Bassorilievi in calcare provenienti dalla cappella del Supervisore delle Truppe Sehetepibra
Dimensioni: parete posteriore: cm 30,5 x 42,5 x 10,6 parete destra: cm 30,5 x 49,2 x 9,7 Luogo di probabile provenienza: Abido Medio Regno, Tredicesima Dinastia (1802-1650 a.C. circa) The Metropolitan Museum of Art, New York, Rogers Fund, 1965 (65.120.1, .2)
Nel corso del tardo Medio Regno divenne pratica comune includere nelle cappelle votive e nelle stele erette ad Abido, membri della famiglia e colleghi dei proprietari dei monumenti funerari. È questo il caso delle due pareti superstiti di quella che probabilmente era una piccola cappella a tre lati eretta in favore del sorvegliante delle truppe Sehetepibra, figlio di Sitankhu, e della sua famiglia. Entrambi i pannelli superstiti presentano la figura di Sehetepibra seduto davanti a un tavolo delle offerte, che includono carne di manzo, volatili, frutta, verdura e pane. Sulla parete di fondo, una formula di offerta richiede queste e altre provvigioni agli dèi Osiride, Upuaut, Horus e Khnum e alle dee Heqet, Hathor e “le dee che risiedono in Abido”. Il testo sulla parete destra contiene un elenco di epiteti elogiativi di Sehetepibra e un appello per ricevere offerte da parte di coloro che avrebbero visitato la cappella.
L’angolo inferiore destro della parete posteriore e la metà inferiore della parete destra sono profondamente intagliati a formare una nicchia occupata da una fila di dieci figure mummiformi, ciascuna delle quali è identificata da un’iscrizione. Mentre le stele con figure presenti all’interno di nicchie sono abbastanza comuni nel tardo Medio Regno, il santuario di Sehetepibra è del tutto insolito per il fatto di includere un numero così elevato di figure, alcune delle quali presentano caratteristiche identificative peculiari. Gli uomini sono tradizionalmente raffigurati con la pelle rossa, il copricapo khat dalla forma caratteristica e la mano destra che afferra il polso sinistro. Le donne hanno la pelle gialla, indossano parrucche con estensioni sul davanti e hanno entrambe le mani nascoste sotto le bende.
Tutti gli individui possiedono orecchie grandi, occhi dalle palpebre pesanti e volti disegnati. Sia queste convenzioni artistiche che lo stile delle preghiere di offerta rendono consistente una datazione dei rilievi alla tredicesima dinastia.
La figura mummiforme più grande e più a destra è proprio Sehetepibra. Accanto a lui si trova la “Signora della casa”, Djehutyhotep, presumibilmente sua moglie. Alla sua sinistra si trova la figlia Sitankhu, seguita da Wahka, figlio di Sitmay, la cui relazione con Sehetepibra non è chiara. Seshemi, figlia di Sitankhu e quindi nipote di Sehetepibra, è la successiva, seguita da Senebes, figlia di Gifet, e dal “supervisore delle truppe” Khentikheti, figlio di Renesankh. Le ultime tre figure, sulla parete di fondo, sono Djehutyhotep, figlio di Ity; Gifet, figlia di Djedes; e Sehetepibra, figlio di Djedes. Mentre alcune di queste persone appartengono con sicurezza alla cerchia familiare di Sehetepibre, altre sono più difficili da identificare.
Sehetepibra in caratteri geroglifici
Nella cappella non compaiono né Sitmay, madre di Wahka, né Djedes, madre di Gifet e Sehetpibra; si ipotizza che fossero mogli di Sehetepibra raffigurate sulla parete sinistra, oggi perduta. Perciò, Senebes, figlia di Gifet, sarebbe un’altra nipote del nostro. Khentikheti riveste particolare interesse, essendo l’unica persona, oltre a Sehetepibra, a essere identificata con un titolo e l’unico individuo maschile con le mani nascoste. La sua parrucca khat mostra segni di ritocchi: è possibile che si tratti di un apprezzato collega incluso nella cappella rielaborando una precedente figura femminile.
Alcune nozioni grammaticali – a cura di Livio Secco
L’occasione è valida per mostrare alcune regole grammaticali della lingua egizia. Il mio scopo è sempre lo stesso: incuriosirvi nella grafia egizia finché cederete alla tentazione di imparare la lettura e la scrittura del geroglifico!
Nella prima diapositiva trattiamo i verbi causativi e la metatesi onorifica. Lettura da destra a sinistra, dall’alto verso il basso.
Nella seconda diapositiva studiamo la scrittura piena e la scrittura difettiva. Lettura da destra a sinistra, dall’alto verso il basso.
Essendo un post appositamente didattico ho aggiunto la riga della traduzione letterale, oltre a quella consueta della fonetizzazione italiana con la codifica IPA.
Spero di avervi incuriosito a sufficienza. Prima o poi cederete!
Riferimenti A. Oppenheim, D. Arnold, Dieter Arnold, K. Yamamoto Ancient Egypt transformed – The Middle Kingdom The Metropolitan Museum of Art, New York – Yale University Press, New Haven and London. 2015
G. Miniaci, W. Grajetzki The World of Middle Kingdom Egypt (2000-1550 BC) – Vol. I Middle Kingdom Studies 1 Golden House Publications, London. 2015
Con il mese di maggio si chiude l’anno didattico 2022-2023 che mi ha dato notevoli soddisfazioni impegnandomi in cinquantasette tra conferenze e lezioni.
Una delle conferenze più curiose è stata senz’altro questa che vi presento nell’attuale post, in modo estremamente sintetico.
L’argomento è di notevole attualità. Infatti la nostra è sicuramente una società dove l’apparire è molto importante e, quindi, il presentarsi alla collettività secondo i dettami della moda con un make-up aggiornato garantisce il proprio successo e visibilità.
Una cosmesi (tematicamente) moderna
Parlando di cosmesi ci accorgiamo che la definizione che noi oggi le diamo sia ancora quella che intendevano gli antichi Egizi.
Infatti per cosmesi noi intendiamo quell’insieme di attività che adotta delle tecniche per migliorare l’aspetto fisico di una persona senza trascurare la sua salute. Questo concetto si estende anche alla piacevolezza e all’estetica di come si presenta la persona finendo quindi per coinvolgere anche gli aspetti culturali di una civiltà.
È interessante ricordare che il termine cosmesi, oppure cosmetica, derivi dal greco kósmos che ha il significato di ordine. Il suo derivato kósmesis ha il senso di mettere in ordine, abbellire.
Oggi il moderno mercato cosmetico suddivide i prodotti cosmetici in quattro divisioni specifiche. Come potete notare nella seconda immagine, questa ripartizione è assolutamente moderna.
Oli sacri (tecnicamente profumi)
Alcune dotazioni funerarie prevedono la fornitura di una tavoletta per gli oli sacri. Normalmente si tratta di una pietra di alabastro lavorata in piano con sette alveoli in corrispondenza dei quali è scritto, in geroglifico, il nome di un olio sacro. Gli oli sacri erano importantissimi nella ritualità egizia perché permettevano di ridare alla mummia del defunto l’uso dei cinque sensi nell’Aldilà.
Nella terza immagine potete vedere una di queste tavolette con il nome degli ultimi quattro oli sacri. Relativamente a questo argomento ho pubblicato un post che vi può aggiungere ulteriori informazioni.
Uso dei cosmetici
L’applicazione degli unguenti e dei profumi avveniva nel corso della mattinata. La dama si affidava alle cure delle proprie domestiche che la lavavano, la pettinavano, la ungevano e poi le spalmavano delle sostanze profumate.
Come consiglia ancora oggi una corretta igiene della persona, la pulizia del corpo, compreso il lavaggio del viso, precedeva l’applicazione degli unguenti e dei profumi. L’arcaicità di questo metodo di igiene è antichissima, ma il modo è attualissimo. Lo ritroviamo tal quale tra le prescrizioni del Papiro Ebers, un papiro medico del 1550 a.C.
La sua prescrizione numero 717, contro le rughe, che potete vedere nella quarta immagine, raccomanda appunto l’applicazione dell’unguento DOPO che il viso sia stato opportunamente lavato.
Nel dettaglio: come si applica una crema antirughe
Come già riportato relativamente alla medicina e, appunto, alla cosmesi, le ricette sono descritte in modo molto moderno: – titolo (eventualmente diagnostico) – materiali componenti (nel caso una quantità proporzionale, quasi mai assoluta) – metodo di preparazione – metodo di applicazione.
Questa sistematica è ancora quella attuale. Ricordiamo che la cosmesi era intesa, in Egitto, come parte della terapia medica. Non esistevano negozi o rivendite di profumi e belletti, ma ritroviamo le prescrizioni nei papiri medici.
Qui diamo in dettaglio la traduzione della ricetta mostrata nel post precedente sperando di solleticare la curiosità dei nostri amici egittofili.
Visto che il post ha una valenza didattica per coloro che si impegnano in filologia egizia, ho aggiunto una riga supplementare con la traduzione letterale che precede quella colloquiale. Come al solito ho scritto anche la fonetizzazione secondo il codice IPA per far leggere il geroglifico anche a chi non lo ha studiato (… e che invito a cominciare al più presto!)
Un accessorio importante: lo specchio
La cosmesi egizia si caratterizza, oltre che di materiali, anche per un notevole uso di accessori. Perciò non solo pomate, unguenti e oli profumati, ma anche pettini, pinzette per la depilazione, rasoi e specchi.
Un’altra cosa importantissima da ricordare è che la cosmesi non era solamente femminile, ma pure maschile.
Normalmente il nobile, che spesso era anche un funzionario, doveva spostarsi appunto per ragioni del suo incarico. Il rischio, per i servitori, di dimenticare a casa un accessorio poteva essere significativo. Ecco perciò la produzione di veri e propri beauty-case dotati di sportelli e cassettini per contenere ogni tipologia di prodotto adatto per la cosmesi di un padrone viaggiante.
Nella quinta immagine, non potendo raffigurare ogni accessorio, presentiamo uno specchio.
Nella sesta immagine è raffigurato uno strumento il cui uso non è proprio chiarissimo: forbici? Pinzetta per depilazione? C’è quello che sembrerebbe un rasoio finale. In ogni caso la sua preziosità è data dal fatto che è in oro.
Sì, però…
Dobbiamo, in ogni caso, renderci conto che, della cosmetica egizia, esisteva pure un lato negativo spesso sottaciuto e sotto valutato. Infatti le rare informazioni scientifiche che gli Egizi dell’epoca possedevano, non permettevano loro di fare sempre delle scelte corrette nella selezione dei componenti e delle lavorazioni. L’uso quotidiano di prodotti non perfettamente atossici provocava degli avvelenamenti che, nel lungo periodo, diventavano certamente letali.
Per chi volesse approfondire l’argomento, la conferenza è diventata il Quaderno di Egittologia nr 50 – LA BELLEZZA NELLO SGUARDO – La cosmesi nell’antico Egitto che è reperibile qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/la-bellezza-nello-sguardo/
Calcare, altezza cm 51, lunghezza cm 105 Saqqara, trovato come materie di riutilizzo nel Serapeo Scavi di Auguste Mariette 1859 Museo Egizio del Cairo – JE 4872
Questo frammento di rilievo nonostante sia stato ritrovato nel corso degli scavi di Mariette al Serapeo, proviene dalla tomba di un dignitario che aveva scelto di farsi seppellire a Saqqara non lontano da Menfi.
La scena doveva occupare l’angolo a sinistra in basso di una parete.
Lo stile e il modo di disporre le figure nello spazio si richiamano direttamente all’arte del periodo successivo all’epoca di Amarna ma anche, nella contrapposizione tra la compostezza delle figure maschili e la libertà di quelle femminili, all’esperienza decorativa del regno di Amenofi III, che aveva saputo elaborate le splendide scene di funerale delle tombe di Ramose e Userhat a Tebe.
Se in Ramose è Userhat è il cordoglio a fungere fa motore della composizione, qui tutto è incentrato su manifestazioni di giubilo per lo svolgimento di un avvenimento che dove a essere riprodotto nella parte superiore destra del rilievo.
La scena mostra a sinistra, un gruppo di donne, disposte su due file, ognuna con in mano un tamburello.
Il battere delle mani sugli strumenti e l’ondulare ritmato dei corpi da non senso di movimento che pervade tutto l’insieme.
I tamburelli, posti ad altezze diverse gli uni dagli altri, conferiscono ad ogni fila un andamento ondulatorio che ribadisce la ripetitività
È come se, da sinistra a destra, fosse rappresentata un’unica donna, ritratta in momenti diversi e successivi della danza.
Questo modo di trasporre il movimento su una composizione piana ha origini antichissime nell’arte egizia e il risultato può essere paragonato a quello che si otterrebbe osservando alcuni fotogrammi in successione di un film.
L’identità di ogni figura femminile è mantenuta attraverso la diversificazione degli elementi del vestiario e degli ornamenti.
In basso a destra, sono raffigurate due bambine nell’atto di suonare i legnetti.
Più composto, anche se dotato di un certo dinamismo, è il corteo di uomini di cui si preservano soltanto tre file, disposte in successione.
Le figure maschili sono rappresentate incedenti da destra verso il centro.
La diversa ampiezza del passo di ogni fila, decrescente da destra verso sinistra, dà l’impressione che gli uomini siano in procinto di fermarsi.
Le braccia sono alzate verso il cielo nel gesto che manifesta giubilo
La diversità del loro abbigliamento dimostra che ogni fila è composta da personaggi con funzioni e cariche specifiche.
I nomi di due sono noti dai geroglifici che accompagnano la scena: si tratta del sedjemash Aanakht e dello scriba Amonkhau.
Fonte
I tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
Questa testa di quarzite scura alta circa 29 centimetri raffigurante Tutankhamon come Amon è stata venduta all’asta il 4 luglio 2019 da Christie’s nonostante le proteste dell’Egitto che ne chiedeva a gran voce la restituzione.
Il dott. Zahi Hawass, infatti, sosteneva che essa fosse stata trafugata negli anni Settanta dal Tempio di Karnak, ed il dott. Mustafa Waziri, Segretario Generale del Supreme Counseil of Antiquities, l’ente governativo responsabile della conservazione e della valorizzazione dei reperti e degli scavi archeologici in Egitto si era battuto per fermare la vendita fino a che non fosse stata controllata l’origine legittima della statua.
La Casa d’aste londinese evidentemente l’ha dimostrata.
Essa in origine era stata eretta in un non meglio identificato complesso templare dedicato ad Amon ed al momento della vendita apparteneva alla Resandro Collection, una delle collezioni private di arte egizia più famose al mondo; fu acquistata nel 1985 da Heinz Herzer, un antiquario di Monaco di Baviera, ed in precedenza apparteneva a Joseph Messina, un gallerista austriaco che l’aveva comprata nel 1974 dal principe Wilhelm von Thurn und Taxis che la custodiva nella sua collezione dal 1960.
I tratti del viso della scultura sono quelli tipici di Tutankhamon e della tarda arte amarniana: il viso tondo e preadolescenziale, gli occhi a mandorla, la depressione ricurva della cresta sopracciliare arrotondata, le labbra carnose e delicatamente scolpite.
Essi sono analoghi a quelli rappresentati nelle statue del giovane faraone che furono scolpite per il tempio di Karnak, probabilmente per ricordare la restaurazione degli antichi culti dopo la riforma di Akhenaton.
Si vedano a questo proposito la testa di Tutankhamon come Amon oggi custodita al MET di New York e le due statue del giovane sovrano come Amon: una di esse si trova ancora oggi al tempio di Karnak ed è stata restaurata nel 2021 dal Centre Franco – Egiptien d’Etude des Temples de Karnak (CFEETK), l’altra, scoperta nella cachette del tempio di Karnak nel 1904, è esposta al museo di Luxor.
Nel corso di quest’anno didattico 2022-2023 ho svolto una conferenza il cui titolo riporto come intestazione del post. L’argomento, com’è facile immaginare, è vastissimo e, per evitare di essere superficiali, comprende due conferenze delle quali, quest’anno, abbiamo svolto la prima.
Non potendo riportare qui per intero una lezione di due ore, mi permetto di riepilogare alcuni degli aspetti più interessanti.
Sconfiggere la morte
Gli antichi Egizi, amando moltissimo la vita, cercarono di continuarla anche dopo la morte. Per esaudire questa speranza sfruttarono i concetti della religione e della magia che erano fondamentalmente basati sulla morte e rinascita di Osiride uniti al sole, considerato giustamente principio di luce e vita sia in terra che nell’Aldilà.
La religione e la magia scaturirono dall’attenta osservazione della natura e della forza dei suoi fenomeni anche se non sempre queste forze erano visibili ma perfettamente intuibili da parte degli Egizi attenti e ricettivi.
Le culture preistoriche della Valle del Nilo posero le basi per una credenza nella prosecuzione della vita dopo il decesso creando un’eredità che fu sviluppata e modellata da nuove esigenze culturali durante il periodo storico.
I testi guida per il defunto
Per superare i moltissimi pericoli presenti nell’Aldilà si dotava il defunto di un insieme di formule magiche scritte sulle pareti della camera funeraria nell’Antico Regno (Testi delle Piramidi); sui fianchi dei sarcofagi e delle bare nel Medio Regno (Testi dei Sarcofagi) oppure su un rotolo di papiro nel Nuovo Regno (Libro dei Morti).
Tre modalità epigrafiche per i testi sacri: grafia parietale, su sarcofago, su papiro
Uno dei momenti importanti: il funerale
La conferenza, per esemplificare il concetto e la modalità di un funerale, prende come paradigma la tomba TT255, situata a Dra Abu el Naga, del funzionario Roy. Su una parete è raffigurato il suo funerale.
Sconfiggere la morte segue passo passo lo sviluppo del corteo funebre descrivendone i partecipanti identificati traducendo in diretta la didascalie apposte sulle figure.
La scelta è fatta appositamente perché la rappresentazione non è eccessivamente lunga ma è completa delle sue componenti principali.
Esemplificazione di un funerale. Curiosamente la didascalia evidenziata riporta lo stesso verbo scritto in modo errato per tre volte.
Tekenu e muu
La lezione ci mostra che, sebbene le nostre conoscenze egittologiche siano avanzate, non tutto della Civiltà Egizia ci è perfettamente chiaro.
Sconfiggere la morte ci esemplifica questo aspetto presentandoci il TEKENU, un concetto o aspetto funerario decisamente importante ma del quale gli egittologi sanno pochissimo o nulla.
Lo stesso discorso vale anche per i danzatori muu, sebbene in quest’ultimo caso alcune ipotesi avanzate sembrano verosimili.
Due raffigurazioni di tekenu nella tomba TT100 di Rekhmira, visir di Thutmose III e Amenhotep II, XVIII dinastia, Nuovo Regno, Sheik Abd el Gurna.
La mummificazione
La lezione si conclude con un rapido cenno sulla mummificazione. Poiché si tratta di un argomento abbastanza conosciuto, la conferenza analizza alcuni aspetti peculiari.
Fino all’epoca di Thutmose III l’incisione era verticale. In seguito l’incisione seguiva la divergenza del bacino sempre sul lato sinistro in relazione all’Occidente che era il Regno dei Morti. Tutankhamon ha un’incisione contraria senza causalità se non quella di un errore di chi mummificò il corpo del re.
Ad esempio il commercio che si faceva delle mummie nel XIX e nei primi anni del XX secolo destinate ad un mercato occidentale che non solo le musealizzava, ma che le usava anche per scopi ludici e commerciali. Conosciute sono le occasioni per le quali si sbendava una mummia in pubblico sia per sorprendere i propri ospiti che per soddisfare la morbosa curiosità di un pubblico pagante.
Il titolo egizio, dal papiro Edwin Smith, sembra essere ṯȜw n ir n wt [ʧau en ir en wt] “Libro di (ciò) che è relativo al mummificatore”
Conclusa l’esibizione la mummia veniva riciclata per motivi sanitari e rivenduta alle farmacie che ne commercializzavano le parti opportunamente macinate.
La conferenza è diventata uno dei testi appartenenti alla collana dei Quaderni di Egittologia (QdE43), SCONFIGGERE LA MORTE – Riti funerari (prima parte). Per coloro che volessero approfondire l’argomento il testo si trova qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/sconfiggere-la-morte/
Statua del re Horemheb – Museo Egizio Torino (Collezione Drovetti)
Horemheb è in piedi a fianco del dio Amon, rappresentato di dimensioni maggiori per indicare che è più importante del faraone stesso. Lo stile della statua è tipico dell’era immediatamente successiva alla rivoluzione religiosa e artistica del faraone Akhenaten: i corpi sono poco muscolosi, il ventre e i fianchi arrotondati, il viso giovanile, gli occhi a mandorla, le guance rotonde, le labbra piene e sensuali. Questa statua è identificata da alcuni studiosi come ritratto del faraone Tutankhamon, che sarebbe stato successivamente usurpato da Horemheb. Differenziare i visi dei due sovrani è molto difficile; in ogni caso, l’iscrizione non presenta traccia di cancellazione.
“Due statue rinvenute a Karnak nel 1913, insieme con la famosa stele dell’anno 400, scoperta a Tanis cinquant’anni prima, provano che il faraone della XIX dinastia proveniva dalla zona nord orientale del delta e che era stato innalzato a Visir da Horemhab: Paramessu”, come era chiamato, divenne il re a noi noto come Ramses I.
Testa in pietra scolpita di Paramessu (Ramesse I), originariamente parte di una statua che lo raffigurava come scriba; in mostra al Museum of Fine Arts di Boston
Il faraone Ramses I (1320-1310 a.C.) rappresenta mentre brucia incenso e versa acqua durante una cerimonia. Volume di Ramses I, Valle dei Re, Egitto
Horemheb, non avendo eredi diretti e ormai in età avanzata, lo designò ufficialmente come coreggente e suo successore. Ramses I palesò subito la volontà di proseguire l’operato di Horemheb, che dette l’avvio alla rinascita del paese e che poi morì lasciandolo in pace, ricco, in ordine e sicuro ai confini; aveva Infatti rinnovato il trattato di pace con il re ittita Muvattali.
STELE DEL 400 Alan Gardiner dice che “la famosa stele dell’anno 400, scoperta a Tanis” nel 1863, è una delle prove che il fondatore della diciannovesima dinastia, Ramses I, proveniva dalla zona orientale del Delta e che era stato innalzato a Visir da Haremhab. . La stele fu eretta nell’anno 34 di Ramesse II per il culto del dio Seth di Avaris, qui citato come re (Opehtiset Nubti, riga 7) vissuto 400 anni prima. Sono citati anche altri re (Ramesse II: in alto, e righe 1, 3, 4; Seti I: riga 6). Trovato a Tanis
Anziano quando salì al trono e destinato a non godere a lungo del potere reale, Ramses I è ricordato anche per aver progettato la grande sala ipostila di Karnak che impegnerà i regni del figlio Seti primo e del nipote Ramses II.
Seti I dipinto su un muro della sua tomba (Sandro Vannini)
Con Ramses I si va preparando una nuova politica religiosa che contrappone Ra agli altri dei solari. Il suo è considerato un regno di transizione; nel suo secondo anno volle associarsi il figlio trentenne Sety I, che poi gli succedette. L’associazione al trono era sicuramente ispirata dalla preoccupazione, tipica dei ramessidi, di evitare i problemi di successione che avevano portato alla rovina della diciottesima dinastia.
A sinistra: immagine di Sety I dal suo tempio ad Abydos. A destra: Seti I e il principe ereditario Ramses, futuro Ramses II, davanti alla lista ufficiale dei faraoni (che segue a destra), intenti alla sua lettura. Tempio funerario di Seti I ad Abido.
Horus e Seth, a sinistra, mentre incoronano Ramses II, in un rilievo nel Tempio minore di Abu Simbel. Wikipedia
In questo periodo l’arte prosegue in una fase di involuzione: vengono abbandonati gli stili del periodo amarniano e si sviluppa un forte desiderio di tornare alla tradizione; si diffonde anche luso di una statuaria monumentale.
Il giovane Memmone, busto colossale di Ramses II in granito. British Museum di Londra. Il profilo del colosso mette in evidenza il doppio colore della pietra
Scarabeo di Ramses II che adora Thot. Walters Art Museum, Baltimora.
Il modellato delle figure ricorda quello del periodo thutmoside. Però a tale processo si associa un gusto nuovo per “l’abbondanza dei particolari e per le superfici mosse da elaborati giochi luministici”. Il rilievo dipinto denota equilibrio ed eleganza nelle forme, la decorazione risulta sobria e molto raffinata, di una bellezza e delicatezza incomparabili.
Le enormi colonne della “Grande Sala Ipostila” di Seti I e Ramses II
FONTE:
ANTICO EGITTO-MAURIZIO DAMIANO-ELECTA
ALAN GARDINER-LA CIVILTÀ EGIZIA-EINAUDI ANTONIO CRASTO
Epoca Protodinastica. Seconda Dinastia (2730 a.C. circa) Dimensioni: diametro bocca cm 31,2, diametro base cm 7, altezza cm 8,5. Collezione egizia della Sapienza – Università di Roma
Tra gli oggetti di provenienza antiquaria della collezione egizia della Sapienza va segnalato un grande piatto litico di epoca protodinastica (inv. n. VO 2106) che porta inciso il nome di Hotepsekhemui, primo sovrano della II dinastia.
Il piatto è realizzato in tufo di color giallino, di grana piuttosto compatta. Questo tipo di pietra di origine vulcanica fu usato prevalentemente tra la I e la III dinastia per la realizzazione di vasellame; in anni recenti è stata anche identificata un’antica cava di questo materiale nel deserto orientale. Un esemplare molto simile (diam. cm 22), appartiene al Lowie Museum of Anthropology, Berkeley (n. 6-132).
Presenta pareti svasate terminanti con orlo introflesso, carenato internamente e fondo piatto.
Corrisponde a una tipologia usata prevalentemente sotto la I dinastia e appartiene alla categoria dei vasi litici protodinastici la cui funzione è controversa.
L’oggetto, acquistato in stato frammentario e ora ricomposto, manca solo di una parte dell’orlo ed è uno dei pochi vasi appartenenti a Hotepsekhemui pervenutoci in condizioni relativamente buone.
Finora si conoscevano soprattutto frammenti litici con inciso il nome di questo sovrano: cinque da Abido (Petrie 1901, tav. VIII, 8-11; Kahl 1994, Nr. 2047) e una ventina circa dalla piramide di Djoser a Saqqara (Kahl 1994, Nr. 2043-2084, pp. 310-312). Ad essi si aggiungono pochi altri esemplari conservati in collezioni private (Kaplony 1962, figg. 5, 8, 9; Kaplony 1965, figg. 48, 49).
Sulla parete esterna del piatto, sotto l’orlo, compare un’iscrizione verticale incisa della quale manca la parte iniziale: si intravede in alto sulla sinistra parte del segno t del titolo nswt-bity.
[nswt-bity] nbty Htp sxmwy «[il Re dell’Alto e Basso Egitto], le Due Signore, Hotepsekhemui».
Titoli e nome di Hotepsekhemui sul manufatto
La sequenza grafica che prevede i due titoli più il nome d’intronizzazione non sembra essere attestata in altre iscrizioni appartenenti a questo sovrano, ma è invece testimoniata sul vasellame di altri sovrani delle prime dinastie come ad esempio Qaa, Uneg e Kasekhemui (Raffaele 2012).
Riferimenti
La collezione egizia della Sapienza Università di Roma: il piatto di Hotepsekhemui
A cura di Loredana Sist
In “Antichità egizie e Italia – Prospettive di ricerca e indagini sul campo
Il campo della ginecologia in epoca faraonica è affascinante e snervante allo stesso tempo. Abbiamo visto come il Papiro Kahun sia in pratica dedicato esclusivamente alla ginecologia (si veda https://laciviltaegizia.org/2022/07/15/il-papiro-kahun/) – ma ci sono ampie parti anche nei Papiri di Berlino e nel papiro Carlsberg – eppure non ci è noto alcun nome di medico “specializzato”, né sappiamo con certezze se esistessero ostetriche o levatrici prima dell’Età Tarda, intorno al 700 BCE.
Ci è pervenuto il nome di Agnodice, una donna che avrebbe finto di essere uomo per studiare ad Alessandria con Erofilo di Calcedonia in epoca tolemaica, e si sarebbe occupata successivamente solo di pazienti di sesso femminile, ma siamo al limite della leggenda.
Erofilo di Calcedonia, da noi già incontrato in quanto “sospettato” di praticare la dissezione dei cadaveri. Avrà davvero avuto una allieva di nome Agnodice?
È probabile quindi che tutto ciò che circonda la nascita fosse avvolto in buona parte dalla “heka”, la magia, e che per questo fosse una sorta di mondo a parte dalla medicina “ufficiale”. Non solo: la gravidanza e la nascita erano eventi naturali, e si ritiene che non fossero necessari uomini – medici o levatrici – al momento del parto, quanto gli dèi e le dee che avrebbero definito il fato del nascituro.
Non mancano però riferimenti mitologici alla nascita come creazione di un essere nuovo e distinto, sia esso divino o umano. Nei diversi miti Atum crea gli altri dèi e gli uomini auto-fecondandosi (una goccia del suo seme entra nella sua bocca e genera Shu e Tefnut, l’aria e l’umidità); Ra genera l’umanità dal suo occhio; Khnum modella gli uomini su un tornio dall’argilla (suona familiare?), ordinando al sangue di coprire le ossa e alla pelle di racchiudere il corpo.
Atum creatore riceve l’omaggio di Sethi I, Tempio di Abydos
Khnum modella l’uomo sul suo tornio, Tempio di Dendera
Le conoscenze sulle funzioni dell’apparato riproduttivo femminile, come abbiamo visto, erano limitate. Il simbolo che indica l’utero femminile, Gardiner F45, comprende due “corna” laterali che rappresentano le ovaie, anche se la funzione di queste ultime non fu mai scoperta. L’utero era il nido, il ricettacolo per il seme che, da solo, generava il nascituro.
Il simbolo Gardiner F45, raffigurante l’utero e le due ovaie
Da notare che il seme maschile veniva generato secondo gli Egizi nel cuore e nel midollo spinale, viaggiando poi tramite i “metu” fino ai testicoli (“ci sono due metu che conducono ai testicoli; è da lì che proviene lo sperma”, Ebers 854i).
Il ruolo fondamentale dell’utero veniva riconosciuto e protetto, con terminologie che sono, come al solito nella lingua egizia, molto evocative. L’utero era quindi definito “aperto” durante le mestruazioni, nell’accogliere il seme maschile e nel parto, ed era invece “chiuso” al termine delle mestruazioni stesse e nella protezione del feto che cresce al suo interno.
Suona nuovamente familiare? Diventa ancora una volta tutto parte di un ciclo di eterna morte e rinascita, come Ra che al mattino nasce dall’utero della madre celeste ed alla sera invecchia e muore, iniziando il suo viaggio ultraterreno che lo porterà a rinascere il giorno successivo.
Va detto anche che il celeberrimo simbolo “ankh”, simbolo di vita, potrebbe essere una rappresentazione del grembo materno: l’ansa corrisponderebbe all’utero, le due braccia laterali alle ovaie ed il braccio inferiore al canale vaginale.
L’ankh come rappresentazione del grembo materno. Ricordiamoci sempre che si tratta di ipotesi, e che gli studiosi non sono concordi
LE MESTRUAZIONI: MALATTIA O IMPURITÀ?
Non è completamente chiaro se le donne durante il periodo mestruale fossero considerate “impure” o no; è possibile che il mestruo stesso fosse visto come una sorta di purificazione periodica del corpo.
Venivano usati dei tamponi assorbenti (lo sappiamo dai rendiconti delle lavandaie del villaggio degli artigiani di Deir el Medina che ne citano il numero). Lo stesso Nodo di Iside (“Tyet”), di solito di colore rosso, potrebbe esserne un esempio, visto che è chiamato “il sangue di Iside”.
Il “Nodo di Iside” (“Tyet”) in diaspro rosso ad indicare il colore del sangue. XVIII Dinastia, Brooklyn Museum
Il Nodo di Iside (“Tyet”) dal papiro di Ani
Apparentemente anche nell’Antico Egitto le mestruazioni potevano essere molto dolorose ed invalidanti: l’ostrakon BM 5634 conservato al British Museum riporta le motivazioni per l’assenza dal lavoro sempre nel villaggio degli artigiani della Valle dei Re. In circa un quarto dei casi, la motivazione sono le mestruazioni di moglie e figlia.
L’ostrakon BM 5634 del British Museum con le cause di assenze dal lavoro
Per maggiori informazioni sul “registro delle assenze” vedi anche QUI.
Anche l’ostrakon Gardiner 167 riporta che lo scriba Qenhikhopshef deve rimanere a casa “avendo la moglie le (sue) mestruazioni”.
In realtà, da alcuni altri ostrakon si ipotizza che le donne mestruate si allontanassero dalla propria abitazione per uno o due giorni in un edificio separato – anche se è in parte una teoria speculativa derivata dalle tradizioni rurali ed ebraiche che considerano il sangue mestruale impuro, ma ci sono riferimenti frammentari a qualcosa del genere nell’Egitto faraonico – un “edificio con tre pareti”, ma il documento è fortemente danneggiato (ostrakon 13512). Forse solo un rituale? Sembrerebbe confermarlo il Papiro Jumilhac, di Epoca Tarda e conservato al Louvre, che riporta una lista di 20 cose “proibite” di cui la terza è “la donna con le mestruazioni”.
L’ostrakon 13512, il cui testo danneggiato riporta: “Anno 9, quarto mese della stagione dell’Inondazione, giorno 13, il giorno in cui queste otto donne uscirono da […] luogo delle donne mentre erano mestruate. Esse arrivarono fino al retro della casa che […] le tre pareti…”. (Wilfong 1999)
Il Papiro Jumilhac del Louvre, con la sua lista di 20 cose “proibite” tra cui “le donne con le mestruazioni”
Ma, d’altra parte, sappiamo anche che alcuni addetti delle lavanderie erano uomini; è molto improbabile che potesse succedere se il sangue mestruale fosse considerato impuro.
Il sangue mestruale era anche utilizzato in alcune prescrizioni mediche, come le applicazioni sul seno di una donna perché non produca troppo latte e non diventasse cadente.
Veniva ampiamente usata la cipolla come emmenagogo per regolarizzare il flusso mestruale e come antispastico, un’indicazione che Ippocrate riprenderà tal quale aggiungendo anche i porri.
Il rimedio per l’ipermenorrea consisteva invece in un impacco di cipolle ed aglio triturate ed impastate con del vino da applicare per quattro giorni di fila per via vaginale.
FERTILITÀ, GRAVIDANZA E SESSO DEL NASCITURO
Come in tutte le civiltà antiche, anche in quella egizia la fertilità della donna – ma, attenzione!, era conosciuta anche la sterilità maschile – era un fattore di grande importanza sociale e a cui prestare particolare attenzione. Oltre ai motivi naturali di sterilità si aggiungevano infatti le credenze su divinità/demoni che potessero causarla, come anche sugli spiriti delle donne morte di parto. Normale quindi che ci si rivolgesse alle divinità per invocare la fertilità e proteggere mamma e figli.
Vaso risalente al Primo Periodo Intermedio recanti le invocazioni di un figlio al padre defunto perché conceda alla moglie di rimanere incinta, sospettando due sue ancelle di avere gettato un incantesimo su di lei (Haskell Oriental Museum in Chicago)
Iside era la principale divinità coinvolta. Madre di Horus, concepito miracolosamente, era ovviamente la dea della fertilità. Aveva anche un ruolo come nume tutelare del parto e del neonato, a cui però sovrintendeva solitamente Hathor – tanto che spesso le due dee si sovrappongono nella mitologia. Renenutet, dea del raccolto e della prosperità, era la terza divinità principale invocata – spesso raffigurata mentre allatta i figli del Faraone.
Iside in forma di uccello vola sul corpo di Osiride e miracolosamente rimane incinta, dando luce ad Horus (tempio di Dendera. Foto MacRae Thomson)
Tornando…sulle rive del Nilo, il miele ed il fieno greco (trigonella) erano usati per combattere la sterilità femminile, mentre il ginepro, le carrube e le angurie erano usate per la sterilità maschile – insieme ovviamente alla lattuga, sacra al dio Min, ed alla radice di mandragora. Da notare che la lattuga non era considerata “afrodisiaca”, ma mangiarla era considerato piuttosto come un rituale per invocare la benevolenza della divinità.
Hathor allatta il giovane Amenhotep II (XVIII Dinastia, ca. 1427 – 1401 BCE). Bassorilievo in calcare policromo. Museo Egizio del Cairo, foto Bridgeman
Diversi “test” sono descritti per verificare la fertilità della donna; il più “gettonato” consisteva nel farle bere un miscuglio di latte umano e succo di anguria – se lo avesse vomitato sarebbe stata fertile, mentre un fantozziano rutto avrebbe sancito la fine delle speranze di procreare.
Renenutet allatta il figlio Neper, tempio di Amenemhat III a Medinet
Altri metodi consistevano nel lasciare per tutta la notte una cipolla nella vagina della sventurata e verificarne l’alito il mattino seguente (se avesse saputo di cipolla sarebbe stata fertile), oppure fumigarla con sterco di ippopotamo (se avesse urinato o defecato sarebbe stata fertile). Non è sempre facile però distinguere se si trattasse d test della fertilità o test di gravidanza, ma tutti questi test vennero “riciclati” da Ippocrate secoli dopo.
Min (a sinistra) con Qadesh e Reshep. Dietro al dio, rappresentato come sempre itifallico, due piante di lattuga, a lui sacre. Stele di Qeh, dal villaggio degli artigiani di Deir el-Medina, XIX Dinastia
Famosissimo – e già riportato anche in questo Gruppo – il test di gravidanza che comportava innaffiare con l’urina della donna semi di farro o orzo (se fosse cresciuto prima l’orzo sarebbe stata incinta di un maschietto, se fosse cresciuto prima il farro sarebbe stata incinta di una femmina, se non fosse cresciuto niente non sarebbe stata incinta). Il test è stato “verificato” negli anni ’60: è stato dimostrato che effettivamente l’urina di una donna non incinta (o di un uomo) non provocava la germinazione, mentre in 28 casi su 40 quella di una donna incinta è riuscita a provocarla. Imbarazzante però l’esito del test sul sesso del nascituro, corretto solo in sette casi su 24…
Tuttavia, lo stesso test – a volte con il grano al posto del farro – fu ripreso da Galeno (e ci può stare), e sopravvisse fino al Dreckapotheke di Paulini nel 1714 – e questo è francamente incredibile.
Nel mio post dedicato alla QV66 che mostra Nefertari per mano con Hathor (e che trovate qui) si vede la Grande Sposa Reale con dei segni su entrambe le braccia.
A prima vista si direbbero tatuaggi. Li aveva notati un’amica del nostro Gruppo che se n’è così innamorata da farsene replicare uno sul braccio. E’ stata così gentile da mostrarcelo e da permettermi di visualizzarlo su una diapositiva che allego.
Il tatuaggio è un’interpretazione del celeberrimo segno wḏȜt [uʤat], non molto canonico ma indubbiamente piacevole ed originale. Da buon amuleto speriamo che protegga la nostra amica da guai presenti e futuri.
Ma gli Egizi come la pensavano riguardo ai tatuaggi?
Ho affrontato l’argomento in una mia conferenza che, come al solito, è diventata il Quaderno di Egittologia nr 50 – LA BELLEZZA NELLO SGUARDO – La cosmesi nell’antico Egitto. Chi fosse interessato ad approfondire l’argomento lo può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/la-bellezza-nello-sguardo/
I tatuaggi non erano di moda nell’antico Egitto. Quindi le testimonianze sono scarsissime. Tuttavia alcune statuine femminili delle prime dinastie recano alcuni segni ornamentali sul corpo. Questo indica che alcune categorie di donne lo praticavano come le danzatrici o le cantatrici. Nel periodo preistorico alcune statuette femminili recano segni geometrici o figure di animali e vegetali sul corpo. Recentemente si sono cominciati a riconoscere tatuaggi sulle mummie. Il tatuaggio era realizzato depositando sotto pelle un filo colorato e materie coloranti. Allo scopo si usava un ago. Il risultato era indelebile. I colori preferiti erano il turchino, il verde, il nerofumo; talvolta il rosso. Non sembrano esserci esempi di tatuaggi per scarificazione, cioè formare una cicatrice incidendo la pelle secondo un dato disegno. Nel Nuovo Regno i tatuaggi sono ancora più rari per lo più con soggetti sacri.
Nella seconda diapositiva potete visualizzare il lavoro di Anne Austin, una bio archeologca dell’Università del Missouri, St. Louis. Ella è stata a capo per la missione dell’Institut Français d’Archéologie Orientale a Deir el Medina. Nel 2014 documentò una mummia di donna con trenta tatuaggi. Sebbene molti dei suoi tatuaggi siano ancora difficili da decifrare, essi mostrano una chiara connessione della donna con la religione e la dea Hathor. Uno dei tatuaggi mostra la combinazione di due occhi wḏȜt [uʤat] con il geroglifico nfr [nefer]. Per gli Egittologici il significato potrebbe essere quello di «per fare del bene». Posti sulla gola ne assicuravano magicamente la qualità del canto.
La diapositiva riporta anche una figurina femminile tatuata su tutto il corpo (una volta considerate concubine del defunto), XII-XIII dinastia, Medio Regno, Lisht, faience, Metropolitan N.Y.