In epoca predinastica il clima dell’Egitto era molto meno arido di oggi e il territorio era caratterizzato da ampie zone di savana non ancora desertificata, con una vegetazione erbosa, punteggiata da arbusti ed alberi isolati o a piccoli gruppi ed una fauna tipicamente africana.
Nel corso delle prime tre dinastie l’estensione dell’agricoltura, il prosciugamento delle paludi e l’aridità dei terreni costrinsero molti animali a spingersi a sud verso terre più ospitali; nonostante ciò pare che fino al Nuovo Regno i leoni si potessero ancora trovare nelle vicinanze della Valle del Nilo, ed in ogni caso mantennero un significato di rilievo nella cultura e nella simbologia egizia.
Questi nobili animali, visti come i più feroci combattenti della natura, incarnavano l’autorità ed il vigore reale e simboleggiavano sia il pericolo ed il caos che la protezione e la sconfitta del caos; i faraoni amavano tenerli come animali domestici e li cacciavano per dimostrare la propria supremazia: Amenhotep III sosteneva di averne uccisi ben 102 durante i suoi primi dieci anni di regno.
L’assimilazione del leone con il sovrano vittorioso viene raggiunta in epoca dinastica, ma esso appare già sui manici decorati dei coltelli di selce predinastici e su molte delle famose tavolozze.
Sul coltello di Gebel Tarik e sulla tavolozza di Hierakonpolis detta anche “dei due cani” è rappresentato mentre balza sulla preda (fotografie in basso; a sinistra l’impugnatura del coltello, a destra particolare della tavolozza); sulla tavolozza del campo di battaglia invece sta attaccando un nemico sconfitto in mezzo a cadaveri e prigionieri legati, e forse è la prima rappresentazione del sovrano in tale veste (fotografia in alto).
PARTE SECONDA
L’assimilazione tra il leone ed il sovrano vincitore è completa nel Nuovo Regno. Nella tomba di Tutankhamon è stato rinvenuto un unguentario in alabastro (già descritto sul gruppo) con un leone scolpito sul coperchio che rappresenta il re, il cui nome si trova inciso sulla sua spalla (“il buon Dio, Nebkheperure” – nome di intronizzazione di Tutankhamon-); sui lati dell’oggetto sono incisi leoni nel deserto che abbattono la preda e simboleggiano il trionfo del sovrano sul mondo naturale e sui suoi nemici, rappresentati da piccole sculture di teste di stranieri poste alla base.
Anche la Sfinge con le fattezze del faraone ha questo stesso significato fin dall’epoca di Chefren; anche Tutankhamon compare in forma di sfinge su di uno scudo cerimoniale e su di una scatola colorata.
Nella fotografia in alto decorazione in osso, oro e faience che raffigura un leone che divora un nubiano, custodita al MET di Ne York, epoca di Ramses II; in basso a sinistra l’unguentario di Tut, al centro il suo scudo cerimoniale ed a destra la cassa in legno istoriato con Tut in forma di sfinge vittoriosa sui nemici.
PARTE TERZA
Nella raffigurazione del re che caccia il leone, invece, la belva feroce e pericolosa viene vista come il nemico che deve essere ucciso per preservare l’ordine ed è di solito rappresentata già sconfitta, con il corpo trafitto dalle frecce o dalla lancia del sovrano.
Nell’immagine un ostrakon in calcare che misura cm. 14 x 12,5 cm, sul quale è stata schizzata ad inchiostro una vivace scena di caccia che raffigura un faraone ramesside non identificato che uccide simbolicamente i nemici dell’Egitto sotto forma di un leone; il testo ieratico recita: “Il massacro di ogni terra straniera, il Faraone, possa egli vivere, prosperare ed essere in salute”.
Questo manufatto, oggi al MET di Ne York, venne rinvenuto nel 1920 nella Valle dei Re da Carter, nei pressi dell’ingresso della Tomba di Tutankhamon; esso si discosta dai normali ostraca scoperti in quest’area, che sono schizzi di prova, in quanto è stato disegnato da un artista esperto con mano sicura e senza l’utilizzo delle quadrettature sottostanti che garantivano le corrette proporzioni dell’immagine.
Uno dei più importanti documenti della collezione di Drovetti è senz’altro il cosiddetto “Canone Reale” o “Papiro Torino”. È in pratica l’unica vera lista dei Faraoni compilata in Egitto prima dell’Età Tolemaica pervenuta fino a noi.
Viene considerata unica in quanto riporta (o meglio, riportava) tutti i regnanti a partire dalle divinità e dall’era pre-dinastica e riporta gli anni di regno di ciascun Faraone (le liste di Abydos e di Saqqara sono state “tagliate” e non riportano la durata dei singoli regnanti).Purtroppo il documento è oggi diviso in più di 300 frammenti – ma il papiro (come dimostrato dall’analisi delle fibre) è stato rovinato in tempi moderni, presumibilmente dopo l’acquisto da parte di Drovetti a Tebe intorno al 1820. Maspero sostiene nella sua “Histoire Ancienne” che fosse intero al momento dell’acquisto; un altro storico, Winlock, racconta che fu distrutto durante una cavalcata a dorso d’asino di Drovetti con il papiro inserito in un vaso (forse un’anforetta per il vino). Probabilmente veniva dalla tomba di uno scriba, ma non ci sono certezze.
Il papiro in sé è “strano”: da un lato riporta un registro tributario dell’epoca di Ramses II che ne fu il suo primo utilizzo; il papiro fu poi riusato sul verso per la lista dei Faraoni ma l’ultima parte fu strappata via nell’antichità, forse per prendere degli altri appunti.
Il testo è scritto in ieratico ed è diviso in 11 colonne (13 in origine). La disposizione del testo fa pensare che fosse stato copiato da altre fonti più antiche (per alcune parti lo scriba scrive “mancanti” ad indicare delle lacune nello scritto originale) con un lavoro non proprio preciso ed un po’ svogliato; fa pensare ad un esercizio di un giovane scriba scritto sul retro di un papiro ormai obsoleto.Il papiro fu oggetto di numerosi tentativi di restauro. Ci provò per primo Champollion nel 1824; seguirono Farina nel 1938 (con le prime foto del papiro) e Gardiner nel 1959. Il confronto tra foto e primi disegni dei frammenti conferma che il papiro si è ulteriormente rovinato negli anni.
Il papiro originale era alto 42 cm e lungo più o meno 1,75 m. La lista riporta inizialmente le divinità e i semi-dei che regnarono sull’Egitto (tra cui Seth, Horus e Thoth), i cosiddetti “spiriti” o “re spirituali” (probabilmente i sovrani pre-dinastici) ed i re storici a partire da Menes fino alla XVI Dinastia (le altre sono state perse nel frammento strappato nell’antichità). La formula per ciascun Faraone è: “Il Sovrano delle Due Terre (nome). Ha regnato per x anni, x mesi e x giorni”. Per i regnanti più antichi, del periodo arcaico, viene riportata anche quanto vissero. Non ci sono Faraoni “maledetti” esclusi dalla lista; non si menziona la provenienza o il sesso (Nofrusobek viene menzionata senza alcun accenno al fatto che fosse donna). Solo per la XV Dinastia non viene usata la formula classica ma vengono menzionati come “Hyksos”.A seconda delle Dinastie vengono usati i nomi nebty, il nomen o il prenomen (o insieme).
Alcune scritte sono in inchiostro rosso, per lo più i titoli delle sezioni e le somme degli anni di regno dei periodi; l’unico Faraone marcato in rosso è Djoser, a testimoniare l’importanza datagli più di mille anni dopo la sua morte.
Perché è stato conservato nell’antichità – e quindi è arrivato fino a noi? Non lo sappiamo.Il papiro non è di eccelsa qualità. Conservare il registro tributario non ha un gran senso, visto che era stato già riciclato all’epoca. Quindi si è voluto tenere proprio la lista dei re, che però è un lavoro scadente, una copia di altri documenti su un papiro ulteriormente riciclato dopo.
E allora, lasciamo la storia ed entriamo nella fantasia…
“Figlio mio, perché la malattia ti ha portato via così presto? Avevi ancora tanta strada da percorrere. I sacrifici fatti per farti studiare, per farti entrare nella Casa degli Scribi…tutto perduto ormai.Lascio nella tua tomba i tuoi pochi scritti. Falli vedere a Thoth, invoca la sua benevolenza e chiedi a Seshat di continuare ad insegnarti l’arte delle parole. Il tuo cuore non può essere impuro, ti aiuteranno sicuramente. Ed aspettami, verrò a riabbracciarti se gli dei me lo permetteranno”
Riferimenti:
Kim Ryholt The Turin King-List Or So-Called Turin Canon (Tc) As A Source For Chronology. Ancient Egyptian Chronology, 2006
Alan Gardiner The Royal Canon of Turin Review by John A. Wilson Journal of Near Eastern Studies, 1960
Della campagna napoleonica in Egitto faceva parte anche Fourier, matematico e fisico che condurrà i suoi studi prevalentemente sulla conduzione del calore (e genererà una marea di parolacce degli studenti). Terminata la campagna, Fourier si trasferisce a Grenoble, dove diventa membro del consiglio comunale e durante un’ispezione scolastica conosce un giovane di colorito più scuro dei compagni e che dimostra un grande interesse per l’attività di Fourier. Questi lo invita a casa sua e gli mostra i reperti che aveva portato a casa dall’Egitto. Il giovane chiede se le iscrizioni fossero leggibili, ed avendo ricevuto una risposta negativa, afferma: “Io le leggerò”.
Quel ragazzo è un giovanissimo Francois Champollion.
Il ragazzo conosce già il greco, il latino e l’ebraico; non contento, si mette a studiare l’arabo, il siriaco, il caldeo e il copto. Studia il parsi e il cinese antico per vedere se ha qualche correlazione con le antiche lingue mediorientali. A 17 anni, senza esserci mai stato, presenta un lavoro all’Accademia di Grenoble intitolato “L’Egitto sotto i Faraoni”, diventandone membro.
Nel frattempo, nel 1799 uno sconosciuto soldato francese aveva trovato e disseppellito una stele di basalto nero nei pressi dell’odierna Rosetta, divisa in tre parti con iscrizioni in geroglifico, in demotico ed in greco antico. Gli archivi riportano il nome di tal Boussard (o Bouchard), ma probabilmente si tratta del caposquadra dei lavori, non lo sapremo mai. La Francia capitola dopo Abukir, e la stele prende la strada di Londra. Il piccolo esercito di scienziati napoleonici ne aveva già fatto trascrizioni parziali e calchi in gesso, e questi ultimi finiscono a Parigi.
Anche Champollion va a Parigi, Pone le basi della sua opera, ma sono anni difficili. Complicato sbarcare il lunario (tornerà a Grenoble per insegnare, in una celebre lettera chiede al fratello di mandargli dei libri e culottes di ricambio…), Napoleone in trionfo, poi battuto ed esiliato, poi il ritorno dall’Elba. Champollion conosce personalmente Napoleone a Grenoble proprio mentre questi torna dall’Elba e marcia verso Parigi. In qualche modo ne viene affascinato come è già successo per Drovetti e nel giugno 1815 pubblica un quanto mai inopportuno articolo dove sostiene che “Napoleone è il nostro unico principe legittimo”.
La Stele di Rosetta
La notizia del ritrovamento della stele sul “Courier de l’Egypte”. La data è 29 fruttidoro, anno 7° (15 settembre 1799) e la scoperta viene riportata come effettuata il 2 fruttidoro, anno 7° (19 agosto 1799)
Il mondo accademico non lo perdona. La pubblicazione dei suoi lavori viene rifiutata, Dopo Waterloo Champollion viene dichiarato “Alto traditore della Patria” e proscritto per due anni. E gli va anche di lusso, salvato dalla notorietà che i suoi studi sull’Egitto gli stavano già portando.
In esilio a Figeac, Champollion riprende alcune idee del passato e le integra con i documenti che può trovare sulla Stele: individua una base “fonetica, se non alfabetica” dei geroglifici e sfrutta l’intuizione di uno studioso danese, Georges Zoega, che aveva indicato come gli ovali che si ritrovavano di tanto in tanto nei testi egizi rappresentassero “Re o divinità”. Un altro francese, Silvestre De Sacy, intuisce che i cartigli nella parte demotica abbiano una lettura fonetica.
E, come in molte storie, appare un “cattivo” nella persona di Thomas Young, un fisico inglese a cui, appena accettato nella British Royal Society, nel 1804 viene affidato il pesante fardello di decifrare i geroglifici. Young vede i francesi come nemici, tutti. Nega a Champollion l’accesso a molti documenti, tra cui la trascrizione di un doppio testo egizio/greco dell’obelisco di Philae recuperato da Belzoni. Anche De Sacy, forse invidioso dei progressi di Champollion, invita Young a non fornire alcun supporto al collega.
Sir Thomas Young. Fece progressi notevoli inizialmente, ma la sua rigidità mentale e il tentativo di applicare modelli matematici alla filologia furono i suoi principali limiti.
È una rivalità aspra, uno scontro di metodi, di personalità, perfino di culture.
Scriverà Champollion al fratello: “Quindi il povero dottor Young si offende se lo correggo? Perché rispolverare vecchie questioni già mummificate? Ringrazia M. Arago (un amico di Young) per essersi battuto per l’onore dell’alfabeto franco-faraonico. Il Britannico può fare come gli pare – l’onore sarà nostro: e tutta la vecchia Inghilterra imparerà dalla giovane Francia a leggere i geroglifici con un metodo completamente diverso”.
Young viene deriso, è un “Britannico, un “Dottore” in spregio a quel mondo accademico che lo aveva sempre mal accettato.
Nota: uno svarione colossale di Young lo porta a sbagliare la traduzione dei cartigli di una tomba scoperta da Belzoni – e Sethi I diventa Psammetico…
Champollion, privato di molti documenti, attende con trepidazione la pubblicazione di ogni nuovo volume della “Description de l’Egypte”. Ogni volume, ogni disegno con dei testi viene usato per allargare la visione della lingua. Una riproduzione del “Libro dei Morti” fornisce nel 1821 un’altra scintilla: lo ieratico è solo la semplificazione dei geroglifici. Champollion individua 166 “caratteri” e capisce che questi caratteri hanno sia un valore fonetico che uno ideografico.
L’illustrazione della stele pubblicata in tre parti sulla “Description de l’Egypte” per garantirne la leggibilità.
Nel 1822 nella “Description de l’Egypte” appare la Stele di Rosetta e, incredibile a dirsi, è la prima volta che Champollion ha a disposizione una trascrizione chiara e leggibile della Stele completa. Decifra i cartigli di Tolomeo e Cleopatra, come sappiamo, ed inizia a collegare altri simboli usando i cartigli di Ramses e di Tuthmosis.
La famosa traslitterazione dei simboli dei cartigli di Tolomeo e Cleopatra che fu uno dei cardini della decifrazione dei geroglifici
La strada è finalmente aperta, anche se sarà ancora lunga da percorrere.
Il “Précis du système hiéroglyphique”
Lo scontro a distanza tra Champollion e Young continua. Si accusano a vicenda di aver sfruttato l’uno il lavoro dell’altro. Young pubblica prima i suoi risultati, Champollion ribatte di essere arrivato alle stesse conclusioni senza aver letto il lavoro di Young. La verità non la sapremo mai.
Young sembra fare progressi, utilizza metodi matematici per trovare le ripetizioni dei simboli nei testi ma non va oltre questa corrispondenza, incaponendosi sul fatto che solo i nomi stranieri fossero traslati foneticamente in egizio.
La padronanza assoluta delle lingue orientali è l’arma vincente di Champollion, richiamando alla mente associazioni e costruzioni delle frasi che Young non poteva avere. Quando si rende conto di aver mosso un passo decisivo, Champollion esce in strada, urlando “Ce l’ho fatta” (“Je tiens l’affaire”) e sviene, primi segnali di una patologia che probabilmente lo ucciderà nel 1832.
Per arrivare alla soluzione, Champollion ha dovuto fare a pezzi anche le sue stesse convinzioni. Per un periodo era ossessionato dall’idea che gli Etruschi discendessero dagli Egizi, e che la lingua etrusca fosse un riferimento per decifrare i geroglifici.
Scriveva al fratello qualche anno prima: “Sono totalmente immerso nella lingua, nelle monete, nelle medaglie, nei monumenti, nei sarcofagi, tutto quello che posso trovare, le tombe, i dipinti sugli etruschi. Perché? Perché gli Etruschi provengono dall’Egitto”.
Aver saputo riconoscere i suoi errori di valutazione e ripartire da capo è uno dei grandi meriti di Champollion.
I primi dettagli della decifrazione nella “Lettre à M. Dacier” del 1822
Pubblica i primi risultati in una lettera (“Lettre à M. Dacier”) nel settembre1822 e nel 1824 pubblica infine il suo trattato “Précis du système hiéroglyphique des anciens Égyptiens” che rimane la pietra miliare della decifrazione dei geroglifici.
Il frontespizio del “Précis”, la pietra miliare di Champollion, qui nella seconda edizione del 1827, ed una pagina del “Précis”, la lettera “A”
Finalmente nel 1828 riesca a visitare l’Egitto grazie ad una spedizione effettuata in collaborazione con il Granducato di Toscana. Viaggia con Ippolito Rosellini, professore di lingue e culture orientali a Pisa, ed insieme conoscono in Egitto Giuseppe Acerbi, console d’Austria al Cairo.
L’inedito Champollion egizio, molto “belzoniano”
Raccolgono numerosi reperti, che andranno ad incorporarsi nel nucleo della sezione egizia al Louvre. Qualcuno della spedizione “firma” al solito modo un pilastro di Karnak, incidendo “Champoleon”, ad indicare il conquistatore della lingua misteriosa.
La “firma” della spedizione franco/toscana a Karnak
Champollion è entusiasta; finalmente il suo sogno si realizza; scrive entusiasta di Abu Simbel: “Mi sono spogliato quasi completamente, fino alla mia camicia araba e ai mutandoni di lino, e mi sono spinto a pancia in giù attraverso una piccola apertura nel corridoio che, se sgombrato dalla sabbia, sarebbe di almeno 25 piedi in altezza. Dal caldo, pensavo di entrare nella bocca di una fornace e, quando sono scivolato finalmente nel tempio, mi sono ritrovato in un ambiente surriscaldato a 52 gradi: abbiamo attraversato questo incredibile scavo, Rosellini, Ricci, io e uno degli arabi che teneva in mano una candela.” La differenza forse era proprio questa: per Young decifrare i geroglifici era un esercizio accademico; per Champollion uno scopo di vita.
Il quadro dipinto da Angelelli che raffigura Champollion (seduto con la barba) durante il suo viaggio in Egitto del 1828. Al suo fianco Ippolito Rosellini il grande pittore egittologo italiano che lo accompagnò e ricopio’ con grande maestria moltissime pitture egizie trovate nei templi e nelle tombe.
Uno stato di salute precario lo porta via ancora troppo presto nel 1832, probabilmente per un aneurisma cerebrale nel Circolo di Willis. Si è ipotizzato che una malformazione dell’Area di Broca (che sovrintende al linguaggio) abbia consentito la fantastica capacità di Champollion di imparare le diverse lingue, ma che abbia potuto avere conseguenze sullo sviluppo vascolare cerebrale causandone la morte prematura.
Gli appunti di Champollion in Egitto, in cui ricerca costantemente conferme delle sue intuizioni ed espande il “vocabolario”
Non lo sapremo mai con certezza, gli eredi si opposero all’autopsia. Ma se tutti noi oggi possiamo cimentarci con la comprensione dei geroglifici il merito è suo, di un “traditore della Patria” che tanto ha regalato a quella stessa Patria ed al mondo.
Uno strano destino da reietto continuerà però ad accompagnare Champollion. Nessun biografo, nemmeno in Francia, proverà a scrivere della sua vita. Pochissimo sappiamo degli anni travagliati prima del successo accademico. Una tedesca, Hartleben, si cimenterà nell’impresa solo alla fine del secolo, quando tutte le testimonianze di prima mano saranno andate perse. Breasted, nella prefazione del libro scriverà: “L’uomo Champollion è morto da tempo, e lo studioso Champollion è conosciuto poco meglio dell’uomo”.
Una parte degli appunti di Champollion verrà in seguito pubblicata dal fratello, anche lui ottimo disegnatore
Una parte dei pochi dettagli che conosciamo verrà proprio dalla corrispondenza tra Rosellini ed Acerbi, che sono rimasti in contatto dopo la spedizione in Egitto.
Adesso quegli strani segni si possono finalmente leggere. Ora bisogna imparare a conservarli, organizzarli e catalogarli.
Riferimenti:
Robinson A. The Last Man Who Knew Everything: Thomas Young, 2011
Weissback MM, Jean Fracois Champollion and the true story of Egypt, 21st Century Science and Technology, 1999
Champollion, Jean-François (1824), Précis du système hiéroglyphique des anciens Égyptiens. Paris
Champollion, Jean-François Lettres et journaux écrits pendant le voyage d’Égypte, (H. Hartleben, ed.).
Ernest Leroux. (2001), Egyptian Diaries: How One Man Solved the Mysteries of the Nile, London: Gibson Square Books
Nasser N, What Caused Jeanne-Francoise Champollion, Decipherer of the Ancient Egyptian Scripts, Premature Death? Medical Case Report, 2015
Gregorovicova E, The Fatal Error Of Champollion: “For Me, The Way To Memphis And Thebes Leads Through Turin”, Antropologie, 2018
Weissback MM, Unlocking the Civilization of Ancient Egypt: How Champollion Deciphered the Rosetta Stone. Fidelio, 1999
Robinson A. Cracking the Egyptian Code: The Revolutionary Life of Jean-François Champollion. Oxford University Press, 2012
Prima di arrivare alla V dinastia, come avevo accennato, vorrei soffermarmi un attimo per parlare delle varie piramidi accessorie che costellano le piramidi maggiori e che, spesso, di esse non tutti ne conoscono il vero significato.
Innanzitutto precisiamo che per piramidi accessorie si intendono tutte quelle piramidi minori che fanno parte del complesso funerario del faraone, oltre la piramide principale. Le piramidi accessorie si dividono convenzionalmente in due categorie: le cosiddette piramidi satelliti o rituali che costituiscono un complemento a quella maggiore ed erano utilizzate per i rituali del culto del sovrano; poi vi erano le piramidi secondarie, genericamente chiamate “Piramidi delle Regine”, dove venivano sepolte le donne del faraone, madri, mogli e figlie, ma, in alcuni casi, potevano contenere anche le sepolture dei suoi famigliari più stretti. Non è sempre facile identificare la destinazione corretta delle piramidi accessorie in quanto, oltre che essere maggiormente degradate di quelle maggiori, sono carenti di indicazioni. Pertanto non esistendo una distinzione netta tra accessorie rituali e satelliti secondarie, l’aggettivo viene spesso usato indifferentemente. Le piramidi accessorie non assunsero un’importanza specifica e quindi non compaiono sempre in tutti i complessi funerari.
Si possono contare circa 37 piramidi secondarie in Egitto, 7 sono a Giza. Costruite secondo la medesima tipologia di quelle principali, date le dimensioni ridotte si compongono di un corridoio di accesso discendente che conduce ad un’unica camera funeraria contenente solitamente il sarcofago in granito. La maggior parte di esse non sono aperte al pubblico perché in rovina, un vero peccato poiché alcune di queste, come quelle di alcuni sovrani delle dinastie più tarde, portano rappresentata al loro interno la più antica opera letteraria religiosa mai scritta, i “Testi delle Piramidi”.
L’uso di farsi edificare una piramide secondaria derivò probabilmente dal fatto che i sovrani predinastici e protodinastici, nella loro veste di Osiride, usavano farsi costruire una sepoltura simbolica, (cenotafio), ad Abydos. Da ciò avrebbe preso origine, con la Tomba sud che si fece costruire il faraone Djoser, l’abitudine di unificare le due sepolture in un unico complesso funerario. In origine la seconda tomba aveva l’aspetto di una mastaba che in seguito si trasformò in piramide satellite o accessoria e che, con il proprio peribolo, ove presente, costituisce un vero e proprio complesso secondario, cenotafio del sovrano come personificazione del dio Osiride, mentre la piramide principale rappresentava la sepoltura come dio Horo. Ma già sul finire della VI dinastia, e per tutto il Medio Regno, la piramide satellite subì notevoli varianti e non sempre venne edificata. Fu solo verso la fine del Medio Regno che il culto di Osiride divenne il più celebrato per cui venne abolita la piramide satellite riunendo simbolicamente i due aspetti di Osiride e Horo nella piramide principale. Con la scomparsa della tomba a piramide, alla fine della XIII dinastia, quando i sovrani optarono per le tombe ipogee della Valle dei Re, dove il sepolcro è dominato dalla montagna come simbolica piramide naturale, anche le piramidi accessorie scomparvero.
Vediamo, per quanto possibile, quali e di chi sono le Piramidi Accessorie della IV dinastia.
La prima si dovrebbe trovare presso la piramide di Snefru (Uni), a Meidum. Oggi della piramide satellite rimangono solo alcune tracce, (ne resta solo la base di 26,65 m di lato). Di Snefru è pure la cosiddetta “piramide satellite meridionale”, accessoria del Complesso piramidale più conosciuto con il nome di Piramide Romboidale. Scoperta da Lepsius ed inventariata con la sigla LVII si trova ancora oggi in ottimo stato di conservazione anche se si può accedere all’interno solo per un breve tratto a causa dell’insabbiamento. Venne esplorata nel 1946 da Abdel Salam Hussein, non presentava alcuna traccia di sepoltura, al suo interno Hussein rinvenne solo alcuni cocci di vaso in terracotta. I resti del rivestimento in calcare poggiano su uno zoccolo di massi, su alcuni di questi è presente il nome di Snefru e il grafema hw indicante l’antico nome della piramide. Snefru si fermò qui perché la piramide rossa è priva di piramidi accessorie.
Vediamo ora le sette che sono presenti nella Piana di Giza. Cheope preferì abbondare, ne costruì ben quattro, di cui una “satellite” e tre “delle regine”. Tracce della prima, forse destinata al kha di Cheope, con un lato di base di soli 20 m, sono state rilevate solo di recente. Ben visibili sul lato orientale della Grande Piramide spiccano le tre piramidi “delle regine”. Queste venivano di norma edificate a sud di quella del faraone, quelle di Cheope furono edificate al suo lato orientale a causa dell’esistenza di una cava presso il lato meridionale.
La più settentrionale delle tre (denominata G1a) si ritiene la tomba della regina Hetepheres I. Hetepheres I fu una sposa minore di Snefru e madre di Cheope, assunse importanza quando suo figlio divenne faraone. Portò i titoli di “Madre del Re”, “Madre del Re delle Due Terre”, “Ancella di Horus” e “Figlia del corpo del dio”. Fu la nonna dei faraoni Djedefra e Chefren e della regina Hetepheres II, morì durante il regno del figlio Cheope. Questa piramide è aperta al pubblico ed io ho avuto il piacere di visitarla.
Quella centrale (G1b) viene attribuita alla “Sposa reale” di Cheope, la regina Meritites, era dotata di un piccolo tempio funerario abbellito da decorazioni. Al suo interno furono rinvenuti alcuni resti di una falsa porta oltre a frammenti con decorazioni di offerte.
La terza (G1c) è ritenuta la tomba della “sposa del re” Henutsen, probabile madre di Chefren. Rainer Stadelmann ha ipotizzato che ad erigere questa piramide satellite sia stato Chefren e non Cheope, il quale avrebbe voluto così onorare la propria madre Henutsen, una volta assurta al rango di “Madre del re”. Per quanto riguarda Chefren sul lato sud della sua piramide venne eretta una piramide satellite, con lato di base di 20,90 m, la cui sovrastruttura è, oggi, completamente scomparsa.
Passiamo ora al complesso di Micerino, a sud, fanno bella mostra di se tre piramidi delle regine, una di esse era probabilmente destinata alla regina Khamerernebty II, ha un lato di base di 44 m e altezza pari a 28,40 m, rivestita di granito. Le altre due sono esempi di piramidi a gradoni con base di 31,15 m e altezza di 25,40; non è dato di sapere se fossero così come si presentano oggi o se avessero un rivestimento in pietra pregiata. Seppur piccole, un po’ malandate, forse anche un po’ trascurate, le Piramidi delle Regine, fanno pur sempre parte della meravigliosa civiltà egizia per cui ho ritenuto che fossero degne di nota. Ne esistono altre piramidi accessorie ma mi fermo qui, le restanti le esamineremo in seguito.
Fonti e bibliografia:
Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1993
Riccardo Manzini, “Conoscere le piramidi”, Ananke, 2007
Enrica Leospo, “Saqqara e Giza”, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982
Maurizio Damiano-Appia, “Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane”, Mondadori, 1996
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
Zahi Hawass, “The Discovery of the Satellite Pyramid of Khufu”, Museum of Fine Arts, Boston 1996)
Fu un importantissimo dignitario durante il regno della regina Hatshepsut.
Era il figlio di Hapu, terzo sacerdote lettore di Amon .Fu il Primo Profeta di Amon dall’anno 2 all’anno 16 del regno della regina, principe ereditario e Conte, Tesoriere del Re dell’Alto e Basso Egitto, Supervisore dei Sacerdoti dell’Alto e Basso Egitto e Supervisore di tutti i lavori del Re.
Unitamente a Senenmut si occupò della realizzazione dei grandi progetti della regina, quali la costruzione della sua tomba e del tempio di Deir El-Bahari, l’ampliamento del tempio di Amon a Karnak, la spedizione nella terra di Punt.
A causa dello scarso numero di documenti è difficile descrivere il corso della sua carriera con una certa sicurezza. Primo Sacerdote di Amon, forni’ ad Ahtshepsut il supporto alla sua legittimazione come faraone, per questo fu concepito il mito religioso più bello mai conosciuto nella storia d’Egitto: il Mito della teogamia, cioè il divino matrimonio tra un essere mortale e un Dio, dichiarando Hatshepsut figlia del dio Amon e della regina Ahmes.
Egli venne sepolto nella necropoli d’élite di Tebe, nella tomba TT67.In un ‘iscrizione nella sua tomba è rappresentato nella importante spedizione per la terra di Punt, di quella spedizione fu senz’altro, il più vicino consigliere della regina, il principale organizzatore della spedizione e, come responsabile del dominio di Amon, il principale beneficiario.
Una iscrizione nella sua tomba elogia il sommo sacerdote e fa luce su alcuni tratti della sua personalità, sottolineando la sua importanza:” iI nobile, il principe, che si avvicina al corpo divino, i cui favori sono stabili e grande amore che ispira, che lo fa eminente al palazzo reale, il dotto iniziato ai misteri della Enneade divina, superiore dei segreti dei due urei, il direttore delle più alte cariche, il sommo sacerdote di Amon, Hapuseneb “.La tomba è stata per lungo tempo in preda al degrado, usata come stalla e la decorazione originale quasi distrutta. Rimangono le scene del trapianto degli alberi, di lavori artigianali e di Hapuseneb di fronte al tavolo delle offerte.
Cono funerario che decorava la facciata della tomba di Hapuseneb. Metropolitan Museum of Art, New York.Tomba di Hapuseneb, la tomba TT67 sul pendio di Sheik Abd El – Qurna
Parte anteriore della TT67 che mostra l’ingressoParte anteriore le finestre…
Sulla parete posteriore della sala trasversale, Davies (1961) identificò una scena di Punt che mostra come gli alberi di incenso fossero stati abbattuti a Punt. Sul lato sinistro è raffigurata una figura che sorveglia l’abbattimento degli alberi. Questo è un disegno di Davies.
Secondo Davies la scena mostra artigiani evidentemente costruttori di carri che intagliato e piegano il legno o il cuoio, probabilmente controllati da un sorvegliante, in piedi sulla destra.
Come abbiamo già accennato, l’evoluzione della monarchia egizia fu conseguenza di unioni politiche e religiose intese a conciliare ed amalgamare tradizioni ed espressioni culturali provenienti da aree diverse. Era chiaro che l’unità politica del paese sarebbe stata agevolata dalla diffusione di un’ideologia comune e dalla parallela capacità del sovrano di garantire un flusso commerciale dei cui prodotti potessero beneficiare oltre alla corte anche gli alleati e i subordinati.
Si affermarono così alcuni nodi di interscambio come probabilmente Minshat Abu Omar, sul ramo pelusico del delta del Nilo, lungo la strada per la Palestina. Altra città sicuramente commerciale era Maadi, nel Delta orientale contraddistinta da un’area adibita a negozi e botteghe separata dal centro abitato, ove si trovava un fiorente centro manifatturiero, con artigiani specializzati nella metallurgia, nella fabbricazione di utensili litici e nella produzione di vasi in pietra e ceramica.
Con i regni di Narmer e Den, le relazioni commerciali con il Vicino Oriente dovettero raggiungere il culmine. Colonie egizie, infatti, furono stabilite in Palestina ove sono stati rinvenuti oggetti con il nome di Narmer. Analogamente in Egitto presso i siti di Kufur Nigm e Tell Ibrahim Auad, sono stati ritrovati prodotti tipicamente palestinesi (di rame, ad esempio) in associazione ad oggetti su cui compare il serekh dello stesso sovrano. L’evoluzione dello stato egizio fu concomitante allo sviluppo dei rapporti con il Vicino Oriente e altri paesi, tuttavia l’intensità dei contatti subì modifiche nel corso del tempo. All’inizio del Naqada II, cominciò l’importazione dalla Palestina di giare ad “anse ondulate” che furono poi imitate dagli stessi artigiani egizi nel corso del periodo Naqada IIc. I commerci con la Mesopotamia, spiegano invece la presenza dei sigilli cilindrici ed altri oggetti tipici di quella regione, come il motivo decorativo detto “a facciata di Palazzo”. Fu però probabilmente alla fine del Naqada, quando cominciarono ad emergere entità statali provinciali, che i rapporti commerciali con l’estero furono posti sotto il diretto controllo della casa reale. Comunque, nonostante nella produzione di oggetti di epoca predinastica sono facilmente riscontrabili elementi di cultura mediorientale, è evidente che le caratteristiche fondamentali della civiltà egiziana erano già profondamente e indissolubilmente radicate nelle tradizioni locali. A partire dal Badariano, appare evidente una continuità culturale; manufatti del Naqada I e II, ad esempio sono del tutto simili. Numerosi geroglifici possono senza dubbio essere ricondotti ad un’evoluzione delle decorazioni del vasellame e perfino nell’analisi dell’arte rupestre e dall’iconografia del Gerzeano, è possibile rintracciare una continuità nella religione egizia.Le prime culture nubiane, a sud di Ieraconpoli sembrano essersi evolute di pari passo con quelle egizie, nonostante l’enorme potenziale agricolo della Valle in Egitto ed il prevalere dell’allevamento sulla coltivazione in Nubia avessero determinato una notevole disparità economica tra le due regioni. Sicuramente le siccità e gli abbassamenti del livello del Nilo, alla fine del Naqada I, dovettero avere gravi ripercussioni sulla Nubia, ma, probabilmente, dettero un deciso impulso al processo di unificazione in Egitto. Intorno al 3300 a.C. i sovrani egiziani avevano sicuramente un potere maggiore rispetto ai corrispettivi nubiani e quelli della I Dinastia erano perfettamente in grado di sconfiggere i predoni e rintuzzare gli attacchi degli invasori, mantenendo l’ordine ai confini di un vastissimo territorio. Le spedizioni punitive avevano lo scopo di difendere i commerci e di avvalorare l’immagine di un sovrano potente e guerriero in grado di garantire la pace e l’ordine sottomettendo i nemici del paese.Un altro aspetto che va considerato è quello della fragilità dei legami tra Alto e Basso Egitto, ancora in essere all’epoca di Narmer. Probabilmente per questa ragione fu deciso di spostare la capitale più a nord, all’apice del Delta. Se ciò favorì un miglior controllo del Basso Egitto, è probabile che abbia, di converso, incoraggiato i nubiani ad attaccare il sud dell’Egitto, interrompendo il flusso delle merci in oro dal loro territorio e da altre zone ancora più a Sud. La pace con la Nubia, fu raggiunta sotto il successore Aha, che riportò una decisiva vittoria
Frammento di statuina di personaggio virile. Protodinastico, Dinastia 0, Horus Narmer, circa 3060-3000 a.C. Roccia sedimentaria striata. Altezza cm. 11,2. Lunghezza cm. 7,5. Larghezza cm. 4,1. Provenienza ignota. Monaco, Staatliche Sammlung Agyptischer Kunst.
Questo frammento di statua appartiene ad una figura maschile di piccolo formato e presenta una caratterizzazione anatomica estremamente precisa ed accurata delle varie parti del corpo. La costruzione rigorosamente simmetrica, sviluppata lungo l’asse verticale, con le braccia aderenti al corpo, le conferisce una grande compostezza formale. Nello stesso tempo, le venature della pietra le assicurano tensione e movimento. Il bordo frastagliato nella zona del collo suggerisce che l’uomo portasse una corta barba. Il personaggio indossa soltanto un astuccio penico, decorato da due linee verticali incise e trattenuto, appena sotto l’ombelico da una sottile cintura provvista di fibbia. Le estremità della cintura cadono ai lati dell’astuccio. Nella parte sinistra del torace è incisa, con linee poco visibili una “facciata di palazzo” appartenente ad un “serekh” (la cornice rettangolare che racchiude la titolatura regale).Vi è contenuta la raffigurazione di un pesce siluro, che corrisponde al nome di Horus Narmer. Questa statuetta risalirebbe perciò al regno del sovrano Narmer. Nella rappresentazione del “seguace di Horus”, sulla Tavolozza di Narmer, conservata al Museo del Cairo, il secondo vessillifero con le insegne del falco presenta il medesimo abbigliamento di questa statuetta. E’ quindi, la caratterizzazione degli attributi canonici dei rappresentanti del Basso Egitto. Tipologia, stile e iconografia, confermano, dunque, che il nome inciso sulla sul frammento deve essere letto come “Narmer”
Nell’ambito dell’evoluzione artistica dell’antico Egitto il reperto segna il passaggio da una rappresentazione arcaica e astratta della figura umana, classica della statuaria egizia. Sotto il regno di questo sovrano, infatti, venne sviluppato un metodo di rappresentazione nuovo e completo della figura umana, i cui principi sarebbero stati validi per oltre tre millenni.
Continuando nella successione dinastica a questo punto ci si aspetterebbe di trovare la piramide di Shepseskaf, figliastro di Menkaura, suo successore anche se non erede legittimo, invece no. Se Menkaura si fece costruire una piramide più piccola delle precedenti, Shapseskaf non se la fece proprio costruire. Non è da escludere che Shapseskaf abbia regnato in una situazione turbolenta, le fonti storiche non ci dicono molto sull’oscura fine della IV dinastia.
Secondo alcuni fu l’ultimo faraone della IV dinastia, ma nella versione di Sesto Africano, Manetone ne cita ancora uno, Thampththis, forma grecizzata del nome Djedefptah, il Canone Reale di Torino, come accennato in altro articolo, è molto lacunoso sulla fine della IV dinastia anche se, dopo Menkaura, lascia effettivamente spazio per altri due sovrani. In un periodo in cui avere la piramide come sepolcro reale era ormai divenuta una tradizione ben consolidata, Shepseskaf scelse di rompere con la tradizione e di tornare alla mastaba. Ma non si accontentò di una qualsiasi, bensì una mastaba di inedite proporzioni, (lunga 99,60 metri, larga 74,40 metri ed alta circa 18 metri), che, nonostante i fianchi inclinati, ricorda un enorme sarcofago dell’epoca. Non solo ma Shapseskaf scelse per la sua sepoltura un luogo diverso da quello dei suoi diretti predecessori optando per un ritorno a Saqqara. Non è chiaro il motivo per cui non scelse la piana di Giza, dove peraltro non c’era più spazio sufficiente per la costruzione di un nuovo grande complesso sepolcrale. Sono state avanzate numerose ipotesi, secondo una di queste potrebbe essere che Shapseskaf, non sentendosi sufficientemente legittimato alla successione, nonostante avesse sposato Khenkaus, figlia di Djedefhor, figlio di Cheope, abbia scelto di tornare alle origini della IV dinastia, un luogo all’epoca sperduto a sud di Saqqara, ma vicino alle piramidi del fondatore della dinastia, Snefru a Dashur, la cava di pietra per la costruzione si trovava a ovest della Piramide Rossa. Un’altra ragione potrebbe essere una scelta di carattere politico-religioso.
Durante la IV dinastia il potere del clero solare eliopolitano del dio Ra, aveva raggiunto un livello tale da riuscire ad influenzare il faraone sulla scelta del tipo di sepolcro da adottare. L’egittologo Gustave Jéquier, individuò un’ulteriore prova della volontà di Shepseskaf di accentuare la rottura col clero solare, per tornare all’antico sepolcro del periodo thinita, sta nel nome del sovrano che risulta privo della parte fondamentale “Ra”. Voi direte, “ma il nome glielo imposero i genitori”, a questo punto ci sono due possibilità, o il padre, Menkaura, voleva già dare un segnale ai sacerdoti eliopolitani o, come spesso accadeva, fu lo stesso Shapseskaf a mutare il proprio nome. Inutile dire che Jéquier si attirò le ire di altri archeologi in particolar modo dello svizzero Herbert Ricke il quale asserisce che solo l’obelisco assume il ruolo di simbolo solare, mai la piramide. Contrario fu anche Hans-Wolfgang Muller che sosteneva che la mastaba rappresentava la trasposizione in pietra di una capanna di stuoie.
Singolare è anche il fatto che nei dintorni della Mastabat el-Fara’un non sono state trovate tombe di famigliari o di dignitari di corte, questo pone un’altra domanda sulle circostanze, ancora da chiarire, in cui fu eretta la tomba. Stadelmann, rifacendosi a Ricke e Muller, avanzò una sua ipotesi, (rimasta però priva di conferma), forse Shapseskaf intendeva farsi costruire una vera piramide ma, essendo ancora impegnato ad ultimare il complesso del padre Micerino, fu costretto a ricorrere a questa soluzione onde non rischiare di rimanere privo di una tomba. Per iniziare una piramide si rendeva necessario ultimare i lavori a Giza per poi trasferire la complessa macchina tecnica ed economico-amministrativa nel nuovo cantiere di Saqqara. La soluzione fu quella di iniziare una costruzione provvisoria del tipo mastaba, che richiedeva minor tempo ed impiego di risorse, salvo poi, ultimati i lavori a Giza, procedere alla sopraelevazione della mastaba per trasformarla in piramide. L’adozione di questa soluzione provvisoria potrebbe però anche essere, come già detto, espressione della grave crisi che caratterizzò la fine della IV dinastia.
Il regno di Shapseskaf durò solo poco più di quattro anni per cui la soluzione provvisoria diventò definitiva. Ma veniamo alla sua tomba reale conosciuta come “Mastabat el-Fara’un”, “La panca del Faraone”. Descritta per la prima volta da John Perrin a metà del XIX secolo. Nel 1858 Auguste Mariette effettuò una prima indagine sulle parti ipogee della struttura alla quale seguì uno scavo più approfondito di Gustave Jéquier che fu anche il primo ad assegnare la struttura a Shepseskaf in seguito alla scoperta di un frammento di una stele in cui compariva il nome del faraone. In precedenza si pensava che la tomba fosse appartenuta all’ultimo faraone della V dinastia, Unas. Da alcuni resti di testi, trovati su dei blocchi di rivestimento, si apprende che, intorno al 1250 a.C., il principe Khaemwaset figlio di Ramesse II, gran sacerdote di Ptah a Menfi, fece eseguire lavori di restauro alla Mastabat el-Fara’un. Secondo alcuni egittologi la mastaba parrebbe essere stata costruita in due tempi con la precisa volontà di dargli la forma di un santuario di tipo Buto, ovvero con una forma a volta con estremità dritte; Karl Lepsius la definì “un sarcofago gigante”. La mastaba è costruita con enormi blocchi di calcare ed in origine doveva essere rivestita con bianco calcare di Tura molto più fine, l’ultimo corso in fondo, oggi scomparso, era di granito rosa.
“E le tue piramidi si sono arrese a me, mi costruirò una mastaba migliore” – disse Shepseskaf e andò dalla necropoli della sua famiglia a Giza a sud. Bene, visto che ci siete, proviamo ad entrare in questa strana e misteriosa mastaba. L’ingresso alla zona ipogea si trova sul lato settentrionale più corto. Scendiamo quindi in un corridoio scavato nella roccia sottostante e rivestito in granito rosa che si presenta con una pendenza di 23°30′ e lo percorriamo però solo per 16,3 metri dove, a causa di un crollo si interrompe, ma noi proseguiremo virtualmente. In origine era lungo 20,75 metri. Al termine della discesa il corridoio diventa orizzontale e subito presenta un piccolo vestibolo, (forse solo una nicchia), lunga 2,67 metri e alta 2 metri. Proseguendo si incontra uno sbarramento con tre macigni di calcare a caduta ancora ancorati al soffitto, il passaggio, le cui pareti ed il soffitto sono anch’essi rivestiti in granito, è largo 1,1 metri e l’altezza si riduce a 1,27 metri. Dopo le saracinesche, l’altezza del passaggio aumenta nuovamente, a causa del pavimento molto irregolare, probabilmente mai finito. Dopo alcuni metri il soffitto si abbassa riducendo l’altezza a 1,2 metri e finalmente, dopo una lunghezza totale di 19,46 metri, il passaggio orizzontale raggiunge infine l’anticamera. L’anticamera, come la successiva camera funeraria sono orientate nella direzione est-ovest, è lunga 8,31 metri, con una larghezza di 3,05 metri e un’altezza di 5,55 metri. Il tetto è formato da una capriata di blocchi di granito rosa. Tramite un passaggio di 1,20 x 1,11 x 1,54 metri, con una pendenza di 10°30′ si accede alla camera funeraria vera e propria. Lunga 7,79 metri, larga 3,85 metri e alta 4,9 metri, ha anch’essa un tetto in granito rosa a capriata nella parte superiore per scaricare il peso sovrastante, ma presenta però un soffitto lievemente arcuato ad imitazione di una volta a botte, (come nella piramide di Micerino). Sia l’anticamera che la camera funeraria sono entrambe rivestite in granito lasciato allo stato grezzo, non levigato.
Nella camera sono stati rinvenuti numerosi frammenti, riconducibili ad un sarcofago, in grovacca o basalto, insufficienti ad immaginarne la forma. Dall’anticamera, nell’angolo sud-est, si apre un altro passaggio lungo 10,62 metri, largo 1,14 metri e alto circa 2,3 metri sul cui lato est si trovano quattro piccole nicchie, un’altra si trova sul lato ovest, immediatamente di fronte alla quarta nicchia del lato opposto. Le nicchie orientali sono lunghe circa 2,27 metri con una larghezza di soli 80 centimetri e 1,4 metri di altezza, la nicchia occidentale è lunga 2,65 metri e larga 1,16 metri. Con tutta probabilità, anche se molto piccole, dovevano servire come depositi. Bene, adesso ripercorriamo i corridoi e torniamo all’aperto e diamo un’occhiata anche intorno alla mastaba. Due muri di mattoni crudi la circondano, il più interno si trova a una decina di metri dalla mastaba e la avvolge su tutti i lati con uno spessore di 2 metri. Il secondo la circonda ad una distanza di circa 48 metri. Un piccolo tempio funerario si trovava sul lato est ma di esso rimangono solo le fondamenta e pochi resti delle mura. Questa è la “Mastaba el-Fara’un, per visitarla, e per visitare alcuni dei monumenti di quest’area, non è sempre facile; per accedere alla zona di Saqqara sud occorre disporre di un permesso speciale che deve essere richiesto all’organizzazione delle antichità egiziane. Si raccomanda un fuoristrada e una buona guida. Mastabat el-Fara’un si trova sul bordo meridionale del sud di Saqqara, vicino alla piramide di Pepy II e al nord-ovest delle piramidi del Medio Regno in una parte piuttosto remota del deserto.
Fonti e bibliografia:
Gustave Jéquier, “Storia della civiltà egizia”, Ferrieres Decoopman, 2018
Franco Cimmino, “Storia della civiltà egizia”, Ferrieres Decoopman, 2018
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton 1997)
In Egitto gli aironi sono uccelli stanziali nel Delta del Nilo e lungo la costa del Mar Rosso; sono ospiti invernali annuali in tutto il Paese. Questi uccelli migrano dall’Europa, dall’Asia e da altre zone dell’Africa.A giudicare dalla frequenza con la quale questi meravigliosi volatili sono raffigurati, con le loro creste ornamentali, gli egizi devono averli molto amati.
Traslitterazione del termine “benu”: B n nw w
Per la mitologia egizia l’airone (Ardea cinerea, Ardeidae) è l’uccello sacro al Dio del Sole, venerato presso la città di Eliopoli (Iunu). Il nome Benu sembra dover esser messo in relazione col verbo “weben” che significa “crescere in luminosità” o “risplendere”. Lo stesso uccello che nell’era delle Piramidi veniva identificato con la cutrettola (Motacilla flava, Motacillidae), comincerà in seguito ad essere raffigurato come un airone dotato di due lunghe piume che spuntano dalla parte posteriore del capo. La più antica citazione del Benu si trova nei Testi delle Piramidi dove è descritto come una delle forme di Atum, divinità solare eliopolitana. Questo collegamento col dio-sole creatore si conserverà anche nel Medio Regno: i testi sacri di quest’epoca affermano che il Benu di Ra fu il tramite per mezzo del quale Atum giunse all’esistenza emergendo dalle acque primordiali. E analogamente a quella del dio-sole, la nascita del Benu veniva attribuita ad un processo di autogenerazione. Papiri mitologici della Ventunesima Dinastia riportano la raffigurazione di un amuleto-cuore ed uno scarabeo vicino ai quali si erge un Benu, descritto come “Colui che giunse all’esistenza da sé stesso”. Il Benu si ritrova anche come simbolo di rinascita anticipata nell’oltretomba, scolpito sul dorso degli scarabei-cuore e seppellito col defunto per assicurarsi che il cuore non fallisse nel giudizio delle azioni passate nella Sala delle Due Verità:
“Io sono il Benu, l’anima di Ra, colui che guida gli Dei nell’Oltretomba, dal quale emergono. . . “ (Libro dei Morti, capitolo 29B).
Quale manifestazione vivente di Ra (e per tale motivo chiamato il suo Ba, o anima) il Benu è strettamente associato al tempio del dio-sole presso Eliopoli.
Erodoto e la Fenice
Lo storico greco che visitò l’Egitto nel Quinto Secolo a.C. scrisse di aver conosciuto l’uccello sacro di Eliopoli dalla bocca dei sacerdoti del dio-sole. Lo chiamò Fenice, utilizzando un nome che è stato dimostrato derivare con tutta probabilità dall’egizio Benu. Nella scettica descrizione di Erodoto, ogni 500 anni la Fenice trasportava il suo predecessore defunto dall’Arabia a Eliopoli perché fosse onorato nel tempio del dio-sole. Non esiste evidenza dell’idea di una fenice morente, nucleo centrale del mito più tardo, nell’Egitto faraonico. Tuttavia la classica fenice della tradizione greca possiede delle similarità col Benu in relazione al ruolo di uccello solare e ai simboli di rigenerazione e rinascita.
Inerkhau raffigurato di fronte al Benu, nella sua tomba presso Deir el-Medina (TT359). Ventesima Dinastia.
L’immagine è una versione ingrandita dell’illustrazione del capitolo 83 del Libro dei Morti il cui passaggio introduttivo sta al disopra del capo di Inerkhau: “Formula per diventare il Benu, entrare e uscire come Osiride; il sovrintendente delle maestranze nel Luogo della Verità, Inerkhau, giustificato”.
L’immagine è una versione ingrandita dell’illustrazione del capitolo 83 del Libro dei Morti il cui passaggio introduttivo sta al disopra del capo di Inerkhau: “Formula per diventare il Benu, entrare e uscire come Osiride; il sovrintendente delle maestranze nel Luogo della Verità, Inerkhau, giustificato
Tebe Ovest. Tomba 65 (sepoltura della principessa Nany), Ventunesima Dinastia, regno di Psusennes I (1040-992 a.C.).
Raffigurazione stilizzata del Benu, su papiro.”.
Bibliografia
D. Arnold An Egyptian Bestiary. The Metropolitan Museum of Art Bulletin. Spring 1995. New York
G. Hart The Routledge Dictionary of Egyptian Gods and Goddesses – 2a edizione Routledge- 2005
AA. VV. Between Heaven and Hearth – Birds in Ancient EgyptThe Oriental Institute of the University of Chicago Publications 35 – 2012
Si, oggi più che mai sarebbe utile che tutti, ma principalmente coloro che rivestono incarichi importanti, conoscessero anche soltanto alcuni degli insegnamenti che quasi 5000 anni fa gli antichi egizi impartivano ai loro figli. Insegnamenti che, sotto un’altra forma, molti di noi non hanno ricevuto o non hanno capito, o pur conoscendoli non li mettono in pratica. Oggi mi voglio dedicare alla letteratura antico egizia ma non quella normale, quella cosiddetta “Sapienziale”. Con la letteratura religiosa quella sapienziale concorre a formare l’immagine dello stato, tanto nel suo profilo ideologico quanto in quello, morale e civile, del buon cittadino. A differenza della scrittura dei testi religiosi, i documenti sapienziali sono esplicitamente definiti nella loro natura dalla parola di apertura, che è appunto “insegnamento”, dalla diretta menzione del (presunto) autore, e del destinatario della sua opera, in genere designato come “figlio”.Questi insegnamenti sono giunti fino a noi contenuti in una serie di papiri, detti per l’appunto, “Sapienziali” consistenti in “Insegnamenti di un padre a suo figlio”. Il più completo di questi papiri, la cui lettura (della traduzione) consiglierei a tutti, è il “Papyrus Prisse” (Parigi, Bibl. Nat. De France) la cui stesura risale alla XII dinastia (circa 1990-1785 a.C). Il papiro contiene le “Massime di Ptah-Hotep” (o Istruzioni di Ptah-Hotep) antico scritto letterario composto appunto da Ptah-Hotep, visir sotto il regno del faraone Djedkara Isesi, V dinastia (circa 3000-2500 a.C.). In esso viene evidenziata perfettamente la mentalità dei maestri di saggezza vissuti nell’Egitto del terzo millennio a.C. Sono un esempio di convivenza civile che ci giunge da molto lontano, si tratta di imparare a vivere secondo la nozione fondamentale dell’esistenza, nell’antico Egitto secondo Maât, e perché no, anche oggi. Uno degli scopi principali è quello di istruire i giovani ad adottare un comportamento adeguato. Il visir spiega che le ragioni che lo hanno spinto a scrivere il testo sono quelle di trasmettere ai propri figli, ma in generale a tutti, la saggezza e l’esperienza dei suoi antenati che giunge per mezzo delle “parole ascoltate dagli dei” e non come una legge divina rivelata. E’ necessario per ciascuno di noi imparare ascoltando tutti e sapendo che la conoscenza umana non è mai perfetta. L’avidità è la base di ogni male e deve essere evitata, mentre la generosità verso la famiglia e gli amici, è lodevole. La scalata sociale deve essere accettata come dono degli Dei e può essere mantenuta accettando la precedenza dei propri superiori. Il saggio visir parla dell’uniltà e della scoperta di parole perfette. Ptah-Hotep raccomanda a suo figlio: << Non sia invano il tuo cuore a causa di ciò che sai; prendi consiglio con l’ignorante e con lo scienziato, perché non si raggiunge il limite dell’arte e non c’è artigiano che abbia acquisito la perfezione. Una parola perfetta è più nascosta delle pietre preziose; eppure si trova nei pressi dei servi che lavorano al mulino di pietra >>. Riporto nel seguito alcune delle “Massime di Ptah-Hotep”, se ne avete voglia, leggetele pensando che erano attuali già 5000 anni fa.
“L’ascolto, beneficia l’ascoltatore”.
“L’uomo ignorante che non ascolta, non apprende nulla. Egli equipara la conoscenza all’ignoranza, l’inutile al dannoso. Egli fa tutto ciò che è detestabile, così la gente si arrabbia con lui ogni giorno”
“Meraviglioso il figlio che obbedisce a suo padre!”
“Che il tuo cuore non sia mai inutile a causa di quello che sai. Prendi consiglio dall’ignorante così come dal saggio……..”
“Parla solo quando hai qualcosa da dire”.
“Quanto a voi, insegnate al vostro discepolo le parole della tradizione, in modo che possa fungere da modello per i figli dei potenti, che possono trovare in lui la comprensione e la giustizia di ogni cuore che parla a lui, dal momento che l’uomo non è nato saggio”.
Fonti e bibliografia:
Edda Bresciani, ”Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Cultura e società attraverso i testi”, Einaudi Tascabili, 2007
Miriam Lichtheim, “Ancient Egyptian Literature”, Vol. I, University of California Literature, 1973
Christian Jacq, “The Living Wisdom of Ancient Egypt”, Simon & Schuster, 1999
Nicolas Grimal, “A History of Ancient Egypt”, Blackwell Publishing, 1992).
“Promosse colà il progresso e vi raccolse preziosi monumenti onde si creò il Museo Egizio…”
Piemontese ma di mentalità francese, francese ma di cultura italiana, italiano ma vicino all’Egitto, Drovetti è stato forse il primo a pensare ad un Egitto libero da tutti i Paesi colonizzatori, anche dalla Francia.
Bernardino Michele Maria Drovetti era nato nel 1776 a Barbania, vicino a Torino. Figlio di un notaio, si era laureato in Legge a Torino ma si era presto rivelato un figlio ribelle, arruolandosi nell’esercito napoleonico. Drovetti è affascinato dalle idee rivoluzionarie francesi e dalla figura carismatica di Napoleone. Nella battaglia di Marengo si era distinto a tal punto da essere promosso capo di stato maggiore facendo scudo a Murat e perdendo alcune dita della mano. Lo stesso Murat l’aveva segnalato a Napoleone, che nel 1802 gli diede l’incarico di sottocommissario alle Relazioni commerciali ad Alessandria d’Egitto.
L’incarico è altisonante ma lontano da Parigi; il Console Generale De Lesseps, che del caldo egiziano non ne può più, gli molla l’incarico e torna sulla Senna. Drovetti vorrebbe seguirlo, ma si innamora di tale Rose Ray Bathalon (cherchez la femme, sempre…) che, ahimè, è sposata. Chiede il divorzio, ma i documenti tardano ad arrivare dalla Francia. Per “colpa” del cuore e della burocrazia francese, Bernardino rimane in Egitto e sarà uno dei padri fondatori dell’egittologia.
Drovetti in realtà ha anche un ruolo nello spionaggio francese e diventa grande amico del Pasha d’Egitto Muhammad Ali dopo avergli salvato la vita da un attentato inglese (evidentemente è la sua specialità). Questa amicizia gli verrà molto utile nelle relazioni locali, ma sarà fonte di invidia e di astio soprattutto nei confronti degli Inglesi.
Stampa tratta dal volume “Voyage dans le Levant” di Louis De Forbin, stampato nel 1819 a Parigi. È rappresentato al centro Bernardino Drovetti con intorno il suo gruppo di scavo: l’ex-militare Antonio Lebolo, lo scultore Jean-Jacques Rifaud, il mineralogista Frédéric Caillaud, l’artista Louis De Forbin, Giuseppe Rosignani
Dopo Waterloo perde il suo incarico, e si reinventa commerciante di antichità, in diretta concorrenza con Salt e Belzoni, con cui all’inizio era anche in buoni rapporti. Come abbiamo visto Il “furto” di un obelisco da parte di Belzoni terminerà l’amicizia tra i due, e si rischia l’incidente diplomatico con Salt.
Drovetti è un carattere molto “moderno”; credeva negli ideali della rivoluzione, nella liberazione dei popoli. Approfittando dell’amicizia del Pasha organizza una specie di Erasmus in Francia per gli studenti egiziani meritevoli, convince il Pasha della necessità della vaccinazione antivaiolosa per tutti e sovrintende la costruzione del Canale che collega Alessandria al Cairo. Fa arrivare delle pecore merinos dal Piemonte; per ricambiare, il Pasha dona ai Savoia un elefante indiano (Fritz) che farà mostra di sé a Stupinigi ed avrà una storia tragica. I suoi meriti gli fanno riconquistare il Consolato di Francia (e di Russia, misteri dell’epoca), ma lo stipendio da Parigi arriva a singhiozzo.
Ci aveva provato Drovetti ad Abu Simbel prima di Belzoni, “firmando” anche lui il sito; ma niente bakshish, niente operai… Un altro episodio che alimenterà la rivalità tra i due
Drovetti decide allora di mettere in vendita la sua collezione di più di 8000 pezzi che comprende 169 papiri. 102 mummie, 95 statue di grande valore. Tra i papiri spicca il Canone Reale, che è alla base della cronologia egiziana e che vedremo con l’attenzione che merita. La offre ovviamente al Louvre, ma non se ne fa niente; troppo cara. Inoltre, pare che i nuovi reali francesi, già indispettiti dalla “fede” napoleonica di Drovetti, temano le ire del Vaticano che considera le antichità egizie in contrasto con cronologia e storia biblica.
Un viaggiatore piemontese, Carlo Vidua, vede la raccolta (non è chiaro se in Egitto o già a Livorno) e ne parla a Torino come “la più copiosa e la più ricca raccolta di antichità (…), pensando alla rarità e al merito di questa Collezione affinché il Piemonte non sia defraudato da un museo riunito da un Piemontese”.
Una pietra miliare dell’egittologia moderna: il frontespizio del catalogo su cui verterà la contrattazione con Carlo Felice ed il regno sabaudo
Il re Carlo Felice ne è entusiasta; nel clima del suo regno, profondamente avverso ai vicini francesi dopo le vicende napoleoniche (“facciamo vedere ai francesi chi siamo!”) nel 1823 acquista la collezione per una cifra enorme: 400 mila lire, pari a circa 700 milioni di euro attuali. Per fare un paragone, equivalgono a 8 volte il prezzo pagato da Soane per il sarcofago di Sethi I. La collezione approda a Genova, poi viene trasportata via terra a Torino. Si narra che sul passo dei Giovi si sentano ancora le “benedizioni” di chi trasportava il colosso di Sethi I.
Il colosso di Sethi II sano e salvo a Torino. E’ la statua più alta del Museo, ed ha una gemella al Louvre. Arenaria – ritrovata nella prima corte del tempio di Karnak. Altezza cm 516 (!)
Una delle statue più famose della Drovettiana, Ramses II. Basanite nera, altezza (senza basamento) 194 cm, larghezza 70 cm – da Karnak, tempio di Amon. In piccolo il sesto figlio Amonherkhepeshef, dall’altra parte è rappresentata Nefertari. “Re guerriero, con un elmetto, di grandezza naturale, che esige delle ristorazioni per riunire i pezzi staccati. Questa statua in granito è curiosa per i suoi accessori e lo stile”
Il Canone Reale si frantuma nel viaggio, sarà oggetto di restauri e polemiche. I reperti vengono accolti nella Reale Accademia delle Scienze che diventa il primo museo al mondo interamente dedicato all’antico Egitto, l’8 novembre 1824.
La “Drovettiana” nelle illustrazioni dell’epoca
Ricostruzione del primo allestimento del Museo Egizio di Torino
Tra i primi visitatori Champollion che vuole verificare i suoi progressi nella traduzione dei geroglifici.
Drovetti morirà nel 1852, povero in canna e alle prese con una malattia mentale che rese penosi i suoi ultimi anni di vita. Dispone l’autopsia sul suo corpo nel testamento per essere certo di non essere sepolto vivo.
Sulla sua tomba le parole:
Qui giace Bernardino Drovetti F. di Giorgio, insignito di molti ordini e ascritto a molte accademie d’Europa
Nato a Barbania il 7 gennaio 1776, morto in Torino il 9 marzo 1852
Fu dottore in ambe leggi, reggente il Ministero di Guerra, uffiziale e console generale di Napoleone I in Egitto
Promosse colà il progresso e vi raccolse preziosi monumenti onde si creò il Museo Egizio, precipuo ornamento di questa città
Morì qual visse: benefico, chiamando i poveri a suoi eredi.
La tomba di Drovetti al Cimitero Monumentale di Torino. Busto di Giovanni Albertoni, foto Paola Redemagni
A Drovetti dobbiamo il rispetto per chi, nonostante il pensiero coloniale dell’epoca, riuscì a contribuire allo sviluppo egiziano. I suoi metodi non furono dissimili dai suoi coevi: antiquario e collezionista più che archeologo, saccheggiatore più che conservatore. Ma alla sua raccolta ed a Carlo Felice dobbiamo il nucleo centrale del nostro Museo Egizio – che, ricordiamocelo, è secondo solo a quello del Cairo.
Il busto di Drovetti a Barbania, copia del busto in bronzo sulla tomba a Torino
RIFERIMENTI:
– Zatterin M. Il gigante del Nilo, 2002
– Accademia delle Scienze di Torino
– Silvio Curto, Storia del Museo Egizio di Torino, 1976
– Giorgio Caponnetti, Drovetti l’Egizio. Utet 2022