspetto originario con certezza. Le ricerche di Perring e di Borchardt, per quanto è stato possibile, non hanno portato al ritrovamento di nessun sarcofago, ne mummia e ne resti del corredo funerario.
Un ultimo dato interessante è che nel 1893, comparvero sul mercato illegale dei frammenti di papiri che furono acquistati da egittologi e musei, i papiri consistevano in manoscritti riguardanti Userkhau (altro nome di Neferirkara Kakai). Ludwig Borchardt, in seguito, identificò il luogo dei ritrovamenti nel vicino tempio piramidale di Neferirkara Kakai. I papiri consistono in documenti amministrativi dell’Antico Regno che risalgono approssimativamente alla V dinastia, il che li pone, anche se sono frammentari, tra i più antichi ad essere sopravvissuti fino ad oggi. In seguito furono scoperti numerosi altri frammenti di papiro che forniscono informazioni dettagliate circa la gestione di un tempio funerario reale. Vengono citati i doveri dei sacerdoti, inventari dell’equipaggiamento del tempio ed una lista delle offerte giornaliere ai due templi del sole di Abu Gorab, a nord di Abusir, oltre che lettere e permessi.
La spedizione guidata da Miroslav Verner, a metà degli anni settanta, utilizzando le informazioni riportate nel primo papiro di Abusir, riuscì a trovare il monumento funerario di Neferirkara recuperando ancora oltre 2000 frammenti di papiro. Per quanto ne so, (fino al 2009), la piramide non è visitabile, l’ingresso della piramide è chiuso da una cancellata e intorno (purtroppo) ci sono grandi cumuli di spazzatura.
Trascorrendo i secoli , il bronzo assume sempre più le caratteristiche di composizione che ha ai giorni nostri.
Pubblichiamo qui come esempio lo studio fatto da ricercatori egiziani su 10 statue del Museo del Cairo, datate fra l’ottavo ed il primo secolo a.C. L’immagine in alto raffigura Nefertem, qui sotto il sommario delle altre statue con le analisi metallografiche (eseguite con moderne tecniche senza toccare i manufatti).
La percentuale di Stagno rispetto al totale riveste un ruolo importante nei risultati che si vogliono ottenere: come già detto , a partire dall’ 1% aumenta la durezza e la tenacia della lega ; mediamente ai nostri giorni i risultati sono ottimizzati con una percentuale di 9-10 % circa. Questa proporzione ha anche il risultato di abbassare il punto di fusione , e l’aggiunta di piombo che si nota, ha l’ulteriore effetto di aumentare la fluidità della colata , due dati importanti per chi realizza una statua. Si vede nella tabella come i capimastri fossero già ben consapevoli del da farsi.
Aumentando ulteriormente la percentuale di stagno oltre il 15% , la lega diventa più dura ma più fragile , e si arriva al sonoro “bronzo per campane” ; si vede in tabella che questo effetto viene giustamente evitato.
Amenhotep, titolare della tomba TT73, fu un funzionario attivo principalmente sotto il regno di Hatshepsut.
Non si hanno notizie della sua famiglia, salvo il nome della moglie Amenemopet.
Nella sua tomba a Sheikh el-Qurna, il suo nome fu accuratamente cancellato durante il regno di Akhenaton, ma le due iscrizioni grafite sull’isola di Sehel hanno permesso di ricostruirlo, mediante il suo ruolo proclamato su questi documenti ” Sovrintendente dei lavori per i due grandi obelischi”.
Il primo è composto da tre righe: ” Unico confidente del Re il suo amato, Sovrintendente dei lavori per i due grandi obelischi, Sacerdote di Khnum, Satis e Anukis, Amenhotep”.
Sempre nella stessa località, Amenhotep è rappresentato su un secondo graffito: l’immagine lo mostra in piedi, indossante una pelle felina, come Sommo Sacerdote di Anukis, responsabile del lavoro nella grande casa del granito rosso, Amenhotep e sua moglie Amenemopet. Il titolo si riferisce alla triade Khnum, Satis e Anukis, divinità protettrici della regione.
Il grande traguardo della sua carriera, di cui era particolarmente orgoglioso, è stato il lavoro dei due grandi obelischi per la regina. Sia ad Assuan e a Tebe, egli stesso si descrive come ” il capo responsabile dei lavori per i due grandi obelischi”. Questi sono stati posti nella “Casa di Amon”, nel tempio di Amon a Karnak, come è stato espressamente indicato nella tomba. I due obelischi furono posti tra i piloni 4 e 5.
Dalla sua tomba si rileva che, oltre al compito di sovrintendente per gli obelischi, abbia avuto anche il compito da parte di Hatshepsut, di costruire una cappella a Elefantina, con le immagini delle divinità locali.
Il nome Deir el Bahari significa “convento del nord”, perché nel tempio funerario di Hatshepsut, in epoca cristiana, s’insediò una comunità religiosa. È uno dei luoghi più suggestivi della riva occidentale tebana, in cui l’immenso anfiteatro naturale è formato da una parete rocciosa verticale che s’innalza per 200 m. circa sulla valle sottostante; le falesie poi creano due ali a destra e sinistra, quasi a voler proteggere l’immenso spazio che si apre verso la pianura nilotica.
Ai piedi della splendida scarpata si trovano le rovine dei templi funerari di Montuhotep II (11a dinastia), Hatshepsut e Tuthmosis III (18a dinastia). Gli architetti di Montuhotep II furono colpiti dalla grandiosità spettacolare del sito, e lo proposero per il tempio del sovrano; ricordiamo che gli Egizi guardarono sempre alla natura, che aveva per loro immensi significati simbolici nei suoi spazi e nelle sue forme, come una sorta di immenso “medw netjer”, geroglifico, linguaggio divino, dei messaggi dagli Dèi (si vedano a tal proposito i miei post sulle pareidolie – che pubblicheremo in seguito n.d.r.-).
Il primo tempio del sito, questo di Montuhotep II, ebbe il merito di armonizzare l’architettura nel paesaggio con una concezione di un gusto e una perfezione armonica rara ai nostri giorni; il secondo, di Hatshepsut, che fu costruito mezzo millennio più tardi, traeva ispirazione dal primo e ne superò grandiosità e perfezione, con le sue terrazze e le raffigurazioni di altissima qualità artistica; il tempio di Tuthmosis III è molto più piccolo e cerca di armonizzarsi con i due precedenti.
Il tempio di Montuhotep a Deir El Bahari: a sinistra pianta dell’insieme dell’area dalla valle alla falesia: a destra pianta dei gruppi templari di Montuhotep, Thutmosis III ed Hatshepsut.
Pianta dell’insieme di quella parte dell’area tebana che, fra i campi coltivati e la falesia, comprende le zone chiamate Khokha, Assasif e Deir el Bahari; andando dai campi verso la falesia troviamo il Tempio in Valle di Hatshepsut (2), la rampa monumentale un tempo bordata di sfingi (3) e, a Deir el Bahari, ai piedi della falesia, i gruppi templari di Montuhotep II, Tuthmosis III e Hatshepsut.
A. Valle dei Re.
B. KV 20, tomba di Hatshepsut.
C. Tempio ramesside (iniziato da Ramses IV).
D, E. Antichi canali, oggi scomparsi.
F. Antico canale che connetteva il Nilo al Tempio in Valle di Hatshepsut.
N. Assasif.
O. Khokha.
Q. Tombe del 1° Periodo Intermedio a Deir el Bahari.
R. Templi di Deir el Bahari.
1. Antico bacino e imbarcadero del Tempio in Valle di Hatshepsut.
2. Tempio in Valle di Hatshepsut .
3. Rampa d’accesso al tempio alto, bordata di sfingi.
4. Accesso al muro di cinta del tempio di Hatshepsut.
5. Tempio di Hatshepsut.
6. Tempio di Montuhotep II.
7. Tempio di Tuthmosis III.
8. Cachette reale (DB 320, nella Valle della Cachette).
IL COMPLESSO DI MONTUHOTEP II
Cominciamo dunque la nostra escursione a Deir el Bahari dal complesso del Medio Regno. Prima di Montuhotep II le tombe dinastiche degli Antef si trovavano, sempre a Tebe Ovest, nel sito di El Tarif ed erano del tipo “a saff”, ossia vaste corti che sprofondavano nel versante di una collina e che terminavano in fondo con gli appartamenti funerari sotterranei.
Le scelte di Montuhotep II rispecchiano la sua maggior potenza e le differenti fasi della sua storia personale e politica; il re innanzi tutto sceglie questa località dallo scenario degno della sua grandezza. Gli scavi hanno chiarito come la costruzione sia stata portata avanti in quattro tappe. Probabilmente il primo progetto consisteva in una tomba a saff, di cui rimangono solo le tombe a pozzo dette “delle sei principesse”, con magnifici sarcofagi in calcare; altra modifica del progetto è la creazione di un santuario contro la montagna; le iscrizioni vi menzionano la festa sed del re; alla stessa data del 30° anno possono corrispondere l’erezione delle statue del re in costume giubilare lungo la rampa d’accesso e la statua seduta in fondo alla camera sotterranea cui si accede da Bab el Hosan (v. parte terza); all’epoca della sua costruzione il santuario era dedicato ad Amon; Montuhotep cambia i progetti e crea un complesso di nuova concezione; esso riuniva elementi e concezioni della tomba a saff, della mastaba dell’Antico Regno e del tumulo primevo. Il complesso funerario consta di più parti, così descritte da N. Grimal: il “complesso funerario riprende la struttura di quelli dell’Antico Regno: un tempio di accoglienza, una rampa monumentale e un tempio funerario. La sola differenza è che la sepoltura non è più costituita da una piramide, ma inclusa nell’insieme”. Il Tempio in Valle è oggi coperto dalle terre coltivate e deve essere scavato, ma è noto il percorso della via monumentale, che montava al tempio “per più di 950 m. ed era fiancheggiata, circa ogni 9 metri, da statue del re rappresentato come Osiris”. Questa via portava alla grande spianata del cortile antistante il tempio. L’architetto reale ha anticipato di millenni il concetto di “architettura vegetale”: “Il fondo della corte è delimitato da un doppio portico, al centro del quale una rampa bordata da 55 [in realtà gli scavi ne hanno rivelato 44] tamerici e due file di quattro sicomori che riparavano ognuno una statua assisa del re in costume della festa-sed, dà accesso alla terrazza”.
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A SINISTRA: pianta in dettaglio del complesso di Montuhotep II con ulteriori dettagli del nucleo principale. Legenda:
1. Resti dei giardini.
2. Rampa e, nel sottosuolo, la galleria del cenotafio.
3. Portici.
4. Terrazza con tre lati a colonne e spazio quadrato centrale circondato da colonne e dominato dalla piramide tronca (5).
6. Corte intermedia.
7. Accesso alla galleria della tomba.
8. Sala ipostila. Nel sottosuolo, galleria della tomba.
9. Santuario di Mentuhotep e Amon-Ra.
10. Galleria che porta alla vera sepoltura.
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A DESTRA, così che sia possibile compararlo alla pianta, il tempio come appare oggi: si notino, sullo sfondo, le buche dell’antico giardino, riportate alla luce dagli scavi archeologici. Si vedono poi molto bene i resti della struttura centrale, ciò che fa comprendere come sia difficile ricavarne la forma originale; fra le tre ipotesi (piramide, piramide tronca, tumulo con o senza alberatura) oggi la maggior parte degli archeologi propende (sulla base di numerosi indizi, ma ancora nessuna prova diretta) piuttosto per la piramide tronca. In primo piano è possibile vedere ciò che resta di: Corte intermedia (6); accesso alla galleria della tomba (7). Sala ipostila (8). La foto è stata scattata con teleobbiettivo, dall’alto della falesia.
LA CORTE, LA BAB EL HOSAN ED IL CENOTAFIO DEL SOVRANO
Del complesso di Montuhotep fa parte anche un cenotafio con la statua del re; questo fu “scoperto dal cavallo” di H. Carter che, nella corte, inciampò in una depressione che fece scoprire all’archeologo l’ingresso della galleria che porta al cenotafio reale, ciò che ha valso al monumento il suo nome arabo: “Bab el Hosan”, la “Porta del Cavallo”.
Questo accesso, ancora sigillato, portava ad un “lungo corridoio di 150 metri scavato nella roccia verso ovest, ad una camera a volta situata sotto la piramide. In questa camera, una statua reale anonima in arenaria dipinta, rappresentante il sovrano in costume della festa-sed e un sarcofago, anonimo anch’esso, accompagnato da qualche offerta” (Grimal).
In effetti, benché la sala fosse effettivamente intatta e sigillata, conteneva un sarcofago vuoto e, accanto, avvolta come una mummia, si trovava la statua nella posizione in cui avrebbe dovuto trovarsi un corpo posto nel sarcofago, che però era troppo piccolo per la statua stessa. L’intera struttura doveva essere un cenotafio reale. Non esistono foto della sala al momento della scoperta, e la sola testimonianza è l’acquerello di Carter.
Pianta e sezione del complesso di Montuhotep II, con le gallerie che portano rispettivamente al cenotafio e alla tomba regale.
Grande corte del complesso.
Viale centrale, fiancheggiato da piante di sicomoro.
Giardino di 44 tamerici.
“Bab el Hosan”.
Galleria del cenotafio.
Rampa centrale.
Doppio portico.
Terrazza della piramide tronca.
Corte intermedia, con accesso alla galleria della tomba.
Sala ipostila e santuario di Montuhotep e Amon-Ra.
Galleria (150 m.) che porta alla vera sepoltura, nel cuore della montagna tebana.
LA BAB EL HOSAN – UN TUFFO NEL PASSATO
In alto veduta dall’alto della BAB EL HOSAN, “Porta del Cavallo”, scoperta da Carter nel 1898, che dà accesso alla galleria del cenotafio, in una foto recente (a sinistra) e in una foto d’epoca (a destra). In basso, foto d’epoca che la raffigura al momento della scoperta (a sinistra), il muro di mattoni crudi che sigillava il corridoio della galleria sotterranea (al centro) e la parte interna con soffitto a volta, oltre il muro di mattoni (a destra).
Qui vediamo l’unica testimonianza visiva della sala al momento della scoperta: l’acquarello di Carter, che mostra il sarcofago vuoto e la statua avvolta dalle sue protezioni. A sinistra, la famosa statua rinvenuta nella sala di fondo. Raffigura il faraone Montuhotep II in abito giubilare: indossa la Corona Rossa e il manto bianco che lo avvolge come una crisalide della rigenerazione. La colorazione nera della pelle inizialmente, e per decenni, fece fantasticare su origini kushite del re, ma in realtà il nero era il colore dato spesso a faraoni defunti o divinità ctonie, essendo il colore della rigenerazione. Museo Egizio del Cairo (JE 36195).
LA PARTE INTERMEDIA DEL COMPLESSO TEMPLARE DI MONTUHOTEP II
Abbiamo già visto come una rampa tagliasse il vestibolo inferiore; essa portava ad una terrazza di cui tre lati erano interamente coperti da colonne. Il portale anteriore permetteva di accedere ad uno spazio quadrato circondato da colonne su tutti i lati, formando così una grande sala ipostila al cui centro un basamento sosteneva quella che per lungo tempo gli archeologi hanno supposto (con molti dubbi) fosse una piramide. In realtà, è stato appurato che con Montuhotep la piramide sparisce, ma rimane il concetto del tumulo primevo, qui reso da una piramide tronca che troneggiava al centro del complesso. Questa terrazza a colonne ricopre un precedente stadio costruttivo inglobando le sepolture con cappelle di sei regine-sacerdotesse di Hathor che sono, da nord verso sud, quelle di Mayt, Ashayt, Sadhe, Kauit, Kemsit e Henhenit.
Dalla terrazza si accede all’ultima parte del complesso, ove un colonnato introduce ad una corte da cui si accede ad una sala ipostila dai muri decorati con scene d’offerta.
Veduta del monumento centrale circondato dalla corte con resti delle colonne. In basso, la pianta, rovesciata perché corrisponda all’orientamento della foto.
Legenda:
2. Viale centrale, fiancheggiato da piante di sicomoro.
3. giardino di 44 tamerici.
4. “Bab el Hosan”.
5. Galleria del cenotafio.
6. Rampa centrale.
7. Doppio portico.
8. Terrazza della piramide tronca.
9. Corte intermedia, con accesso alla galleria della tomba.
10. Sala ipostila e santuario di Montuhotep e Amon-Ra.
11. Galleria (150 m.) che porta alla vera sepoltura, nel cuore della montagna tebana.
LA PARTE INTERNA DEL COMPLESSO TEMPLARE DI MONTUHOTEP II
Infine, “la parte (del complesso templare) in contatto con la scarpata comprende la tomba e le installazioni cultuali reali che associano Montuhotep e Amon-Ra, prefigurando così le “Dimore dei Milioni di Anni”, vale a dire i templi funerari del Nuovo Regno” (Grimal).
Il complesso, mezzo millennio più tardi, fu fonte di ispirazione per Senenmut e gli altri architetti che concepirono il vicino complesso di Hatshepsut.
Nella fotografia: veduta della parte superiore, e più interna, del tempio di Montuhotep II; in fondo, la piramide tronca; poi si vede la corte intermedia, dominata dall’accesso alla galleria del sepolcro e, in primo piano, la sala ipostila.
IL TEMPIO DELLA REGINA HATSHEPSUT – GENERALITÀ INTRODUTTIVE
Il tempio della celebre regina – faraone donna a Deir el Bahari è oggi uno dei siti più celebri di Tebe; come abbiamo visto, il suo nome significa “convento del nord”, perché nel tempio visse una comunità religiosa cristiana (“deir” vuol dire “convento”).
Il celebre tempio di Hatshepsut fu noto agli Egizi come Djeser-Djeseru, termine che accosta i concetti di quanto di più splendido e sacro ci fosse. Ne fu architetto principale Senmut. L’autore “firmò” l’opera, rappresentando sé stesso oltre 70 volte nei rilievi. Che egli o la sua committente si siano ispirati all’antico edificio di Montuhotep II è indubbio.
L’edificio ha tre livelli successivi: un vasto cortile e due terrazze, la seconda più piccola della prima; si passa dal cortile alla prima terrazza e da questa alla seconda mediante delle rampe (per comodità, conviene chiamare tutti e tre questi ampi spazi “corti”, dalla prima alla terza, quella superiore).
I dislivelli sono occupati da portici che così fanno da sfondo sia alla prima che alla seconda corte. Fra le splendide raffigurazioni ricordiamo la rappresentazione della theogamia che consacra Hatshepsut come figlia di Amon, la “cronaca” della celebre spedizione navale dell’anno 9, diretta al paese di Punt, il trasporto da Assuan e l’erezione nel tempio di Amon a Tebe degli obelischi, l’una e l’altra impresa in onore del “padre Amon”. Eccezionali per la conservazione degli smaglianti colori sono il santuario dedicato alla dea Hathor, cui il sito di Deir el Bahari era tradizionalmente sacro, e un santuario del dio Anubis, connesso al rituale funerario.
La terza terrazza presenta una facciata con porticato a pilastri “osiriaci”, ossia raffiguranti la regina Hatshepsut in guisa crisaliforme, avvolta nella guaina di Osiris (o dei defunti in generale) simbolo della gestazione in attesa della rinascita; tale rinascita collegata al ciclo solare è suggerita dagli attributi che le statue tengono nelle mani incrociate sul petto: assieme agli abituali scettri heka (il “pastorale”) e nekhakha (il “flagello”) la regina stringe i simboli (qui trasformati in scettri) ankh (“vita”) e was (“potere”); questi due simboli tuttavia, quando associati insieme non indicano (solamente) “vita” e “potere”, ma simbolizzano i due gemelli Shu e Tefnut, scaturiti dal demiurgo, il sole delle origini, Atum; a loro volta tali divinità in questo particolare contesto simbolizzano il “latte solare”, ossia il nutrimento del sovrano alla placenta divina; tale simbologia si evolve a partire dal simbolo del cerchio con il punto centrale, che foneticamente dà il nome del sole, Ra, ma che rappresenta in realtà un seno visto frontalmente, come appare evidente nei rilievi. Lo stesso simbolismo si esprime più chiaramente nelle statue di Hatshepsut che stiamo esaminando e poi si evolverà in immagini sempre più chiare sotto Akhenaton (i simboli ankh e was nelle mani alla fine dei raggi solari) e nelle raffigurazioni del faraone allattato dalla divinità, che può essere Hathor come vacca celeste o altra divinità in forma di donna che porge il seno. Questa simbologia si ricollega alla nascita divina dei sovrani, così bene espressa proprio a Deir el Bahari nelle scene del “portico della theogamia” che verranno riprese dai faraoni successivi (ricordiamo la “stanza della theogamia” di Amenhotep III nel tempio di Luxor o mammisi quali quelli di Nektanebo e quello di Augusto a Dendera).Superato il portico a pilastri osiriaci si è introdotti nella corte antistante il santuario; a destra la corte dà adito alla parte dedicata al padre celeste, il Sole, con un santuario solare dominato dall’altare nella corte a cielo aperto. A sinistra della corte centrale si trova invece la parte dedicata al padre terreno di Hatshepsut, Tuthmosis I. La grande corte centrale fu fortemente rimaneggiata in epoca tolemaica poiché il santuario centrale fu dedicato ai due personaggi divinizzati, Imhotep (l’antico architetto del faraone Djoser) e Amenhotep figlio di Hapu, vissuto sotto Amenhotep III e uno degli artefici del tempio di Luxor. Entrambi i personaggi furono visti come dei patroni della medicina e guaritori. Le pareti della corte, ormai in rovina in epoca tolemaica, furono usate come cave di pietra e molti blocchi furono reimpiegati, volti a faccia in giù, nella nuova pavimentazione della corte.
Il santuario rimaneggiato in epoca tolemaica reca le consuete immagini sacre che però, in questo caso, hanno rivelato l’eccezionale conservazione di minuti frammenti di foglia d’oro, svelando dunque il vero aspetto della parte più intima di questo e senza dubbio degli altri templi: uno sfolgorante rivestimento aureo rinviava la luce delle torce nella parte più intima dei templi.
L’ASPETTO ORIGINARIO
Veduta ricostruttiva del complesso di Hatshepsut; il viale di sfingi che portava dal Tempio in Valle era formato da coppie di sfingi di arenaria raffiguranti la regina con il nemes. Superato il pilone un altro viale di sfingi connetteva l’ingresso con la prima rampa; le grandi sfingi raffiguravano la regina con il khat, e probabilmente se ne trovavano sette paia. Nella seconda terrazza altre sfingi, almeno quattro, forse sei, erano in granito di Assuan e raffiguravano Hatshepsut con il nemes e la larga barba posticcia regale. Un paio di sfingi raffiguranti la regina con volto umano e criniera leonina fiancheggiavano la parte alta della prima rampa.
Alla morte di Userkaf salì al trono il figlio Shaura Nebkhau che, secondo la leggenda della quale abbiamo già parlato, era il secondo dei Figli del Sole anche se in realtà pare fosse figlio di Userkaf e della regina Khentaus II. Secondo altri egittologi invece era figlio di Shepseskaf, (ultimo faraone della IV dinastia), e di Khentkaus I figlia di Micerino, quindi cugino di Userkaf. Regnò intorno al 2490 a.C., il suo regno, secondo Manetone, sarebbe durato 28 anni, dal Papiro Regio di Torino risulta che regnò circa 14 anni mentre la Pietra di Palermo cita il suo settimo censimento del bestiame che, essendo biennale, sarebbero almeno 14 anni.
Le notizie riguardanti gli avvenimenti del suo regno, come per molti altri sovrani, sono scarse e spesso lacunose, ad esse si aggiungono le varie interpretazioni degli studiosi, spesso discordanti, pertanto nessun dato è da considerarsi realmente corretto. Sempre la Pietra di Palermo racconta che intraprese missioni commerciali nella Terra del Turchese, (in Sinai presso le cave dello Uadi Maghara), dove è stato rinvenuto un graffito in ricordo di una spedizione per pacificare i nomadi locali, e nella terra di Punt. Sono state inoltre ritrovate iscrizioni su di una stele, che porta il nome di Nebkhau, nelle cave di diorite presso Abu Simbel, cosa che dimostrerebbe una forma di controllo sulla Bassa Nubia. Dalle rappresentazioni del tempio funerario della sua piramide ad Abusir si ha notizia di spedizioni contro i Libi e contro i Beduini del nordest, mentre rappresentazioni di navi d’alto mare sembrano attestare rapporti con la Siria-Palestina.
Anche Sahura fu grande devoto del dio Ra e, come il suo predecessore, fece costruire un tempio solare al quale assegnò il nome di “Possedimento di Ra”. Del tempio però non sono state ancora trovate tracce. Per la sua sepoltura scelse un luogo vicino al tempio solare di Userkaf, suo predecessore, creando così una necropoli dinastica nella parte settentrionale della città di Menfi, Abusir. Quì Sahura si fece costruire la sua piramide, e come lui anche i suoi successori diretti fino a Djedkara Isesi, ottavo faraone della V dinastia, che scelse un nuovo sito a sud di Saqqara.Non sappiamo perché Sahura scelse un posto così sperduto, tra le varie ipotesi emerge quella di Kaiser secondo cui la ragione è che questo era il luogo più a sud dal quale era possibile scorgere la cima dorata dell’obelisco di Ra ad Eliopoli. Sahura chiamò la sua piramide “L’anima di Sahura risplende”. Oggi purtroppo risplende un po meno a causa del pessimo stato di conservazione, il complesso monumentale è ancora distinguibile dalle rovine rimaste e presenta una serie completa di strutture diverse, tipiche delle fondamenta funerarie reali dell’Antico Regno. Sono ancora visibili i rilievi che decoravano il tempio a valle, il tempio funerario e le pareti della rampa processionale. Impressionante la varietà dei materiali usati per costruire il tempio, alabastro e basalto per i pavimenti, granito rosso per i piedistalli oltre a fine calcare di Tura. Le prime indagini molto superficiali del complesso monumentale di Sahura vennero effettuate dall’archeologo John Shae Perring che fu anche il primo a penetrare nelle camere ipogee della piramide, seguito poco dopo, dalla spedizione di Lepsius. Indagò pure successivamente Jean Jacques Marie de Morgan senza però approfondire più di tanto.
Dopo circa mezzo secolo di disinteresse ebbe luogo, a cura di Ludwig Borchardt, un’indagine approfondita dell’intero complesso funerario. Durante le campagne dal 1902 al 1908 venne effettuato un attento esame dell’intero complesso del quale, Borchardt pubblicò un’opera in due volumi “Das Grabdenkmal des Königs Sahurā”, (Il monumento funerario di re Sahura), che a tutt’oggi è ancora considerata l’opera più valida sul complesso di Sahura. Borchardt liberò dalla sabbia una gran parte delle colonne e parte degli architravi del tempio funerario. Numerosi reperti vennero divisi tra la Germania e l’Egitto, in Germania però non vennero esposti per mancanza di spazio, solo nel 1980 ne fu esposta una parte nel Palazzo di Charlottenburg a Berlino Ovest. Nel sito di Abusir lavorarono pure Rinaldi e Maragioglio senza però che emergessero nuovi dati significativi. Quando, nel 1994 il sito di Abusir venne aperto al turismo internazionale, fu possibile, grazie ad un esame più attento, fare una scoperta sorprendente nella parte inferiore della rampa processionale rialzata, cosa che era sfuggita a Borchardt, vennero rinvenuti una serie di blocchi decorati con rilievi straordinari dal punto di vista artistico. La piramide di Sahure poggia su una bassa altura al limite del deserto a circa 20 metri sopra la valle del Nilo. Non sono mai state fatte indagini approfondite ma, per analogia con alcune mastabe vicine, si può affermare che la piramide non fu eretta direttamente sulla roccia ma su una piattaforma di almeno due strati di spessi blocchi di calcare. Leggermente più piccola di quella di Userkaf, misura 78,75 metri di lato, (150 cubiti reali), e, con una pendenza di 50°11′ raggiungeva un’altezza di circa 47 metri. Ad un occhio attento, poiché la visuale rimane nascosta dal tempio funerario adiacente, la piramide denuncia un errore di misura dei costruttori, l’angolo sud-est è spostato a est di 1,58 metri per cui la base non risulta perfettamente quadrata. Il nucleo della piramide era costituito da sei gradoni di calcare poco pregiato. Su di essi poggiava il paramento di grandi blocchi di fine calcare bianco ben lavorati. L’ingresso si trova sotto la superficie della parete nord e dopo un breve corridoio discendente si giunge ad un piccolo vestibolo e subito uno sbarramento a caduta con blocchi di granito rosa. Segue un corridoio in lieve salita che diventa orizzontale in prossimità dell’ingresso all’anticamera. Il corridoio presenta altri tre sbarramenti con blocchi di granito rosa. L’anticamera è posta esattamente in corrispondenza dell’asse verticale della piramide e la camera funeraria si trova un po più ad ovest. La devastazione causata dai saccheggiatori è tale per cui non è più possibile ricostruire la disposizione originaria. Il soffitto a capriata è formato da tre strati, via via crescenti, di enormi blocchi di calcare. All’interno della camera funeraria, Perring trovò alcuni frammenti di basalto che ritenne dovessero appartenere al sarcofago. L’utilizzo sistematico come cava di pietra pregiata, lasciando sul posto quella di qualità inferiore ha destabilizzato l’intera struttura fino al punto che l’equilibrio delle forze non fu più garantito. I soffitti dei corridoi sotterranei e delle stanze quindi crollarono. Terremoti, verificatisi in tempi successivi, hanno finito per demolire quello che era stato risparmiato. La struttura è diventata quindi inaccessibile a causa di ulteriori terremoti avvenuti in epoca recente che hanno finito di demolire quello che era stato risparmiato. L’accesso era comunque ancora possibile fino al secolo scorso.
Fonti e bibliografia:
Ludwig Borchardt, “Il monumento funerario di re Sahura”, Lipsia, 1913
Termine con cui, secondo la denominazione in copto data da Champollion, si designa il santuario dedicato alle nascite sacre.
In generale questi monumenti sono decorati da figure delle divinità preposte per la nascita, come Hathor, Bes, e altre minori.
È chiara l’implicazione politica delle nascite divine di sovrani (Theogamia), che volevano essere legati il più possibile agli dei.
I migliori e più celebri esempi di Mammisi tuttora visibili risalgono perlopiù all’epoca Tolemaica, benché l’esempio più antico, a Dendera, risalga al regno del faraone Nectanebo I della XXX Dinastia.
Anche se a tutti gli effetti Userkaf appartiene alla discendenza di Cheope, (ramo secondario), Manetone lo pone a capostipite di una nuova dinastia, la V. Prendiamola così, ormai conosciamo bene Manetone, ma nonostante i suoi svarioni ci è tornato molto utile per ricostruire alla meglio la storia egizia grazie anche ai numerosi paralleli che riusciamo a fare con le altre fonti.
Negli articoli precedenti ho già accennato ai torbidi che sono sorti con gli ultimi sovrani della IV dinastia, torbidi e confusione che hanno segnato il passaggio dalla IV alla V dinastia così come abbiamo parlato delle ipotesi sulle origini di questo faraone. Un’ipotesi leggendaria sulle sue origini ci viene raccontata dal famoso Papiro Westcar (del quale ne abbiamo già parlato) risalente alla XVI o XVII dinastia, acquistato in Egitto nel 1824 dal viaggiatore e collezionista inglese Henry Westcar, (da qui il nome), affidato in seguito all’egittologo Lepsius, ed oggi conservato al Museo di Berlino.
Il Papiro contiene un ciclo di cinque storie raccontate alla corte del faraone Khufu, (2589-2566 a.C.), dai suoi figli. Una di queste leggende che si riferisce all’origine divina dei primi tre sovrani della V dinastia, dice che a Cheope fu predetto, che la moglie di un sacerdote di Ra, Redgdet, sarebbe stata fecondata da Ra in persona, e avrebbe generato tre gemelli destinati a regnare sull’Egitto.
Questi tre gemelli, “Figli del Sole”, sarebbero i primi tre faraoni della V dinastia, Userkaf, Sahura e Neferirkare Kakai. Redgdet, secondo gli egittologi, sarebbe in realtà uno pseudonimo attribuito alla principessa Khentkaus I, figlia di Menkaure e moglie di Shapseskaf, di lei abbiamo già ampiamente parlato in un articolo a parte. Pare sia stata pure la moglie di Userkaf e madre dei successivi due faraoni della V dinastia. L’ipotesi più probabile è che Userkaf sia nato dalla principessa Neferhetepes e quindi nipote della regina Hatepheres II e di Djedefre, discendente del ramo secondario della famiglia di Cheope. I figli del dio Sole Ra, con l’intento di omaggiare il padre divino, introdussero l’elemento “Ra” nel loro nome ad eccezione di Userkaf, del quale non è chiaro perché ne sia privo, ma una cosa è certa, con lui nasce la tradizione di costruire il grande “Tempio del Sole” che si suppone copiato dal tempio di Ra-Atum ad Eliopoli. Il suo fu un regno breve, sette anni, durante i quali avviò numerosi viaggi nelle nazioni vicine, allacciò importanti relazioni di carattere commerciale, soprattutto con il mondo Egeo, che si rivelarono molto vantaggiose per il paese.
Userkaf è famoso per il suo tempio vicino ad Abu Ghorab, a sud di Heliopolis, la città dedicata a Ra e Atum, incarnazioni del Dio solare e luogo d’origine della famiglia reale. Forse già pago di aver costruito un magnifico tempio solare e, perché no, per risparmiare le risorse del paese e il tempo a disposizione, Userkaf non dovette dare troppa importanza alla sua piramide visto lo stato in cui fu ritrovata, in completa rovina per esser stato usato come cava di pietra e come cimitero nel Periodo saitico. Lo stato in cui si trova oggi la sua piramide si rispecchia nel nome con il quale viene chiamata in arabo: “el-Haram el-Makherbiskh” ovvero: “la piramide in rovina”. Egli decise di staccarsi dai luoghi tipici della IV dinastia. Forse a seguito di un calcolo ben ponderato dal punto di vista politico e dinastico, scelse un sito molto vicino alla piramide a gradoni di Djoser, a Saqqara, li fece costruire la sua piramide che chiamò: “Puri sono i luoghi, (cultuali), di Userkaf”.
Il complesso comprende tre piramidi, la sua, alta 49 metri con una inclinazione di 53° e una base di 73 x 73 metri circa, poi due piramidi molto più piccole, quella della regina, che si trova a sud, fuori dalla cinta muraria, e quella cultuale, della quale si sono mantenuti solo i due gradini più bassi del nucleo, situata, contrariamente a quanto in uso, nell’angolo sud-ovest all’interno del perimetro della piramide maggiore. Nel mezzo delle tre sorgeva il tempio con a fianco una piccola cappella per le offerte. Per la sua piramide Userkaf fece uso di grandi blocchi di comune calcare, solo per il paramento utilizzò il fine calcare bianco di Tura. Dai resti di un’iscrizione geroglifica scoperta su frammenti di paramento si deduce che anch’essa fu oggetto di restauro in epoche successive, forse all’epoca di Khamuaset.
A differenza delle precedenti piramidi della IV dinastia il cui ingresso si trovava nella parete nord, quello di Userkaf si trova nel pavimento del cortile di fronte. Attraverso un corridoio, prima discendente, poi orizzontale si accede alle camere ipogee. Circa a metà del corridoio orizzontale si trova una barriera composta da un unico masso a caduta di granito rosa. Più avanti, nella parete sinistra, si apre un breve passaggio che conduce in una camera con pianta che ricorda vagamente una T probabilmente usata come magazzino per il corredo funerario. Tornando al corridoio orizzontale questo prosegue per alcuni metri terminando in una anticamera posta esattamente sull’asse verticale della piramide. In questo punto ci troviamo a circa 10 metri sotto la base della piramide ed un passaggio mette in comunicazione l’anticamera con la camera sepolcrale. Entrambe le camere hanno le pareti rivestite di fine calcare bianco ed il tetto a capriata sempre di calcare. L’anticamera misura circa 4 x 3 metri mentre la camera è lunga circa il doppio. Vennero rinvenuti al suo interno i resti di un sarcofago in basalto, vuoto e senza alcun ornamento lievemente incassato nel pavimento, (alcuni citano uno splendido sarcofago in basalto ma non so su quali basi). Gli interni di tutte le camere, come quelle di Cheope, sono privi di qualsiasi tipo di decorazioni. E’ necessario precisare che, questa breve, ed un po approssimativa descrizione degli interni è tratta dagli appunti dell’egittologo statunitense John Shae Perring che è stato l’unico archeologo che la esplorò negli anni 30 del XIX secolo. Da allora l’ingresso è bloccato a causa di un crollo, situazione ulteriormente peggiorata dopo il terremoto dell’ottobre 1991.
LA PIRAMIDE SATELLITE E QUELLA DELLA REGINA NEFERHETEPES
Come di consueto anche il faraone Userkaf si fece costruire una piramide satellite quale luogo di culto. La piramide satellite era destinata ad accogliere il Ka del faraone defunto, all’interno probabilmente si trovava una statua del Ka di Userkaf.
La piramide si presenta con un angolo di 53° e la sua posizione, all’interno del complesso funerario, nell’angolo sudorientale, è piuttosto insolita. I blocchi che compongono il nucleo della piramide risultano tagliati grossolanamente, come quelli della piramide principale, e disposti su due strati, un tempo dovevano essere rivestiti di fine calcare di Tura che ormai è scomparso a causa dei ladri di pietre. Il nucleo quindi, costruito con pietra di scarsa qualità e rimasto esposto agli agenti atmosferici per cui è degradato rapidamente, oggi sono visibili solo le rovine dei due strati più bassi della piramide. La base ha la forma di una T, un corridoio discendente sbuca nella camera sotterranea il cui tetto è a forma di V rovesciata.
Userkaf non fu da meno dei suoi predecessori per cui fece predisporre, intorno al suo complesso, un cimitero per ospitare le tombe dei suoi famigliari, ma soprattutto fece costruire un piccolo complesso piramidale separato per la sua regina prediletta Neferhetepes lungo un asse est-ovest. Neferhetepes era la madre di Sahure, successore del padre, e, con tutta probabilità era anche la madre di Meretnebty che andò sposa al fratello Sahure. I suoi titoli più importanti erano: “Madre del re dell’Alto e Basso Egitto” e “Figlia del dio”. Neferhetepes era già conosciuta in precedenza grazie ad un rilievo presente su una pietra nella tomba di Persen sacerdote e ufficiale dell’esercito. Altri rilievi che la rappresentano come madre di Sahure si trovano presso la strada rialzata della piramide di Sahure.
La piramide della regina Neferhetepes è oggi irriconoscibile, interamente rovinata e ridotta ad un piccolo cumulo di macerie. Fu scoperta da Cecil Mallaby Firth nel 1928 durante una delle sue prime campagne di scavi, dopo averla studiata per un anno intero propose di assegnarne la proprietà alla regina Neferhetepes. Fu però solo nel 1943, in seguito alla scoperta della pietra incisa trovata nella tomba di Persen, citata sopra, che si ebbe la conferma. La pietra oggi si trova presso il Museo egiziano di Berlino. Ulteriori elementi che confermano la proprietà della piramide alla regina Neferhetepes vennero scoperti da Audran Labrousse nel 1979 durante gli scavi nelle rovine del tempio. La piramide della regina in origine doveva avere una pendenza di circa 52° e presenta la stessa tecnica di costruzione della piramide principale di Userkaf e di quella della piramide cultuale. La piramide è stata utilizzata come cava di pietre per anni ed oggi si presenta appena distinguibile dai dintorni e le sue camere interne, raggiungibili attraverso un passaggio discendente che porta alla camera funeraria anch’essa a forma di T con un tetto di lastroni di calcare a capriata.
Audran Labrousse, Jean-Philippe Lauer,”Les complexes funéraires d’Ouserkaf et de Néferhétepès”, Le Caire: Institut français d’archéologie orientale, 2000