Durante la spedizione del 1843, Lepsius dedicò una parte del suo tempo ad esaminare una piramide molto degradata classificarla nella sua lista come “piramide n. XXIX” alla quale attribuì il nome di “piramide acefala” in quanto interamente mancante della sua parte superiore. Dopo averla esaminata frettolosamente la ritenne di scarso interesse per cui l’abbandonò. Nel 1881 fu visitata anche da Gaston Maspero durante la sua ricerca dei “Testi delle piramidi” ma dopo aver esaminato brevemente le rovine desistette. Nel 1930 l’egittologo britannico Cecil Mallaby Firth avviò degli scavi che però interruppe dopo poco tempo. Comunque Firth rinvenne dei frammenti di granito rosa e addirittura il coperchio di un sarcofago in granito grigio fra la rovine della fossa che doveva essere la camera funeraria. Firth, pur non disponendo di prove sicure, ipotizzò che fosse appartenuta ad un certo Iti, forse uno dei faraoni fittizi che potrebbero aver avuto un’apparizione nella fase finale dell’Antico Regno. La Piramide venne nuovamente ricoperta dalle sabbie e fece perdere le sue tracce. Durante i lavori di studio del tempio funerario di Teti negli anni ‘60 del novecento, Lauer e Leclant gli dedicarono una parte del loro tempo e, dopo un esame tipologico della muratura e di altri dettagli, conclusero che la piramide dovesse appartenere a Menkauhor.
Gli stessi Maragioglio e Rinaldi osservarono che la fossa per il corridoio di accesso alla camera funeraria non rispettava l’asse nord-sud ma, come tipico delle piramidi della V dinastia, nel periodo fra Neferirkare e Djedkare, era deviata verso est. Circa l’attribuzione della piramide a Menkauhor concorda pure l’egittologo Zahi Hawass che nel 2008, dopo che il suo team ha rimosso un’enorme quantità di sabbia, ve n’erano ben 25 piedi a sovrastarla, ha annunciato il rinvenimento delle fondazioni della piramide: “Eravamo a conoscenza dell’esistenza di una sua piramide, denominata “Divini sono i luoghi di Menkauhor”…………ce lo raccontò Pepi I, col “decreto di Dahshur”, nel quale citò anche un tempio solare, “Orizzonte di Ra”. …….Sapevamo che il culto di questo Sovrano era praticato a Saqqara ancora durante il Nuovo Regno, cosa che gli riconosce un’importanza, che però attualmente ci torna oscura”. La piramide di Menkauhor la troviamo citata nel “Decreto di Dashur” emanato da Pepi I. Oggetti recanti il nome di questo sovrano sono stati rinvenuti nella regione di Dorak in Anatolia. Hawass afferma che le ragioni per cui viene attribuita a Menkauhor la “Piramide acefala” riguardano lo stile di costruzione tipico dell’epoca, inoltre è stato rinvenuto un sarcofago in granito grigio come quello degli altri re dello stesso periodo. Menkauhor fu il primo sovrano della V dinastia ad abbandonare la necropoli di Abusir, anche se in realtà un po di posto verso sud c’era ancora, per tornare nel settore nord dell’area di Saqqara. Forse fu la ricerca di nuove cave di pietra o forse la ragione fu un’altra.
Non è chiara la sua correlazione con i sovrani sepolti ad Abusir, secondo alcuni era figlio di Niuserre ma solo per testimonianze indirette provenienti da alcune decorazioni a rilievo presenti nel tempio funerario di Khentkaus II ed in parte dalla vicina tomba del principe Neserkauhor. Le fonti di cui disponiamo sono abbastanza concordi nell’attribuire a Menkauhor un regno di otto o nove anni. A tutt’oggi però non si sono trovate tracce del Tempio Solare e ciò induce a ritenere che dopo la morte di Niuserra si siano verificati mutamenti importanti nella teologia solare o, comunque, nella politica religiosa di Niuserra.
Fonti e bibliografia:
Guy Rachet -”Dizionario Larousse della civiltà egizia”- Gremese Editore
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Grimal Nicolas, “Storia dell’antico Egitto”, Editori Laterza, Bari 2008
Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975)
Si tratta di uno dei luoghi di sepoltura dei Tori Apis, simboli di fertilità, di potenza sessuale e fisica. Il Toro Apis era considerato l’incarnazione fisica di Ptah, quindi poteva esistere solo un toro sacro alla volta; quando il toro Apis moriva i sacerdoti cercavano la sua reincarnazione, identificando l’animale con la sua colorazione sacra: “bianco e nero con il ventre bianco, doveva avere un segno triangolare bianco sulla fronte, un’aquila con ali spiegate sul dorso, una falce di luna su un lato, un segno a forma di scarabeo sotto la lingua e una coda con lunghi peli divisi in due” (Plutarco). Era segno di buon auspicio che il toro portasse avanti la zampa sinistra (il lato del cuore) accettando il cibo dal sacerdote preposto, di norma il Sommo Sacerdote di Ptah a Menfi.
Il Toro Apis, statua attualmente al Louvre
Una stele con la rappresentazione della colorazione del Toro Apis
La pianta del Serapeum con i materiali di ciascun sarcofago in pietra
I tori Apis morti venivano sepolti nel Serapeum con sontuosi funerali. In Egitto ne esistevano uno a Saqqara, dove si adorava Apis, e l’altro ad Alessandria, dedicato a Serapis (sincretismo tra Apis ed Osiride) venerato in epoca ellenistica. Il nome Serapeum deriva proprio da Serapis.
L’ingresso del SerapeumUno dei leoni di guardia all’ingresso del Serapeum, anche lui al Louvre
Il complesso, situato sotto un tempio edificato da Nectanebo I (come il Viale delle Sfingi che vi conduceva), presenta una serie di gallerie sotterranee.
Le gallerie minoriLe gallerie minori
Nelle cosiddette “gallerie minori” erano presenti diversi sarcofagi in legno, contenenti tori mummificati risalenti al periodo tra la XVIII e la XXVI Dinastia. I vasi canopi hanno sempre sembianze umane. I primi tori hanno sepolture separate, dall’epoca di Ramses II sotto la responsabilità di Khaemvese vengono radunate come il loro rango richiedeva.
A sinistra: i canopi di Apis I (morto sotto Amenophis III). A destra: I canopi di Apis II (morto sotto Tutankhamon – o Amentouonkh come veniva interpretato il cartiglio all’epoca)
La Grande Galleria, la più famosa del Serapeum, è lunga più o meno 350 metri e contiene 24 nicchie, in cui Mariette ha ritrovato 24 sarcofagi, 2 in pietra calcarea (i più “tardi”) e 22 di granito di Assuan (granito rosa, granito grigio, diorite, gabbro e sienite), ciascuno del peso di circa 65 tonnellate, chiuse da coperchi che portano il peso complessivo di ciascun sarcofago ad un centinaio di tonnellate. Ogni sarcofago misura oltre 3 metri di altezza e 4 di lunghezza per 2 di profondità, ed è incastonato in una nicchia scavata nel pavimento; ognuno è apparentemente scavato da un blocco massiccio di granito. Le facce interne di ciascun sarcofago di ciascun sarcofago sono perfettamente lisce ed assolutamente in squadra.
La Grande Galleria all’epocaLa Grande Galleria dopo il recente restauro, durato ben 11anniIl sarcofago #3. Come abbiano fatto nell’antichità a spostare il coperchio mi rimane misterioso
La sequenza “ufficiale” dei sarcofagi in granito parte dall’anno 23 del regno di Amasis (XXVI Dinastia, circa 545 BCE) con la stele attualmente al Museo del Louvre (che vedremo in dettaglio a parte).È molto probabile che i sarcofagi di granito siano stati preparati vicino alle cave di Assuan, abbiano preso la direzione di Menfi via fiume e poi portati nelle rispettive nicchie. Su una stele in demotico viene riportato che il trasporto di un sarcofago di granito da Menfi al Serapeum (più o meno 8 km) richiese 19 giorni, di cui 5 giorni di riposo.
Auguste Mariette spiega nella sua relazione di scavi “Le Sérapeum de Memphis”, pubblicata da Gaston Maspero, che i sarcofagi (trasportati su rulli di cui si possono ancora riconoscere le tracce a terra), venivano trainati mediante un argano orizzontale a otto leve. Mariette ha trovato, durante gli scavi, due di questi argani in una delle nicchie. Le nicchie erano riempite di sabbia (sistema sperimentato con l’innalzamento degli obelischi) e la rimozione della sabbia dalla nicchia avveniva gradualmente, abbassando così dolcemente il sarcofago.
IL MISTERO DI KHAEMVESE
Uno delle gallerie conteneva un sarcofago con relativa mummia in forma umana, attribuita a Khaemvese (figlio di Ramses II e responsabile dello sviluppo del Serapeum) ma l’attribuzione è dubbia ed i reperti sono andati persi a parte una maschera funeraria in foglia d’oro conservata al Louvre.
La maschera d’oro di Khaemvese, ben diversa da quelle di Tutankhamon o Psusennes
Secondo Dodson: “nonostante il suo aspetto, la mummia si è rivelata una massa di resina profumata, contenente una quantità di ossa disordinate. Sebbene sia spesso dichiarata la mummia di Khaemweset, sulla base del possesso dei suoi gioielli, la massa di resina contenente frammenti ossei ricorda molto di più l’indubbia sepoltura di Apis delle tombe E e G. La sua formazione anche nel simulacro di una mummia umana trova eco nei coperchi della bara antropoide che coprivano le masse resinose all’interno dei sarcofagi di Apis VII e IX, non vi può essere quindi alcun dubbio che la sepoltura sia effettivamente quella del toro, Apis XIV”.
Sarà vero? Oppure il quarto figlio di Ramses II, Sommo Sacerdote di Ptah ed erede designato al trono, era sepolto proprio qui?
IL MISTERO DEI SARCOFAGI DI PIETRA
22 dei 24 sarcofagi erano perfettamente al centro di ogni nicchia. Solo due si trovavano fuori posto, decentrati; uno fu ritrovato (ed è lì tuttora) nel mezzo di una galleria laterale con il coperchio in un’altra. Perché?
I sarcofagi “abbandonati”
Solo tre di questi imponenti contenitori presentano delle iscrizioni in geroglifici ma molto povere, come appena sbozzate, con linee irregolari e malferme. Perché?
Le poche ed incerte iscrizioni
Solo uno era intatto. Una “leggenda metropolitana” racconta che Mariette, come moda all’epoca, lo fece saltare con una carica di dinamite ma non trovando nulla all’interno. La cosa è altamente improbabile, A parte che la dinamite verrà inventata una quindicina d’anni dopo e la nitroglicerina era ancora molto giovane ed instabile, Mariette stesso lamenta la fragilità del terreno calcareo e la quantità di polvere da sparo per far saltare 65 tonnellate di diorite avrebbero messo in pericolo tutto il sito; c’è invece la possibilità dell’uso di polvere da sparo per aprire la strada da una frana verso le gallerie minori.
Tutti i contenitori in granito sono stati trovati vuoti, il che ha creato dubbi e perplessità sul loro reale utilizzo come sarcofagi. Sono molto più lisci, praticamente perfetti, all’interno mentre l’esterno è più grezzo, a volte con cavità o protuberanze. Perché?
L’interno, liscio e squadratoL’esterno, meno curato, con incavi e protuberanzeL’esterno di un altro sarcofago, con incavi per il sollevamento?
Il trasporto ipotizzato da Mariette sulla carta sarebbe plausibile, ma lo spazio a disposizione è veramente ridotto. Se la cosa fosse effettivamente possibile con un centinaio di tonnellate da trainare, onestamente non saprei. Mi è partita un’ernia a solo pensarci. È effettivamente plausibile?
Per dovere di cronaca sono state proposte da alcuni studiosi ipotesi alternative per la fabbricazione e l’installazione dei sarcofagi del Serapeum:
Margaret Morris, che sposa la teoria del Dr. Joseph Davidovitz e il suo cemento battezzato “Geopolimero” ricavato da una antica formula egizia rinvenuta nell’isola di Seel (Davidovitz la propone per la costruzione delle piramidi).
Christopher Dunn, secondo il quale sarebbe stata impiegata una tecnologia avanzata e macchinari andati in seguito perduti in un cataclisma. (OK, so cosa pensate adesso, ma ho trovato teorie anche più strane)
Comunque sia, rimane un luogo estremamente affascinante
Sapevate che diverse costruzioni antico-egizie in passato non vennero neppure considerate piramidi? Alcune perché praticamente i lavori furono appena avviati, altre perché erano solo più ammassi di rovine da essere scambiate per resti di mastabe. Va inoltre detto che non per tutte quelle che sono state ritenute piramidi è stato possibile risalire al proprietario. Lepsius intraprese una campagna apposta per censire tutte le piramidi e ci ha lasciato una lista che ancor oggi è oggetto di consultazione. Abbiamo già parlato in altre occasioni dell’egittologo tedesco Karl Richard Lepsius e questa mi pare l’occasione di conoscerlo meglio. Lepsius, nacque a Naumburg, (Sassonia), nel 1810 e fu uno dei pionieri dell’egittologia. Laureato in archeologia a Lipsia, prese il dottorato con una ricerca sulle “tavole eugobine”. A Parigi frequentò le lezioni di Jean Letronne, uno dei primi allievi di Jean Francois Champollion, venne in Italia dove frequentò le lezioni di Rosellini a Pisa, ed infine fu titolare della cattedra di egittologia all’Università di Berlino oltre che direttore del Museo Egizio di Berlino. La sua opera maggiore sono i “Denkmäler aus Ägypten und Äthiopien” (1849-59). Nel 1842 Lepsius guidò una spedizione nel Basso Egitto dove esplorò tutte le piramidi esistenti. Compose una lista nella quale le numerò partendo da nord iniziando da Abu Rawash. In seguito venne dimostrato che alcune di queste strutture non erano vere piramidi, però tuttora la lista di Lepsius fornisce la base per la catalogazione delle piramidi egizie. Tra queste Lepsius notò, a poche decine di metri dalla piramide di Khentkaus II, due piccoli impianti piramidali, completamente in rovina, in assenza di elementi per essere più precisi, assegnò loro i numeri XXIV e XXV.
Nessuno si interessò più a questi piccoli complessi, neppure Borchardt, che sedici anni dopo esplorò il sito, le identificò come piramidi. Indagò brevemente la XXIV ma concluse che si trattasse di una mastaba, forse doppia. Le rovine non attrassero altri egittologi e passarono inosservate fino agli anni 80 quando il team ceco decise di studiarle. Ad un attento esame sulla piramide XXIV emerse che si trattava realmente di un complesso funerario composto da una piramide, un tempio funerario ed una piccola piramide cultuale. Il tutto versava in uno stato di completa devastazione, a causa dei ladri di pietre, cosa che però permetteva un esame approfondito della struttura interna e dell’opera muraria. Si rinvennero su numerosi massi graffiti di cantiere che riportavano il nome del visir Ptahshepses, da ciò si dedusse che la piramide venne costruita durante il regno del faraone Niuserra. Tra le rovine della camera funeraria vennero rinvenuti resti di un sarcofago di granito rosa ed una mummia molto deteriorata di una donna di età stimata sui 25 anni oltre ad altri frammenti del corredo funerario, strumenti in rame per il rituale dell’apertura della bocca e frammenti di vasi canopi in alabastro. Secondo le prime valutazioni si pensò che si trattasse della proprietaria della piramide della quale però non si conosce il nome. Stante l’assenza di dubbi circa la datazione all’epoca di Niuserra, si pensò, in un primo momento che si trattasse della sposa del faraone, la regina Reputnebu. Questo però venne messo in dubbio dopo l’esame antropologico dal quale si evidenziava che la mummia era stata sottoposta all’excerebrazione, la rimozione del cervello attraverso il setto nasale perforato, metodo che venne in uso solo dall’inizio del Medio Regno. Dati più significativi dovrebbero emergere dall’esame delle bende con tecniche moderne, soprattutto con l’analisi al radiocarbonio 14. Per quanto riguarda l’altra piramide numero XXV questa non è ancora stata indagata anche se si può dire con certezza che, entrambe la piramidi, viste nel loro complesso e tenuto conto della posizione del tempio addossato al lato orientale della piramide, conferma che si tratti di tombe di regine risalenti alla stessa epoca. Nulla si può ipotizzare su chi fossero e quale ruolo ricoprissero le due regine, forse la risposta a queste domande potrebbe trovarsi tra le rovine della piramide XXV che si spera venga studiata quanto prima.
Fonti e bibliografia:
Guy Rachet – ”Dizionario Larousse della civiltà egizia”- Gremese Editore, 1994
Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton, 1997
Mario Tosi, ”Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
Mark Lehner, “The complete Pyramids”, Londra, Thames & Hudson Ltd., 1975)
Inizi della I Dinastia, 3100 a.C. circa. Provenienza: Ieraconpoli. Altezza cm. 64, lunghezza cm. 42,5, larghezza cm. 4,3. Grovacca (siltite grigio-verde). Museo Egizio del Cairo
A cura di Ivo Prezioso
è considerato come il documento che attesta l’avvenuta unificazione delle Due Terre, anche se abbiamo visto che gli studi più recenti sono concordi nel ritenere che all’epoca di Narmer, l’Egitto (almeno il larga parte) fosse una realtà già acquisita da qualche generazione.
.La Tavolozza fu scoperta dagli archeologi britannici James Quibell e Frederick Green presso il tempio di Horus a Ieraconpoli, durante la campagna di scavo del 1897-98. Nonostante la veneranda età di oltre 5.000 anni si è preservata in condizioni pressoché perfette.
Il lato mostrato nell’immagine, si presenta sviluppato su tre registri.
In quello superiore, tra due rappresentazioni di una divinità dalla testa bovina (Bat, antesignana di Hathor? Si confronti in proposito la tavoletta di Gerza, risalente al periodo Naqada II) trova posto un “serekh” contenente due simboli geroglifici: un pesce siluro e uno scalpello, che si leggono “nr, mr” (Narmer). Il registro centrale presenta una imponente scena in cui il re indossa la Corona Bianca dell’Alto Egitto e il gonnellino “shendyt” da cui pende la coda di toro (Toro Possente) oltre alla barba posticcia ricurva (tipica delle divinità). E’ colto nell’atto di colpire con una mazza un nemico in ginocchio. Da notare come questa iconografia la ritroveremo per tutta la durata della storia egizia: una scena del tutto identica, ad esempio, la riconosciamo, riferita a Tolomeo XII, nel tempio di Horus a Edfu 3.000 anni più tardi. Dietro il sovrano è raffigurato un servitore: il suo portasandali. Nella parte superiore destra si trova un emblema complesso che combina la testa di un prigioniero con il simbolo geroglifico che rappresenta una palude, dominato da un falco. Il segno è stato generalmente interpretato come simbolo della sconfitta inflitta dal re alle regioni del Delta.Due nemici vinti occupano, invece, il registro inferiore.
La Tavolozza ci fornisce anche un ottimo esempio del modo in cui venne formandosi la scrittura geroglifica. Se ne può azzardare, con molta prudenza un’ipotetica lettura.
Nell’immagine il re è mostrato con la corona bianca dell’Alto Egitto (Hedjet). In cima alla tavoletta, come abbiamo visto, il nome del re, tra le due teste bovine, è rivelato da due geroglifici: un pesce siluro (nr) e uno scalpello (mr). Anche il nemico, sconfitto e in procinto di essere colpito dalla mazza, presenta a destra della testa due geroglifici: un arpione (wa) e uno stagno (sh): si può ipotizzare, quindi che il suo nome potesse essere, più o meno Washi. (Altra ipotesi è che i due segni possano, semplicemente, indicarne la regione di provenienza). Più oscuri sono, invece, i simboli raggruppati di fronte al re e posti al di sopra del prigioniero barbuto: Il falco Horo (il sovrano) ha tra gli artigli una corda che tiene il nemico vinto per la testa. Questa fuoriesce da un segno di forma allungata (allusione, forse, alla sua terra d’origine) da cui emergono sei steli di papiro. Gardiner interpreta il papiro come indicazione del Basso Egitto: Narmer, con la corona dell’Alto Egitto, avrebbe quindi sconfitto il Re del Basso Egitto ed unificato il Regno. La rappresentazione è oggetto di dibattito: secondo alcuni i sei papiri emergenti tra il falco e la testa del prigioniero potrebbero riferirsi ad una zona paludosa del Delta, altri interpretano ogni stelo con il valore numerico 1000, e quindi starebbe ad indicare un totale di 6.000 prigionieri sottomessi e catturati. I due nemici nudi raffigurati nel livello inferiore presentano ognuno alla propria sinistra un geroglifico. Una città murata e una specie di nodo (un riferimento, forse, al nome della città conquistata?).
L’altro lato della tavoletta si sviluppa su quattro registri. Quello superiore presenta la stessa scena della prima faccia, con il serekh contenente il nome di Narmer posto tra le due divinità con testa bovina.
Il secondo registro presenta il re e i suoi servitori intenti ad ispezionare i cadaveri decapitati dei nemici. L’abbigliamento del sovrano è lo stesso, con la sola differenza della corona. Indossa quella rossa del Basso Egitto ed i geroglifici del suo nome compaiono davanti al suo volto. E’ preceduto da vessilliferi recanti motivi araldici che potrebbero indicare gruppi di regioni diverse.
Il terzo registro ospita due animali fantastici dai lunghi colli che si intrecciano a formare l’incavo per la preparazione del cosmetico affiancati da due figure umane. E’ evidente la somiglianza di queste bestie mitiche con altre rappresentate su un sigillo cilindrico ritrovato tra le rovine di Uruk in Mesopotamia e risalente al tardo predinastico sumero. Un‘ ulteriore prova dei contatti culturali che le due aree ormai già da lungo tempo intrattenevano.
Il sigillo cilindrico del periodo protodinastico sumerico, in diaspro verde conservato al Museo del Louvre a Parigi; è evidente la somiglianza dei due animali fantastici.
Il quarto registro contiene una scena che rappresenta la distruzione di una città fortificata da parte di un toro (probabilmente, rappresentazione iconografica del sovrano) che calpesta un nemico annichilito dalla sua forza divina.
Benché in passato la Tavolozza, nel suo complesso, sia stata spesso interpretata come un’ attestazione dell’unificazione delle Due Terre, avvenuta all’inizio della I Dinastia, recenti scoperte hanno dimostrato che l’unità dell’Egitto (o almeno, di una gran parte) era una realtà già molto tempo prima del regno di Narmer. La decorazione della Tavolozza potrebbe, perciò, rivestire più un carattere commemorativo che storico, volto a sottolineare il potere regale.
Sull’identità di Narmer si dibatte da tempo. Alcuni lo hanno identificato con il Menes di Manetone, altri con Aha, altri ritengono che Menes e Aha siano due personaggi diversi e la questione è ancora ben lungi dall’essere chiarita.
Anche per questo lato proviamo a proporre un’ipotetica interpretazione.
Del primo registro abbiamo già detto che è identico a quello dell’altra facciata.
Nel secondo, il sovrano si presenta, invece, con la corona del Basso Egitto(Deshret): è palese, dall’iconografia delle due facciate messe a confronto, che egli domina su entrambe le porzioni del paese. La scena, nel suo insieme, ci mostra una processione. Narmer tiene in una mano la mazza e nell’altra il flagello, simboli di regalità e presenta, davanti al viso, i geroglifici che lo identificano. Dietro di lui un portatore di sandali. Il faraone è preceduto da un sacerdote dai lunghi capelli designato da due simboli: una briglia(tj)e un pane (t) (da leggersi Tjt o Tjet? il suo nome?). Debole, a mio avviso, l’ipotesi, pure avanzata, che possa trattarsi di una donna e che si regge unicamente sulla figura dai lunghi capelli e sulla presenza della figura del pane, interpretata come desinenza (t) del femminile.
Scorrendo la scena verso destra riconosciamo quattro portastendardi che sorreggono emblemi, probabilmente di regioni unificate. I simboli posti in cima ai vessilli sono nell’ordine una placenta(?), un canide(Upuawut?)e due uccelli. Tutti segni che faranno parte della scrittura geroglifica. All’estrema destra si trovano dieci corpi decapitati, con le teste poste tra le gambe. Sopra di loro i simboli di una barca, un falcone ed un arpione che potrebbero essere un riferimento ai nomi delle città sottomesse. Al di sotto due servi tengono per il collo, per mezzo di corde, due animali fantastici. Si tratta di due felini con corpi di leopardo o di leonessa, dai lunghi colli simili a serpenti che terminano con le teste che si fronteggiano.
Un’ ulteriore, verosimile, ipotesi è stata avanzata riguardo l’incavo formato dall’intreccio dei colli: non sarebbe destinato al mescolamento di un cosmetico, ma alla polverizzazione dei minerali utilizzati per colorare le statue delle divinità. In realtà l’oggetto sembrerebbe troppo grande per essere considerato una paletta da trucco, e quindi è plausibile un suo impiego cultuale e celebrativo.
Il registro inferiore, come già abbiamo visto, vede il sovrano in sembianze di Toro mentre incorna e demolisce le mura di una città, il cui nome, non identificabile, potrebbe essere indicato dal simbolo posto all’interno del semicerchio che rappresenta, in forma stilizzata, una cinta fortificata.
Come già accennato nell’articolo precedente non c’è la certezza su chi fu il quarto o quinto faraone della V dinastia tra Neferefra e Shepseskara, vedremo in seguito se eventuali indizi riusciranno a fare chiarezza (ne dubito).
Anche per Shepseskara, Sisires, Izi, Horo Shekemkhau si sa poco o nulla, Manetone, questa volta d’accordo con il papiro di Torino, ci dice che ha regnato 7 anni, dal 2467 al 2460 a.C.. Il suo nome significa “Nobile è l’anima di Ra” continuando la tradizione della fede nel Dio-Sole egiziano. Di lui è stato trovato solamente uno scarabeo, non si conosce il luogo dove è stato sepolto e non sono state trovate le tombe dei suoi funzionari e dignitari di Corte, forse a causa dell’estrema brevità del suo regno al quale venne data poca importanza. I vari nomi che gli vengono attribuiti sono dovuti alle diverse fonti che ci parlano di un faraone che avrebbe regnato in quel periodo, lo troviamo menzionato come Shepseskara solo sulla Tavoletta di Saqqara, compilata in epoca ramesside, circa 1200 anni dopo la sua morte, alla voce n. 28, nella quale compare la successione dinastica Neferikare, Shepseskara, Neferefra. Non compare nella lista dei re di Abydos, nel Canone di Torino non è chiaramente leggibile il nome, poiché il papiro presenta una lacuna in quel punto, si legge solo la durata del regno pari a 7 anni. Per quanto riguarda il nostro Manetone non esistono certezze, Sesto Giulio Africano, che riportò le cronologie dei sovrani egizi opera Manetone ci parla di una successione che vedrebbe “Nefercheres, Sisires, Cheres” verso metà della V dinastia, questo andrebbe abbastanza d’accordo con la Tavoletta di Saqqara.
La tesi sostenuta da molti egittologi è che abbia regnato solo un anno salendo al trono dopo Neferirkare Kakai e che dopo gli sia succeduto suo nipote Neferefra. Sempre secondo Sesto Giulio Africano, Manetone attribuisce a Sisires sette anni di regno mentre altre fonti riportano che la cifra di Manetone sarebbe di nove anni. Ma negli anni ottanta l’egittologo ceco Miroslav Verner, che operava nel sito, alla luce di numerose impronte di sigilli, recanti il nome di Horo Shekemkhau “Colui le cui apparizioni sono potenti”, all’interno del tempio di Neferefra, <<……che non fu costruito “fino alla morte di Neferefra”…….>>, sostenne che Shepseskara abbia regnato dopo Neferefra, secondo Verner, inoltre, il suo regno non sarebbe durato più di un paio di mesi al massimo, tesi condivisa dall’egittologo francese Nicolas Grimal nel 1988. Per alcuni invece sarebbe Neferefra il quarto re, che però compare solo nella lista dei re di Saqqara, mentre Shepseskara sarebbe il quinto. Questa discordanza è da ricondurre probabilmente al periodo turbolento ed alle lotte dinastiche di quel periodo, comunque se Shepseskara ha veramente regnato fu solo per breve tempo, senz’altro ancora meno di Neferefra. Non intendo approfondire oltre, in questa sede, l’indagine genealogica dell’intera dinastia, mi rimetto alle conclusioni tratte dagli studiosi che operano in questo argomento dove nulla può essere dato per certo.
Presumibilmente Shepseskara potrebbe appartenere al medesimo ramo della famiglia reale di Sahure e Userkaf, se così fosse gli si potrebbe attribuire la seconda piramide incompiuta di Abusir, sorprendentemente scoperta negli anni ’80 dal team archeologico ceco. Ho detto piramide incompiuta, ma in effetti non fu neppure iniziata, il terreno desertico venne spianato per una superficie quadrata di circa 100 metri quadri ed al centro fu iniziato lo scavo di una fossa a forma di T. Questo fossato doveva consentire lavori simultanei durante la costruzione della piramide e sulle sue sottostrutture. Questa nuova tecnica di costruzione è stata adottata per tutte le piramidi della V dinastia ed è visibile direttamente nella Piramide di Neferefre, anch’essa lasciata incompiuta. Si può facilmente presumere che la costruzione di questo sito sia continuata solo per alcune settimane o solo per un mese. Dalle dimensioni della parte spianata si deduce che la piramide, una volta costruita, avrebbe raggiunto circa 73 metri di altezza e sarebbe stata la più grande ad Abusir, seconda solo a quella di Neferirkare Kakai. Analizzando alcuni frammenti di argilla, sui quali è riportato il nome di Shepeseskara, l’egittologo svizzero Peter Kaplony ha dedotto che l’antico nome della piramide si potesse ricostruire come “Rsj-Spss-k3-R’” ovvero “Resi-Shepseskara” con il significato di “Il risveglio di Shepseskara”. Affermazione che trova contrario Verner secondo il quale la lettura di alcuni segni e la loro interpretazione non rappresenterebbero il nome della piramide.
Non essendo in possesso di informazioni più precise su Shepseskara non è possibile neppure azzardare ipotesi circa la sua famiglia, moglie e figli. Secondo alcuni sarebbe stato figlio del faraone Sahure e di sua moglie, la regina Meretnebty. Quando nel 2008 venne riscoperta, da parte di Zahi Hawass, la piramide senza testa venne subito attribuita al faraone Menkauhor Kaiu sciogliendo i molti dubbi sull’appartenenza della piramide incompiuta di Abusir dando conferma all’ipotesi di Verner che questa possa essere appartenuta a Shepseskara. A questo punto furono molti gli egittologi che si convinsero della bontà dell’ipotesi di Verner, tra questi Darrell Baker ed Erik Hornung secondo cui il regno di Shepseskare fu davvero effimero. A tutt’oggi non si è neppure certi che Shepseskara abbia iniziato la costruzione di un tempio del Sole.
Scoperta a Deir el- Bersha, tomba 10, pozzo A, Djehutynakht.
A cura di Patrizia Burlini
Tra gli oltre cento modellini in legno trovati sparsi nella tomba di Djehutynakht, questa processione si distingue per la sua qualità esecutiva. L’abilità e la delicatezza con cui è stato scolpito e dipinto questo modellino, lo classificano tra i migliori mai trovati in Egitto. Mostra un uomo e tre donne che portano offerte per mantenere il ka di Djehutynakht nell’aldilà. Ogni figura avanza con la gamba sinistra in avanti, secondo l’iconografia tradizionale. Un sacerdote apre la strada, portando un vaso da cerimonia cerimoniale e un bruciaincenso da utilizzare nei riti di sepoltura. Seguono due donne con offerte di cibo e bevande: la prima porta un cesto di pane e un’anatra, mentre la seconda porta un’altra anatra e un cesto pieno di barattoli di birra. La terza donna fornisce oggetti per la cura personale di Djehutynakht, un piccolo scrigno cosmetico in legno e uno specchio, quest’ultimo appeso a tracolla in una custodia di pelle animale.
Questa breve processione fornisce simbolicamente tutto ciò che era essenziale per sostenere Djehutynakht nell’eternità: cibo, bevande, oggetti di ornamento personale e l’incenso, usato per attirare e placare le divinità e i morti benedetti. La processione fu trovata rovesciata tra il Sarcofago di Djehutynakht e il muro orientale della sua camera funeraria, in una pila di modellini rotti che i ladri avevano gettato da parte.
Anche se le quattro figure erano rimaste attaccate quando il modello fu scoperto, i due portatori centrali avevano perso le braccia alzate e quasi tutte le offerte si erano staccate. Alcuni pezzi sono stati trovati ad una considerevole distanza. Dalla sua scoperta, la scena è stata ricostruita due volte. Il primo tentativo, effettuato nel 1941 prima che tutti gli elementi fossero stati identificati, era errato. La configurazione attuale è stata composta nel 1987.
Una bella immagine della ricostruzione precedente, con lo specchio portato dal sacerdote
è considerato uno dei più bei sarcofagi del Medio Regno.
Il sarcofago, in legno di cedro importato dal Libano, presenta delle decorazioni sia sulla faccia esterna che interna. Si tratta di dipinti e testi funerari propiziatori al passaggio di Djehutynakht nell’aldilà e al sostentamento del suo ka nell’eternità. A differenza dei sarcofagi di epoche successive che presentavano elaborate decorazioni esterne, quelli del primo Medio Regno erano relativamente semplici all’esterno, ma splendidamente decorati all’interno. Secondo la descrizione del MFA, « I dipinti all’interno della bara di Djehutynakht sono dei veri capolavori, squisitamente dettagliati in una vernice spessa e dai colori vivaci. Le pennellate scrupolose dell’artista e l’uso eloquente dell’ombreggiatura hanno prodotto un livello di realismo raramente superato nell’arte egizia. »La scena principale è sul lato sinistro della bara nel punto in cui una volta era rivolta la testa di Djehutynakht (gli occhi rappresentati sopra la falsa porta avrebbero permesso al defunto di guardare all’esterno).
La falsa porta
Il punto focale è la falsa porta, decorata in modo elaborato, attraverso la quale il ka può passare tra l’aldilà e il mondo dei vivi. Djehutynakht si siede davanti alla falsa porta e riceve un’offerta di incenso. Di fronte e sotto di lui sono rappresentate ricche offerte ordinatamente ammucchiate, tra cui un vaso da vino cerimoniale di grandi dimensioni, oli sacri, le gambe e le teste di bestiame maculato, tavoli carichi di frutta, verdura, carne, pane e oche magnificamente dettagliate.
Djehutynakht riceve le offerte
Dettaglio
Di particolare importanza sono i cosiddetti Testi dei Sarcofagi, inseriti nelle colonne con i piccoli geroglifici, una raccolta di rituali e incantesimi funerari volti a proteggere e guidare i defunti nel loro cammino verso l’aldilà. I testi dei Sarcofagi sono un’ evoluzione dei Testi delle Piramidi (riservati unicamente ai faraoni).Oltre ad essere scritti direttamente sui sarcofagi, si distinguono dai testi delle Piramidi perché esprimono i sentimenti più personali del defunto.
Riporto da Wikipedia: « i Testi dei sarcofagi costituiscono un importante passaggio per l’evoluzione dei testi sacri della religione egizia: evoluzione che porterà al Libro dei morti. Dopo il Primo periodo intermedio, spesso descritto come un’epoca oscura per la civiltà del Nilo, la comparsa di questi Testi è sintomo dell’uscita della civiltà egizia da un lungo periodo di anarchia politica e religiosa dovuta alle lotte sociali e politiche che, iniziate alla fine dell’Antico Regno con la caduta della VI dinastia egizia, ebbero notevole influsso sulla religione e sui riti. »
Statuetta rappresentante Djehutynakht
PROVENIENZA: Deir el-Bersha, Tomba 10, pozzo A. Maggio 1915. XI-XII Dinastia
Da Saqqara saliamo verso nord di alcuni chilometri ed incontriamo il villaggio di Abusir (o Abu Sir) situato a sud-ovest del Cairo. Presso il villaggio si trova un’importante necropoli che prende il nome del villaggio stesso, fu la necropoli dei faraoni della V dinastia ma ospitò anche numerose tombe a mastaba dei nobili, tra queste si distingue per la sua imponenza la mastaba di Ptahshepses, recentemente è stata scoperta la tomba intatta di Neferinpu. Le sabbie del deserto hanno preservato sino a noi numerosi papiri, i primi furono ritrovati per caso durante scavi illegali nel 1893 nella vicina Abu Gurab ed in seguito ne furono scoperti numerosi altri presso la necropoli di Abusir. Purtroppo ridotti in frammenti, i “Papiri di Abusir”, come vennero chiamati, risalgono all’incirca al XXIV secolo a.C. all’epoca della V dinastia e sono tra i più antichi ad essere giunti sino a noi. Utilizzando le informazioni contenute nei primi papiri a metà degli anni settanta la missione ceca, guidata dall’egittologo Miroslav Verner, scavò il monumento funerario di Neferkhau dove, nei magazzini della parte nord-occidentale della struttura, rinvenne oltre 2000 frammenti di papiro. Documenti di vitale importanza, pare certo che questi fossero rilegati con copertine di pelle e contenuti in scatole di legno. Da essi sono state tratte importanti informazioni dettagliate su come veniva gestita una struttura mortuaria reale, in essi venivano riportati i turni per i sacerdoti, gli elenchi delle offerte, lettere e permessi.
Non mi dilungherò ulteriormente sulla storia dei papiri di Abusir rimandando gli interessati alla consultazione delle pubblicazioni specifiche, alcune delle quali sono citate nella bibliografia, per completezza aggiungo solo che, ricerche sempre più approfondite sono state effettuate negli anni settanta, oggi sono in corso ulteriori scavi da parte dell’Istituto di egittologia dell’Università di Waseda, lavori iniziati nel settembre del 1990. Ma veniamo alle piramidi, i primi esploratori ne rinvennero ben 14, purtroppo oggi rimangono solo più le rovine di quattro di esse, sono quelle di Nebkhau, Setibtawy, Userkhau ed una non meglio identificata, incompiuta che si pensa sia appartenuta a Neferefra (Neferkhau).
Neferefra, Cheres, Raneferef, Khaneferra, Horo Neferkhau è il quarto, (o quinto), faraone della V dinastia. Quasi del tutto sconosciuto, nonostante il suo nome sia citato, oltre che nelle liste dei re, in alcune tombe private, tra cui quelle di due sacerdoti addetti al suo culto funerario. Qualcosa in più si venne a sapere quando gli scavi effettuati dall’Università di Praga ad Abusir nel 1980-1986 portarono al ritrovamento dei citati “Papiri di Abusir”. La durata del suo regno è ancora oggetto di controversie, Manetone, come pure Sesto Africano gli attribuiscono 20 anni ma molti egittologi, basandosi sulla incompletezza dei suoi monumenti funerari, optano per assegnargli una durata decisamente inferiore. Stando agli archeologi, Neferefra fu probabilmente consorte, o figlio di Khentkaus II, quel poco che sappiamo riguardo al suo regno ci è stato restituito, come detto sopra, dalle sabbie del deserto grazie al ritrovamento dei “Papiri di Abusir”.
Per quanto riguarda la sua piramide incompiuta, questa venne ritenuta da Lepsius e De Morgan un edificio iniziato ed abbandonato anzitempo e mai utilizzato per lo scopo previsto, il seppellimento ed il culto di un faraone. Anche Borchardt, in un primo tempo, giunse alla medesima conclusione dopo aver esplorato l’interno. L’ingresso alla piramide, che venne chiamata “Divino di anima è Neferefra”, si trovava al centro della parete nord, appena sopra il livello del suolo. Di li si dipartiva un corridoio discendente che, dopo aver girato leggermente verso sud-est, terminava in un’anticamera. All’estremità inferiore era provvisto di un paramento in granito rosa sbarrato con altri blocchi dello stesso materiale. Al centro del corridoio si trovava un altro massiccio sbarramento in granito rosa con un sistema mai visto altrove, una specie di mandibole serrate tra di loro. L’anticamera come la camera funeraria erano sovrastate da un tetto a capriata fatto con grossi blocchi di calcare bianco. Purtroppo la forma incompiuta ed il facile accesso ha fatto si che già fin dall’antichità la piramide venisse utilizzata dai saccheggiatori come cava di pietra. Penetrati dall’alto i saccheggiatori approntarono una specie di laboratorio all’interno per tagliare le grosse pietre in parti più piccole e maneggiabili.
Dopo il primo saccheggio avvenuto probabilmente nel primo periodo intermedio, come per tutta l’area di Abusir, il saccheggio continuò per secoli, nel Nuovo Regno ed in epoca romana fino al XIX secolo. Agli archeologi non sono rimasti che piccoli reperti del corredo funerario. Alcuni pezzi del sarcofago in granito, frammenti di quattro canopi di alabastro, alcuni contenitori per offerte e, cosa più preziosa di tutte, resti di mummia del sovrano che si rivelarono appartenere ad un uomo di circa 20-25 anni. Anche il suo tempio solare, “Il cuore di Ra è nella gioia”, non è stato ancora identificato.
Raffigurazione dal Libro dei Morti di Nestanebtasheru, noto come “Papiro Greenfield”. Ventunesima Dinastia, British Museum
A cura di Francesco Alba
Secondo uno dei più consolidati miti egizi, i primordi della creazione furono caratterizzati da una serie di eventi cosmici.
Shu (l’aria asciutta, datrice di vita, la luce del sole) e Tefnut (l’umidità, la rugiada mattutina) si separarono dal loro padre Atum, emerso dalle acque del Nun, formando la prima coppia che si congiunse nella prima unione sessuale fra maschio e femmina. Tefnut diede quindi alla luce un’altra coppia di divinità, un figlio, Geb (la Terra) e una figlia, Nut (il Cielo). Geb e Nut si strinsero l’un l’altra così ardentemente da non lasciare più alcuno spazio fra di loro per qualsiasi futuro essere vivente. Nut, pur avendo concepito dei figli non poteva (o non voleva) darli alla luce. Sembrava che Geb e Nut volessero quasi diventare una cosa sola, invertendo l’evoluzione del cosmo verso la diversità. Perché la creazione procedesse adeguatamente si rendeva dunque necessaria un’altra separazione e, nella sua nuova manifestazione quale datore di vita, Shu si fece carico di separare la coppia divina.
Secondo il capitolo 76 dei Testi dei Sarcofagi, Shu sollevò sua figlia Nut e pose Geb, suo figlio, sotto i suoi piedi. Questa immagine fu dettagliatamente raffigurata per la prima volta sui sarcofagi e sui papiri funerari alla fine del Nuovo Regno. Geb è mostrato in una posa scomposta sul fondo dell’immagine, talvolta ancora in uno stato di eccitazione sessuale. Shu sta in piedi con le braccia sollevate per sostenere il corpo arcuato di Nut, che tocca entrambi gli orizzonti con le mani e i piedi. La posizione delle braccia sollevate allude con evidenza al geroglifico col quale si scrive la parola “ka” (forza vitale o essenza vitale) che sottolinea il ruolo di Shu nel rendere possibile la vita.
Diversi altri esseri, incluse le entità note come divinità Heh, sono talvolta mostrate nell’atto di assistere Shu nel sostenere il cielo sopra la terra .E così furono fissati definitivamente i confini del mondo fisico: lo spazio superiore (Nut), l’atmosfera (Shu) e la terra (Geb), circondati dalle oscure acque primordiali del Nun. La separazione di Nut e Geb permise la nascita dei loro figli. Questi furono gli dei Osiride, Seth e Horo e le dee Iside e Nefti (alcune fonti non considerano Horo).
La tradizione religiosa risalente ai Testi delle Piramidi narra di Seth che uscì con violenza dal seno di sua madre. Seth era una divinità la cui natura lo metteva in relazione al caos; il giorno della sua nascita era considerato il giorno in cui il disordine e la discordia avevano fatto per la prima volta il loro ingresso nel mondo. Osiride, Seth, Iside e Nefti, insieme a Geb e Nut, Shu e Tefnut e Ra-Atum costituirono un gruppo di quattro generazioni di divinità noto come l’Enneade Eliopolitana o Grande Enneade.
Fonte: G. Pinch. Handbook of Egyptian Mythology ABC-CLIO – 2002
Quando sul pavimento dell’anticamera fu scorta questa meraviglia, un oggetto in alabastro traslucido che, alla luce delle torce, rimandava bellissimi riflessi, Carter ne restò particolarmente affascinato. Si trovava lì, sicuramente abbandonata dai profanatori, probabilmente colti sul fatto. Si tratta di un calice a forma di fior di loto in piena fioritura con i petali arrotondati magnificamente scolpiti in bassorilievo. E’ ricavata da un unico blocco di calcite ed è sostenuta da un piede a forma di tromba rovesciata dal quale si dipartono due elaborate composizioni che vanno a costituirne i manici. Tre steli per ciascun lato, prendono la forma di fiori di loto blu (uno aperto e due boccioli) in cima ai quali, inginocchiata su un cesto “neb”(= signore), si staglia la figura di Heh, il dio simboleggiante l’eternità. Tiene in ciascuna mano un ramo di palma le cui tacche per il computo rappresentano il geroglifico “rnpt” (=anno). Esso poggia su un girino (equivalente di centomila) a sua volta disteso su un simbolo “shn”(= infinito). Tra le mani del dio sono presenti due “ankh”(= vita). L’intera rappresentazione è, quindi, l’augurio di regno eterno per il faraone. Il fiore di loto a calice aperto che forma la coppa è quello della varietà bianca che sembra essere stato utilizzato nell’antico Egitto espressamente come modello per la realizzazione di eleganti oggetti per servire da bere. Nella collezione dell’ Eton College è conservato il frammento di una placca che mostra Tutankhamon sorseggiare da un calice simile. La coppa è inoltre decorata da una serie di raffinate iscrizioni incise e riempite con pigmento blu. Al centro, un rettangolo riporta all’interno il nome e il prenome del faraone affiancati da un’iscrizione che lo definisce “Amato da Amon, Signore dei troni delle Due Terre e del Cielo”. Il bordo ospita, invece, due iscrizioni distribuite sulla stessa linea.
Traslitterazione e traduzione delle iscrizioni sulla coppa in alabastro. (A cura di Paolo Belloni)
La lettura inizia dal centro, precisamente dal segno “ankh” in un gioco di simmetria così tipico dei canoni estetici egizi. Una metà del testo ci restituisce la titolatura del re, l’altra metà recita “Che abbia vita il tuo Ka, possa tu trascorrere milioni di anni, oh tu che ami Waset (Tebe), seduto col tuo viso verso il vento del nord, i tuoi occhi vedendo la felicità”. Per questa frase l’oggetto fu soprannominato “Tazza dei desideri”.
Carter doveva essere particolarmente legato a questo reperto. Dispose infatti che sulla sua lapide nel cimitero di Putney Vale a Londra fosse scolpita proprio questa frase. Parole che nonostante i 3300 anni trascorsi conservano intatte la loro eterna bellezza.