Arti e mestieri, Materiali

IL BRONZO NEL NUOVO REGNO

A cura di Sandro Barucci

Come detto parlando del Rame arsenicale, durante il Nuovo Regno si diffonde in Egitto l’uso del Bronzo , inteso nel senso odierno come lega di Rame e Stagno.

La prima testimonianza di una scultura regale in Bronzo ci arriva grazie al Metropolitan Museum of Art di New York (the “MET”) . Questa Istituzione ha scelto di condividere molto della sua collezione e documentazioni a favore della comune Cultura.

Vediamo la statua in Bronzo di Tutmhosis III dal MET, in una lega particolare, il “Bronzo nero” , che è ottenuto aggiungendo argento o oro alla lega . Mediante un trattamento finale si riesce a scurire il manufatto, così da far risaltare ad esempio gli occhi o le palpebre in oro di questa statua (datazione ca. 1479–1425 a.C. ).

Il MET pubblica anche lo studio citato nei riferimenti, dal quale si desume anche l’esatta composizione della statua:

  • Rame Cu 88,5%
  • Stagno Sn 4,3 %
  • Arsenico As 0,5 %
  • Oro Au 6,1 %
  • Argento Ag 0,4 %
  • Ferro Fe 0,2 %

Come per l’Arsenico, anche per lo Stagno una percentuale sopra l’1% è per convenzione definita come volontaria, e già migliora le caratteristiche della lega. Vediamo che l’oro è in una percentuale di ben il 6,1% , per ottenere poi l’effetto estetico di annerimento finale.

Rif.:

Hill, Marsha, and Schorsch, Deborah (1997), A Bronze Statuette of Thutmose III, Metropolitan Museum Journal, v. 32.

“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”, Testi

LA STELE DI ROSETTA

La Stele e la sua ricostruzione nella forma originale

È una stele (o meglio, un frammento di stele) in granodiorite grigia di 112×75 cm con inciso lo stesso testo in demotico, in greco antico ed in geroglifico. È quindi una stele bilingue, in cui una lingua, quella egizia, è scritta con due grafie diverse.

Si tratta di un decreto, promulgato nel 197-196 a.C., in occasione dell’anniversario dell’ascesa al trono di Tolomeo V Epifane. Dopo aver elencato le innumerevoli imprese di Tolomeo V, decreta che statue in suo onore debbano essere erette in tutti i templi, e che si tengano celebrazioni in suo onore. Il paragrafo conclusivo dichiara “E questo decreto sarà inscritto su stele di pietra dura, in santo (geroglifico) e in nativo (demotico), e in lettere greche”.

Un particolare poco noto della stele: i suoi due lati, ancora con le scritte in inglese “Bottino dell’esercito inglese in Egitto, 1801” e “Donata dal Re Giorgio III”

Fu probabilmente eretta nei pressi di un tempio, presumibilmente a Sais, e spostata in periodo medioevale per essere utilizzata come materiale di costruzione per Fort Julien vicino alla città di Rashid (Rosetta). Ne sono sopravvissute 14 righe in geroglifico, 32 righe in demotico e 54 righe in greco.

La storia

Riemerge alla luce nel luglio 1799 nel corso della spedizione napoleonica ad opera di tale Boussard o Bouchard (non è univoco), ma è probabile che sia stato riportato solo il nome del caposquadra dei lavori. La scoperta viene riportata nel “Courriere de l’Égypte” (il giornale ufficiale della spedizione francese) a settembre e fin da subito viene vista come la chiave per decifrare i geroglifici.

L’edizione del “Courier de l’Egypte” con la notizia del ritrovamento. La data è 29 fruttidoro, anno 7° (15 settembre 1799).
La scoperta viene riportata come effettuata il 2 fruttidoro, anno 7° (19 agosto 1799).
Nella terza pagina c’è l’immediata percezione che sia la chiave per la decifrazione dei geroglifici. Ritrovare queste immagini è stato un tuffo nella Storia.

Alla sconfitta dei Francesi in Egitto scoppia però il pandemonio.

Gli Inglesi pretendono la consegna di tutti i monumenti, i papiri, le mappe, gli schizzi, i disegni. I Francesi si rifiutano.

Lo scienziato francese Etienne Saint-Hilaire dichiara al diplomatico inglese William Hamilton: “Bruceremo noi stessi queste ricchezze…farai i conti con la memoria della Storia. Avrai bruciato una nuova biblioteca di Alessandria“. Al che gli Inglesi ci ripensano e chiedono solo i monumenti.

Fourier in persona stila l’elenco: al n° 8 c’è la Stele di Rosetta. Poi ci ripensa e prova a nasconderla su una barca insieme alle vettovaglie per le truppe francesi. Come in un film d’azione, Hamilton la scopre sotto una panno; piuttosto che lasciarla ai nemici inglesi, Fourier ordina di gettarla nel Nilo ma viene fermato in tempo e la stele requisita.

Come abbiamo visto, calchi e copie di bassa qualità giunsero comunque in Francia, e nel 1822 finalmente la pubblicazione sulla “Description de l’Egypte” in quella che oggi definiremmo “alta risoluzione”.

L’esposizione della Stele al Secondo Convegno delle Scienze Orientali del 1874. Una copia della Stele è esposta in identico modo nella Biblioteca Reale del British Museum

Di lì in avanti la Stele non lascerà più l’Inghilterra nonostante ripetute e vane richieste di riportarla in Egitto come per altri reperti.

Nel 2002 numerosi musei quali il British Museum, il Louvre, il Museo di Berlino e il Metropolitan Museum di New York hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui dichiarano che “gli oggetti acquistati in tempi precedenti devono essere visti in alla luce di sensibilità e valori differenti che riflettono quell’era” e che “i musei non servono solo ai cittadini di una nazione ma il popolo di ogni nazione“, chiudendo di fatto ogni porta alle pretese di restituzione degli antichi reperti.

La Stele è quindi rimasta al British Museum (inventario EA24) dove, normalmente, bisogna scostare una massa oceanica di giapponesi per riuscire a fotografarla.

La traduzione completa della Stele di Rosetta, a cura di Nico Pollone, è invece molto più facile da cercare perché è pubblicata sul nostro sito ed è disponibile QUI.

La riproduzione gigante a Figeac, paese natale di Champollion, realizzata per il bicentenario della nascita

Riferimenti:

  • Weissback MM, Jean Fracois Champollion and the true story of Egypt, 21st Century Science and Technology, 1999
  • Champollion, Jean-François (1824), Précis du système hiéroglyphique des anciens Égyptiens. Paris
  • Champollion, Jean-François Lettres et journaux écrits pendant le voyage d’Égypte, (H. Hartleben, ed.).
  • Ernest Leroux. (2001), Egyptian Diaries: How One Man Solved the Mysteries of the Nile, London: Gibson Square Books
  • Nasser N, What Caused Jeanne-Francoise Champollion, Decipherer of the Ancient Egyptian Scripts, Premature Death? Medical Case Report, 2015
  • Gregorovicova E, The Fatal Error Of Champollion: “For Me, The Way To Memphis And Thebes Leads Through Turin”, Antropologie, 2018
  • Weissback MM, Unlocking the Civilization of Ancient Egypt: How Champollion Deciphered the Rosetta Stone. Fidelio, 1999
  • Robinson A. Cracking the Egyptian Code: The Revolutionary Life of Jean-François Champollion. Oxford University Press, 2012
  • Robinson A. The Last Man Who Knew Everything: Thomas Young, 2011
Teologia

NUT

A cura di Raffaele Biancolillo

Nut o Nuit è una divinità egizia appartenente alla religione dell’antico Egitto ed era la dea del cielo e della nascita, in contrasto con la maggior parte delle altre mitologie, che solitamente hanno un padre celeste.

«Allora Ra scagliò una maledizione su Nut in modo che non potesse avere figli in qualsiasi giorno dell’anno. Affranta, Nut andò da Thot, il 3 volte grande Dio della conoscenza […] che le voleva bene. […] Thot andò da Khonsu, il Dio della Luna, e lo sfidò a senet. Partita dopo partita, hanno giocato ed ha vinto sempre Thot.» (Testi delle Piramidi).

Nut è figlia di Shu, dio dell’aria, e Tefnut, dea dell’umidità. Era una delle divinità dell’Enneade e con suo fratello Geb, nonché suo marito, la Terra, ebbe cinque figli: Osiride, Horus, Seth, Iside e Nefti; dall’unione di Seth sarebbe nato Anubi, il dio dalla testa nera di sciacallo.

Una diversa tradizione dice che Horus nacque invece dall’unione di Iside e Osiride.

Oggetti rituali, Statue

DIMMI COS’HAI IN PUGNO!

A cura di Patrizia Burlini

C’è un particolare che molti di voi avranno notato in alcune statue e la cui interpretazione è ancora dubbia.

Sto parlando dell’oggetto a firma di cilindro o perno che molte statue in pietra stringono in pugno.Le interpretazioni sono molte: papiro, pezzo di stoffa, sigillo…ho letto anche qualche interpretazione esoterica e molto fantasiosa che parla di cilindri che funzionavano come pile che ricaricavano il faraone, oppure cilindri di cristallo che permettevano al faraone di « unirsi al futuro » potenziando la sua energia mentale!

Lasciando da parte le interpretazioni più o meno fantasiose, vediamo cosa ci dicono i reperti giunti fino a noi.

Innanzitutto parliamo di statue in pietra. Questa caratteristica non appartiene infatti alle statue in legno o ai rilievi parietali.

Il primo esempio giunto a noi appartiene alla statua di Hemiunu, IV Dinastia, di cui vi ho parlato recentemente. Secondo alcuni studiosi si tratterrebbe dello « spazio negativo » cioè dell’incavo vuoto del pugno (es. Ludwig Borchardt nel suo “Statuen und Satuetten”) ma tale osservazione non tiene in considerazione il fatto che lo spazio negativo preso gli egizi generalmente è dipinto di nero o bianco, mentre questi oggetti sono pervenuti a noi anche di colore bianco, rosso o marrone. Nel fare un confronto tra statue in pietra e in legno, Spiegelberg concluse nel 1906 che si trattasse, nelle statue di pietra, della versione tronca dei bastoni tenuti in pugno dalle statue di legno . Nel 1948 fu adottato il termine di « bastoni emblematici » grazie a Bernard Bothmer. Secondo questi studiosi si tratterebbe quindi di simboli di bastoni o scettri, che sono rappresentati per intero nei rilievi parietali e nelle statue di legno, ma di difficile realizzazione nella pietra. Se così fosse, non si spiegherebbe però perché siano dipinti di bianco, anziché giallo o forse rosso, come dovrebbe essere rappresentato un bastone. Non si spiegherebbe neppure perché sarebbero talvolta tenuti in mano da donne (es. Una delle Triadi di Micerino) o da prigionieri. Altri studiosi hanno identificato quindi questo oggetto come un rotolo di papiro o come un Pezzo di stoffa o un “fazzoletto”.

Le estremità di questi oggetti nelle statue dell’Antico Regno sono normalmente arrotondate, di forma sfuggente, pertanto l’ipotesi del papiro decade.

Lo studio dei geroglifici potrebbe venirci in aiuto. Il pezzo di stoffa è rappresentato infatti nello stesso modo (con le due estremità arrotondate) anche come Geroglifico N18, (Gardiner’s sign List) o come geroglifico S29 (tessuto piegato).Nelle statue di pietra, essendo difficile rendere la parte posteriore del tessuto, questo sarebbe reso come arrotondato da entrambi i lati. Nel rilievo parietale di una tomba, la B4, scoperta a Saqqara da Mariette, e risalente alla metà della V Dinastia, il tessuto piegato viene rappresentato sotto il braccio aderente al corpo (vedere foto) nella stessa forma che è normalmente rappresentata come stretta in pugno dalle statue. Questo rilievo è leggermente posteriore alla prima apparizione di questo oggetto nelle mani delle statue, ma non c’è ragione di credere che il geroglifico N18, che rappresenta un pezzo di stoffa, non fosse familiare agli scultori della IV dinastia.

Da notare che la forma sfuggente di questo oggetto la distingue dall’oggetto con le estremità più ampie che era talvolta portato dai sovrani. In quest’ultimo caso l’oggetto è dipinto di giallo e rappresenta un contenitore di documenti. Talvolta appare nelle mani di personaggi non reali. L’oggetto viene chiamato “Nemes”. In alcuni testi egizi viene indicato come il contenitore di un documento che stabiliva la conferma divina del potere del sovrano, grazie al quale egli possiede la terra, che egli stesso può in parte dedicare agli dei per i loro templi (vedere ad esempio le foto delle statue di Ramses II e Seti II)

Per approfondire l’argomento:

Gruppo statuario di Meryre e sua moglie Iniuia o Tinra

G
Calcare dipinto, Museo del Cairo 1372-1356 a.C., XVIII Dinastia, JE 99076H. 85 cm

Questo splendido gruppo statuario fu scoperto a Saqqara, nel 2001, e appartiene a Meryre, che fu Grande Sacerdote presso il tempio di Aton ad Akhetaton e in seguito a Karnak.

La moglie, una nobildonna, portava il titolo di “Favorita della Dama del Palazzo”.

Le statue private erano rare in questo periodo, pertanto questa diade viene considerata un esempio straordinario

.La coppia siede su una sedia con alto schienale e gambe feline.

Iniuia stringe in vita il marito in un gesto che rappresenta l’unione e l’armonia della coppia. Il nome e i titoli di Meryre sono incisi sul gonnellino.

Sia Meryre che la moglie stringono nella mano un pezzo di tessuto piegato.

La tomba di Meryre ad Akhetaton conserva dei famosi rilievi in cui sono rappresentati Akhenaton e Nefertiti con le figlie, oltre al Palazzo Reale.

Font:

  • The Egyptian Museum in Cairo
  • Di Abeer El-Shahawy, Matḥaf al-Miṣrī
  • Osirisnet.net
  • Photo credit: Kenneth Garrett
Antico Regno, Piramidi

LA QUARTA PIRAMIDE DI GIZA

LA TOMBA DELLA REGINA KHENTKAUS I

A cura di Piero Cargnino

Visto che ci siamo facciamo ancora un giretto nell’immensa necropoli di Giza. Qui, per gli appassionati della storia egizia antica, ci sarebbe da passare una vita intera (e molti lo hanno fatto). Noi, in questi miei scritti, non abbiamo tutto questo tempo, il mio impegno è quello di trattare tutte le piramidi egizie per cui non mi soffermerò oltre. Prima però di lasciare Giza vorrei parlarvi di una piramide singolare, quando la scoprì, nell’immensa distesa sabbiosa, vicino al tempio a valle di Micerino, l’egittologo John Shae Perring la definì la quarta piramide di Giza. trattandosi di una tomba a due gradini risalente alla IV dinastia. Diversamente la pensava Richard Lepsius che la annoverò tra le tombe private. Holscher e Reisner la ritennero invece la piramide incompiuta di Shepseskaf, ma le indagini più accurate condotte da Selim Hassan nel 1932 permisero di attribuirla effettivamente alla regina madre Khentkaus I vissuta a cavallo della IV e V dinastia.

Ma chi era in effetti Khentkaus I? Si presume fosse figlia di Micerino, (molte prove supportano il concetto anche se ancora vengono sollevati dubbi), sposa di Shepseskaf, prima, poi di Userkaf, (fondatore della V dinastia). Come moglie di Userkaf gli viene attribuita la maternità di Sahure e Neferirkare Kakai, anche se una sepoltura così imponente ci porta a supporre che il personaggio abbia avuto un’importanza superiore a quello di una regina sposa. Secondo Miroslsv Verner, è probabile che Khentkaus sia stata per un breve periodo, reggente al trono per l’altro figlio Tampthis. Secondo Manetone, Menkaure e Thampthis regnarono nella quarta dinastia, ma essendo Khentkaus I la madre di Sahure è di fatto legata anche alla V dinastia. A lei veniva attribuito il titolo di “mwt nswt bity nswt bity”, che Ventikiev tradusse con “La madre dei due re dell’Alto e Basso Egitto”. Vista però l’imponenza del complesso funerario, con tanto di città piramidale, secondo l’egittologo tedesco Hermann Junker questo andava attribuito sicuramente ad un personaggio molto più importante, suggerì quindi che il titolo andava letto come “il re dell’Alto e Basso Egitto e la madre del re dell’Alto e del Basso Egitto”. Sono state avanzate molte altre ipotesi ma io mi fermerei qui, per chi fosse interessato ad approfondire esistono numerose pubblicazioni in proposito.

Torniamo dunque alla piramide, questa pare costruita in due fasi coincidenti con i suoi due gradini. Nella prima fase, attorno ad un blocco quasi quadrato di roccia, residuo di cava dove vennero estratte le pietre per le altre piramidi, venne costruita la tomba per ospitare il corpo della regina Khentkaus I, successivamente fu rivestita di bianco calcare di Tura. La seconda fase, consistette in un ampliamento mediante la costruzione di una grande struttura in pietra calcarea sopra al blocco esistente, Verner suggerisce che nell’intenzione degli architetti ci fosse l’idea di trasformare la tomba in una piramide, idea poi abbandonata per problemi di stabilità delle fondamenta. Tanto per non farsi mancare niente, il suo complesso funerario comprende la piramide, un tempio della valle, una città piramidale, un serbatoio d’acqua e granai, il tutto è stato catalogato da Lepsius come LG100. Sul lato sud-ovest della piramide, è stata rinvenuta una fossa di circa 30 metri di lunghezza e 4 di profondità, tagliata interamente nella roccia, trova posto la sua barca solare, il riferimento potrebbe essere alla barca notturna, detta “Mesketet”, del dio sole Ra. A questo punto si può ipotizzare l’esistenza anche di un’altra fossa con la barca diurna, detta “Mandet”. L’insieme delle due barche veniva chiamato “Maaty” ed era riferito alla Maat, il principio dell’ordine cosmico. Al momento non mi risulta che sia mai stata cercata. La sovrastruttura della piramide è costituita da due gradoni con una pianta quadrata orientata nord-sud, le pareti sono arricchite da nicchie, ad imitazione di false porte. Alla piramide si accedeva attraverso una maestosa porta in granito rosa, che riportava la titolatura ed il nome di Khentkaus I, da qui un passaggio scende dal pavimento della cappella interna e conduce alla camera funeraria. Le pareti della cappella erano coperte di rilievi che oggi si presentano molto danneggiati. Il cunicolo, che scende al di sotto della struttura della piramide, conduce anch’esso, dopo 5,6 metri alla camera funeraria, entrambi sono rivestiti di granito rosa. La camera, che come dimensioni ricorda quella di Shepseskaf a Saqqara, doveva contenere un sarcofago di alabastro del quale sono stati ritrovati pezzi nella sabbia che riempiva la camera. E’ stato rinvenuto anche un piccolo scarabeo di calcare marrone attribuibile però alla XII dinastia, cosa che fa pensare ad un eventuale riutilizzo della tomba in epoca successiva. La città piramidale si trova ad est della piramide e comprende parecchie strade che separano gruppi di case tutte provviste di granai. Costruite in mattoni crudi, probabilmente ospitavano i sacerdoti e i servitori del complesso piramidale. Attraverso una strada rialzata si giungeva al tempio della valle che si trova nei pressi di quello di Micerino quasi a rimarcare una stretta relazione del sovrano con la regina Khentkaus I. Il tempio della valle, simile a quello di Micerino, era costruito in mattoni crudi rifiniti con calcare bianco e alabastro. L’ingresso si trova sul lato nord e dava accesso ad un vestibolo il cui tetto era sostenuto da quattro colonne. Al suo interno sono stati ritrovati resti di una statua di re ed il corpo di una statua di sfinge. Non ho trovato notizie circa la possibilità di visite da parte dei turisti.

Fonti e bibliografia:

  • Maurizio Damiano-Appia, “Egitto e Nubia”, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995
  • Verner Miroslav. “Ulteriori pensieri sul problema di Khentkaus.”, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Aidan Dodson e Dyan Hilton, “Le famiglie reali complete dell’antico Egitto”, 2004
  • Miroslav Verner, “Il complesso piramidale di Khentkaus”, Praha, 1995
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Vol.I – Ed. Ananke, 1012
  • Hassan Selim, “Scavi a Giza (1932-33)”, Il Cairo: Facoltà di Lettere dell’Università egiziana. 1943
  • Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini – Novara 1993
Oggetti rituali

IL SIMBOLO (O TOTEM) “IMIUT”

A cura di Andrea Petta

LA STORIA

L’imiut o “jmy-wt” compare addirittura nella simbologia Predinastica, nel periodo Naqada II, ed arriva fino all’Età Tolemaica. È composto da una pelle di animale, privata della testa, legata ad un bastone infisso in un vaso. Solitamente la “coda” legata termina con un fiore di loto.Il simbolo è strettamente legato ad Anubis. Il significato del nome “jmy-wt” è approssimativamente “Colui che è al posto dell’imbalsamatore” o “Colui che si trova nei bendaggi del corpo”. Se ne fa menzione nei Testi delle Piramidi” (la scala che percorre Pepi II per salire al cielo è composta di “Imiut”); più tardi lo si trova associata alle Feste Sed (Giubileo) di rigenerazione del Faraone.

Pare ne esista un solo esemplare “reale” della XII Dinastia, in cui la pelle non è stata identificata ma si pensa sia di bovino. Gli esemplari rituali più noti sono probabilmente quelli in legno dorato della tomba di Tutankhamon.

IL SIGNIFICATO

L’Imiut viene citato in un papiro dell’epoca tolemaica (Papiro Jumilhac) in cui si narra che Hezat (la dea-mucca madre di Anubis) avesse separato le ossa del dio Anti (una forma di Horus) dai suoi organi interni, avesse messo il tutto dentro una pelle “imiut” e cospargendolo del suo latte lo avesse riportato a nuova vita.

Si crede quindi che l’Imiut fosse un altro simbolo di rigenerazione e resurrezione, e che per questo entri spesso nelle raffigurazioni di Osiride.

Si crede inoltre che la pelle di felino indossata dal sacerdote officiante nel rituale della “Apertura della Bocca” del defunto sia un richiamo al simbolo Imiut, anche in questo caso come rigenerazione e rinascita.

Celebrazione della Apertura della Bocca: il sacerdote a sinistra indossa una pelle avvolta che richiamerebbe l’Imiut
Ay (a destra) nella cerimonia di Apertura della Bocca del defunto Tutankhamon

Riferimenti:

  • Jmjwt, DuQuesne, UEE 2012
  • Thomas J. Logan, The Origins of the Jmy-wt Fetish. Journal of the American Research Center in Egypt Vol. 27 (1990)
  • Sousa, Rogério. “The Coffin of an Anonymous Woman from Bab El Gasus (A.4) in Sociedade De Geografia De Lisboa.” Journal of the American Research Center in Egypt, vol. 46, 2010
Oggetti rituali

I CONI FUNERARI

A cura di Grazia Musso

I “coni funerari” sono piccoli oggetti d’argilla di lunghezza compresa tra gli 8 e i 30 cm, a base piatta, rinvenuti nelle necropoli egizie.

Nonostante il nome essi possono essere anche rettangolari, a forma di cuneo o anche di campana, alcuni hanno il corpo cavo.

A Nuto, Balat ed Elefantina ne erano stati rinvenuti alcuni risalenti all’epoca tra il Protodinastico e l’antico Regno, quando avevano una funzione puramente decorativa, a partire dall’ XI Dinastia compaiono nelle tombe dell’area Tebana, ove rimasero in uso fino all”epoca tarda.

Essi erano incastonati nella muratura, sul bordo superiore della facciata della tomba o nella piramide del complesso funerario in modo che la loro base restasse in vista; inizialmente sulla stessa non comparivano iscrizioni, poi, durante il Nuovo Regno, venne iscritta con formule funerarie contenenti il nome del defunto.

Oggi sono tornati alla luce circa 600 coni funerari, risalenti soprattutto alla XVIII Dinastia e provenienti da Tebe Ovest, dalla Nubia ed uno solo da Deir El-Medina ; per buona parte di essi non si conosce ancora l’originale collocazione, il che suggerisce l’esistenza di molte tombe non ancora scoperte.

I coni più grandi sono quelli più antichi, mentre quelli adottati a partire dal Nuovo Regno erano colorati in blu, bianco e rosso; per un lungo periodo di tempo si è data importanza solo alla base iscritta, tanto che gli studiosi del XIX secolo, avevano l’abitudine di tagliarli e di eliminare il corpo conservando solo la parte finale.

Per approfondire: https://sites.google.com/view/funerarycones/

Papiri

IL PAPIRO WESTCAR

IL FARAONE CHEOPE E IL MAGO DJEDI

A cura di Piero Cargnino

Grazie al suo clima secco l’Egitto ci ha restituito nimerosi papiri, anche se spesso solo frammentati che, decifrati e tradotti ci parlano della vita di un popolo altamente civilizzato. Gli antichi egizi non furono solo quei costruttori di piramidi e monumenti che oggi fanno bella mostra a testimonianza della loro grandezza, erano anche degli esseri umani che provavano le nostre stesse sensazioni ed emozioni, rapportate ai loro tempi, e come noi, sentivano il bisogno di trasmetterle agli altri. L’ascesa intellettuale della classe degli scribi è da considerare come una “rivoluzione dei media” che permise una nuova sensibilità culturale dell’individuo ed un livello di alfabetizzazione senza precedenti. Richard B. Parkinson ci ricorda comunque che, quando parliamo di grado di alfabetizzazione ci riferiamo solo all’uno percento di tutta la popolazione allora presente nel territorio. La letteratura era dunque una pratica d’élite monopolizzata da una classe di scribi, legata alle cariche di governo e alla corte reale del faraone. (Nonostante tutto mi piace pensare che esistesse all’epoca una specie di cantastorie che, accompagnandosi magari con un sistro ed un tamburello, girasse per le strade a raccontare le storie scritte dagli scribi. Ovvio che nulla lo conferma). Una letteratura egizia narrativa fu comunque creata solo dagli inizi del Medio Regno, (2055 a.C.). Ciò non toglie che fin dall’Antico Regno si siano sviluppate forme di letteratura narrativa, il Papiro di Westcar, pur collocandosi nel periodo relativo alla XVI o XVII dinastia, il suo contenuto è molto più antico e narra fatti risalenti alla IV e V dinastia.

Nei miei articoli sulla letteratura antico egizia ho già citato il “Papiro Westcar”, giunto sino a noi molto frammentario, il papiro racconta cinque storie intrise di sortilegi praticati da sapienti sacerdoti e maghi, ognuna di queste storie viene raccontata al faraone Khufu dai suoi figli. Il papiro deve il suo nome al viaggiatore e collezionista inglese Henry Westcar che lo acquistò durante un suo viaggio in Egitto nel 1824, tornato in Inghilterra lo affidò all’egittologo Lepsius. All’epoca l’egittologo non era ancora in grado di decifrare il papiro, Champollion aveva appena annunciato di aver trovato il modo di interpretare la scrittura egizia in segni fonetici e ideografici. Nel 1886 il Papiro Westcar giunge al Museo di Berlino dove è tutt’ora conservato con il numero di catalogo P 3033. Si tratta di un papiro di 1,69 x 0,33 metri, venne redatto all’epoca della XVI o XVII dinastia ma il testo è molto più antico e risale alla V dinastia, ci è pervenuto in un unico esemplare, parecchio frammentario e riporta cinque storie relative a sortilegi realizzati da sacerdoti e maghi le quali vengono raccontate alla corte del faraone Khufu dai suoi figli. Nei racconti si precisa anche quali erano i prodotti regalati per omaggiare gli intrattenitori e gli interlocutori, in questo caso praticanti di magia ai quali venivano dati pani, brocche di birra, un bue ed alcune misure di incenso. Ogni racconto termina con una pia e formale approvazione di Kheope che ordina offerte funebri per i re suoi predecessori. Del primo racconto ci è pervenuta solo la parte terminale, costituita peraltro da pochissime parole che consistono nella manifestazione di soddisfacimento di Cheope, per il racconto appena narrato, a noi sconosciuto, che deve però essere molto antico, visto che risale ai tempi della III dinastia.

Mancante di almeno 70 righe iniziali, si è ipotizzato che il racconto iniziasse così: << C’era una volta il re delle Due Terre, Khufu, giusto di voce >>. La descrizione prende spunto della noiosa vita di Corte che doveva opprimere il sovrano e cerca di essere un colto espediente per alleggerire la pesante situazione. << …….Il re aveva girato ogni sala della Casa reale, vita prosperità e salute!, alla ricerca, per sé, di uno svago ma non lo trovò. Allora egli disse: “Andate e portatemi il sacerdote ritualista capo, redattore di scritti, Djadjaemankh!”……. >>. Si intuisce come Khufu passasse da una stanza all’altra del suo palazzo per trovare qualche diversivo alla noia e, non avendolo trovato, convocava i suoi principi affinché lo intrattenessero. Questa è la situazione che si immagina in base all’inizio della seconda storia narrata a Khufu. Seconda storia che purtroppo si presenta molto lacunosa, mentre la terza e la quarta sono invece complete. L’ultima, pur presentandosi ampia e ricca per le vicende descritte, termina bruscamente, venendo meno allo schema narrativo dell’epoca e soprattutto all’impostazione dei racconti precedenti. Come accennato in altri miei articoli quest’ultima storia riportata dal papiro si riferisce all’origine divina dei primi tre sovrani della V dinastia, Irmaat, Nebkhau e Userkhau che, secondo la leggenda sarebbero stati generati dallo stesso dio Sole Ra per mezzo di Redgdet, moglie di un sacerdote.

La storia è narrata dal principe Herdegef e si divide in due sottosezioni, la prima contiene la narrazione delle gesta magiche del mago Djedi, vecchio di oltre 110 anni, in grado di mangiare cinquecento pani e mezzo bue bevendo cento boccali di birra. Di lui si racconta che sappia ricomporre una testa mozzata di un animale e domare i leoni. Il mago Djedi sarebbe anche in grado di svelare quanti libri sono contenuti nella biblioteca del dio Thot all’interno del suo tempio. Udito ciò Khufu, che è molto interessato all’Egitto predinastico, vorrebbe conoscere l’ubicazione dei libri segreti custoditi nelle stanze del dio Thot, che erano andate perdute e nessuno sapeva più da millenni dove fossero, pur conoscendone l’esistenza tramandata da antiche tradizioni orali. Khufu chiese dunque al mago Djedi dove fossero i libri di Thot ma questi profetizzò al re la nascita della persona che gli avrebbe rivelato ciò che egli desiderava sapere predicendogli però che questi avrebbe spodestato i suoi discendenti. Djedi racconta della nascita di tre figli del dio Ra da una donna mortale. <<……. il maggiore dei tre bimbi che sono nel ventre di Reddjedet è colui che te la porterà”…….>>. Khufu insiste dunque per sapere chi fosse questa Reddjedet. E Djedi disse: << È la moglie di un sacerdote “uab” di Ra, Signore di Sakhebu, che è incinta di tre figli di Ra, e il maggiore di loro è destinato a diventare il Grande di una nuova dinastia >>. Ovviamente, in questo caso, essendo la paternità dello stesso dio Ra, ciò implica che la linea di Kheope non sarà la vera discendenza reale. <<…..Allora il cuore di sua Maestà si rattristò a causa di queste parole…… >>. Storici ed egittologi suppongono che la parte mancante avrebbe dovuto descrivere i viaggi di Cheope e soprattutto i suoi progetti atti a boicottare i tre figli di Reddjedet che avrebbero posto fine alla sua dinastia. Spero di non aver annoiato troppo chi ha avuto la pazienza di leggere tutto.


SNEFRU E LE REMATRICI REALI

Una delle cinque storie che il Papiro Westcar ci racconta è una deliziosa storia di vita quotidiana alla corte del faraone Snefru. Probabilmente anche Cheope si sarà beato ascoltando queste storie raccontategli dai suoi figli quasi 5000 anni fa.

Questa storia racconta di un episodio successo a suo padre, il faraone Snefru. Famoso soprattutto per le sue tre o quattro piramidi, di lui si può dire che è stato uno dei più grandi costruttori dell’Antico Egitto. Nonostante le informazioni in nostro possesso siano piuttosto scarne, sono numerose le opere architettoniche che ci parlano di lui. C’è da restare meravigliati dalla squisitezza dei gioielli e dall’arredo raffinatissimo, rinvenuti nella tomba della sua sposa, la regina Hetephereses I. Il regno di Snefru segna un periodo di pace e tranquillità per il popolo egizio, forse l’unica operazione militare da lui avviata fu una spedizione nel Sinai per domare una rivolta di nomadi che intralciavano il lavoro degli operai nelle miniere. Venne ricordato a lungo ed il suo nome fu venerato ancora nel Medio Regno ed oltre. Sotto di lui si moltiplicarono le botteghe artigiane, emersero grandi artisti, scultori e pittori che lavoravano al suo servizio. Numerosi furono i cantieri navali che costruivano navi per spedizioni commerciali. A buona ragione si può affermare che il suo regno rappresentò uno dei periodi più prosperi e felici della storia egizia. Quasi un’età dell’oro. Ma come ben possiamo immaginare in tempi di pace la vita di corte doveva essere assai monotona tanto che anche Snefru si trovò a girare annoiato per le varie stanze del suo palazzo. Dai racconti del papiro Westcar riusciamo però a vedere questo sovrano sotto una luce diversa da quella con cui siamo abituati ad immaginare i grandi e rudi faraoni egizi.

Come già detto le storie del papiro Westcar vengono narrate a Khufu dai suoi figli. <<…..Poi si alzò Baufra per parlare e disse: “Farò che la tua Maestà oda di un prodigio, accaduto al tempo di tuo padre Snefru, giusto di voce, uno tra quelli che ha compiuto il sacerdote ritualista capo Djadjaemankh………>>. Ci troviamo nel palazzo reale dove Snefru, che: << …..dopo aver girato per tutte le stanze della casa reale, vita prosperità e salute!, alla ricerca, per se, di uno svago che però non trovò, disse: “Andate e portatemi il sacerdote ritualista capo, redattore di scritti, Djadjaemankh!”…… >>. Snefru espose il suo problema al sacerdote che rispose: <<……. “Se solo la tua Maestà volesse andare al lago della Grande Casa, essendo approvvigionata per te una barca con tutte le bellezze dell’interno del tuo palazzo, il cuore della tua Maestà si rinfrescherà vedendole remare………il tuo cuore si divertirà con questo”…….>>.

A Snefru la cosa dovette garbargli per cui replicò subito: << “Farò, dunque, la mia navigazione! Fate che mi siano portati venti remi d’ebano lavorati con oro, con le loro impugnature di sekeb lavorate con oro fino. Fate che mi siano condotte venti donne nella bellezza dei loro corpi, con ampi seni e con capelli intrecciati, che non siano state ancora aperte a causa del parto, fate che si portino venti reti e fatele indossare a queste donne, quando siano state deposte le loro vesti” >>. E con tutto questo ben di dio, entusiasta, Snefru si apprestò ad iniziare il suo viaggio sul Nilo. Successe però che mentre la barca solcava le acque ed il faraone era soddisfatto, ad un’ancella cadde in acqua un pendente a forma di pesce, di turchese nuovo. La donna smise di remare ma, essendo capovoga, con lei smisero anche le sue compagne, al che Snefru chiese perché si erano fermate. Informato di cosa si trattava Snefru disse all’ancella che glielo avrebbe ripagato lui stesso. << ……ma ella aggiunse: “Desidero più il mio oggetto che una sua copia” >>. Allora Snefru mandò immediatamente a chiamare il sacerdote al quale spiegò l’accaduto. << “Djadjaemankh, fratello mio, ho fatto ciò che hai detto e il cuore di sua Maestà si è rallegrato nel vederle remare. Poi un pendente a forma di pesce, di turchese nuovo, di una delle capovoga è caduto in acqua………… Allora io le ho chiesto: “Perché non remi più?”. Ella mi ha risposto: “È il mio pendente a forma di pesce, di turchese nuovo, che è caduto in acqua!”. Ed io le ho detto: “Rema! Ecco, io lo ripagherò!”. Ma ella mi ha risposto continuando a piangere: “Amo più il mio oggetto che una sua copia!” >>. E qui entra in gioco l’abilità del Grande Mago di corte: << …….. Djadjaemankh pronunciò le parole magiche rituali che era solito pronunciare e pose una metà dell’acqua del lago sull’altra di esse e subito, nell’asciutto, venne trovato il pendente a forma di pesce……..posato su una scaglia di pietra. Quindi lo prese e fu reso alla sua proprietaria………Quanto all’acqua, essa era di dodici cubiti nel suo centro e finì per essere di ventiquattro cubiti, dopo il suo ripiegarsi……>>.

Pronunciate nuovamente le parole magiche l’acqua tornò come prima. Vorrei a questo punto aprire una parentesi, quanto sopra accadeva (o comunque veniva raccontato) più di mille anni prima che si verificasse l’episodio dell’apertura delle acque ad opera di Mosè. Quale peso può aver avuto (se lo ha avuto) la conoscenza di questo episodio su coloro che hanno scritto la Bibbia?). Chiusa la parentesi torniamo al nostro Snefru, sua Maestà riprese il suo viaggio e trascorse una giornata felice. Al suo ritorno <<…….con la casa del Re tutt’intera e per ricompensare il sacerdote gli fece dono di ogni sorta di buone cose. Ecco, un prodigio avvenuto al tempo di tuo padre, il nesut-bjty, Sneferu, giusto di voce, tra quelli che ha operato il sacerdote e ritualista capo, redattore di scritti, Djadjaemankh >>.

Spero con questo di avervi regalato un momento piacevole, come forse lo fu per il faraone Khufu, più di 2700 anni a.C.

Fonti e bibliografia:

  • Edda Bresciani, “I testi religiosi dell’antico Egitto”, Milano, Mondadori, 2001
  • Marco Chioffi, Giuliana Rigamonti, “I racconti di Re Kheope – Il Papiro Westcar”, Ed. Duat, 2005
  • Antonio Loprieno, “Defining Egyptian Literature: Ancient Texts and Modern Literary Theory”,, Eisenbrauns, 1996
  • H. D. Gardiner, “Late Egyptian Stories”, Bruxelles, 1932
  • Sergio Donadoni, “Storia della letteratura egiziana antica”, Milano, Nuova Accademia, 1957
  • Aldo Tosi, “Favole e racconti dell’Egitto faraonico”, Fabbri Editori, Milano, 2001
  • Web, Leonardo Lovari
  • Disegni da Web, Buen Vivir, Sumak Kawsay-Suma Qamaña.)
Arti e mestieri, Materiali

L’ARSENOPIRITE E IL RAME

A cura di Sandro Barucci

Tutto ciò che chiamiamo “bronzo” per l’Egitto dall’Epoca protodinastica fino all’inizio del Nuovo regno è in realtà più propriamente “rame arsenicale” dove la componente di arsenico prende il posto e le funzioni dell’odierno stagno nell’incrementare la durezza e la tenacia della lega. Dunque in epoche arcaiche l’arsenico è molto importante per la metallurgia di utensili, armi, manufatti in genere ed anche statue (perché oltretutto abbassa il punto di fusione del rame puro).

E’ stata posta stesso la logica domanda: ma come potevano capimastri del 3000 a.C. procurarsi i mezzi per elaborare una lega così specialistica? La risposta definitiva è arrivata da recenti studi portati avanti a seguito della fortunata scoperta in Iran di ampi depositi di scarti di fusione dell’epoca; da questi si evince il procedimento chimico che era in atto, molto meglio che dai manufatti stessi.

L’Arsenopirite (foto in alto) è un materiale piuttosto diffuso nel Vicino e Medio Oriente (oggi sappiamo che è anche presente nel Deserto orientale egiziano). La formula che lo riassume è FeAsS, sono dunque ugualmente presenti il ferro, l’arsenico e lo zolfo. Sottoponendo questo materiale ad una “cottura” in forno relativamente semplice, si ottiene lo Speiss, FeAs, o “Arseniuro di Ferro”, con eliminazione dello zolfo. I capimastri dell’epoca ovviamente non conoscevano la “Tavola degli elementi di Mendeleev” ma si erano accorti che quest’ultimo composto, aggiunto durante la fusione del Rame, ne aumentava largamente le prestazioni. Oggi sappiamo appunto che avevano realizzato il Rame arsenicale . Dagli studi citati nei riferimenti sappiamo che lo Speiss iraniano è anche materiale di esportazione su lunghe distanze. Possiamo obbiettare che l’Iran era troppo lontano per fornire dati sulla tecnologia egizia, ma devo ricordare che nel frattempo giungevano in Egitto i lapis lazuli originari di Sar-i-Sang , nel Afghanistan orientale ben più lontano, e che l’ossidiana, ovunque presente in ambienti funebri dell’ Alto Egitto e Bassa Nubia, arrivava dai vulcani del Corno d’Africa.

Per allietare un po’ questo post pesante, aggiungo la statua di Amenemhat III, circa 1800 a.C., in lega di Rame. Oggi la statua è nella collezione privata George Ortiz, ma proviene da Hawara, dove questo faraone della XII dinastia aveva una sede e lascia la propria piramide).

Riferimenti base:

  • Thilo Rehren, Loïc Boscher, Ernst Pernicka, (2012), Large scale smelting of speiss and arsenical copper at Early Bronze Age Arisman, Iran, Journal of Archaeological Science, Vol. 39, Issue 6, pp. 1717-1727. DOI: 10.1016/j.jas.2012.01.009.
  • Cristoher P. Thornton, Thilo Rehren, Vincent C. Pigott, (2009), The production of speiss (iron arsenide) during the Early Bronze Age in Iran, Journal of Archaeological Science, Vol. 36, pp. 308–316. DOI:10.1016/j.jas.2008.09.017.
Donne di potere, Hatshepsut

DYEHUTY

A cura di Grazia Musso

Dyehuty servì Hatshepsut e poi anche Tuthmosis III, proveniva probabilmente dalla zona di Tebe, forse Hermopolis, e iniziò la sua carriera come esattore delle tasse per poi raggiungere le più alte cariche della corte.

Djehuty è succeduto a Ineni (sepolto nella tomba n. 81 a Tebe) come supervisore del tesoro. Era lui che controllava tutte le pietre preziose del tempio di Karnak e che era incaricato di riempirlo con tutti i tipi di prodotti.. Inoltre, era incaricato di registrare i diversi prodotti che provenivano da terre straniere come tributo annuale, nonché ciò che gli davano i governanti locali dell’Egitto.C ontava i prodotti che provenivano da tutte le terre straniere e le meraviglie che venivano da Punt. Era incaricato di registrare i prodotti degli Shasu, popolazioni semi-nomadi della regione della Palestina, e l’oro degli Aamu (Semiti). Inoltre, ha anche ricoperto la carica di ” supervisore del lavoro” in numerose costruzioni. È stato responsabile dei lavori sulla barca sul Nilo “User-hat-Amon” e di vari lavori a Deir el-Bahari a Kernak. Nel primo di questi templi è da segnalare la costruzione di una grande cappella in onore della regina Hatshepsut, in ebano nubiano, forse quella trovata da M. Naville, in questo tempio. A Karnak ha eseguito lavori su diverse porte, obelischi, altari e cappelle.

Djehuty era, senza dubbio, un personaggio importante, con un grande peso all’interno del governo di Hatshepsut. Infatti, nella sua autobiografia, si definisce ” un capo di palazzo”. È probabile che fosse un fedele sostenitore di Hatshepsut, quindi come alcuni dei suoi monumenti sembrano indicare, potrebbe aver subito una qualche forma di persecuzione o emarginazione dopo la morte della regina. Così, nella sua tomba, il nome della regina fu completamente cancellato e persino, in diverse occasioni, il nome dello stesso Djehuty.

La “dannatio memoriae” di Djehuty è avvenuta non solo sulla sua tomba, ma anche a Deir el-Bahati. Nei rilievi relativi alla spedizione a Punt è stata volutamente cancellata una figura che registra i prodotti arrivati da questo paese, ma che può essere identificata attraverso il nome e il titolo che l’accompagnano: ” lo scriba e maggiordomo Djehuty”. Sempre a Deir el-Bahari nella scena in cui Hatshepsut viene informata del successo della spedizione a Punt, davanti alla regina compaiono tre personaggi le cui figure sono state cancellate: il primo sarebbe quello di Nehedi, il secondo quello di Senemut e il terzo dovrebbe essere di Djhuty. Questi tre nobili appartenevano al gruppo di ufficiali che avevano il maggior peso e Influenza durante il regno di Hatshepsut.

Sembra che dopo la sua morte abbiano subito una sorte di persecuzione nei loro monumenti, proprio a causa dello stretto legame con lei.

Fu sepolto nella tomba tebana TT11, nella necropoli di Dra Abu el-Naga. Dalla sua tomba sono conservate due stele, una delle quali con iscrizioni delle sue attività di costruzione del tempio di Karnak.

La pianta della tomba
Parte orientale della cappella
Nut nella stanza della tomba, scoperta nel 2009ngresso
All’ingresso della tomba di Djehuty, hanno trovato 5 orecchini d’oro e 2 anelli d’oro che risalgono all’inizio della XVIII Dinastia e che probabilmente Appartenevano a Djehuty o a un membro della sua famiglia.
Camera funeraria TT11
Rituale del “girotondo” intorno alla tomba
“strangolamento” di un prigioniero nubiano