Stele

STELE PER KETI E SENET

Di Francesco Alba

Fine Primo Periodo Intermedio – Medio Regno
Tarda Undicesima Dinastia – Dodicesima Dinastia (ca. 2061 – 1900 a.C.)
Dimensioni: 35,5 x 20,7 x 5,5 cm
Luogo di provenienza sconosciuto. Acquisito nel 1821 da Ernst August Burghart.
N. inventario: Ägyptische Sammlung, INV 95
Kunsthistorisches Museum Wien, Ägyptisch – Orientalische Sammlung
www.khm.at/en/object/325567/

Stele in calcare dipinto per Keti e Senet

L’iscrizione riportata su questa stele funeraria dichiara che le due donne, raffigurate in piedi di fronte ad una tavola per le offerte, sono sorelle. Entrambe tengono un fazzoletto in una mano mentre inalano il profumo datore di vita di un fiore di loto retto con l’altra mano. Come è noto, il loto era simbolo di rinascita e rigenerazione.

La maggior parte delle informazioni che abbiamo sul Primo Periodo Intermedio proviene dalle stele funerarie che venivano depositate nelle cappelle delle tombe. Come nelle epoche precedenti, vi compare il defunto – in questo caso le due giovani, di ascendenza ignota, di fronte a un tavolo per le offerte sul quale sono depositate le vivande necessarie alla sussistenza nell’Aldilà.

Riferimento:

Speciale Storica – National Geographic

I Primi Faraoni – I Signori del Nilo

Ottobre 2020. N. 49

Mai cosa simile fu fatta, Nuovo Regno, Templi

LA GRANDE SALA IPOSTILA

Di Franca Loi

Tempio di karnak: ricostruzione della grande sala i postila.
Questo modello è conservato presso il Metropolitan Museum of Art di New York

Seti I, il secondo faraone della XIX dinastia, era figlio di Ramesse I e padre di Ramesse II che volle associarsi al trono.

Bassorilievo dipinto raffigurante Seti I
Cartiglio di Seti I

Giunto al potere riorganizzò l’esercito e fronteggiò rivolte scoppiate in Siria e Palestina. Dopo diverse campagne, una delle quali lo vide impegnato ad affrontare i libici che sbaragliò, partì alla ricerca del vero nemico, gli ittiti. A Qadesh, dove ebbe luogo lo scontro, Seti riuscì ad avere ragione dei ribelli: tornò in patria con prigionieri Ittiti. Fu stipulato un trattato rimasto ignoto, di questo si accennera’ in un successivo trattato del 1268. La sua politica fu rivolta al recupero di gran parte dell’Impero lasciato da Tutmosi III; una volta rafforzate le frontiere aprì miniere,cave e pozzi.

Seti I vittorioso in battaglia rilievo di calcare.
Dettaglio del muraglione esterno della grande sala ipostila

Pago dei successi ottenuti si dedicò al restauro di tutti i templi dal Delta alla Nubia (la sua iscrizione “restaurato da Seti” compare un po’ dappertutto) e alla grande sala ipostila del tempio di Karnak progettata dal padre.

Il tempio di Karnak, dopo le piramidi, è il più imponente edificio costruito in Egitto, le sue proporzioni gigantesche esprimono la potenza di Ammone e del suo clero e nel contempo la grandezza dei faraoni del Nuovo Regno.

Ricostruzione della parte centrale della grande sala i postila a karnak.
(Ricostruzione di Chipiez)
La grande sala ipostila ha una pianta basilicale con una navata centrale sorretta da alte colonne con capitelli di papiri aperti perché questo spazio riceve la luce del sole attraverso graticci e navate con capitelli chiusi perché rimangono perennemente in ombra. Questa pianta basilicale è una innovazione della XIX dinastia che traduce in architettura il simbolismo della creazione. La stanza rappresentava cosi la palude primordiale dalla quale emerge una foresta di papiri o di loto stilizzata dalle colonne che sono quindi in stato vegetativo nelle parti buie della stanza e fioriscono nella navata centrale inondata di luce.

” tutto ciò che avevo visto a Tebe, che avevo ammirato con entusiasmo sulla riva sinistra, mi parve miserabile al confronto delle concezioni gigantesche che mi circondavano…….. nessun popolo antico o moderno ha concepito l’arte dell’architettura in scala così sublime, così vasta e grandiosa come fecero gli antichi egiziani, essi concepivano da uomini alti 100 piedi (Champollion).”

La grande sala i postila, costruita dal faraone Seti I e completata da Ramses II, è formata da 134 colonne, vicine tra di loro, decorate con capitelli a forma di papiro che creano la sensazione di vera e propria foresta di pietra rievocante la primordiale foresta di papiri.

A nord del tempio, sul muraglione esterno, Seti fece incidere rilievi che sono un inno alle sue imprese: le scene guerresche rappresentate “uniscono alle lodi del coraggio personale del re molte notizie di genuino carattere storico”.

Particolari della grande sala ipostila

Le enormi colonne della grande sala ipostila

Sarà il figlio Ramesse II ad ampliare abbellire e completare la grande sala i postila che oggi ai nostri occhi appare “una vera foresta di pietra con 134 enormi colonne di cui quelle centrali sono più alte delle altre… per la sua immensa concezione architettonica la sala i postila si può considerare la prima vera cattedrale del mondo… l’immensa foresta di colonne che rappresentava il papireto della creazione, non è fatta a misura d’uomo ma Divina”.

Il tempio di Amon-Ra nel complesso di Karnak, come apparve alla spedizione napoleonica del 1789

FONTE:

ANTICO EGITTO-MAURIZIO DAMIANO-ELECTA

L’EGITTO DEI FARAONI-FEDERICO A.ARBORIO MELLA-MURSIA

LA CIVILTÀ EGIZIA ALAN GARDINER-EINAUDI

WIKIPEDIA

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Nuovo Regno

STATUA DI SETHI I come portastendardo

Di Grazia Musso

Scisto, altezza cm 22
Da Abydos
Museo Egizio del Cairo – CG 751

Con l’ascesa al trono di Sethi I, si conclude quel processo di controriforma innescato come reazione al periodo di Amarna.

In un clima tutto improntato al ritorno al passato, la statuaria e, in generale, tutte le manifestazioni artistiche traggono la loro aspirazione da modelli del periodo thurmoside, rifiutando così apertamente tutte le tendenze che avevano contribuito a rendere così fervido e innovativo il momento culturale compreso tra il regno di Amenofi III e quello degli immediati successori di Akhenaton.

Alcune delle acquisizioni del periodo amarniano erano però riuscite a filtrare e si erano mantenute nonostante il desiderio dell’autorità costituita (stato e clero) di far apparire che nulla fosse accaduto nel ventennio antecedente il regno di Tutankhamon.

L’effetto di vibrazione di certe opere amarniane si ritrova negli elaborati abbigliamenti del primo periodo ramesside, che mostrano un raffinato gioco di plisettatura che crea una movimentata alternsnza tra luce e ombra.

È il caso di questa statua di Sethy I, nella quale il complicato annodarsi del vestito, sotto il torace a destra, costituisce il centro delle pieghe che si irradiano verso l’esterno della figura, con un movimento centifrugo che non ha nulla da invidiare alle sculture di epoca amarniana, nonostante la resa muscolare sia più sobria.

L”effetto luministico dell’abito è controbilanciato da quello della parrucca, sulle cui trecce si sviluppano delle nervature discendenti.

Abbigliamento e parrucca formano una preziosa cornice al volto, che ha forme piene e i cui tratti riproducono l’effige idealizzato di Sety I.

Nonostante il naso arcuato e il taglio della bocca richiamino la statutaria thurmoside, gli occhi sono racchiusi da palpebre pesanti, reminescenze della tradizione post-amarniana.

La scultura proviene da Abido, località dove l’attività di Sethy I fu più intensa.

Ad Abido, Sethy I, fece erigere un tempio e un cenotafio dedicati al dio Osiride, per legittimare l’ascesa al trono d’Egitto della propria casata.

Originariamente, la statua doveva raffigurare il sovrano incedente con le braccia distese lungo i fianchi.

Il braccio sinistro sosteneva uno stendardo di cui è andata perduta l’estremità superiore, impedendo così di identificare la divinità raffiguratavi

Fonte

Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star.

Kemet Djedu

RAHOTEP E NOFRET

Di Livio Secco

La coppia statuaria di Rahotep e Nofret custodita oggi al Museo Egizio del Cairo è un reperto celeberrimo per la riuscita realizzazione tenendo sempre ben presente che si tratta giusto di qualche millennio fa.

Tra tutte le persone incantate ci sono anch’io ed ho pensato bene di trasformarlo in una breve esercitazione del Laboratorio di Filologia Egizia dedicato agli allievi che hanno già frequentato il corso grammaticale.

In ogni caso non fatevi ingannare: è un lavoro di traduzione non impossibile ma certamente non facile. Infatti è ricco di ciò che chiamiamo scrittura difettiva. Per esigenze di spazio, e per le numerose tautologie, le grafie di molti titoli venivano ridotte nel numero dei segni con i quali avrebbero dovuto essere scritte per intero. In contesti ben evidenti, come quelli templari e funerari, non ci sarebbe stato il rischio di errate comprensioni, pertanto si poteva procedere con la tachigrafia delle titolature.

Per chi studia i geroglifici un problema in più che avvalora la sfida di comprenderli.

Come al solito ho aggiunto la riga di lettura in italiano secondo la codifica IPA.


Per coloro che volessero iniziare ad impegnarsi in questa stupenda GINNASTICA INTELLETTUALE non posso che raccomandare il seguente kit completo per l’autodidatta:


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Mai cosa simile fu fatta, Nuovo Regno, Templi

L’OSIREION

Di Grazia Musso

I cenotafi ( dal greco kenotafion “tomba vuota”), ossia simulacri di tomba, erano utilizzati correntemente fin dalle prime dinastie dai faraoni egizi, che potevano avere più mastabe o piramidi, di cui una sola era la vera sepoltura, mentre gli altri erano monumenti funerari.

Tale usanza si basava sul simbolismo egizio, per cui si riteneva che la parola, l’immagine o il simulacro potessero sostituire l’oggetto reale.

Così i cenotafi furono usati perché i faraoni potessero essere presenti, con la sepoltura, tanto al nord quanto al sud, oppure ad Abydos, presso Osiris.

Lo scopo era essere accanto al dio, per assicurarsi la sopravvivenza nell’aldilà e la resurrezione.

Il cenotafio di Sethy I o Osireion si trova alle spalle del tempio di Sethy I dietro e in asse col tempio, ma vi si accede da nord.

Il monumento è la rappresentazione architettonica di una concezione cosmoligico-religiosa e rappresenta il tumulto primordiale ove nacque il mondo, circondato dalle acque primeve; è dunque costituita da una sorta di collina artificiale (una sala) circondata dall’acqua e da due file di cinque pilastri monolitici in granito rosa su cui appoggiavano gli architrave, la parte centrale era a cielo aperto.

Vi si legge la simbologia della collina, su cui probabilmente veniva seminato l’orzo, la cui nascita simboleggia a la resurrezione di Osiris.

E, rappresentando il cenotafio del dio, un’altra sala ha la forma di un sarcofago e un soffitto astronomico a profilo curvo con la dea Nut, il cammino del sole e il levarsi delle stelle.

Ricostruzione dell’Osireion

Fonti

Dizionario Enciclopedico dell’ Antico Egitto e delle civiltà nubiane – Maurizio Damiano – Appia – Mondadori.

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

C'era una volta l'Egitto, II Periodo Intermedio, XVII Dinastia

IAHHOTEP (O AHHOTEP I)

LA SPOSA DI SEQENENRA TA’O E IL FIGLIO  KAMOSE

Di Piero Cargnino

Alla morte di Seqenenra Ta’o a Tebe rimane la sua Sposa Reale Iahhotep (o Ahhotep I), (Iah è contento, Iah era il nome attribuito alla dea luna).

Figlia del faraone Senekhtenra e della Grande Sposa reale Tetisheri, visse a Tebe e andò sposa al proprio fratello Seqenenra Ta’o, (colui che accresce il coraggio grazie alla luce divina), ottenendo vari titoli tra cui: “Grande sposa Reale”, “Unita al Portatore della Corona Bianca”, (khnemet nefer hedjet) oltre a quello di “Madre del re”, (mwt niswt), riportato sul suo sarcofago trovato a Deir el-Bahari.

Iahhotep rimase vedova con i due figli Kamose e Ahmose ai quali trasmise la volontà di continuare nell’opera iniziata del padre. A Seqenenra Ta’o successe il figlio Kamose che regnò per tre o cinque anni.

Una curiosità, con Kamose iniziano i nomi teofori che comprendono un glifo che rappresenta le corna del toro lunare, alcuni studiosi ritengono che l’immagine sia di origine semita.

Indipendentemente dalla durata il suo regno assume una notevole importanza per le fondamentali iniziative militari che egli intraprese contro gli Hyksos che erano giunti ormai a governare la maggior parte del Paese.

Di questo ce ne parla la “Tavoletta Carnarvon”, uno dei due frammenti di una stele di legno di grandi dimensioni ritrovata nel 1909 nella tomba n. 9 a Tebe da Howard Carter che lavorava per lord Carnarvon. Le tavolette sono interamente scritte in ieratico e riportano parti del resoconto delle campagne militari di Kamose. Quanto riportato nelle tavolette ci fornisce un quadro sufficientemente esaustivo circa le varie campagne di questo sovrano.

Kamose vuole liberare l’Egitto una volta per tutte per riportarlo al suo antico splendore:

<<……… Sua Maestà radunò nel palazzo il consiglio dei nobili al suo seguito e cosi parlò: “Io vorrei sapere a cosa serve questa mia forza, quando un sovrano siede ad Avaris ed un altro a Kush ed io siedo sul trono insieme a un asiatico e a un nubiano, ciascuno in possesso della sua fetta d’Egitto e io non posso andare a Menfi senza passare davanti a loro”…….>>,

ma i suoi ministri sono contrari a denunciare i trattati stipulati con i sovrani Hyksos ricordando i vantaggi dello status quo:

<<………Guarda, tutti sono fedeli fino a Qir. Noi siamo tranquilli nella nostra parte di Egitto. Elefantina è potente, e la parte centrale (delle terre) ci è fedele fino a Qir. Gli uomini conservano per noi il meglio delle loro terre. Le nostre mandrie pascolano nelle paludi dei papiri. Il grano è disponibile per i nostri maiali. Le nostre mandrie non vengono rubate……..>>.

Kamose però è irremovibile:

<<………Nessuno può riposarsi quando viene spogliato dalle tasse dell’asiatico. Io voglio sollevarmi contro di lui e io spero di aprire il suo ventre. La mia speranza è di liberare l’Egitto e scacciare l’asiatico……….>>.

Kamose iniziò subito una campagna militare scagliandosi a nord, contro Neferusy, nei pressi di Ermopoli dove regnava Teti, governante egizio, vassallo degli Hyksos. La “Tavoletta Carnarvon” racconta che  Kamose vi giunse verso sera ma rimandò l’attacco all’indomani:

<<…….appena fu chiaro, mi abbattei su di lui come un falco. E quando giunse l’ora di profumarsi la bocca, lo sconfissi, rasi al suolo le sue mura, uccisi la sua gente e ordinai che sua moglie scendesse sulla riva del fiume…….>>.

Secondo gli studiosi a questo punto gli Hyksos sentono traballare il loro regno quindi sobillano i nubiani alla rivolta in modo da creare un doppio fronte a sud, ma, mentre Kamose avanza vittoriosamente verso nord, sua madre Iahhotep si preoccupa di rafforzare la frontiera a sud, a Elefantina.

Nel secondo anno, Kamose si diresse a sud, verso la terra di Kush governata da un alleato di Apopis. I nubiani vengono sconfitti e l’alleanza con gli Hyksos naufraga. Di questa spedizione ci è giunta una relazione scritta su di una stele commemorativa ritrovata a Buhen. Ulteriori testi che ci sono pervenuti riportano che nel terzo anno di guerra Kamose giunse fino al Delta. Kamose è ormai vicino alla fortezza di Avari e schernisce l’avversario con vanterie e minacce:

<<……..Il tuo cuore è spezzato, vile asiatico, tu che solevi dire: Io sono il padrone e non c’è nessuno che mi sia pari da Khmun e Pi-Hathor fino ad Avari………>>.

L’avanzata vittoriosa di Kamose stranamente si arresta in vista della capitale degli Hyksos, Avaris. La stele si conclude con il racconto del trionfale ritorno di Kamose nella capitale, acclamato da una popolazione in preda a una gioia quasi isterica. Ma di li a poco Kamose esce di scena, forse anche lui morì in battaglia.

Essendo Ahmose ancora troppo piccolo per agire, Iahhotep assume il potere come reggente su un territorio ora decisamente più vasto e continuò la lotta contro gli Hyksos finché Ahmose non ebbe l’età adatta per regnare da solo.

Una stele di Ahmose, nel tempio di Karnak, evidenzia il difficile ruolo che dovette affrontare la regina per riaccendere gli entusiasmi vacillanti di coloro che non erano d’accordo di proseguire la lotta. Comportandosi da vero faraone prese la decisione e governò l’Egitto con fermezza. Recita la stele:

<<……..Cantate le lodi della Signora delle rive delle lontane contrade……….lei che governa le moltitudini, lei che si prende cura dell’Egitto……….lei che ha pacificato l’Alto Egitto e sottomesso i ribelli………>>.

Da queste parole si può dedurre che Iahhotep abbia dovuto far fronte ad un tentativo di rivolta al sud comportandosi da vero capo militare. Durante il suo regno Kamose cambiò il nome per tre volte, cosa che indusse gli archeologi a credere che i sovrani fossero stati tre. L’ipotesi decadde quando si apprese, dalla relazione degli ispettori alle tombe inviati da Ramesse IX nella necropoli di Dra Abu el-Naga, riportata nel Papiro Abbott, che esisteva una sola tomba a nome di Kamose e la stessa viene definita:

<<……….. Il sepolcro del Re, il Sole che provvede alla creazione, il figlio del Sole, Kamose, esaminato oggi, era in buono stato……….>>.

Con Kamose finisce la XVII dinastia egizia, siamo all’incirca nel 1550 a.C. e finisce anche il Secondo Periodo Intermedio. A questo faraone va riconosciuto il merito di aver raccolto l’eredità di suo padre, Seqenenra Ta’o ed aver risvegliato l’orgoglio degli antichi faraoni, era un guerriero valoroso, voleva liberare l’Egitto dall’occupazione straniera, ma ci vorrà ancora del tempo. Non vedrà la sua terra libera, il destino non glielo permise, la gloria toccherà a suo fratello Ahmose I, al quale spetterà anche l’onore di inaugurare una nuova dinastia, la XVIII.

LA REGINA GUERRIERA

Kamose morì, forse cingendo d’assedio Avaris, molti studiosi concordano però nel ritenere che alla sua morte il Delta era quasi interamente conquistato al punto che si può parlare già di una prima riunificazione delle Due Terre.

Come abbiamo già accennato il fratello Ahmose era ancora troppo giovane per salire al trono che venne retto dalla madre, la regina Iahhotep (o Ahhotep I), sorella e moglie di Seqenenra Ta’o. Con la stessa indole del marito, animata dal desiderio di liberare l’Egitto e di scacciare gli stranieri, Iahhotep continuò a perseverare incitando il popolo a continuare la lotta, aiutata in questo dalla propria madre, la regina Tetisheri, moglie di Seqenenra Ahmose.

Iahhotep fu una regina tra le più influenti della XVIII dinastia, e per questo una delle più venerate della storia egizia tanto da divenire, dopo la morte, oggetto di un culto speciale. Su una stele rinvenuta a Karnak fatta erigere dal figlio Ahmose I sta scritto:

<< Una regina che si è presa cura dell’Egitto e dei suoi soldati…….che ha riportato indietro i fuggiaschi e che ha riunito i disertori; ha pacificato l’Alto Egitto e ha espulso gli oppressori >>.

Una cosa che lascia perplessi è il fatto che, dopo la morte di Kamose, il sovrano Hyksos regnante, Apophis, non abbia approfittato della lunga pausa nelle operazioni belliche conseguente alla minore età di Ahmose, per tentare di recuperare, almeno in parte, il territorio perduto nelle battaglie con Kamose.

Fino ad allora la capitale dell’Egitto era stata Menfi, “la bilancia delle Due Terre”, ma chi aveva liberato l’Egitto dagli invasori stranieri? Una famiglia di Tebe. Iahhotep tanto fece, vantando i meriti di Uaset, “la città dello scettro uas” nome sacro di Tebe, la “città dalle cento porte” che riuscì a sbalordire persino Omero, che questa divenne da allora la capitale di un Egitto nuovamente libero e padrone del suo destino.

Iahhotep visse fino ad ottant’anni, venerata dalla corte e dal popolo, lei, la liberatrice, l’eroina che aveva infuso all’esercito il coraggio di cacciare l’invasore.

Iahhotep compare nella Stele di Karesh (CG 34003) risalente al decimo anno di regno di Amenofi I, inoltre viene pure citata nella Stele del suo maggiordomo Iuf che fu suo servo (CG 34009). La regina fu sepolta in una tomba a Deir el-Bahari, necropoli a ovest di Tebe.

Durante la primavera del 1859 Mariette trova la camera funeraria di Iahhotep, nel sarcofago di grandi dimensioni viene rappresentata con la parrucca tripartita e un modius, all’interno la mummia è interamente ricoperta da un autentico tesoro, corone, pettorali, monili e onorificenze di ogni tipo.

Alcuni oggetti recano inciso il nome di Kamose, ma sulla maggior parte è inciso il cartiglio di Ahmose, doni fatti dal faraone alla madre. Tra i tanti gioielli, un pugnale con la lama d’oro, una collana in oro e argento con pietre dure, oggetti vari decorati con turchesi e pietre semipreziose, oggetti simbolici in oro. Un pezzo meraviglioso spicca su tutti, si tratta di un braccialetto fatto di perle infilate nell’oro con fasce d’oro, di lapislazzuli, di cornalina e di turchesi. Quando lo si chiudeva, si formava una scritta che celebrava Ahmose come “Dio perfetto, amato da Amon”.

Spiccavano, per il loro significato, tre grosse mosche in oro, (onorificenze militati), con le quali si ricompensavano i soldati che si erano distinti in battaglia. Non si ha notizia che altre regine abbiano ricevuto queste onorificenze militari, le più alte che un faraone potesse dare.

Fonti e bibliografia:

  • Gardiner Alan, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997   
  • Edda Brasciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini 2005
  • Henri Stierlin, “L’Or des Pharaons: The Treasure of Queen Ahhotep”, Éd. Pierre Terrail, 1993
  • Salima Ikram, “Antico Egitto”, Ananke 2013
  • Rosanna Pirelli, “Le regine d’Egitto”, Parigi, White Star, 2008
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori 1995
  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani 2003
  • Kemet . La voce dell’Antico Egitto, “Gli Hyksos, il popolo invasore”, Web  2017
  • Kim Ryholt, “The Political Situation in Egypt during the Second Intermediate Period”, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 1997
  • Hans Wolfgang Müller, “L’oro dell’antico Egitto, I gioielli della regina Ahhotep”, Ed. Selezione del Reader’s Digest, 2001
  • Gaston Maspero, “Storia generale dell’arte, Egitto, I gioielli della regina Ahhatpou”, Éd. Accetta, 1911
Pictures

Sarcophagus of Dwarf Djeho

By Jacqueline Engel

The Granite Sarcophagus of Dwarf Djeho.

30th Dynasty. Saqqara, Egypt.

Egyptian Museum Caïro.

Djeho shared a tomb with his master Tjaiharpta, which indicates the favored position he had with his patron.

Djeho is depicted naked in profile, possibly life-sized (4 ft or 120 cm).

It was found by Quibell in 1911.

On the sarcophagus’ lid, the biography tells us that Djeho was a dancer in burial ceremonies connected to the Apis and Memphis bulls.

Mai cosa simile fu fatta, Nuovo Regno, Templi

I TEMPLI RAMESSIDI AD ABYDOS

Di Grazia Musso

La XIX Dinastia si contraddistinte per un’intensa attività costruttiva.

In tutto il territorio egizio furono restaurati o ricostruiti gli edifici si culto che erano stati abbandonati o distrutti durante il periodo amarniano.

Nell’epoca ramesside Tebe continuò a essere il principale centro di culto del dio Amon – Ra.

Durante il breve regno del fondatore della XIX Dinastia, Ramses I, l’attività edilizia si espresse sopratutto nel compimento della sua sepoltura nella Valle dei Re e, a Karnak, nel vestibolo del secondo pilone, che allora costituiva l’ingresso principale del tempio di Amon-Ra.

Il figlio di Ramesse I, Sethy I avviò la costruzione del tempio ad Abydos che rappresenta uno dei monumenti più belli dell’antico Egitto, grazie al suo stato di conservazione, agli splendidi rilievi e ai restauri che li hanno riportato all’antico splendore.

Pianta del tempio di Sethy I

Il monumento fu voluto da Sety I per ragioni religiose ma soprattutto politiche: la sua costruzione era infatti intesa nella delicata politica di riequilibrio dei poteri religiosi portata avanti già da Ramses I e poi continuata dallo stesso Sethy I, al clero di Amon venivano adesso contrapposte altre divinità per scongiurare il pericolo dell’egemonia religiosa realizzatasi nella Dinastia precedente ; inoltre, costruendo il tempio di Abydos, il re si associava al culto di Osiri e, così facendo, egli perpetua a la legittimità della sua Dinastia.

Il monumento non venne portato a termine sotto Sethy ma sotto il figlio Ramses II, che completo’ la sala ipostila e aggiunse un pilone e due cortili, essi precedono due sale ipostila e i sette santuari dedicati alla triade di Abydos, ossia Osiris, Isis e Horus, e alle divinità dei tre maggiori centri politici o religiosi del Paese : Amon di Tebe, Ptah di Menfi, Ra-Horakhty di Eliopolis, il settimo santuario era dedicato allo stesso Sethy I divinizzato.

I resti dei magnifici rilievi sono visibili sulle pareti di mura superstiti nei cortili.

Questi sono i pilastri che si trovano di fronte all’ingresso attuale del tempio di Sethy I.
Un tempo questo era il fondo del primo cortile, poi alla struttura di Sethy I, il figlio Ramses II aggiunse un pilone e un cortile completando l’edificio del padre.
Oggi di questa parte esterna rimangono pochi resti, e quindi questa fila di pilastri appare come la Facciata attuale, che precede due sale ipostile e i sette santuari.
Sui pilastri è raffigurato Ramses II, abbracciato da varie divinità.

L’odierna facciata è data dal portico di fondo del secondo cortile, con una fila di dodici pilastri, quadrati ornati da scene con delle divinità e Ramses II su tutte le facce.

Il muro di fondo della seconda corte si trovano sette varchi per la sala ipostila, corrispondenti ai sette santuari, di cui quattro sono stati chiusi da Ramses II e decorati con rilievi del culto reso al padre.

Le due sale ipostile possiedono, rispettivamente due o tre file trasversali di dodici colonne papiroformi a umbrella chiusa.

Sul fondo della seconda sala ipostila si trovano gli ingressi dei sette santuari affiancati, che con ogni probabilità contenevano le barche sacre, ad eccezione di quello di Sethy I.

Nella seconda sala ipostila si trovano i rilievi meglio conservati che raffigurano le varie cerimonie che il re doveva celebrare.

La parete di fondo del santuario di Osiris, il terzo da destra, dà accesso alla parte terminale del tempio, dove sono situati due sale a dieci colonne e quattro colonne, e due serie di tre piccoli santuari.

In questa fotografia è raffigurato Sethy I, che riceve la vita, il simbolo ankh, dal dio Ra – Harakhty, una delle incarnazioni del sole degli orizzonti.
La divinità porge l’ankh alle narici del sovrano perché egli possa respirare l’essenza divina e ricevere la vita eterna.
Abydos, dal tempio di Sethy I, cappella di Ra-Harkhty.

Tornando alla seconda sala ipostila alla cui estremità sinistra si trova l’ingresso a un’ala laterale.

In questa parte è da notare, in un corridoio con il soffitto decorato a stelle, il rilievo in cui Sety I offre l’incenso ai cartiglio dei 76 faraoni scelti fra quelli che dall’origine della storia regnarono sull’Egitto: si tratta della “Tavola di Abydos”, una lista reale di notevole importanza per la cronologia d’Egitto

Dietro il tempio si trova l’importante cenotafio del re: l’Osireion, una straordinaria rappresentanza architettonica di una concezione cosmologico-religiosa collegata alla collina primordiale e a Osiris.

( prossimo intervento l’Osireion)

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konenann

Cose meravigliose, Tanis

I BRACCIALI AD ANELLO DI PSUSENNES I

Di Andrea Petta

Museo Egizio del Cairo, JE 85160/85167

È una delle coppie più famose di bracciali di Psusennes I; di forma ad anello semplice, in oro e lapislazzuli, hanno un diametro esterno di 7,6 cm e sono formati da due “sezioni” disuguali, incastrate l’una nell’altra e chiuse da un fermo sempre in oro.

Il bracciale è cavo per ridurne il peso, ed ha una decorazione costituita da un fregio che orna la parte superiore ed inferiore a onde dorate su fondo blu probabilmente di ispirazione cretese. Il blu dei lapislazzuli evocherebbe qui le acque primordiali da cui si formano le onde d’oro, la carne degli dei.

Il dettaglio della lavorazione

Sulla parte centrale un’iscrizione intarsiata anch’essa in lapislazzuli invoca “Vita al Re dell’Alto e Basso Egitto, Signore delle Due Terre, Aakheperre Scelto da Amon, dotato di vita come Ra, eternamente. Vita al figlio di Ra, maestro delle apparizioni, Psusennes Amato da Amon, dotato di vita come Ra, eternamente”.

Le foto ufficiali di Montet, sulle quali si vedono bene le iscrizioni sul lato esterno

All’interno questi bracciali recano solo un simbolo per identificare il sinistro (“iabt”, oriente) dal destro (“wnmy”, occidente) seguendo l’abitudine egizia di orientarsi verso sud ed avere quindi l’est a sinistra e l’ovest a destra. Curiosamente, però, i due bracciali erano stati invertiti sulla mummia del Faraone.

La trascrizione del decoro e delle iscrizioni effettuata da Montet
La foto ufficiale del Museo Egizio

FONTI:

Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):

Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)

Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987

Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti

Antico Regno, IV Dinastia, Statue

STATUA COLOSSALE DI MENKAURA (MICERINO)

Di Patrizia Burlini

Forse non ve ne siete mai accorti, ma Micerino aveva i baffi (come Djoser e Rahotep, tra gli altri). La foto mostra la testa della statua attualmente al MFA, prima della ricostruzione.

Ecco l‘ottima descrizione di questa statua gigantesca da parte del MFA di Boston.

“Statua colossale del re Menkaura (Micerino)

Antico Regno, dinastia 4, regno di Menkaura – 2490-2472 A.C.

Luogo di ritrovamento: Egitto, Giza, Tempio della piramide di Menkaura

MATERIALE: travertino (alabastro egiziano)

DIMENSIONI: In totale: 243,8 x 115,6 x 83,8 cm (96 x 45 1/2 x 33 in.)

Altro (testa): 37,5 x 47 cm (14 3/4 x 18 1/2in.)

Peso: Circa 5000 libbre come restaurato.

LINEA DI CREDITO Spedizione Università di Harvard-Museo di Belle Arti di Boston

NUMERO DI INVENTARIO 09.204

IN ESPOSIZIONE – Egitto: Galleria dell’Antico Regno (Galleria 108)

COLLEZIONI: Antico Egitto, Nubia e Vicino Oriente

CLASSIFICAZIONE: Scultura

DESCRIZIONE

Questa statua colossale è una delle più grandi sculture dell’età delle piramidi. Con un’altezza di quasi 2,35 metri (8 piedi), una volta restaurata, raffigura il re Menkaura, che costruì la più piccola delle tre piramidi di Giza. L’abbigliamento e il copricapo lo identificano chiaramente come sovrano. Indossa un kilt avvolgente con una sporgenza centrale, un indumento indossato solo dai re fino alla fine dell’Antico Regno. Sulla testa ha un copricapo di tessuto reale, chiamato nemes. Un cobra, noto come uraeus, si trova sulla sua fronte. Questo serpente era considerato una divinità e aveva il compito di proteggere il re avvolgendosi intorno alla fronte reale e sputando il suo veleno sui nemici del re. La lunga barba dritta di Menkaura, altro simbolo di regalità, era fissata con una cinghia un tempo dipinta sulla testa della statua. La sua mano destra è stretta attorno a un panno ripiegato, le cui estremità si estendono sulla coscia.

L’espressione del re è di regale compostezza e supremo controllo. Con i suoi occhi leggermente sporgenti, il naso bulboso, i baffi dipinti (ora appena visibili), la bocca impostata con il labbro inferiore imbronciato e il mento deciso, il volto è caratteristico, ma non si può sapere se rappresenti o meno un vero ritratto di Menkaura. È il volto di un adulto maturo, anche se né il viso né il corpo mostrano segni di invecchiamento. È stato spesso osservato che la testa è insolitamente piccola per il corpo del re. Qualunque sia il motivo che ha spinto l’artista a fare ciò, di certo enfatizza l’ampiezza del busto della figura e ne esalta l’immagine di re onnipotente.

Questa statua si trovava nella profonda nicchia sul retro del Tempio della Piramide di Menkaura, alla base della parete orientale della sua piramide, fino a quando, per ragioni sconosciute, fu deliberatamente distrutta. Nel gennaio 1907, George Reisner trovò i frammenti della spalla e del torso in una fossa di quella stanza e il grande frammento che comprendeva le mani, le gambe e la base del trono in un corridoio adiacente. Due mesi dopo, mentre scavava in quella che si rivelò essere una fossa dei ladri nelle vicinanze, Reisner trovò la testa in condizioni quasi perfette.

Le diverse installazioni di Menkaura all’MFA riflettono i cambiamenti estetici del pubblico del Museo. Quando i frammenti sono arrivati per la prima volta al Museo, sono stati esposti solo la testa e la gamba. Due anni dopo, furono aggiunti altri pezzi del torso e fu tentato un restauro astratto degli elementi mancanti del torso.

Nel 1925, su richiesta di Reisner, il noto acquerellista e artista della spedizione, Joseph Lindon Smith, scolpì il busto e le natiche in modo più naturalistico. Il restauro che i visitatori vedono oggi è stato realizzato nel 1935 da Smith, assistito dallo studente della Scuola del Museo Charles Muskavitch.

PROVENIENZA: Da Giza, Tempio della piramide di Menkaura. 1909: scavato dalla Harvard University-Museum of Fine Arts Expedition; 1909: assegnato al MFA dal governo egiziano.

Data di acquisizione: 17 maggio 1909

Fonte:

https://collections.mfa.org/objects/138532